spacer spacer
Home page        Il progetto        Parma Online        Come contribuire        Come contattarci
ARCHIVIO MOSTRE
Biblioteche del Comune di Parma uno sguardo oltre le mura
CERCA
 
Solo immagini
Solo testi
Foto e testi
 
LA BIBLIOTECA POPOLARE
LA CHIESA DI SAN ROCCO

Il dizionario dei parmigiani
Presentazione
Prefazione
Avvertenze
A-B
Abati-Adorno
Aducci-Aguzzoli
Aiani-Ampollini
Anceo-Arzio
Asburgo-Azzoni
Babboni-Badordi
Baebia-Bajardi
Balbi-Banzoli
Barabacci-Barzizza
Basalei-Beiliardi
Belenzoni-Berzolla
Beseghi-Blondi
Boarini-Boqui
Borani-Borzagna
Boschetti-Brizzolara
Brocchi-Buzzoli
C-D-E
F-G
H-I-J-K-L-M
N-O-P-Q
R-S
T-Z
Bibliografia
Credits
Dizionario biografico: Belenzoni-Berzolla [ versione stampabile ]

BELENZONI-BERZOLLA

BELENZONI CRISTOFORO
Parma-Parma 1441/1463
Pittore. In due distinti rogiti (in data 23 maggio e 27 giugno 1441) del notaio Gherardo Mastagi si dà contezza del Belenzoni: dum ipse Iacobus de Tolarolis vivisset in domum Cristofori pictoris sitam in dicta vicinia sancti Prosperi causa solacii prout mos suus est. Il Belenzoni viene menzionato in altri due rogiti notarili: 26 novembre 1442, Cristoforo de Belenzonibus f.q.m Magistri Nicolai citt. ed abit. in Parma nella vicinia di S. Prospero vende a Giovanni f.q.m Genesio Zandemaria una casa con orto che possedeva nella vicinia della SS. Trinità in Burgo Episcopi (rogito Giovanni Palmieri, Archivio Notarile Parma); 28 settembre 1463, Mandato di procura fatto dalla sig.ra Agnese f.q.m Niccolò da Carpaneto e moglie del fu Cristoforo de Belenzonibus, ed ora passata a secondi voti coll’egregio signor innocenzo de Borris f.q. Leonardo abit. nella vicinia di San Salvatore, in diversi causidici parmensi (rogito Galasso Leoni, Archivio Notarile Parma).
FONTI E BIBL.: Da processo criminale, tra gli atti del notaio e cancelliere vescovile Gherardo Mastagi nell’Archivio Notarile, Archivio di Stato di Parma; A. Pezzana, Storia di Parma, II, 1842, 451; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 6.

BELENZONI EGIDIOLO
Parma 1416/1448
Pittore ricordato in data 23 luglio 1448 in un rogito del notaio Pietro del Bono: Magister Egidiolus de Belenzonibus filius q.m Magistri Johannis pictor habitator civitatis parme vic. Sancti Prosperi porte de Parma.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Storia di Parma, II, 1842, 647; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 6.

BELENZONI GIOVANNI
Modena ante 1366-Parma ante 1403
Pittore, viene ricordato in diversi atti notarili: 26 marzo 1366, atto del notaio parmigiano Bernabeo Aleotti col quale Melchiorre del fu Giovanni de Bicchini, vende una casa posta nelle vicinanze di San Vitale alla quale sono confini da due la strada comune, da altra certo beneficio eretto nella Chiesa di San Vitale stesso, et ab alia mag.ri Johanis de mutina pictoris salvis aliis vrioribus confinibus. Il Belenzoni si trova ricordato similmente nei due seguenti rogiti relativi all’inventario dei beni di Melchiorre Bicchini e all’acquisto che di tale casa ne fece Bernardo del fu messer Gigliolo degli Aghinolfi della vicinanza di Santa Cristina. Questi atti portano la stessa data (13 aprile 1381): Canzelatum fuit suprascriptum instrumentum de voluntate Fratri Ardenghi. Actum parme in vicinia Sancti Vitalis penex stacionem magistri Iohanis de mutina pictoris, presentibus dicto Magistro Iohane et Lazarino muratore testibus (rogito di Pietro del Sale, nell’Archivio Notarile di Parma). Il Belenzoni è ancora ricordato in data 26 febbraio 1406: Testimonio ad un atto ricevuto dal notaio parmense Antonio q.m Gherardo de Tardeleris, Nicolao pictore f.q.m. magistri Johannis de Belenzonibus de Mutina nunc cive parm. vic. sancti Prosperi porte de parma (Archivio dei conti Bajardi di Parma). Così anche in altra pergamena del 1413 sempre del notaio Pietro del Sale.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 6-7 e 44.

BELENZONI GIOVANNI
Modena-Borgo San Donnino 1413/1417
Fu costruttore di scudi e forse pittore. È ricordato in un rogito notarile del 1° novembre 1412 (notaio Giovanni San Leonardo, Archivio Notarile di Parma). Era figlio di Giacomo e abitò nella vicinia di San Giovanni in Parma.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 7.

BELENZONI NICCOLÒ
Modena ante 1403-Parma 1429/1438
Figlio di Giovanni. Pittore, è ricordato in diversi atti notarili: 9 maggio 1403, Nicolaus de Belenzonibus de Mutina scudarius f.q. domini Ioannis civis parme vic.e sancti prosperi civitatis parme, porte de parme con revocando q. fecit, costituit et ordinavit suos verso et certos nuntios, actores, procuratores, providos viros Iohannem de pilizariis, Ilarium et Antonium fratres de Zutis. (rogito di Giovanni da San Leonardo, Archivio Notarile di Parma); Nicolao pictore f.q.m magistri Johannis de Belenzonibus de mutina nunc cive parme vicinae Sancti Prosperi portae de parma: così viene nominato, come testimonio, in un atto del 1406 e ancora nel 1413: Magister Nicolaus de belenzonibus pictor filius quomdam magistri Joanis civis parmae vic. sancti prosperi. Il 2 novembre 1425 comperò una pezza di terra posta nelle clausure di Parma, fuori ma presso la porta di San Basilide alla quale era limitrofo suo fratello Egidiolo de Belenzonibus. Il 7 agosto 1427 fece altro acquisto di maggiore rilevanza di terra in Casalbaroncolo. Del Belenzoni pittore nulla si può dire, fuorché congetturare che egli possa avere dipinto nella chiesa parrocchiale di San Prospero quei preziosi dipinti e scritti storici, prima della distruzione della chiesa stessa avvenuto verso il 1580: fu rasa al suolo per innalzare sulle sue rovine il Collegio delle Madri di Sant’Orsola. Il Belenzoni è ricordato in altri rogiti notarili: 27 agosto 1427, Magister Nicolaus de Belenzonibus pictor f.q.m magistri Johannis civis parme vic. Sancti Prosperi possedeva terre nella villa di Casalbaroncolo (rogito del notaio Gherardo Mastagi, nell’Archivio Notarile di Parma); 20 maggio 1428, Maestro Nicolò de Belenzonibus f.q.m domini Johannis citt. parm. della vicinanza di San Prospero nomina suoi procuratori a liti diversi causidici parmigiani e il provvido uomo Gaspare di Castagneto (rogito di Gaspare Zampironi); 22 febbraio 1439, L’onesta Signora Orsolina de Malabranchis f.q. Signor Giovanni e moglie del fu Maestro Nicolò de Bellinzonibus abitante in parma nella vicinia di San Prospero confessa aver ricevuto da Antonio Fulchini della vicinia di San Giorgio 50 lire di moneta longa in conto delle lire 200 imper. che la stessa Signora gli aveva sovvenute sino dal 9 novembre 1430 con atto del notaio parm. Giovanni Maffoni (rogito di Giovanni Francesco Sacca, Archivio Notarile di Parma); 12 novembre 1448, Testamento di Donna Orsolina di q.m Gio. Malebranchi moglie del fu Maestro Niccolò Belenzoni da Modena, pittore, abitante esso pure nella parrocchia di San Prospero in Parma.
FONTI E BIBL.: Rogito del 25 febbraio 1406 del notaio Antonio di Gherardo de Tardelevis in pergamena che si trovava presso i conti Bajardi di Parma; rogito di Giovanni da San Leonardo nell’Archivio Notarile di Parma; rogito di Gherardo Mastagi, 27 agosto 1427, in Archivio Notarile di Parma; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, vol. III, 1909; A Pezzana, Storia di Parma, vol. II, 1842 647; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 67; Dizionario Enciclopedico Pittori e Incisori, 1990, I, 445.

BELENZONI NICOLò, vedi BELENZONI NICCOLò

BELGRADO GIACOMO, vedi BELGRADO IACOPO

BELGRADO IACOPO
Udine 16 novembre 1704-Udine 26 marzo 1789
Nacque da nobile famiglia friulana. Compiuti i primi studi di lettere greche e latine a Padova, entrò nella Compagnia di Gesù il 16 novembre 1723. Proseguì negli studi di filosofia e matematica a Bologna e in quelli di teologia a Parma. Dopo un periodo di insegnamento delle lettere umane nel collegio gesuitico di Venezia, assunse nel 1738 la cattedra di matematica e fisica nello Studio parmigiano, che pare abbia tenuto per dodici anni. Dall’insegnamento trasse in larga misura le occasioni e gli argomenti per una letteratura scientifica quantitativamente rilevante ma qualitativamente disuguale, probabilmente proprio a causa della sua origine e destinazione scolastica. Non più che illustrazioni di esperimenti o di temi trattati nelle lezioni sono infatti alcune operette uscite a Parma tra il 1738 e il 1748. Più originali e importanti sono alcune altre opere dello stesso periodo: Ad disciplinam mechanicam, nauticam et geographicam acroasis critica et historica (Parmae, 1741),  De corporibus elasticis disquisitio physicomathematica (Parme, 1747),   I fenomeni elettrici con i corollarj da lor dedotti, e con i fonti di ciò che rende malagevole la ricerca del principio elettrico (Parmae, 1749). Pare che il Belgrado rinunziasse all’insegnamento nello Studio di Parma nel 1750, allorché assunse la carica di confessore e teologo di Filippo di Borbone, nonché quella di matematico per la Real casa. La protezione del Duca permise al Belgrado di continuare la sua attività scientifica nelle migliori condizioni: tra l’altro gli consentì nel 1757 la realizzazione di un osservatorio astronomico nel collegio gesuitico di Parma che diede anche occasione a due nuove operette, Dell’azione del caso nelle invenzioni e dell’influsso degli astri ne’ corpi terrestri e Observatio defectus Lunae habitae Parmae in novo observatorio patrum Societatis Iesu die 30 iulii 1757, ambedue pubblicate a Parma nel 1757. Il periodo che il Belgrado trascorse alla Corte ducale fu particolarmente fecondo di risultati scientifici e di riconoscimenti accademici: soprattutto importante è l’opera De utriusque analyseos usu in re physica (Parmae, 1761-1762), che ebbe larga risonanza ottenendogli l’aggregazione all’Accademia delle scienze di Parigi, certamente il più cospicuo riconoscimento scientifico conseguito dal Belgrado, il quale peraltro fu socio di analoghi istituti accademici di Bologna, Padova, Siena, Cortona, Ravenna e Udine, oltre che socio fondatore della colonia arcadica di Parma, col nome di Damageto Crispeo. Sempre di questo periodo sono anche due dissertazioni del Belgrado, Della riflessione de’ corpi dall’acqua e della diminuzione della mole de’ sassi ne torrenti, e ne’ fiumi, e due lettere inserite nel quarto volume della raccolta antologica Symbolae litterariae (Florentiae, 1753, pp. 129 ss., 134 ss.), rispettivamente illustranti una basis Ariminensis inscriptio militaris recens inventa e il tema De crassitie laterum quibus utebantur. Bruscamente e del tutto imprevisto per il solido prestigio che egli si era acquistato nella piccola Corte borbonica giunse nel novembre del 1763 il congedo del Belgrado dalle cariche che ricopriva presso il Duca. Il provvedimento, ispirato dal teatino Paolo Maria Paciaudi, fiero avversario dei gesuiti e divenuto assai influente presso il Du Tillot, fu una prima significativa avvisaglia della politica religiosa che il ministro borbonico avrebbe fermamente attutato negli anni seguenti. Pare però che il Belgrado abbia conservato lo stipendio, poiché esso gli fu ancora confermato al momento dell’espulsione dei gesuiti dallo Stato. Senza più alcuna veste ufficiale, il Belgrado continuò tuttavia la sua intensa produzione scientifica: nel 1764 pubblicò a Parma una dissertazione Delle sensazioni del calore, e del freddo, e nel 1767, sempre a Parma, Theoria Cochleae Archimedis ab observationibus, experimentis, et analyticis rationibus ducta. Soprattutto diede impulso a una Nuova raccolta d’autori che trattano il moto dell’acqua, utile solloge in sette volumi di scritti italiani sul tema indicato dal titolo, nonché su quello delle architetture idrauliche e in genere sulle opere di sistemazione del corso dei fiumi. La raccolta fu pubblicata a Parma tra il 1766 e il 1768 e ristampata a Bologna tra il 1823 e il 1845. Accanto a questi interessi scientifici venne maturando nel Belgrado in questo periodo una viva curiosità per l’archeologia. Già nel 1749 aveva pubblicato a Venezia alcune lettere a Scipione Maffei in cui discorre, oltre che de rebus physicis, dei recenti scavi di Resina e di argomento archeologico è anche una delle lettere antologizzate, come si è visto, nel 1753. Nel 1764, appena congedato dalla Corte di Parma, compì un viaggio a Ravenna dove ebbe modo di esaminare nella chiesa di San Vitale due bassorilievi rappresentanti due troni simili del dio Nettuno. A illustrazione di questi pubblicò a Cesena nel 1766 la dissertazione Del trono di Nettuno, nella quale trae argomento da un attento esame dei due bassorilievi, minuziosamente interpretati con passaggi di Omero, con le medaglie e con il raffronto ad altri monumenti antichi, per proporre l’esistenza in Ravenna di un tempio del dio, del resto attestata da varie iscrizioni. L’operetta si conclude con una digressione sull’architettura e sul gusto del monumento in genere, che anticipa un’opera assai più tarda del Belgrado, una dissertazione Dell’architettura egiziana pubblicata a Parma nel 1786, nella quale si cerca di dimostrare la superiorità dell’architettura egizia su quella greca. I tranquilli studi del Belgrado vennero nuovamente turbati nel febbraio del 1768, allorché il duca Ferdinando di Borbone, facendo seguito agli analoghi provvedimenti presi dalle corti di Portogallo, di Francia, di Spagna e di Napoli e come rappresaglia al monitorio contro Parma di papa Clemente XIII, bandì dallo Stato i gesuiti. La Compagnia attribuì al Belgrado la nuova sede del collegio gesuitico di Santa Lucia a Bologna, del quale egli fu nominato rettore il 23 dicembre dell’anno successivo. In questa qualità nel 1773 gli toccò di affrontare il cardinale Malvezzi, arcivescovo di Bologna, quando questi, in ottemperanza alle disposizioni di papa Clemente XIV, intraprese a Bologna la chiusura dei noviziati tenuti dai gesuiti e la riduzione di essi sotto l’autorità episcopale, come misura preparatoria allo scioglimento della Compagnia. Secondo le istruzioni del generale della Compagnia, Lorenzo Ricci, il Belgrado si oppose con tutti i mezzi a sua disposizione all’iniziativa dell’arcivescovo: quando nel maggio il Malvezzi secolarizzò gli studenti delle scuole gesuitiche, egli si rifiutò di ottemperare al provvedimento e redasse un memoriale al Pontefice, nel quale si fa appello contro di esso alla bolla Suprema di papa Clemente X. Pare tuttavia che questo scritto non arrivasse mai a Clemente XIV. Di fronte alla ferma opposizione del Belgrado, il Malvezzi dapprima minacciò di deporlo dalla carica e infine, il 5 giugno, lo fece arrestare e accompagnare alla frontiera di Modena, misura che, secondo quanto scrive all’arcivescovo di Bologna monsignor Macedonio, segretario dei memoriali, fu approvata senza riserve dal Papa. Modena offrì asilo al Belgrado per ben poco tempo: pubblicato il breve pontificio di soppressione della Compagnia di Gesù, egli fu costretto ad allontanarsi anche da questa città. Trovò rifugio a Udine, presso il fratello Alfonso, e qui, dopo tante disavventure, ricevette il titolo comitale per sé e per la sua famiglia, conferitogli il 25 agosto 1777 dal duca di Parma Ferdinando di Borbone, il quale, liberatosi dalla tutela delle maggiori corti borboniche, andava revocando i provvedimenti presi dal Du Tillot in materia religiosa, sanandone gli effetti. Il Belgrado, che nel periodo bolognese pubblicò le dissertazioni Della rapidità delle idee (Modena, 1770) e Della proporzione tra i talenti dell’uomo, e i loro usi (Padova, 1773), non rinunziò nemmeno nel rifugio udinese alla letteratura scientifica: nel 1777 pubblicò a Udine una dissertazione, De telluris viridatate, e nel 1783, a Ferrara, Del sole bisognevole d’alimento e del Oceano abile a procacciarglielo, dissertazione fisico-matematica. Ma sostanzialmente, nell’ultimo periodo della sua vita, il Belgrado si rivolse alla meditazione religiosa e alla redazione di opere devote con intenzioni e modi del tutto tradizionali, senza più alcuna traccia della vivacità di interessi e del curioso spirito indagatore che aveva animato, al di là dei risultati, la sua vasta e varia esperienza scientifica. Del resto egli stesso precisa il proprio punto di vista in proposito in una lettera a Pietro Zuliani del 30 gennaio 1782: Siamo in un secolo, dove si ama più che mai il nuovo. Ma io credo che il nuovo stia bene nelle scienze, nelle scoperte, nelle arti; ma negli affari di religione e della Chiesa sia bene non muover nulla (Sette lettere inedite dell’abate Jacopo Belgrado della Compagnia di Gesù dirette all’abate Pietro Zuliani, professore nell’Università di Padova, a cura di don Morosini, Padova, 1849). La maggior parte di questa particolare letteratura è rimasta tuttavia inedita. A stampa si hanno, oltre a De vita B. Torelli Puppiensis Ord. Vallisumb. commentarius, pubblicato a Padova nel 1745, Dall’esistenza nel nostro mondo d’una sola spezie d’esseri ragionevoli e liberi s’arguisce l’esistenza di Dio (Udine, 1782) e i postumi Ragionamenti sacri su le tre prigionie di San Giovanni Battista, di San Pietro e di San Paolo (Udine, 1824). La più significativa tra queste opere del Belgrado è Dell’esistenza di Dio da’ teoremi geometrici dimostrata (Udine, 1777), un curioso anche se non nuovo tentativo di far convergere riflessioni sulla geometria e dimostrazioni teologiche. I principî geometrici, sostiene il Belgrado, sono verità eterne, necesarie, immortali, fornite di un ordine intrinseco, di un’armonia perfetta, di una evidenza precisa e certa; la geometria è come una scala armonica, composta d’infiniti gradini; Archimede, Euclide e Newton, gli ingegni sommi di questa scienza, hanno conosciuto soltanto i gradini primi della scala infinita; per conoscerli tutti occorre una mente infinita, un Ente intelligente che comprenda in sé tutta la geometria e che al tempo stesso ne sia l’autore, poiché solo l’autore può averne perfetta scienza. La produzione scientifica del Belgrado è varia per i temi e ineguale per l’impegno. In essa non manca, tuttavia, un carattere costante, costituito dal notevole grado di chiarezza espositiva e della tendenza a formalizzare il ragionamento in senso matematico. Lo scritto I fenomeni elettrici (1749), dedicato al Duca di Parma, appartiene al primo periodo della vita del Belgrado, che si può considerare concluso nel 1750. Tale scritto uscì in un momento di massimo interesse per i fenomeni dell’elettricità. Dopo la riscoperta degli elementari fenomeni di elettrizzazione per strofinio, avvenuta agli inizi del secolo, nel quarto decennio S. Gray osservò i fenomeni della conduzione, dell’isolamento e dell’influenza elettrostatica, mentre C.F. du Fay riuscì a distinguere le due elettricità resinosa e vitrea. Nel 1745 infine E.J. von Kleist e P. van Musschenbroeck scoprirono casualmente la bottiglia di Leida. Tra la fase degli studi sull’elettricità rappresentata da questi autori e quella che avrebbe visto sorgere le teorie, monistiche e dualistiche, di B. Franklin, G.B. beccaria e R. Symmer, s’inserì l’opera del Belgrado. Essa è suddivisa in tre articoli, i quali con rigorosa progressione metodologica espongono i fenomeni elettrici, i corollari da fenomeni elettrici dedotti e le fonti delle difficoltà nello scoprimento della natura, e cagione de’ fenomeni elettrici. La sperimentazione del Belgrado non acquisì osservazioni nuove di particolare interesse. È notevole, invece, il metodo di ragionamento, sia per le misurate definizioni, sia per la costante ricerca di analogie tra i fenomeni elettrici e altri meglio noti, soprattutto i luminosi e i termici. Il Belgrado, che in seguito compose un suo abbozzo di filosofia della scienza, è criticamente consapevole già ne I fenomeni elettrici. Il suo esempio è la fisica newtoniana e dal Newton egli ricava la perfetta regola dell’ottimo filosofare (pagina 29): ammettere solo i principî necessari a spiegare i fenomeni. Confortato da questo criterio, il Belgrado esprime l’avviso che si dovesse formulare prima l’ipotesi di un solo principio elettrico (pagina 27). Ma il Belgrado dubita che si potesse mai giungere allo scoprimento della natura, e cagione dei fenomeni elettrici. Richiamandosi a Locke e pur risentendo del deteriore sostanzialismo scolastico, il Belgrado giunge a definire una sua moderna veduta del procedimento ipotetico delle scienze naturali (pagina 37). La rinunzia all’insegnamento e la protezione del Duca permisero al Belgrado di dedicarsi appieno agli studi dopo il 1750. In questo tempo nacque l’opera più organica che egli abbia lasciato, il De utriusque analyseos usu in re physica (1761-1762), la quale s’inserì in una corrente di studi che, attraverso quelli di G. Grandi, dei fratelli Eustachio e Gabriele Manfredi e di I. Riccati, nella prima metà del secolo portò in Italia i metodi infinitesimali di Newton e di Leibniz, ridestando l’interesse per la geometria e per l’analisi. Nella dedica encomiastica a Ferdinando di Borbone, figlio decenne del Duca, il Belgrado non manca di richiamarsi a certa filosofia sensistica, cara al Condillac, precettore di Ferdinando di Borbone, ai cui studi il De utriusque analyseos sarebbe dovuto servire. Il primo volume, De analyseos vulgaris usu, contiene un’ampia dissertazione (pagine 1-24) sull’uso dell’analisi nella fisica. Fisica, geometria e analisi non rappresentano, però, per il Belgrado, gradi successivi di astrazione concettuale e non sono tra loro congiunte da implicazioni successive. La fisica usa il procedimento analitico anche per la trattazione delle masse, dei volumi, dei pesi, delle densità degli attriti e delle forze di coesione (I, pagina 8). Per applicare l’analisi alla fisica si richiedono tre condizioni: definire le quantità delle masse, dei volumi e delle densità, poter trasferire queste quantità nel linguaggio analitico e poter istituire tra le quantità rapporti geometrici o aritmetici (pagina 9). Ma il Belgrado aggiunge che non mancano problemi, né fisici né geometrici, passabili di formulazione matematica e di trattazione analitica: con questo richiamo il Belgrado sembra legato a vedute ancora tradizionalmente quantitative del formalismo matematico. Poste queste premesse, il Belgrado formula e risolve nel primo volume problemi di idraulica, statica, astronomia, ottica, balistica, centrobaryca, fisica dei gas, architettura, meteorologia, igrometria, de motu uniformi, et accelerato, de pendulis, de corporum collisione, de cohaerentia corporum, acustica, nautica, geografia e gnomonica. Alcuni di questi argomenti e altri ancora (de viribus centripetis, et centrifugis, de communicatione motus, de centro oscillationis et motu oscillatorio, de viribus motui corporum resistentibus) tornano nel secondo volume, De analyseos infinitorum usu, dedicato a problemi che il Belgrado affronta con l’analisi infinitesimale. Le premesse concettuali del lavoro sono così formulate dal Belgrado: Quemadmodum vero corpora ex superficiebus, hae ex lineis, lineae vero ex punctis conflantur, in quae ea demum resolventur; ita ex perpetuo puncti fluxu lineam, ex fluxu lineae superficiem, ex huius vero flexu solida, seu corpora gigni, et condi aptissime fingitur. Elementa ista, seu linearum, seu superficierum, seu corporum aliquando indivisibilia, mox ab aliis infinitesima, seu differentialia, ab aliis ultimo evanescentia, vel primo nascentia, ab aliis denique fluxiones dici cepta sunt, nomen idoneum nacta explicandae indoli, et naturae huiusmodi elementorum (II, pagina 2). La geometria, nella prospettiva concettuale del secondo volume del De analyseos usu, si pone, dunque, come un tramite necessario tra la fisica e la matematica. Nel trattatello Delle sensazioni del calore, e del freddo (1764) il Belgrado che, assecondando il costume intellettuale del tempo, manifestò convinzioni filosofiche in più passi delle sue opere, elaborò i principi di una gnoseologia e di un’epistemologia delle scienze naturali. La gnoseologia del belgrado è sensistica: le sue fonti culturali sono Locke e d’Alembert, che il Belgrado cita (pagina 6), rivelando, qui come in numerosi altri passi delle sue opere, la propria dimestichezza con la cultura europea. Dove finiscono le impressioni organiche, provocate dall’azione degli obbietti, incominciano le sensazioni animistiche (De analyseo, pagine 4 ss.). Il Belgrado si propone di vedere se e come si possa giungere a un giudizio obiettivo sugli eventi fisici. Il problema è aggravato nel Belgrado non soltanto dalla pregiudiziale sensistica, ma anche da un’intuizione meccanicistica della natura. Gli oggetti sono materia, e forza, e moto, mentre in noi acquistano quasi infinite nature, e forme di luce e di suono, di calore e di freddo, di dolce e d’amaro (pagine 5 s.). Il Belgrado muove da un’affermazione fisiologica, la quale trova largo riscontro nell’anatomia del tempo: Gli organi destinati dalla natura ad accogliere le nozioni degli obbietti sono principalmente le fibre, e tra queste le menome, come quelle, che ad ogni menomo urto, e, per così dire, solletico si risentono, si scuotono, oscillano e propagano l’impressione (pagina 20). Una prima causa di soggettività delle sensazioni è il diverso angolo d’incidenza dello stimolo sulla fibra, che provoca una diversa distensione della medesima fibra. Altra causa di soggettiva percezione dello stimolo è la non perfetta elasticità della fibra, che stenta, quindi, a riprendere lo stato primitivo e si presenta a un secondo stimolo in uno stato abnorme. Queste cause di soggettività delle sensazioni sono passibili di espressione matematica e geometrica, ma tutto ciò non serve al singolo caso. Quindi vieppiù s’avvera il comune dettato, che nelle quistioni fisiche convien disperar del preciso, appagarsi del prossimo, e confessare, che le vedute dell’umana mente son corte (pagina 204). Il secondo scritto scientifico del Belgrado che possiede un’autentica originalità, la Theoria cochleae Archimedis, appartiene al 1767, cioè al periodo successivo al congedo del Belgrado dalla Corte ducale. Secondo il Belgrado, la coclea fu veramente scoperta da Archimede: e ciò egli ritiene possa essere confermato dall’esame approfondito di quello stesso testo di Vitruvio (De architectura, VII, proemio, e IX, 3), che aveva indotto altri a dubitare dell’attribuzione. Il Belgrado procede poi a risolvere il paradosso della coclea mediante l’analisi geometrica della sua struttura e la formulazione matematica del suo funzionamento. La coclea deve essere costituita da un involucro cilindrico, dentro il quale si svolga un elicoide di passo quasi pari al diametro del cilindro, avente al centro un albero intorno al quale possa ruotare il complesso. Il paradosso della macchina, dove l’acqua sale da un livello inferiore, è solo apparente, poiché qui rem ad vivum resecant, et ad trutinam severiorem singula revocant, nihil huiusmodi in ea agnoscunt, quod naturae ingenio non conveniat (pagina 24). Il moto ascensionale di una particella liquida è null’altro che la risultante del comporsi di due moti: quello impressole dalle spire dell’elicoide e quello gravitario.
FONTI E BIBL.: Il Belgrado non è annoverato nel Bollettino di storia delle matematiche del Boncompagni; viene ricordato, invece, nella classica Histoire des mathèmatiques (III, Paris, 1800, 766) di J.E. Montucla, che sottolinea l’importanza della Theoria cochleae Archimedis; G.M. Mazzuchelli, Gli Scrittori d’Italia, II, 2, Brescia, 1760, 626-629; C. Belgrado, Commentario della vita e delle opere dell’abate conte Iacopo Belgrado, Parma, 1795; R.D. Caballero, Bibliothecae scriptorum Societatis Iesu supplementa, Roma, 1814, 93-95; G.B. Ferrari, Vitae virorum illustrium seminari Patavini, Patavi, 1815, 269; C. von Würzbach, Biographisches Lexicon des Kaiserthums Oesterreich, Wien, 1856, I, 238; P. Riccardi, Bibliotheca mathematica italiana, Modena, 1870, coll. 102-105; F. di Manzano, Cenni biografici dei letterati ed artisti friulani, Udine, 1887, 32; M. Danvila y Collado, Reinado de Carlos III, III, Madrid, 1894, 178, 520 s.; L. von Pastor, Storia dei papi, XVI, 1, Roma, 1933, 741, 916, e 2, 207-209; G. Castellani, Contributo di Gaetano Luigi Marini e di Giovanni Fantuzzi alla storia della soppressione dei gesuiti, in Archivum Historicum Societatis Iesu XI 1942, 103-105; Sommervogel, I, coll. 1143-1149; E. Lamalle, in Enciclopedia Cattolica, II, 1949, 1177; F. Rizzi, I professori dell’Università di Parma attraverso i secoli, Parma, 1953, 44, 67 e seg.; V. Cappelletti, in Dizionario Biografico degli Italiani, VII, 1965, 574-578.

BELGRADO JACOPO, vedi BELGRADO IACOPO

BELIARDI, vedi BELLIARDI

BELINO PIETIRO o PIETRO, vedi BELLINI PIETRO

BELLACANNA, vedi MANTELLI LUIGI

BELLACAPPA ANGELO
Parma 13 ottobre 1594-Parma 2 luglio 1651
Nacque dal dottor Febo e da una gentildonna della famiglia Marinoni, di cui si ignora il nome. Affidato fin dall’infanzia all’avo materno Cesare Marinoni, gentiluomo di corte al servizio dei principi di San Secondo, con lui, mentre il genitore era podestà in Fiorenzuola e commissario nei fondi di casa Borromeo, passò i suoi primi anni di vita, fino al dodicesimo. Una volta che fu rimpatriato il padre (che aveva ottenuto la cattedra legale all’Università di Parma), la famiglia si ricongiunse. Il Bellacappa, frequentate le scuole e compiuto il corso di belle lettere, a sedici anni, guidato spiritualmente dal venerando padre Giovanni Balestrazzi di Parma, decise di abbracciare la vita dei Francescani Osservanti. Il 4 ottobre 1610 ne vestì l’abito nel convento delle Grazie, sopra Rimini. Ebbe a maestro di noviziato il padre Aurelio di Rimini. Studiò filosofia in Cortemaggiore, ove trovò precettori cospicui per virtù e dottissimi per scienza. Passò quindi in Bologna allo studio di sacra teologia. Qui pure ebbe eccellenti maestri, tra i quali il padre Celso Zani, fiorentino, autore di opere erudite e che poi fu vescovo di Città della Pieve. Terminati gli studi in Piacenza e raccomandato dal duca Ranuccio Farnese al cardinale Varallo, si portò nel 1615 a Roma. Da Roma ripartì nel 1619 per recarsi, in qualità di lettore di Teologia, prima ad Alessandria, poi a Cortemaggiore e finalmente a Bologna. A Bologna si diede anche alla predicazione evangelica e acquistò fama di uomo dotto e letterato. Durante la fiera peste del 1630, il Bellacappa, uscito dal convento poiché destinato al pubblico lazzaretto, si ritirò invece a Crespolino con Girolamo Grassi e altri cavalieri e poté sfuggire al contagio. Fatta poi rinuncia della cattedra nel 1632, ritornò a Parma, ove resse il convento dell’Annunziata in qualità di Guardiano. L’anno appresso fu eletto Definitore e Visitatore. Per il periodo in cui fu Guardiano dell’Annunziata, si sa che nel 1632 pose mano alla fabbrica del braccio di Convento che s’innalza tra il claustro e il cortile rustico e che fece fare la campana maggiore della torre, sulla quale stanno scolpite due immagini, la Madonna col Bambino in braccio e San Francesco in atto di ricevere le Stimmate, e sotto la seguente scritta: P. Angel. Bellacappa L. Theol. Gen. Et Guard. F. F. Anno MDCXXXII. Il Capitolo fratesco del padre Sebastiano Chiesa, gesuita, lo annovera tra quei claustrali che ai suoi giorni erano più noti per fama. Il padre Fernando di Bologna lo ritenne uomo di grande stima nella teologia scolastica e di grido nella predicazione. Il Bellacappa fu anche Esaminatore sinodale.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie delgi scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 193-194; G. Picconi, Uomini illustri francescani, 1894, 76-79.

BELLARDI, vedi BELLIARDI

BELLEDI ANNA, vedi BARILLI ANNA

BELLELI GIACOMO
Parma XVI/XVII secolo
Poeta che deviò dal buon gusto e si mise a seguire la scuola Marinesca, amante di novità.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3-4 1959, 198.

BELLENTANI EMILIO
Bedonia 1863-Bedonia 1937
Sacerdote e docente di lettere, durante gli anni in cui fu curato nella parrocchia di San Pietro a Piacenza (1894-1899), fondò e diresse una corale che divenne famosa in città, esibendosi ovunque e rivelando, tra l’altro, le doti del futuro tenore Italo Cristalli. Il repertorio di questo complesso era quasi interamente di sua composizione. Trasferito nel 1899 come docente di lettere al seminario di Bedonia, vi insegnò fino alla morte. Anche qui fondò una società corale, che si esibiva durante le funzioni solenni con le composizioni del Bellentani. Nel Carnevale del 1900 musicò alcune parti di un dramma sacro, che venne rappresentato con successo.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

BELLENTANI GIOVANNI
Nizza Marittima 3 febbraio 1863-Dogali 26 gennaio 1887
Figlio del generale Vincenzo e di Teresa Bovis. Nato da famiglia parmense, trascorse a Parma la maggior parte della gioventù. Fu incline più alla vita avventuraosa che allo studio. A dieci anni, trovandosi ad Albenga, fuggì per qualche giorno sul mare con altri coetanei e solo a stento i familiari poterono ricondurlo a casa. Due anni dopo entrò nella Scuola di Marina Militare a Napoli, viaggiando poi a bordo della nave scuola in Oriente, Spagna, Francia e Inghilterra. Al ritorno abbandonò Napoli per passare alla Scuola di Livorno, completando gli studi militari in quella di Modena, da dove uscì ufficiale di cavalleria. Chiese allora di essere inviato in Colonia (Massaua), progettando viaggi nell’interno dell’Africa. Ma la guerra in Abissinia lo distolse da ogni progetto avventuroso. Nella gloriosa giornata di Dogali combatté da prode. Decimato il proprio reparto (41° Reggimento Fanteria), continuò a combattere sino all’ultimo, facendo fuoco sul nemico col proprio fucile. Ferito al braccio sinistro, trovò ancora la forza di scaricare la rivoltella contro gli Abissini che avanzavano. Impugnò quindi la spada con la quale ferì al collo un capo etiopico che portava un collare di pelo con piccoli sonagli, in segno di dignità e di comando. Circondato infine dai nemici soverchianti e mortalmente ferito al fianco sinistro, il Bellentani cadde senza un lamento, con l’arma ancora stretta nel pugno destro. Morì dopo diverse ore d’agonia. Gli venne concessa la medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Per la splendida prova di valore data nel combattimento del 26 gennaio 1887 a Dogali. Il Bellentani fu il primo ufficiale di Parma caduto per la conquista dell’Impero e fu ricordato nella lapide che il Comune di Parma eresse nel Palazzo Civico a memoria dei prodi che s’immolarono in battaglia.
FONTI E BIBL.: Parmensi nella conquista dell’Impero, 1937, 41-42.

BELLENTANI GUIDO
Torrile 1862-Parma 28 febbraio 1941
Nato da povera famiglia, si trasferì a Roma all’epoca dello sviluppo della fine del XIX secolo e fece fortuna nel campo dell’edilizia. Appassionato della musica e del canto, quando nel 1921, assieme alla soppressione del Convitto musicale di Parma, fu ventilata quella del Conservatorio stesso, visitò a Roma, dove risiedeva, tutti i Parmigiani autorevoli affinché, tramite relazioni personali, contribuissero a scongiurare il pericolo. Da quella data ogni suo tentativo fu teso alla riapertura del Convitto. Senza legami familiari, liquidate per l’età le sue varie attività, ritornò a Parma con una notevole sostanza e divenne assiduo frequentatore dei concerti. Alla morte, lasciò il Conservatorio di Parma erede del suo patrimonio affinché, con le rendite, fossero istituite delle borse di studio (le più ricche in Italia) che attirassero i giovani a studiare canto.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 123-124.

BELLENTANI VINCENZO
Sorbolo 5 aprile 1824-post 1894
Nel 1847 fece parte, coll’esercito parmense, del corpo d’operazione in Lombardia. Partecipò da sottufficiale alla campagna del 1848 e, promosso sottotenente nel 23° fanteria delle truppe lombarde, prese parte alla campagna del 1849 e alla spedizione d’Oriente (Crimea) del 1855-1856. Si distinse nella campagna del 1859 meritandosi una medaglia di argento al valore nel fatto d’armi di Palestro e riconfermò brillantemente il suo eroismo nella campagna di Ancona e Bassa Italia (1860-1861), durante la quale si guadagnò una medaglia di bronzo al valore per la presa di Perugia e l’assedio di Ancona e la croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoja per la presa di Capua. Fu insegnante alla Scuola Militare di Modena (1862-1866), e prese parte, quale capitano addetto al quartier generale principale, alla campagna del 1866. Promosso Colonnello (1878), comandò il 46° e il 64° Reggimento Fanteria, dopo aver trascorso due anni nell’arma dei carabinieri reali quale comandante della Legione Torino e della Legione Allievi. Collocato in posizione ausiliaria a sua domanda (1885), raggiunse nel 1894 il grado di maggiore generale nella riserva.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia Militare, 1925, 166; P. Schiarini, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1930; A. Ribera, Combattenti, 1943, 56.

BELLETTI ALBERTO
Parma 1890-1910
Lavorò come Capomastro ai restauri della chiesa di Vicofertile (1910) insieme all’architetto Lamberto Cusani. Fu uno dei firmatari del plebiscito contro i restauri collamariniani della chiesa della Steccata di Parma.
FONTI E BIBL.: Gli anni del Liberty, 1993, 155.

BELLETTI BERNARDINO, vedi BELLETTI FERDINANDO

BELLETTI CAMILLO
Collecchio 1900-Parma 1962
Ordinato sacerdote nel 1926, fu cappellano vescovile, mansionario della Cattedrale di Parma, rettore, insegnante ed economo del seminario di Berceto, dove rimase fino al 1931. Fu quindi parroco di Mariano. Dal 1934 al 1944 fu cappellano delle carceri di San Francesco a Parma, ove si sforzò di alleviare le sofferenze dei reclusi, in particolare di quelli incappati nelle ire dei nazifascisti. Assisté fino all’ultimo i valorosi ammiragli Inigo Campioni e Luigi Mascherpa, fucilati il 24 maggio 1944. Nello stesso anno venne chiamato a reggere la parrocchia di Sant’Alessandro in Parma. Fu direttore dell’Ufficio missionario diocesano (dal 1926 al 1929), segretario dell’Ufficio catechistico (dal 1934 al 1947) e cappellano onorario dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio. Insegnò per un trentennio alle scuole Romagnosi e Parmigianino di Parma.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 42.

BELLETTI FERDINANDO
Parma 1831
Fu uno di coloro che in Parma il 13 febbraio 1831 disarmarono le truppe del Ducato. Figurò perciò nell’elenco degli inquisiti di Stato con requisitoria.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, I patrioti parmensi del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 142; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 126-127.

BELLETTI FRANCO
Collecchio 1937-Collecchio 30 maggio 1998
Dopo la laurea conseguita al Politecnico di Milano nel 1963 intraprese la libera professione dedicandosi alla realizzazione di edifici residenziali: dalla casa unifamiliare al condominio. Contemporaneamente estese i suoi interessi culturali al campo della ricerca sistematicamente orientata allo studio della città antica e moderna, traendo spunti dai grandi piani proposti da Le Corbusier. Alcuni anni dopo il Belletti fu attivo nel Comune di Parma in veste di dirigente del settore urbanistico, ruolo che lo vide impegnato nel decennio 1978-1988, dimostrando una notevole competenza. Nel quadro della sua attività spiccano il progetto di sistemazione dell’area settentrionale del centro storico comprendente il monumento a Vittorio Bottego, il disegno, particolareggiato per la riorganizzazione del piazzale Santa Croce (porta storica della città) e la sistemazione del settore antico di Viale Piacenza. Notevole fu il suo contributo alla progettazione e organizzazione del Piano di edilizia popolare Emilia-Sud. Raggiunto il pensionamento, riprese nella sua residenza di Collecchio l’attività professionale, mantenendo i rapporti con gli uffici comunali quale membro della Commissione edilizia.
FONTI E BIBL.: G. Capelli, in Gazzetta di Parma 30 maggio 1999,28.

BELLETTI LUIGI
Parma-Mazaleon 30 marzo 1938
Figlio di Giuseppe e di Rosa Pecorari. Camicia nera del 538° battaglione Camice Nere, fu decorato con medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: In una pericolosa azione scattava audacemente avanti incurante del fuoco micidiale delle mitragliatrici nemiche. Rimasto gravemente ferito continuava a trascinarsi verso le posizioni avversarie finché esausto, cadeva a terra esprimendo il suo rammarico per non poter continuare a combattere contro i nemici del Fascismo. Per non distogliere dal combattimento i compagni rifiutava le prime medicazioni, esortandoli a proseguire nella lotta. Studente universitario, elemento pieno di esuberante entusiasmo e di pura fede fascista si distinse sempre in ogni precedente azione.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Eroismo dei legionari, 1940.

BELLETTI RINALDO
Collecchio 1836/1858
Fu eletto sindaco di Collecchio l’11 ottobre 1848 e dispensato il 27 luglio 1849. Fu consigliere anziano tra il 14 maggio 1836 e il 15 dicembre 1858 e deputato d’acque e strade tra il 28 luglio 1842 e il 24 novembre 1857.
FONTI E BIBL.: Indice analitico ed alfabetico della Raccolta generale delle leggi per gli Stati Parmensi degli anni 1846 al 1850, VIII, Parma, 1853, 119; Malacoda 8 1986, 35.

BELLETTI ROMEO
Sissa 1899-Rio Baboso. Piana di Sernaglia 27 ottobre 1918
Figlio di Ferdinando. Fante del 4° Reggimento Fanteria, fu decorato con la medaglia d’argento al valore militare, con la seguente motivazione: Visti reparti nemici che si avvicinavano alla nostra linea, di slancio si gettava contro di essi. Soverchiato dal numero, resisteva con mirabile tenacia finché cadde colpito a morte.
FONTI E BIBL.: Bollettino ufficiale, 1919, Dispensa 34, 2387; Decorati al valore, 1964, 116.

BELLETTI ROMEO
Corniglio-Corniglio 1966
Fu appassionato raccoglitore di materiale storico e folcloristico.
FONTI E BIBL.: La morte a Corniglio del cav. Romeo Belletti, in Gazzetta di Parma 19 aprile 1966; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 94.

BELLI ANTONINO
Parma 14 maggio 1826-Corrientes 24 settembre 1902
Sacerdote e musicista. Vestì l’abito dell’Ordine Francescano il 15 giugno 1844 e nel 1848 fu fatto sacerdote. Fu professore nel Collegio dei Francescani dall’11 dicembre 1854. Partì per l’Argentina come missionario, seguendo padre Adriano da Carmagnola, il 12 dicembre 1860. Passò molto tempo nella provincia di Corrientes, nel cui collegio per quarantadue anni insegnò musica e compose opere di carattere religioso.
FONTI E BIBL.: Biblioteca di Terrasanta, XIII, 1930, 403; Gazzetta di Parma 3 luglio 1989, 3.

BELLI ANTONIO
Langhirano 1907-Parma 1961
Laureato in Giurisprudenza a Parma, si specializzò in Germania. Tornato a Parma, mosse i primi passi della carriera a fianco del professor Aurelio Candian e ne diventò uno degli allievi preferiti. Acquistò una vasta cultura professionale, che abbinò a un innato senso di profonda umanità. Fu segretario e poi presidente dell’Ordine forense parmigiano.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 42.

BELLI ANTONIO, vedi anche BELLI ANTONINO

BELLI ANTONIO ASCANIO
ante 1677-Parma post 1696
Sacerdote, si distinse come cantante (contralto). Venne accettato alla Corte Farnese di Parma nel giugno del 1677 e alla chiesa della Steccata nel novembre dello stesso anno, ove lo si trova soltanto fino all’ottobre del 1678. Quantunque fosse investito di un beneficio suddiaconale della Cattedrale di Parma (15 dicembre 1681), continuò tuttavia a prestare servizio nella cappella di Corte. Ritornò di nuovo alla Steccata dal 1692 al dicembre del 1694. Cantò in più occasioni nei Teatri ducali. Sostenne la parte di Amalasunta figlia della regina, sotto il nome di Elmira, in Amalasonta in Italia, (Teatro del Collegio dei nobili, 1680) e in Età dell’oro (Nuovo Teatrino di Corte,  1690). Cantò anche in Amor spesso inganna e nel Massimino (1689). Alla Corte Farnese lo si trova in Parma fino al 3 marzo 1696, quando passò, come si legge nei Ruoli Farnesiani, alla Religione de’ PP. della Congregazione di S. Filippo Neri, ove finì i suoi giorni. Cinque sue lettere si conservano nella Biblioteca del liceo musicale di Bologna. Il 12 giugno 1687 venne ascritto tra i soci della prestigiosa Accademia Filarmonica di Bologna.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruoli Farnesiani, 1671-1682, fol. 302, 1683-1692, fol. 68, 402; 1693-1701, fol. 78; Archivio della Steccata, Mandati 1677-1678, 1691-1695; Benefit. et Benefitiat. Comp., fol. 112; G. Gaspari, vol. I, 149; P.E. Ferrari, 30; L. Balestrieri, 121, 122, 124; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 136.

BELLI ASCANIO, vedi BELLI ANTONIO ASCANIO

BELLI DOMENICO
Parma-Firenze post 1619
Non si conosce con precisione di questo compositore né il luogo né la data di nascita, né si possono avanzare delle supposizioni per la mancanza assoluta di documenti. La notizia che fosse al servizio del Duca di Parma è riportata dal Fétis il quale, però, non specifica il periodo. Così pure l’ipotesi di una presunta origine parmense del Belli, formulata dal Della Corte, non trovò alcuna conferma nelle ricerche del Pelicelli. Dal 1610 al 1613 il Belli fu maestro del coro nella chiesa di San Lorenzo a Firenze, succedendo in tale carica a Marco da Gagliano. Nel 1616 a Venezia uscì del Belli Il primo libro dell’Arie a una e a due voci per sonarsi con il Chitarrone (una esecuzione moderna, a cura del Tirabassi, delle arie Occhi belli e Giorni fugaci avvenne il 3 maggio 1913 alla sala Erard di Bruxelles). Nello stesso anno venne rappresentata a Firenze, nel palazzo della Gherardesca di proprietà dei Rinaldi, l’Aminta di Torquato Tasso, di cui il Belli compose la musica degli intermedi (Orfeo dolente. Musica di Domenico Belli Diviso in cinque Intermezzi con li quali il Signor Ugo Rinaldi ha rappresentato l’Aminta, Favola boschereccia del Signor Torquato Tasso, Venezia, Ricciardo Amadino, 1616). L’opera è dedicata allo stesso Ugo Rinaldi il quale, insieme con altri amici, partecipò come attore alla recita. L’autore del testo (che ha per titolo Il lamento di Orfeo) è sconosciuto. Tuttavia è da notarsi che tutto il primo e il secondo intermedio e il primo canto di Orfeo del terzo intermedio coincidono con la prima, la seconda e con il principio della terza scena de Il pianto di Orfeo di G. Chiabrera (forse scritto nel 1608 e pubblicato tra le sue Favolette da rappresentarsi cantando, Firenze, Zanobi Pignoni, 1615) e poche differenze si notano per il resto. Il Solerti ha proposto due ipotesi: il testo fu ampliato dallo stesso Chiabrera, ed è questa l’ipotesi verso la quale egli propende, ovvero il belli diede ad altri l’incarico di ampliare la favoletta scritta dal Chiabrera nel 1608 (cfr. Musica, ballo, p. 376). La trama dell’opera non presenta tuttavia caratteri di originalità. Per quanto riguarda la parte musicale è da notarsi anzitutto l’eccezionalità del basso che è cifrato. I ritornelli sono affidati a un quartetto di viole, mentre l’orchestra probabilmente comprendeva anche l’intera famiglia dei liuti e uno o due clavicembali. In tutta la partitura (di cui si conserva una sola copia nella Biblioteca pubblica di Breslavia) predomina il nuovo stile monodico del recitar cantando che si andava rapidamente affermando in quel tempo. Sia le Arie sia l’Orfeo furono dal Belli inviati a Firenze in dono al duca Ferdinando di Mantova con una lettera dell’11 giugno 1616 (in Ademollo, La bell’Adriana), assai significativa per la sobria difesa che egli fa delle sue opere che sembra avessero acquistato fama di rendersi difficili et incantabili, causa attribuita ai Bassi, che suonano, per essere molto serrati di crome. Forse non è da escludersi, secondo il Tirabassi, che alla novità e alle difficoltà di esecuzione si potesse aggiungere una certa rivalità tra il Belli e i musicisti della coeva Camerata fiorentina dei Bardi, ove si consideri che Giovan Battista Doni, lo storico e teorico musicale fiorentino del tempo, non fa alcun accenno nei suoi numerosi scritti sulla musica scenica all’Orfeo del Belli. Il 9 marzo 1617 l’arciduca Leopoldo d’Austria fu presente a una rappresentazione in casa Rinaldi, dove venne eseguita da giovani nuovi accademici, detti li Storditi, una pastorale con cinque o sei intermedi, secondo quanto narra Giulio Caccini in una lettera al segretario granducale Andrea Cioli del 10 marzo 1617, unica e vivace memoria di questo avvenimento (Solerti, Musica, ballo). Gli intermedi furono L’Andromeda, favola marittima composta in versi da Iacopo Cicognini e in musica dal Belli. La grandiosa scenografia fu opera di Cosimo Lotti. Presero parte all’esecuzione anche due allievi del Belli, rimasti, però, sconosciuti. Continua il Caccini: La musica poi fu tale che conforme alle passate, le quali hanno fatto sempre parere tediosa qualsivoglia favola, quantunque ben recitata, che meglio di questa non si potea né si può desiderare: questa ha auto tanto di varietà per l’invenzione e la dolcezza dell’armonia sempre accompagnata da varietà di strumenti, che realmente Maestro Domenico Belli autor di essa, può gloriarsi di aver mostrato quanto possa l’arte della musica accompagnata col giudizio. Ambigue parole di lode che suggerirebbero una conferma alla presunta rivalità del Belli con i musicisti della Camerata. Il 19 settembre 1619 il Belli fu, con sua moglie, ufficialmente accolto nella Corte dei Medici. Dopo questa data non si hanno di lui altre notizie né si conoscono il luogo e l’anno della sua morte. Tuttavia, mentre il primo può dirsi, con ogni probabilità, a Firenze, il secondo, invece, ha dato luogo a controversie. Il Tirabassi, infatti, ritiene che il Belli fosse più anziano del Caccini e di I. Peri, sia per il carattere più arcaico della sua musica, sia per il fatto che nel frontespizio del suo Orfeo il Belli usa come formula di riguardo per il poeta Tasso l’apposizione Signor. Ricordando che comunemente l’appellativo signore era usato solo per persone viventi e che il Tasso era morto nel 1593, desume che la prima edizione dell’opera doveva essere anteriore a questa data e che la stampa del 1616 doveva costituire una seconda edizione. Ma l’ipotesi del Tirabassi appare infondata, poiché l’apposizione di cortesia (Signore) era usata per persone sia viventi sia defunte, come risulta da gran numero di dediche e d’altri scritti (A. Della Corte-G. Pannain). Figura certamente non di secondo piano nella storia degli inizi del melodramma, il Belli si distingue con una sua affermata personalità anche nella copiosissima produzione lirica del tempo. Pronto a cogliere e a rendere notevolmente il senso drammatico, egli riesce più efficace laddove l’incisività e la limpida nettezza delle sue raffinate armonie e delle sue modulazioni (di sapore talvolta arcaico) hanno modo di esprimere sentimenti potenti. Duttilità, sveltezza e libertà straordinarie, riguardo al passato, si notano nella condotta dei suoi bassi continui e così pure la sua spiccata originalità si manifesta nel campo della tonalità e della ricerca formale. Si veda, per esempio, l’aria Occhi belli a me sereni, che nel Dizionario del Grove è ricordata come a notable early exemple of the strophic-bass aria, with refrain and ritornello in addition, e l’aria Anima peccatrice, in cui l’eco, questa forma che nei primi tempi del nuovo stile era ancora qualcosa di abbastanza raro e limitata soltanto nei pezzi a più voci, viene usata dal Belli invece per una monodia a una voce, nella quale, come nel precedente madrigale e nell’opera coeva, assume il ruolo di un interlocutore, con risposte di moda interpretate diversamente (scontento-contento, mai-ai; cfr. Schmitz). Le esecuzioni moderne dell’Orfeo del Belli (dato una prima volta nella trascrizione del Tirabassi a Bruxelles il 3 marzo 1926 insieme con una versione francese dell’Aminte a cura di A. de Rudder, pubblicate l’anno dopo, e una seconda volta alla Radio Italiana l’8 febbraio 1951 nella trascrizione di G.F. Malipiero), che ebbero il sapore della preziosa riscoperta, dimostrarono il valore e la vitalità dell’opera del Belli.
FONTI E BIBL.: A. Ademollo, La bell’Adriana ed altre virtuose del suo tempo alla corte di Mantova, Città di Castello, 1888, 61, 216; E. Vogel, Marco da Gagliano, in Vierteljahrsschrift für Musikwissenschaft, V 1889, 534; A. Solerti, Vita di T. Tasso, I, Torino, 1895, 658, nota; A. Solerti, Gli albori del melodramma, III, Milano, 1905, 89 ss.; A. Solerti, Musica, ballo e drammatica alla corte medicea dal 1600 al 1637, Firenze, 1905, 106, 128, 375-391; A. W. Ambros, Gesch. der Musik, IV, Leipzig, 1909, 797- 803; E. Schmitz, Gesch. der Kantate und des geistlichen Konzerts, Leipzig, 1914, 16, 32, 48 s., 50; N. Pelicelli, Musicisti in Parma nel sec. XVII, in Note d’Archivio per la Storia Musicale X 1933, 4, 319; A. Tirabassi, The oldest opera: Belli’s Orfeo dolente, in The Musical Quart. XXV I 1939, 26-33; M.F. Bukofzer, Musica in the Baroque Era from Monteverdi to Bach, New York, 1947, 29, 36, 53, 60 s.; A. Della Corte-G. Pannain, Storia della musica, I, Torino, 1952, 424-426, 639, 642; F.J. Fétis, Biographie universelle des musiciens, I, Paris, 1860, 326; G. Grove’s Dict. of Music and Musicians, I, London, 1954, 606 s.; Enciclopedia dello Spettacolo, II, coll. 196 s.; Enciclopedia della Musica Ricordi, I, Milano, 1963, 224; Dizionario biografico degli Italiani, VII, 1965, 650.

BELLI ERNESTO
Parma 1848
Patriota. Prese parte ai moti del 1848 in Parma.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 101.

BELLI FRANCESCO
Busseto 1767
Falegname, nel 1767 realizzò i serramenti per il Monte di Pietà di Busseto.
FONTI E BIBL.: Archivio Monte Busseto, Filze pagamenti, 1766-1769; Il mobile a Parma, 1983, 260.

BELLI PIERINA
Croce Santo Spirito 1883-Croce Santo Spirito 13 giugno 1977
Fu una delle figure più rappresentative del movimento cattolico della diocesi di Borgo San Donnino, presente e attiva anche ai vertici dell’Azione Cattolica nazionale. Si votò giovanissima all’apostolato e fu tra coloro che nel 1908 guidarono con Armida Barelli i primi passi dell’Unione Donne d’Azione Cattolica, promuovendo la costituzione e l’affermazione degli altri rami dell’associazionismo cattolico (la Gioventù femminile nel 1918). Operò anche al fianco di padre A. Gemelli per la fondazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, della quale fu sempre assidua sostenitrice. Insieme a molti incarichi di fiducia, i vescovi della sua diocesi le affidarono per molti anni la presidenza della Gioventù Femminile, delle donne e dei fanciulli e, in tal modo, ebbe la possibilità di collaborare a livello nazionale con Maria Cristina Giustiniani Bandini. Con eguale sollecitudine si dedicò all’Opera per le Vocazioni ecclesiastiche e al seminario, senza trascurare un’intensa attività caritativa. Per queste attività nei vari rami dell’Azione Cattolica, papa Pio XI la decorò della croce Pro Ecclesia et Pontifice, riconoscimento che il cardinale E. Pacelli, segretario di Stato, definì quanto mai meritato. Negli anni della seconda guerra mondiale, così come aveva fatto in quelli della prima, si prodigò senza soste per l’assistenza alle famiglie dei caduti e di tutti i soldati e per questa opera fu decorata di medaglia d’oro. Nel dopoguerra si dedicò alla ripresa della vita civile e alla riorganizzazione dell’Azione Cattolica diocesana. Incurante del peso degli anni, continuò il suo apostolato finché le forze la sostennero. Si spense a 94 anni, lasciando un generale rimpianto, anche fuori della cerchia del mondo cattolico fidentino.
FONTI E BIBL.: Molte lettere della Belli e tracce consistenti della sua attività sono nell’Archivio della Curia vescovile di Fidenza. Un profilo biografico è nella Enciclopedia Diocesana Fidentina, a cura di D. Soresina, Fidenza, 1972, II, 51-55; G. Pattonieri, in Dizionario storico del Movimento Cattolico, III/1, 72-73; Gazzetta di Parma 3 marzo 1999, 25.

BELLI PIETRO
Borgo Taro 21 giugno 1780-post 1831
Figlio di Tommaso, fu volontario al servizio italiano dal 10 maggio 1800, Sottotenente dal 27 gennaio 1812 e Tenente dall’11 settembre 1813. Nel 1814 fu Tenente del Reggimento Maria Luigia di Parma. Fu quindi Aiutante al Comando del Forte di Compiano dal 16 aprile 1824. Fece le campagne del 1808-1811 in Spagna, dove fu ferito alla testa alla battaglia di Valls in Catalogna, e quella del 1815 a Napoli. Fu cancellato dai ruoli con decreto 15 marzo 1831, mentre era Tenente di piazza a Colorno, per l’atteggiamento tenuto durante i moti di quell’anno. Chiese, inutilmente, con lettera datata 3 marzo 1831 da Colorno un impiego di attività osservando che esso intende essere utile alla causa comune, che la sua maniera di pensare non ha mai cangiato né cambierà giammai, che in questa circostanza i di lui concittadini possono testificarlo. Dice che il sig. Colonnello Fedeli lo assicurò di averlo proposto a Comandante di piazza a Parma. Desidera d’allontanarsi da Colorno ove lo spirito di quel paese, al dir d’esso, è contrario alla causa comune.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Comm. di Guerra e Isp. Genio e Artiglieria, Matricola, 1814; A. del Prato, L’anno 1831, 1919, XV; E. Loevison, Ufficiali, 1930, 15; O. Masnovo, La missione a Parma di G. Pagani, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1933, 147; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 144.

BELLI SALVATORE
Parma 19 gennaio 1822-post 1893
Sottotenente nelle Truppe Parmensi (1847), partecipò alla campagna del 1848 nei ranghi del corpo di operazione di Lombardia e alla campagna del 1849 quale tenente nel 23° Reggimento Fanteria della divisione lombarda. Nella battaglia di San Martino ebbe una medaglia d’argento al valor militare. Si distinse nella spedizione di Crimea del 1855-1856 meritandosi una medaglia di bronzo al valore nel fatto d’armi della Cernaia e, dopo aver preso parte col grado di capitano alla campagna del 1859, riaffermò il suo valore nell’assedio di Gaeta (1860) dove si guadagnò la croce di cavaliere dell’Ordine Militare di Savoja. Partecipò quindi da maggiore alla campagna del 1866 e, promosso colonnello (1873), ebbe il comando del distretto militare di Lecce. Collocato a riposo nel 1875, raggiunse nel 1893 il grado di maggiore generale nella riserva.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia Militare, II, 1925, 166-167; P. Schiarini, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1930; A. Ribera, Combattenti, 1943, 56.

BELLIARDI CARDINO, vedi BELLIARDI GARDINO

BELLIARDI ERCOLE
ante 1572-Parma post 1604
Dottore in leggi (fu assunto nel Collegio dei giudici di Parma nel 1572), fu canonico assai stimato della Cattedrale di Parma e a lungo tenuto in grande pregio. Non seppe però mantenere il credito che aveva acquistato e cadde in molte disavventure, tanto che fu privato del Canonicato e per alcuni anni andò ramingo con non poco disonore. Col favore del duca Ranuccio Farnese, ritornò a Parma e fu utilizzato in alcuni uffici (il 14 aprile 1600 fu nominato governatore di Altamura, il 30 giugno 1601 commissario di Borgo Taro e il 26 settembre 1604 podestà di Fiorenzuola), nondimeno non recuperò mai interamente la reputazione perduta. Morì in tarda età.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 48-49; M. de Meo, in Gazzetta di Parma 8 marzo 1999, 25.

BELLIARDI GABRIELE
Parma 1494/1514
Nobile di Parma, fu cavaliere di giustizia dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Nel 1514 si trasferì con la famiglia a Senigallia.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 20; M. de Meo, in Gazzetta di Parma 8 marzo 1999, 25.

BELLIARDI GARDINO
Parma seconda metà del XV secolo-1532
Fonditore di campane operante nella seconda metà del XV secolo e nella prima metà del Cinquecento. Nel 1506 realizzò le campane del Monastero di San Martino dei Bocci o Valserena e l’anno seguente rifuse quella di San Leonardo. È forse lo stesso che nel 1507 prese part e alla ricostruzione del bastione di Porta Nuova e nel 1510 alla costruzione di fortificazioni in Codeponte a Parma.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 49; M. de Meo, in Gazzetta di Parma 8 marzo 1999, 25.

BELLIARDI GEROLAMO
Parma 1499
Si laureò in legge il 25 agosto 1499 e fu poi un celebre giureconsulto.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 33.

BELLIARDI GIOVANNI
Parma 1492 /1501
Verso il 1492 eseguì decorazioni in cotto per l’Ospedale di Parma. È ignoto ogni altro dato riguardante questo ceramista ma è probabile trattarsi di artista locale, dato che a Parma l’industria delle terrecotte era in quell’epoca fiorente. Il Belliardi fu anche capomastro muratore.
FONTI E BIBL.: C. Baroni, Le ceramiche italiane minori al Castello Sforzesco di Milano, Milano, 1934; Minghetti, Ceramisti, 1939, 224.

BELLIARDI GIROLAMO
Parma-Parma 1562
Fratello di Latino, fu canonico della Cattedrale di Parma. Fu sepolto nella chiesa di San Quintino in Parma.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 68.

BELLIARDI GREGORIO
Parma seconda metà del XV secolo
Fonditore operante nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 47.

BELLIARDI LATINO
Parma-Parma 1547
Figlio del dottore di leggi Giorgio, nipote di Gerolamo e cugino di Pascasio. Studiò Belle Lettere, Filosofia, Teologia e Legge. Fu poi eletto canonico della Cattedrale di Parma. Nel 1525 fu consacrato da papa Paolo III vescovo di Costanza. Fu inoltre amministratore suffraganeo della Diocesi di Parma, prima del cardinale Alessandro Farnese e poi del cardinale Guid’Ascanio Sforza. A lui Giorgio Anselmi dedicò il VII libro degli Epigrammi, come a Pascasio Belliardi aveva dedicato il III. Il Belliardi si dilettò di poesia: amava leggere le commedie di Terenzio e di Plauto e anch’egli compose in prosa e in versi, non solo in latino ma anche rime in volgare, oltre a un lunghissimo carme in onore del santo vescovo di Parma, il cardinale Bernardo degli Uberti. Fu sepolto nella chiesa di Sant’Uldarico in Parma.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 266; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 271; Aurea Parma 1 1959, 12.

BELLIARDI MARCO
Parma 1490
Studioso di leggi. Curò, a quanto sembra, la stampa del Quintum volumen consiliorum Divi Alexandri Tartagni imolensis, impresso da Platone de’ Benedetti in Bologna nel 1490 in folio. Nell’ultima carta di questo volume sta una lunga nota, che contiene anche la data, sotto la quale si leggono le parole: Marcus Belliardus Parmen. Una parte di questa nota è riferita dall’Audiffredi (a f. 73 dello Spec. Edit. Ital.), il quale a proposito del Belliardi dice: Marcus autem Belliardus, cuius nomen infra subscriptione legitur, quique in ipsa subscriptione studiosos juris ad lectionem operis hortatur, in quo nihil esse profitetur, quod non ipsum Tartagnum auctorem habeat, ex cujus originalibus in eius armariis asservatis desumptum est quidquid in eo continetur, editionis ipsius curam gessisse videtur.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 451.

BELLIARDI MELCHIORRE
Parma XV secolo/1532
Fonditore di campane. A Milano nel 1532 fuse la campana chiamata Ugolina con rilievi di santi. Operava già alla fine del XV secolo.
FONTI E BIBL.: A.M. Bessone, Scultori e Architetti, 1947, 56.

BELLIARDI NICOLA
Parma 1471
Fu Podestà di Mondolfo nel 1471.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 20.

BELLIARDI ORAZIO
Parma-post 1578
Canonico, abitava dove poi fu costruito il palazzo Bolla (borgo Felino 27). Nel 1578, come risulta dalla dedica di Giorgio Mainero nel Primo libro de’ balli, ospitò nel suo nobil Casino Mag.ci Accademici Philarmonici. L’Accademia, come si deduce dalla dedica stessa, funzionava già da diversi anni. Il Mainero insiste poi nella captatio benevolentiae nei riguardi del Belliardi, in quanto il primo ballo fu intitolato La Billiarda.
FONTI E BIBL.: L. Gambara, Palazzi, 376; N. Pelicelli; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

BELLIARDI PASCASIO
Parma 1467-Parma 9 giugno 1528
Fu canonico della Cattedrale di Parma e Protonotario Apostolico. Nel 1503 dal pontefice Pio III fu eletto suo Segretario, con animo di farlo Cardinale. Ma il breve pontificato di soli ventisei giorni glielo impedì. Fu tanto lo sconforto del Belliardi per simile perdita, che durava ancora vivissimo nell’anno 1517, quando Peregrino Solari gli dedicò il suo moralizzamento delle Metamorfosi ovidiane, stampato col titolo P. Ovidii Nasonis Metamorphoseos libri moralizati. Nella sua Epistola dice il Solari: Cum imposueris intervallum jam tuis fesso negociis animo, et cum alio eris ocio litterario vacuus, tunc eundem accipere in manibus poteris, ut lassum longe ingenium et membra refoveas ejus salibus et jocis, utque moerori, quem ex morte Pii tertii Pontificis; cujus eras carissimus Secretarius aliquod lenimentum non solum animo ex doctrina et dulcedine Poetae; verum etiam oblecamenta exhibeas e pictura. Non potendo più contare su quel mecenate, il Belliardi ritornò a Parma dove era molto stimato per la sua dottrina: i dotti parmigiani del tempo, l’Ugoleto, il Grapaldo e l’Anselmi, lo rispettavano grandemente. Al primo, nel 1507, il Belliardi volle divenire compare tenendogli a battesimo una bambina. Al secondo diresse un suo leggiadro endecasillabo, quando volle stampare nel 1505 i suoi Salmi Penitenziali, cui il Grapaldo, compiaciuto, rispose in questo modo: Quod doctus, quod amans nostri es, Flamenque Dialis, Sacra, ut Aristarco, scripta legenda dedi. Laudas: utcumque est: parvi non pendere possum. Laus a laudato certior ore venit. Al terzo fu ugualmente stretto di amicizia e anche da lui ottenne lodi, talché in uno dei suoi epigrammi lo chiama Qui probus es et humanus, Et optimus rerum aestimator et judex. È certo che il Belliardi doveva aver composto delle opere: l’Anselmi gli dedicò infatti il libro XII degli Epigrammi, colla speranza di essere anch’egli nominato nei libri di lui: Nudas, inanes, futiles, et insuaves Tibi Belliarde dedicavimus Musas, Quibus in te amorem nosceres meum, et mentem Ex hoc amares tu quoque invicem nostram, Tvisque misceres meum libris nomen, Senecta ne me premeret, ac meo ne essem Non funeri superstes atra postfata, Doctas volarem et vivus ad virorum aures. La maggior parte di queste opere furono probabilmente eleganti poesie latine, onde da Tranquillo Molossi fu acclamato Paschasi pater elegantiarum. Il Belliardi fu uno dei fabbricieri della Cattedrale di Parma e sotto la sua amministrazione nell’anno 1522 fu data a dipingere la cupola del Duomo ad Antonio Allegri da Correggio. Forse morì di peste. Nel Duomo di Parma, dove fu sepolto, si trova questo epitaffio: Pascasio Belliardo civi canonicoq. parmen. protonot. apostol. svmma in devm ac patriam pietate incredibili in omnes officio. antonivs amantiss. frater pos. vixit. ann. LXI. obiit no. ivn. MDXXVIII.
FONTI E BIBL.: Da Erba, Compendio, ms.; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 264-266; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, VI/2, 1827, 451; Aurea Parma 41 1957, 104.

BELLIARDI PRETE
Parma 1512/1516
Assieme ai fratelli Prospero, Palino e Matteo, fu soldato al servizio del conte Francesco Torelli. Indicati nel 1512 come sostenitori della parte Rossa, in precedenza avevano militato nella squadra delle Tre Parti. Le cronache del tempo li ricordano quali uomini d’arme particolarmente ribaldi e dediti a nefandezze, quali il rapimento per riscatto di una fanciulla di nove anni. Il fatto suscitò sdegno e disapprovazione, tanto che i tre Belliardi furono perseguiti dallo stesso conte Torelli. Il ratto avvenne il 2 novembre 1516 ed è narrato dallo Smagliati, che ricorda come i fratelli Belliardi per mezo de un suo servitore, bastardo di quelli Del Sale rubarono una figliola dela Luchina Del Sale. Dopo il rapimento i Belliardi fuggirono a San Secondo, sperando di trovare aiuto dai loro parenti Storioni, ma furono espulsi e seguitati dal parentado della puta. Matteo riparò a Bologna, dove, dopo essere stato catturato, insegnò la puta, quale trovata in Reggio; a 2 dicembre la madre con quelli da Colla e il conte Francesco Torelli (per suo honore, essendo quelli suoi soldati) andaron per la puta a Reggio e, condotola a Parma. Il Belliardi, in nefandezze, superò tutti quando fece ammazzare sua moglie in gravidanza: A X settembre, la note, il Prete fratel di Palino e Mafè, fece mazzar la sua moglie in casa sua impaiolata in parto nel leto, col puto a peto.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 8 marzo 1999, 25.

BELLIARDI SERTORIO
Parma 1461/1492
Figlio di Antonio, notaio e proconsole del Collegio dei notai di Parma. Fu nominato notaio nel 1461 e secondo notaio nel 1476. Fu proconsole del Collegio dei notai di Parma per numerose volte dal 1467 al 1492 e ricoprì importanti incarichi per conto della Comunità di Parma.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 8 marzo 1999, 25.

BELLIARDI SERVIA
Parma-Senigallia 1614
Figlia del cavaliere Gabriele, si stabilì a Senigallia avendo sposato il nobile dottore Prospero Bisconti di detta città. Vi fondò il convento del Carmine, chiamandovi i Carmelitani, che ne presero possesso nel 1615.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 20-21.

BELLIARDO, vedi BELLIARDI

BELLICCHI GIGLIO
Parma 8 ottobre 1893-Padova 25 novembre 1918
Compiuti gli studi del ginnasio e liceo nelle scuole medie di Parma, frequentò nel biennio 1912-1914 il primo e secondo anno della facoltà di Giurisprudenza. Nel biennio seguente (1914-1916) la sua iscrizione fu effettuata d’ufficio essendo stato chiamato alle armi fin dal 1° giugno 1915. Nominato Sottotenente, il 20 giugno, dopo quattro mesi di servizio presso il Distretto di Parma, dovette partire per il fronte essendo stato assegnato al 25° Fanteria dislocato nei dintorni di Tolmino. Il Bellicchi vi rimase quasi un anno, prendendo così parte a quei combattimenti violentissimi del primo anno di guerra che diedero una caratteristica speciale alla lotta in quel settore montano d’Alto Isonzo. Nell’ottobre del 1916, dopo aver ottenuto nel maggio dello stesso anno la promozione a tenente, venne assegnato all’11° Fanteria, sul Carso. Dopo qualche mese passò al 125° Fanteria, tornando così sulle alture di Santa Maria e Santa Lucia, sulle quali aveva già combattuto due anni prima. Il 24 ottobre 1917, mentre combatteva valorosamente su quelle posizioni, venne ferito gravemente e fatto prigioniero. In quell’occasione gli venne conferita la medaglia d’argento al valore militare, con la seguente motivazione: Sotto l’infuriare del bombardamento nemico, mantenne calma ammirevole, facendo eseguire dalla propria compagnia esercizi ginnastici. Impegnatosi in combattimento, con mirabile coraggio e sprezzo del pericolo si portò col reparto in terreno scoperto per contrattaccare il nemico. Gravemente ferito continuava ad incitare i soldati alla lotta (Madonnina, 24 ottobre 1917). Il 4 novembre 1917 fu promosso capitano. Condotto prigioniero a Sigmundsherberg, passò poi a Braunau in Boemia. Dopo un anno di prigionia, tornato in patria per la vittoria delle armi italiane, si ammalò a Padova e vi morì in quello stesso anno nell’ospedale di Santa Giustina. L’Università di Parma l’8 dicembre 1919 gli conferì la laurea ad honorem in giurisprudenza.
FONTI E BIBL.: Necrologio, in Gazzetta di Parma 29 novembre e 10 dicembre 1918, 14 gennaio e 2 giugno 1919; G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 26; Caduti Università Parmense, 1920, 58-59.

BELLINI FILIPPO
Borgo San Donnino 1841/1842
Scrittore, storico e critico d’arte, fu corrispondente del Pezzana. Tra le sue opere, va ricordata Cenni storici intorno alla città di Borgo San Donnino (1842). Nel 1841 fu direttore della Certosa di Parma.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 101.

BELLINI MARIO
Mezzano Inferiore 25 dicembre 1894-Tolone 29 novembre 1939
Figlio di Siro Giuseppe e Teresa Cleonice Rossi. Operaio, militante anarchico, emigrò in Svizzera, poi in Germana nel 1919. Rientrato a Parma, si stabilì a Palanzano, dove fu attivo militante antifascista. Nominato segretario della Lega mista di Palanzano nel 1921, prese parte, nello stesso anno, a uno scontro coi carabinieri a Selvanizza. Colpito da mandato di cattura, riparò in Francia, dove continuò la propria milizia antifascista. Ritornato a Palanzano nel 1927, venne catturato e inviato al confino. Liberato nel 1932, nel 1934 ripartì per la Francia con passaporto regolare e si stabilì a Tolosa. Entrato in Spagna nel dicembre 1936, militò in formazioni non meglio precisabili delle forze repubblicane. nella primavera del 1937, ammalato, fu inviato in licenza per un mese a Tolosa. Rientrato in Spagna, avrebbe ancora combattuto nelle file della Brigata Garibaldi. Uscito dalla Spagna nel febbraio 1939, morì in seguito alle sevizie subite durante un periodo di detenzione nel forte tolonese di Sainte-Cathérine.
FONTI E BIBL.: L. Arbizzani, Antifascisti in Spagna, 1980, 31-32.

BELLINI PIETRO
Carzeto 31 ottobre 1584-Carzeto 19 maggio 1656
Fu autore di una breve cronaca che va dal 1601 al 1650. Caratteristica di questa operetta, che evidenzia, pur con soventi esagerazioni finalizzate ad accrescere la presunta importanza di taluni eventi, episodi accaduti nel soragnese tra il 1601 e il 1650, è l’essere scritta in lingua semidialettale o meglio, come affermato da vari studiosi, in un gergo che è media proporzionale tra l’ignoranza dialettale e lo sforzo letterario. Il Bellini (o Belino come egli stesso ebbe a scrivere), che non si può certamente definire uomo di lettere, godette tuttavia di una certa stima tra i suoi conterranei, tanto che nel 1626 figura come deputato della villa di Carzeto, ove possedette anche alcuni terreni, per provvedere la mano d’opera in certi lavori nella fossa intorno alla Rocca feudale di Soragna fatti eseguire dal marchese Gianpaolo Lupi. E proprio grazie al suo stato sociale poté venire sepolto nella chiesa dei Padri Carmelitani di Soragna, col consenso del rettore di Carzeto, nella cui parrocchia era morto.
FONTI E BIBL.: A.M. Boselli, Testi dialettali, 1905, 11-12; B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 268-269.

BELLINI UBALDO
Parma-post 1936
Violinista, allievo interno del Conservatorio di musica di Parma, si diplomò con Umberto Supino nel 1928. La Gazzetta di Parma del 24 ottobre 1936 riporta che il Bellini aveva vinto il concorso di violino di spalla dell’Orchestra Sinfonica di Shangai.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

BELLINO PIETRO, vedi BELLINI PIETRO

BELLOLI ENRICO
Scandiano 1788-Parma 1851
Sacerdote, laureato in lettere a Parma, fu professore di storia ecclesiastica, rettore del seminario e canonico (1847) della Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 51.

BELLOLI ENRICO
Parma 1898
Fu scrittore di buon valore.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 101.

BELLOLI FRANCESCO
Scandiano 22 agosto 1806-Scandiano 9 ottobre 1868
Nacque da Giambattista, di famiglia parmense, e Giuseppa Frassinetti. Fu tra i primi a Modena nel ginnasio e nel corso filosofico-letterario, superando con plauso tutte le prove di esame. Inclinatissimo verso gli studi sperimentali, animatovi anche dalle gesta del celebre Lazzaro Spallanzani, amico della famiglia Belloli, non ancora ventenne si dedicò allo studio delle scienze naturali all’Università di Modena. Contemporaneamente si applicò agli studi di farmacia nella stessa Università e fece pratica presso una officina farmaceutica della città. Nel luglio 1827 in Modena ottenne il dottorato di Chimico-Farmacista. Nel 1828 il Belloli, a seguito di esperimento teorico pratico superato in Parma, si abilitò al libero esercizio della Farmacia nei Ducati Parmensi. A ventidue anni non ancora compiuti si stabilì in Parma e vi accettò la direzione e l’impianto di un laboratorio destinato alla preparazione del solfato febbrifugo di chinina. Per opera del Belloli, in soli quattro anni il laboratorio progredì talmente da poter mettere in commercio prodotti non inferiori a quelli del Pelletier. Tale opificio fu chiuso nel 1832 causa l’aumento dei costi di produzione. Nell’anno 1833 il Belloli assunse in Parma la direzione della farmacia di Luigi Mazza. L’Amministrazione delle contribuzioni dirette lo consultò su controversi argomenti di tecnica chimica, su tariffe daziarie, sulla natura e bontà di materie prime e per la valutazione degli aspiranti all’ufficio di pubblico assaggiatore. Il Belloli intrattenne col conte Stefano Sanvitale una copiosa corrispondenza di genere scientifico-sperimentale. Con decreto del 14 marzo 1834 Maria Luigia d’Austria accordò al Belloli la cittadinanza parmense. Fece parte dei Congressi degli Scienziati Italiani in Lucca nel 1843 e in Venezia nel 1847. Fu Consigliere della Commissione Centrale di Statistica in Parma. Nel 1860, per decreto di Vittorio Emanuele di Savoja, fu nominato Consigliere straordinario del Consiglio di Santità di Parma. Va notato che Francesco IV, duca di Modena, accordò nel 1834 al Belloli l’autorizzazione a espatriare e, per riguardo al suo talento, qualora lo avesse desiderato, la possibilità di ritornare in qualunque momento. Il Belloli, inoltre, collaborò, per gli aspetti scientifici, con la polizia criminale e fu membro del Protomedicato Parmense e poi del Consiglio Sanitario della Provincia di Parma. Quale perito chimico tecnologico, nel 1861 prese parte alla riforma del Capitolato municipale per l’illuminazione. Nel riordinamento dell’Università di Parma, fu chiamato alla cattedra di Chimica Farmaceutica, che il Belloli rifiutò non volendo abbandonare la professione. Resosi infermo, nel 1865 tornò a Scandiano e nella casa paterna, dopo quattordici mesi di sofferenze, cessò di vivere.
FONTI E BIBL.: Commmemorazione di Francesco Belloli, Reggio Emilia, 1869; Adorni, Vita del Conte Stefano Sanvitale, 120, 130, 178, 179; Il Consigliere del popolo 21 1876; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 19-24.

BELLOLI GIACOMO
Parma 28 ottobre 1795-post 1850
Figlio di Luigi e Teresa Paglia, studiò al Conservatorio di musica di Milano. In occasione della ricostituzione della Ducale Orchestra di Parma dopo l’occupazione napoleonica, scrisse che era disposto a venire a Parma come secondo corno con l’obbligo del primo (Archivio di Stato di Parma, Governo Provvisorio e Reggenza 1816, busta 8). Il decreto 10 luglio 1816 lo nominò primo corno da caccia nella Ducale Orchestra, ma uno successivo del 6 ottobre 1816 rettificò la nomina in secondo corno in proprietà (cioè titolare del posto e retribuito a stipendio, non a prestazione) in luogo di Pasquale Mori, che aveva rinunciato a sostenere la prova d’esame. Lo si trova ancora attivo nella Reale Orchestra di Parma nel 1850.
FONTI E BIBL.: Inventario; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

BELLOLI GIOVANNI
Parma 18 agosto 1794-post 1846
Cornista, figlio di Luigi e Teresa Paglia. Ai primi dell’Ottocento studiò al Conservatorio di musica di Milano. Nella stagione di autunno del 1846 suonò al Teatro Carignano di Torino.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

BELLOLI ROMUALDO
Reggio Emilia-San Ruffino di Scandiano 1890
Fece parte della scuola d’incisione del Toschi a Parma. Con il maestro partecipò all’esecuzione della serie di acquerelli e stampe riproducenti le opere del Correggio (gli spettano dei Putti e un Filosofo a chiaroscuro, oltre ad Angeli e Apostoli, in collaborazione con il Raimondi e il Toschi). Copiò quadri celebri, tra cui il Suonatore di liuto della Galleria degli Uffizi di Firenze
FONTI E BIBL.: C. Ricci, La Regia Galleria di Parma, Parma, 1896; G. Copertini, Pittori parmensi dell’800; La pittura e l’incisione in Parma durante il ducato di Maria Luigia, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1954; A.M. Comanducci, Dizionario illustrato dei pittori e incisori italiani moderni, vol. I, Milano, 1962; P. Ceschi, in Dizionario Enciclopedico pittori e incisori, 1990, I, 465.

BELLOLI TULLIO
Parma 1621/1622
Sacerdote. Fu tenore alla chiesa della Steccata di Parma. Eletto il 10 dicembre 1621, vi si fermò fino al luglio dell’anno dopo.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Storia della musica in Parma, 1936.

BELLONI CESARE SPIRIDIONE
Pontescodogna 1880-Parma 1963
Di ricca famiglia, si dedicò inizialmente ai cavalli da corsa prendendo parte a diverse gare, ma con l’avvento del motore a scoppio passò alle vetture da competizione. Partecipò a varie corse, classificandosi, tra l’altro, primo dei Parmigiani nella classica corsa in salita Parma-Poggio di Berceto, nel 1920 su Bianchi e nel 1921 su Lancia.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 42.

BELLONI PIER LUIGI
Colorno 9 novembre 1764-Colorno 11 marzo 1836
Nacque da Giovan Battista e da Rosa Gandolfi. Fu educato nel Collegio Lalatta di Parma. Viaggiò in Italia e visitò molte province. Ereditò dal padre numerosi immobili, per la maggior parte compresi nel territorio del comune di Colorno. Il Belloni partecipò attivamente alla vita sociale del suo paese ricoprendo le cariche di presidente della Commissione di Santità e Soccorso, dell’Uffizio d’amministrazione de’ Santesi e di amministratore dell’ospedale San Mauro. Nel 1828, presso il notaio Pietro Massa di Colorno, rogò l’atto di donazione fra vivi di 110,000 lire nuove e di due ampie case a lui pertinenti onde fondare nella Ducale terra suaccennata di Colorno un pubblico Ginnasio sotto il titolo di Ginnasio Gratuito Belloni per li maschi de’ tre Comuni di Colorno, Torrile e de’ Mezzani, e per le femmine del primo fra detti Comuni (Gazzetta di Parma 26 aprile 1828). Le scuole per maschi comprendevano i primi elementi d’istruzione fino allo studio della Logica e della Metafisica. Non pago di questo, il Belloni volle dare nel 1834 altro attestato della sua munificenza, privandosi di tutto il suo e donando ai suoi concittadini 90 mila lire affiché ne fosse erogato il reddito annuo in opere di beneficenza. Atto di così splendida liberalità fu onorato da Maria Luigia d’Austria col conferire al Belloni la Croce di Cavaliere Costantiniano. A suo ricordo fu eretto un monumento in Duomo e col suo nome furono intitolate la biblioteca e la scuola media di Colorno. 
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1828, n. 133, 1834, n. 208 e 1836, n. 93; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 18-19; Fonti e studi II/4, 149; Aurea Parma 2/3 1971, 167; La Reggia di Colorno nel ’700, 1979, 114.

BELLOTTI CESARE, vedi BELLOTTI MARCO CESARE

BELLOTTI GIOVANNI
Pontremoli 1889-Bagnone 17 agosto 1968
Lasciò nel 1913 la sua città per intraprendere a Parma una carriera di Stato nella quale raggiunse superiori traguardi. Egli continuò però a coltivare quelle inclinazioni, quell’interesse e quel gusto per tutto ciò che fosse espressione e manifestazione d’arte e quegli orientamenti intellettuali che nella Pontremoli del primissimo Novecento erano suggeriti dal quel vivace movimento culturale, puntato essenzialmente a temi e problemi della Lunigiana antica e nuova, che ebbe segnatamente in Piero Ferrari e in Manfredo Giuliani illuminati e fervidi protagonisti. Dopo la partecipazione alla guerra 1915-1918, riprendendo a Parma la sua diligente attività pubblicistica, con versatile varietà di molteplici impegni, sulle pagine di giornali, rassegne e periodici diversi egli ebbe a manifestarsi, col tempo, anche autore di chiari saggi illustranti epoche, scorci e figure della vita pontremolese. Di tali sue note storiche sono da ricordare, tra le altre: I Viotti a Pontremoli, del 1956, Un solenne rito dopo Solferino, del 1960, Le corporazioni medievali d’arti e mestieri a Pontremoli, del 1961, Un’eroica donna pontremolese del Risorgimento, del 1963, Una vita per la scienza illuminata dalla poesia, del 1964, e Simone da Pontremoli, del 1966. Il Bellotti, però, fu anche appassionato cultore di poesia. Due raccolte di suoi versi sono Cara lüma, del luglio 1967, in dialetto pontremolese, e Sorrisi e lacrime, del luglio 1968, in lingua. Due piccoli volumi recanti, già nella compita veste editoriale, il segno dell’affinato gusto e delle sue amorevoli cure. Nel loro insieme, costituiscono il testo pressoché completo del suo scrivere in versi. nella prima delle due raccolte, sentimento dominante è quello del grande amore per Pontremoli, presente, nelle circa ottanta pagine del libro, con la sua anima, con la sua atmosfera, con le sue tradizioni e il suo costume, con certi suoi tipici personaggi, con le sue favole e le sue verità. Per l’altra raccolta, quella delle poesie in lingua, anche se non vi fosse la breve, patetica prefazione del Bellotti, basterebbe il titolo Sorrisi e lacrime a suggerire un sommesso richiamo alla dolce liricità e al delicato lirismo pascoliano. Il Bellotti morì improvvisamente proprio dopo aver concluso la lettura in pubblico di una lirica del suo Sorrisi e lacrime.
FONTI E BIBL.: C. Reisoli, Archivio Storico per le Province Parmensi 1969, 35-38.

BELLOTTI MARCO CESARE
Parma 13 maggio 1590-post 1636
Figlio di Cristoforo e Giacoma. Pittore. Nel censimento del 1636 viene indicato di 46 anni, sposato con Anna (di ventisei anni) e abitante nella vicinanza di San Quintino in Parma. Nei mastri farnesiani del 1627 e 1628 sono registrati pagamenti in suo favore.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 46; Aurea Parma 3 1986, 212.

BELMARITI BELLO
Parma XVI/XVII secolo
Figlio di notaio e notaio anch’egli, si dilettò di poesia, non solo in lingua italiana ma anche latina. Sebbene seguace in parte della nuova Scuola, non fu però così immoderato che con un solo sonetto possa nausea apportare.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3/4 1959, 198.

BELOLDI, vedi BELLOLI

BELOLLI, vedi BELLOLI

BELTRAMI EGIDIO
Parma-Parma 26 ottobre 1866
Seguì Garibaldi nella campagna risorgimentale sui monti del Tirolo.
FONTI E BIBL.: M. Bonvini, Cenno Necrologico, in   Il Patriota 28 ottobre 1866, n. 298; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 399.

BELTRAMI PIETRO
Parma prima metà del XVIII secolo
Pittore. Operò nella prima metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 12.

BELTRAMO O BELTRANDO DA BORSANO O BROSSANO, vedi BORSANO BELTRANDO

BELVEDERI GIOVANNI GIACOMO
Parma XVII secolo
Gesuita, lettore all’Università di Parma, discutendo pubblicamente le conclusioni dell’insegnamento filosofico impartito, venne attratto dalla dinamica fisica agente nell’Universo, interessandosi al contrasto delle forze più che alla distruzione formale dei corpi. Mentre le opere degli uomini in quanto tali sono tutte destinate a terminare, contemplando invece purpuram florum, smaragdum foliorum, naturae artem, si attende la caducità umana. Nonostante la vita della natura sia inter se oppositas vices, si compone in mirabile armonia. Con il fondamentale ausilio della filosofia, potenziandosi attraverso il contrasto, gli uomini possono superare i limiti del tempo continuando a vivere nella posterità. Il Belvederi vede poi nella teologia lo strumento che permette al pensiero umano la massima estensione per cui a rebus terrestribus ad res coelestes ascendamus, offrendo all’uomo la più estrema potenza consistente nel ricondurre alla causa universale di tutti gli effetti, ossia alla penetrazione dell’immortalità.
FONTI E BIBL.: C. Antinori-M.C. Testa, Università di Parma, 1999, 158 e 159.

BELLUZZI GIOVANNI
Parma 1866
Trombettiere, fu insignito della medaglia d’argento al valore militare dopo la battaglia di Bezzecca.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 25 agosto 1980, 3.

BENAGLIA ERMES
San Pancrazio Parmense 25 luglio 1926-Parma 31 agosto 1944
Partigiano, fu fucilato dai nazi-fascisti. Militò come partigiano nelle formazioni del Comando provinciale Squadre di azione partigiana, col nome di battaglia di Bombolo.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 63.

BENAMATI GUIDUBALDO
Gubbio 1596 c.-Gubbio 1653
Nacque da nobile famiglia. Nei primissimi anni della sua vita passò a Parma, dove suo padre Marco Antonio aveva trovato un posto come poeta di Corte. Applicatosi anch’egli agli studi umanistici, cominciò a esercitarsi nella poesia fin dall’età di tredici anni e a diciassette scrisse due favole pastorali. Una di esse è quasi certamente l’Alvida, pubblicata a Parma nel 1614. L’altra potrebbe essere La pastorella d’Etna, uscita a Venezia nel 1627. La sua già abbondante produzione poetica fu riunita ben presto ne Il Canzoniere diviso in tre parti (Venezia, 1618): sono versi facili e vuoti, nei quali si avvertono gli echi delle più diverse suggestioni letterarie, ma che gli meritarono la protezione del duca di Parma, Ranuccio Farnese, che lo nominò poeta di Corte, e l’apprezzamento di Francesco Maria della Rovere, duca di Urbino, e di suo figlio Federico. Il Benamati fu in rapporto con i letterati più noti del suo tempo: tra gli altri con A. Aprosio, C. Achillini, G. Preti, T. Stigliani e, in particolare, col Marino, verso cui dimostrò sempre una profonda ammirazione. Il Marino, al contrario, non ne fece mai gran conto, come si ricava da una lettera indirizzata allo Stigliani a Parma: non parli con esso lui delle risate, e motti, che costì facemmo delle sue compositioni acciò che esso non se ne turbi, perché quantunque egli vaglia poco é però da stimare l’amicizia di tutti. Né il Benamati si tenne in disparte dalla vita delle Accademie: il suo nome appare, infatti, tra gli Affidati di Pavia, gli Erranti di Bologna, i Signori Incogniti di Venezia e i Disinvolti di Pesaro. Nel 1621 a Parma diede alle stampe un poemetto in ottava rima, Il Colosso, Panegirico per la statua di Ranuccio duca di Parma, e ne inviò un esemplare al Marino, ricevendone ampia lode. L’anno appresso usciva, sempre in Parma, Delle due trombe i primi fiati, cioè tre libri della Vittoria navale e tre libri del Mondo nuovo. È una sorta di saggio dei due poemi eroici cui aveva posto mano contemporaneamente il Benamati: il primo ispirato alla battaglia di Lepanto, il secondo alla scoperta dell’America. Subito ne mandò copie a un gran numero di accademie e di letterati, primo tra tutti il Marino, che tuttavia riuscì a esimersi dal pronunciare il giudizio richiestogli. Parere totalmente negativo ne diede invece l’Accademia della Crusca, che tacciò le costruzioni di dure, e nuove, e malagevoli a ritrovarsi, onde ne nasce l’oscurità e gli epiteti di oziosi, replicati spesso, e alcuni che non operino acconciamente. Il Mondo nuovo fu abbandonato. La Vittoria navale invece fu portata a termine in trentadue libri e pubblicata a Bologna nel 1646. Nelle prime pagine dell’opera, non numerate, si leggono le testimonianze relative all’edizione del 1622. Morto nel 1622 Ranuccio Farnese, il Benamati passò al servizio del duca Odorardo Farnese. Per le sue nozze con Margherita de’ Medici compose I mondi eterei (Parma, 1628), un poema in cinque parti cui il Benamati volle dare il sottotitolo di commedia eroica. Ma il periodo della sua fortuna alla Corte di Parma si era ormai concluso, così che, intorno al 1630, chiesto e ottenuto il congedo, il Benamati tornò a Gubbio. Qui fondò l’Accademia delgli Addormentati, di cui fu principe, e tentò, senza riuscirvi, di essere eletto gonfaloniere. La produzione letteraria del Benamati, intanto, si arricchì di nuovi titoli. Nel 1630 fu pubblicato a Venezia un suo poema eroicivico in venti canti, Il Trivisano, con gli argomenti del marchese G.F. Malaspina. Nel 1639 diede alle stampe a Perugia una raccolta di poesie, La selva del sole, e un’altra raccolta in due parti, La penna lirica, dedicata a G.F. Loredano, uscì a Venezia nel 1646-1648. Dopo la lirica e il poema eroico, il Benamati tentò anche il romanzo con Il principe Nigello (Venezia, 1640), che fu poi messo all’indice, nonché il teatro con la commedia in prosa Il prodigo ricreduto (Bologna, 1652). Morì a Gubbio, lasciando gran copia di opere manoscritte, poi perdute, tra cui altri volumi di versi, una tragedia, La Susanna difesa, e la favola pastorale Il dardo di Cille.
FONTI E BIBL.: G.B. Marino, Lettere gravi, argute e facete,  Venetia, 1628, 213-225, e 1673, 170, 304-322; Le glorie de gli incogniti o vero gli huomini illustri dell’Accademia de’ Signori Incogniti di Venetia, Venetia, 1647, 296-299; L. Jacobilli, Bibliotheca Umbriae, sive de scriptoribus Provinciae Umbriae, I, Fulginiae, 1658, 127; A. Aprosio, Biblioteca aprosiana, Bologna, 1673, 104; F.S. Quadrio, Della storia e della ragione d’ogni poesia, II/I, Milano, 1741, 296, 297, 507, II/2, 1742, 121, III/2, 1744, 349, e IV, Bologna, 1739, 195, 682; G.M. Mazzuchelli, Gli Scrittori d’Italia, II/2, Brescia, 1760, 779-781; F. Vecchietti-T. Moro, Biblioteca picena, II, Osimo, 1791, 156-161; G.B. Passano, I novellieri italiani in prosa, I, Torino, 1878, 8; A. Bertolotti, Varietà archivistiche e bibliografiche: i primi poemi di un poeta, in Il Bibliofilo 7 1885, 107 s.; G. Mazzoni, Glorie e memorie dell’arte e della civiltà d’Italia, Firenze, 1905, 210-212; A. Belloni, Il poema epico e mitologico, Milano, s.d., 279, 292; A. Belloni, Il Seicento, Milano, 1947, 86, 92, 228; N. De Blasi, in Dizionario biografico degli Italiani, VIII, 1966, 168.

BENASSI
Parma 1778/1779
Fu violinista alla Cattedrale di Parma dal 15 agosto 1778 al 15 agosto 1779.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Storia della musica in Parma, 1936.

BENASSI DOMENICO
Sorbolo 21 giugno 1891-Bologna 24 febbraio 1957
La sua prima vocazione fu musicale ed egli iniziò gli studi nella classe di violoncello presso il Conservatorio di Parma. Inappagato da tali studi e avendo deciso di entrare in arte perché dotato di eccezionale memoria, nel 1915 frequentò a Milano per alcuni mesi i corsi di recitazione di Teresa Boetti Valvassura. Notato al saggio finale da E. Novelli, venne da lui scritturato. Insofferente e indisciplinato, seppe nondimeno farsi notare a fianco del Novelli nel Centenario dei fratelli Quintero, tanto che venne mandato a chiamare da M. Praga, direttore della compagnia Stabile del Manzoni di Milano. Il Benassi (da quell’anno, e per sempre, Memo) fu poi primo attor giovane (1919) nella compagnia Carini-Gentili, con la quale rimase fino al 1921, distinguendosi, oltre che per quell’insieme di bizzarrie che già contrassegnavano la sua personalità, per l’insolita, irrequieta recitazione. Nel maggio del 1921 entrò primo attor giovane nella compagnia di E. Duse che tornava alle scene abbandonate da molti anni. Al suo fianco il Benassi rivelò le sue qualità migliori e imparò ad amare Ibsen: fu lo Straniero nella Donna del mare, Osvaldo negli Spettri (personaggio che rimase poi a lungo nel suo repertorio) e inoltre il Figlio nella Porta chiusa di M. Praga e Leonardo nella Città morta. A fianco della Duse nella sua ultima tournée americana, dopo la morte di lei il Benassi formò una compagnia con le Gramatica: con irma prima (1924-1925), poi con Emma (1925-1928) e nel 1928 con le due sorelle riunite. Ancora una volta fu Leonardo nella Città morta e offrì una mirabile interpretazione del protagonista del Gian Gabriele Borkman di Ibsen. Fu inoltre il Delfino nella Santa Giovanna di Shaw. Nel 1929 fu primo attor giovane, accanto a G. De Riso, in Olympia di Molnar e in K 41 di Chiarelli. Nel 1930, ancora al fianco di I. Gramatica nei Borghesi di Pontarcy di Sardou, offrì prova di efficace comicità in Una famiglia reale di Kauffmann e Ferber. Entrato in seguito nella compagnia di spettacoli Zabum, fu Massimo in Come le foglie di Giacosa e un Napoleone di sobrio rilievo in Campo di maggio di Forzano. Nel 1932 fu di nuovo con E. Gramatica nel Giro del mondo di C.G. Viola, nella Signorina di Deval, in Lady Frederik di Maugham e in Così è (se vi pare). Fece poi compagnia con A. Fontana (nel Grand Hotel di V. Baum, 1932, fu l’Impiegato), ma anche questa formazione ebbe breve vita. Nell’estate del 1933 partecipò alla Rappresentazione di Sant’Uliva nel chiostro maggiore di Santa Croce, per la regia di Copeau, e ancora nel 1935 Copeau, che il Benassi annoverò tra i suoi maestri insieme con Simoni e Reinhardt, lo volle protagonista del Savonarola di Alessi, rappresentato a Firenze in piazza della Signoria. L’anno precedente a Venezia era stato Shylock nel Mercante di Venezia messo in scena all’aperto da Max Reinhardt e questa interpretazione egli ripeté ancora con grande successo nel 1943. Nel 1934 partecipò anche allo spettacolo diretto da Simoni, nel Teatro verde della Meridiana del giardino di Boboli a Firenze, dei Giganti della Montagna di Pirandello. Nel 1936 fu con Marta Abba, interprete vigoroso e concitato di Simma di Pastonchi, tempestosamente accolto dal pubblico, e fu un Aligi di mistica dolcezza al fianco della Mila di M. Abba. Nel 1942 e nel 1944 tornò a recitare la Figlia di Iorio, ma questa volta fu un forte e cupo Lazaro di Rojo. Nel 1937 fu di nuovo a fianco di E. Gramatica, in Isa, dove vai? di C.V. Ludovici e in Inferno di Viola, mentre nell’estate dello stesso anno a Venezia fu Arlecchino nel Bugiardo di Goldoni e Mercuzio nel Romeo e Giulietta. Nel 1939 formò compagnia con R. Morelli e nel 1940 con L. Carli: alternò testi di impegno, quali il Kean di Dumas, Il cadavere vivente, Questa sera si recita a soggetto, ad altri di più modesta portata (Non lo siamo un po’ tutti? di Lonsdale, La moglie di Cesare di Maugham, Un soggetto da romanzo di S. Guitry, Niente di male di Cantini). Sono questi gli anni (1938-1940) nei quali si cimentò con successo anche nella regia, distinguendosi per estrosità e ricchezza di fantasia (Niente di male di Cantini, Due coppie e l’asso di Lonsdale, La moglie di Cesare di maugham, Una famiglia allarmante di Savory, Risveglio di Possenti, Giuochi di scena di Raphaelson). Nel 1942-1943 ricostituì la compagnia Benassi-Carli (Trovarsi di Pirandello), nel 1944 fu in compagnia con E. Zareschi, successivamente con D. Torrieri, nel 1946-1947 con E. Maltagliati (Casa cuorinfranto di Shaw e I pazzi di Bracco), infine con la compagnia del Teatro della città di Bologna (Tartuffe, 1948, L’imperatore Jones di O’ Neill, 1949). Contemporaneamente continuò la sua partecipazione a spettacoli di eccezione: Porfirio in Delitto e castigo di Baty-Dostoevskij (1946), Tersite (da molti giudicata la sua più felice e matura interpretazione), dalla comicità amara e potente, nel Troilo e Cressida diretto da L. Visconti nel giardino di Boboli (1949) e Rinaldo in Venezia salva di Bontempelli (regia di O. Costa). Nel frattempo svolse anche una saltuaria attività nel cinema, dalla Vecchia signora (1932) alla Signora di tutti (1934), da Scipione l’Africano (1937) alla Cena delle Beffe (1941), da Fedora (1941) a Peccatori (1944), ma poi il cinema nella sua fase realistica lo trascurò e il Benassi se ne allontanò definitivamente. Nel 1950 a fianco della Maltagliati fu un efficace Cieco nella Margherita di Salacrou e un solenne, iracondo, cedevolissimo viceré nella Carrozza del Ss. Sacramento di Mérimée. E ancora il Benassi si distinse in interpretazioni d’impegno: Il lutto si addice ad Elettra, Non si sa come, Amleto, fino all’Avaro di Goldoni, spettacolo inaugurale del Festival del Teatro alla Fenice di Venezia nel 1951. Nel 1952 fu con la compagnia stabile di Roma nelle Tre sorelle di Cechov per la regia di L. Visconti. Non dimenticò il teatro contemporaneo, offrendo nell’Inquisizione di Fabbri una delle sue più belle interpretazioni. Nella stagione 1953-1954 fece parte della compagnia del teatro Manzoni di Milano impersonando il Padre nei Fratelli Karamazov di Copeau-Dovstoevskij, Warwick nell’Allodola di Anouilh, e un esemplare Tartuffe. Dopo una tournée nel Sud America, il Benassi, inconsapevole di avere già lasciato un’impronta profonda nel teatro di quegli anni, si volse alla ricerca del ruolo cui legare indissolubilmente il proprio nome e preparò in silenzio Re Lear. Il 22 dicembre 1956, alla prova generale con la compagnia Stabile di Bolzano, venne colpito da trombosi cerebrale. Sembrò che la sua forte fibra gli avrebbe permesso, col tempo, di cimentarsi nella grande, faticosa interpretazione shakespeariana, ma pochi mesi dopo un nuovo attacco lo stroncò all’istituto Rizzoli di Bologna. Il nome del Benassi fu, già da molti anni prima della sua scomparsa, consacrato come quello di un attore tra i più originali e grandi del teatro italiano, seppure imprevedibile ed estroso, tanto da variare capricciosamente le sue stesse creazioni nello svolgersi di una sola rappresentazione. Il suo nome è legato a una infinità di personaggi, felici prove di nitidezza espressiva e di efficacia drammatica e ad altri che, sconcertanti o beffardamente antitradizionali, come il Delfino della Santa Giovanna, la più discussa delle sue interpretazioni (per D’Amico addirittura delittuoso), restano purtuttavia indimenticabili per l’impeto espressivo e l’inquieta, stravagante violenza. Sottile e caustico protagonista in Olympia di un gioco serrato tra ironia e passione, nel Giro del mondo si distinse invece per quelle sue improvvise svogliatezze che a tratti sembravano assalirlo come un impeto di noia verso il suo personaggio, il teatro e il pubblico, cosicché recitò senza far udire le parole. Subito dopo fu un avvocato Galvaisier di molta autorità e talento e un sir Paradine di singolare espressività. Di forte rilievo fu anche il suo Impiegato nel Grand Hotel, felice nella successione anche mimica dei sentimenti, mentre nell’interpretazione della Rappresentazione di Sant’Uliva il Benassi riassunse tutte le parti malvagie e demoniache affidategli in una unità malefica, tra satanica, terrifica e comica. Con Shylock offrì una delle sue più splendenti interpretazioni, di forte coloritura, a cavallo tra le due scuole che fanno di Shylock o un personaggio comico, ridicolo fino allo scherno, o un carattere drammatico, chiuso nei toni cupi: il personaggio del Benassi è pittoresco e drammatico, un impasto di rancore e sofferenza, malvagità e fierezza, con passaggi di tono dal querulo al disperato, ora raccolti ora prorompenti, sempre incisivi e spiccati. Egualmente felice fu il suo Mercuzio, pronto all’azione, ironico, impetuoso, sboccato e sognante, come sarebbe impossibile non ricordare tra le interpretazioni legate al suo nome la stupenda mestizia di Versinin nelle Tre sorelle o la devastata desolazione del protagonista del monologo di Cechov, Il tabacco.
FONTI E BIBL.: G. Cavicchioli, Profilo di Benassi, in Scenario luglio 1938, 351-354; E.F. Palmieri, Uno e due: Memo Benassi, in Scenario novembre 1942, 391 s.; N. Leonelli, Attori tragici attori comici, Roma, 1944, I, sub voce; G.C. Castello, Memo Benassi, in La Fiera Letteraria 28 agosto 1949; R. Simoni, Trent’anni di cronaca drammatica, I, Torino, 1951, 479, 623 ss., III, 1955, 127 ss., 148, 221 ss., 264, 298 s., 311, 373, 507 ss., 563 ss., 585, IV, 1958, 51 s., 187, 229 s., 272, 342, 348, 379 ss., 423 ss., 445 ss., 486, 575 s., e V, 1960, 34, 43, 121, 127 ss. 138 ss., 211, 280 s.; G. Prosperi, Memo Benassi, in Il Tempo 25 febbraio 1957; O. Vergani, Benassi, il pubblico ti aspetta, in Il Dramma 245 1957, 48-50; O. Vergani, Il personaggio che Memo andava cercando era lui stesso, in Il Dramma 246 1957, 41-42; L. Ridenti, Piccolo ricordo, in Il Dramma 246 1957, 43-47; A. Bertolini, Benassi ancora senza pace, in Il Dramma 249 1957, 31-33; E. Gramatica, Ricordo di Memo Benassi, in Il Dramma 262 1958, 39; A. Bertolini, Memo Benassi veneziano, in Ateneo veneto CXLIX 1958, 25-30; A. Bertolini, Un fantasma chiamato Benassi, in Il Dramma 304 1962, 68-70; Enciclopedia dello Spettacolo, II, 1975, coll. 223-224; Enciclopedia Italiana, Appendice II/I, 381, Appendice III/I, 218; F. Mariani Borroni, in Dizionario biografico degli Italiani, VIII, 1966, 175; Resto del Carlino 24 febbraio 1967; S. Bolchi, in Resto del Carlino 29 ottobre 1970; L.M. Personè, in Il teatro italiano della Belle Epoque, Firenze, 1972, 355-356; S. Rigotti, in Gazzetta di Parma 24 marzo 1975; G. Marchesi in Il Giornale d’Italia 13 ottobre 1980; P.P. Mendogni, in Parliamo un po’ di Sorbolo, 235-239; M. Paladini, Memo Benassi attore indipendente, Parma, 1997.

BENASSI ENRICO
Parma 1901-Torino 26 marzo 1971
Figlio di Umberto, storico insigne. Laureatosi, con lode, nel 1925 all’Università di Parma, nel 1929 conseguì la libera docenza in radiologia. Fu allievo prediletto del professor Rossi alla scuola di radiologia di Parma. Nel 1934 assunse il primariato dell’ospedale di Biella, avendo rinunciato alla nomina a Treviso e ad Ancona. Tenne poi, per incarico, l’insegnamento nell’Università di Ferrara, finché vinse, come primo classificato con giudizio unanime, il concorso alla cattedra di Catania. Avendo rinunciato a questo posto, fu nominato titolare a Ferrara. Nel 1955 fu trasferito, per chiamata unanime della Facoltà, a Torino. La sua operosità scientifica è attestata da oltre 300 pubblicazioni e dalla vasta produzione degli allievi. Fu più volte relatore in congressi italiani e internazionali. Presiedette il II Congresso Internazionale di Fotobiologia, svoltosi a Torino nel 1957. Cultore di studi storici e letterari, il Benassi conseguì nel 1936 la libera docenza di storia della medicina. Le sue ricerche morgagnane gli valsero un premio dell’Accademia d’Italia. Fu inoltre medaglia d’oro della Sanità. Fu consulente radiologo di vari enti, tra i quali il Centro torinese di cardiochirurgia e quello di endocrinochirurgia alla Fiat. Fu vicepresidente della Società italiana di radiologia medica, membro del Comité Internationale de Photobiologie, dell’Accademia delle Scienze di Ferrara, dell’Accademia di Medicina di Torino, della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi e direttore delle riviste Minerva Fisioterapica e Archivio Italiano di Malattie dell’Apparato Digerente, condirettore di Minerva Nucleare e dell’Internationale Rundschau für Physikalische Medizin.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 27 marzo 1971, 4; Al Pont ad Mez 1 1971, 36; F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 52.

BENASSI ENRICO
Casale di Mezzani 14 maggio 1902-Parma 13 febbraio 1978
Figlio di Cesare e di Adelaide Paini, nella modesta cascina paterna visse con altri sette fratelli. I primi insegnamenti scolastici li ebbe presso la chiesa evangelica di Mezzano Inferiore, località nella quale, dalla metà del XIX secolo, si venne insediando una fiorente comunità protestante. Quando era bambino, con l’amico Igino Cantoni (che divenne maestro di corno), durante gli scioperi agrari del 1908 venne ospitato a Bolzaneto, in provincia di Genova, in casa di uno scultore.   Nel 1916 si trasferì con la famiglia a Copermio. Dedito a occupazioni e mestieri diversi iniziò da autodidatta a suonare la chitarra, il mandolino e il banjo, confortato dall’aiuto del maestro Pinazzi, che insegnò la musica ai figli del Benassi, Learco, Pasquale e Giorgio, negli anni 1944 e 1945. Verso il 1920 il Benassi organizzò con amici una piccola orchestra con strumenti a corda e a percussione, mentre le orchestre famose in quegli anni, come I Pinazzi, I Cantoni, e Sansecondini, usavano esclusivamente i fiati. Organizzando orchestrine, feste da ballo e manifestazioni per i carnevali il Benassi integrò i modesti bilanci familiari. Chiamato alle armi il 24 gennaio 1922, fu inviato a Roma nel gruppo Aerartieri e poi trasferito a Parma, dove venne congedato il 12 maggio 1922. Nel giugno dello stesso anno si sposò con Almerina Mossini. Assieme alla moglie visse in famiglia con i genitori. Il 13 novembre 1931 si trasferì con la moglie e i sei figli a San Polo di Torrile. Già allora il Benassi disegnava personaggi storici, musicisti, animali, cavalli e uccelli e gli attori cinematografici che preferiva. Abbandonando il lavoro dei campi, si dedicò a molteplici attività. Fu commerciante ambulante nella raccolta di uova e pollame, frutta e verdura e burro e formaggio. Non gli venne meno la passione musicale, nonostante le condizioni precarie di esistenza, per cui trascriveva canzoni e ballabili di successo per l’orchestrina, con la quale continuava l’attività. L’11 novembre 1932 si spostò a Pizzolese di Cortile San Martino e nel dicembre 1937 si trasferì a Parma, nell’Oltretorrente. A Parma ottenne un posto da infermiere presso l’ospedale Rasori. Nel 1939 sopravvisse a un attacco di peritonite perforante, per cui era stato considerato ormai condannato: le conseguenze di questa operazione gli permisero di evitare di essere arruolato l’anno successivo. Nell’agosto 1942, da solo, si trasferì a Essen, in Germania, come infermiere al seguito di malati. Ritornò prima dell’8 settembre 1943. Lasciato il lavoro di infermiere, si diede al commercio di stoffa, percorrendo in bicicletta un ampio territorio da Busto Arsizio a Varese, da Bologna a Prato e a Biella. Nel 1944 trasferì la famiglia, per porla al riparo dai ripetuti bombardamenti sulla città di Parma, presso l’amico Vincenzino Donati a Sant’Andrea di Torrile. Qui avviò i tre figli alla musica. Nel 1945-1946 si formò l’orchestra fratelli Benassi che debuttò nelle sale da ballo della Bassa, in circhi o riviste. Durante uno spettacolo di rivista, poiché era in voga la canzone Tornar bambini, inventarono una pista girevole, per cui, mentre il pezzo era eseguito da un’orchestra di adulti, il palcoscenico ruotava e mostrava l’orchestrina dei giovani Benassi in calzoncini corti. Tra il 1948 e il 1949 tentò la gestione di una sala da ballo a Fontevivo per la quale costruì da solo le attrezzature dell’orchestra. Contemporaneamente operava come mercante di stoffa nel mercato della Ghiaia di Parma. Dal 1953 cominciò a costruire oggetti. Modellò alcune navi, dopo un viaggio a Venezia con il nipotino Cesare, con assicelle di cassette da frutta, gesso e colla di farina. Costruì e decorò un mobile bar con caminetto incorporato, un tavolo quadrato con dipinto un enorme vaso di fiori corallini, una scaffalatura con i suoi tagli di stoffa, una lampada e vari tamburi afrocubani con smaglianti colori e collage con immagini femminili tratte da giornali. Nel 1958 cessò l’attività di commerciante di stoffe in Ghiaia, proseguendola come ambulante, e da via Imbriani 19 si trasferì in via Firenze 32 bis. Il Benassi è anche noto, a livello internazionale, come uno dei più grandi pittori naïfs italiani. Il Benassi approdò all’arte del dipingere per necessità interiore solo alla fine degli anni Sessanta. All’inizio si mosse come un dilettante, per certi aspetti geniale, ma con pochi mezzi espressivi a disposizione. Usava come supporto per i suoi lavori cartoni ritagliati dal fondo di scatole di cioccolatini oppure scatole di confezioni di biancheria e compensati. I colori che preferiva erano a tempera. L’iniziale carriera pittorica, Calata degli uccelli (1960), Il raccolto egiziano (1962), Teodora (1963), si connota per il costante richiamo all’Oriente, al mondo bizantino e all’Egitto. Il Benassi era alla ricerca di modelli iconografici: l’evasione in mondi fantastici e paradisiaci gli permise in effetti di elaborare un linguaggio personale. L’Oriente alimentò la fantasia del Benassi e la sua arte pittorica raggiunse l’autonomia espressiva tanto cercata. Il dato naturalistico, aneddotico è una costante del primo periodo. Il salto di qualità avvenne agli inizi degli anni Settanta. Il Benassi ottenne i primi riconoscimenti pubblici e varcò i patrii confini. Germania prima, Svizzera, Austria e Yugoslavia poi, concorsero ad affermare il Benassi all’estero e a collocarlo nella cerchia dei pittori naïfs più apprezzati. Il quadro diventò invenzione astratta: l’impressionismo di una volta venne meno, ogni oggettività fu abbandonata e si stemperò in una forma diversa di racconto che è soprattutto apparizione e invenzione. Prospettiva, proporzioni, congruenza storica, realismo cromatico vengono volutamente stravolti per seguire il gioco surreale della fantasia, svincolata da ogni convenzione razionale. La mancanza di prospettiva e il puntinismo (Corteggiatori a cavallo, 1970, Cavalli in città, 1972) sono gli elementi caratterizzanti di un nuovo modo di procedere e fare arte. Sue opere furono esposte in tutto il mondo, dal Giappone (dove un suo quadro servì per la copertina di un volume sui naïfs), all’Europa e all’America. Dal 12 novembre al 4 dicembre 1977 fu organizzata una sua mostra personale presso la chiesa dell’Annunziata di Parma. Nel 1997 sue opere furono presenti alla Triennale di Bratislava (presentato dall’architetto Fritz Novotny, che ebbe un’importante collezione a Offenbach) e in una mostra con la quale fu inaugurato il Museo Charlotte Zander presso Stoccarda, nel castello di Bonnegheim, dedicata a Guerra e rivoluzione nell’arte naive. Il Benassi fu l’unico italiano esposto. Del rapporto della pittura del Benassi con la musica, Anatole Jakovsky, uno dei più grandi critici internazionali del settore, scrisse: Le sue composizioni fiabesche non tengono conto né dell’unità di luogo né di quella di tempo, mescolando il reale e l’irreale, il passato e il presente, senza dubbio perché egli è, innanzi tutto, un poeta. Di più, un poeta e anche un musicista. Le creazioni di Benassi riportano alla memoria tanto la musica che gli scenari di quelle opere dimenticate che si rappresentavano un tempo nei due teatri della sua Città, quei teatri che, alla luce delle candele, dovevano profumare di violetta, proprio come i colori di Benassi che tendono inconsciamente al violetto quando il giorno volge al tramonto. Del Benassi pittore parla anche un altro noto critico internazionale, Arsen Pohribny, che presentò la mostra antologica di Sorbolo (27 settembre-19 ottobre 1997), oltre che la retrospettiva nel decennale della morte, a Parma, nel 1988.
FONTI E BIBL.: M. Dall’Acqua, in Gazzetta di Parma 22 febbraio 1988, 3; Enrico Benassi (1902-1978), Parma, 1988; M. Dall’Acqua, in Al Pont ad Mez 3 1997, 81-83; Gazzetta di Parma 10 marzo 1998, 16.

BENASSI FILOTEA
Parma 26 agosto 1804-Parma 27 dicembre 1838
Si esibì in accademie vocali nell’ottobre 1824 e 1825. Fu virtuosa di canto alla Corte ducale di Parma dal 1828 al 1839. Studiò canto al Regio Conservatorio di Milano. Si presentò la prima volta sulle scene di Parma il 16 maggio 1829 cantando nel Mosè di G. Rossini, come prima donna. A Milano fu un’ottima allieva e il Corriere delle Dame (del 2 ottobre 1824 la prima volta e in numeri successivi in altre occasioni) scrive che fu applaudita e premiata nelle accademie della scuola. Anche nel debutto a Parma fu applauditissima per la voce, lo stile, il gusto e la sicura esposizione. Probabilmente nell’ambiente del Conservatorio di Milano la Benassi conobbe il Reina, ex allievo dell’Istituto, e i due si sposarono giovanissimi, certamente prima del Mosè parmigiano, in quanto la Gazzetta di Parma parla di lei come signora Reina. Dopo il successo parmigiano, la carriera si aprì benevola alla Benassi: nel Carnevale 1829-1830 fu ancora al Teatro Ducale e, a seguito del successo conseguito, Maria Luigia d’Austria la nominò, al termine della stagione, sua virtuosa di camera. La sua carriera teatrale fu però brevissima, anche se calda di consensi: Padova e Bergamo. Poi la Benassi abbandonò la professione. Forse furono le maternità a farla scendere dalle scene (nel 1833 le nacque una figlia, Adele). Mentre il Reina continuò in una gloriosa carriera, lei restò attiva a Corte fino alla morte prematura, come risulta dai documenti della contabilità dell’Orchestra Ducale di Parma.
FONTI E BIBL.: Biblioteca Palatina di Parma, Almanacchi di Corte dal 1830 al 1839; Gazzetta di Parma 23 maggio 1829, n. 41; P.E. Ferrari, Gli Spettacoli drammatico musicali, 1884, 166-167; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 273; Malacoda 53 1994, 26.

BENASSI FRANCESCO
Parma 8 agosto 1811-Parma 15 marzo 1892
Figlio di Stefano. Discendente del ramo della famiglia Benassi che, divenuta ricca con il commercio dei formaggi, poté entrare nella Corte Ducale di Parma e avere il titolo comitale. Il Benassi entrò giovanetto nel Collegio dei Barnabiti di Bologna. Ordinato sacerdote, si laureò nel 1835 in Teologia e fu aggregato all’Almo Collegio Teologico di Parma e nominato docente di Teologia Morale nell’Università di Parma (1838-1859), divenendone poi professore emerito. Fu Vicario generale di monsignor Cantimorri e professore di Teologia Morale nel Seminario di Parma (dal 1852), ove introdusse nelle scuole il sistema del Probabilismo. Poi fu Canonico Arcidiacono della Cattedrale di Parma. Nel 1859, eletto Vescovo della Diocesi di Borgo San Donnino, ne declinò l’alto onore. Il 27 ottobre 1871 fu consacrato Vescovo di Guastalla, dove rimase fino al 1884, nel quale anno la Santa Sede, avendo accettato la sua rinuncia, lo nominò Vescovo Titolare di Argo (10 novembre 1884). Fu pure Vicario Generale della Diocesi di Parma e Prelato domestico di Sua Santità. Si ritirò infine a vita privata nella sua città natale.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario Biografico, 1905, 7; A. Schiavi, Diocesi di parma, 1940, 273; I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 160; G. Marchi, Pietro Fiaccadori, 1991, 42.

BENASSI GIUSEPPE ANTONIO
Parma 1689/1730
Fu compositore alla Stamperia Ducale dal 25 giugno 1714 al 1730. Del Benassi sono da notare due curiose pagine intestate Anagramma numerale, che testimoniano in parte la sua attività precedente: nella prima, del 1696, inserita nella Pallade segretaria del Fontana, dopo l’indice dei corrispondenti, si firma: In segno di particolar’ossequio Giuseppantonio Benassi, cui toccò la sorte di comporre i caratteri per l’impressione delle accennate due Opere (quella in questione e la Venere smascherata, edita da Rosati nel 1689). L’altro anagramma si trova a pagina XV dell’opera di Francesco Maria Biacca, Ortografia manuale, edita da Giuseppe Rosati nel 1714: alla fine della presentazione dell’opera l’autore ringrazia l’onorato Componitore di Stampa Giuseppe Benassi per la collaborazione prestatagli durante la stesura del volume, dolendosi che egli, passato nel frattempo al servizio ducale, non abbia potuto comporre il proprio libro. Della Stamperia Ducale, per la quale fu attivo il Benassi, vengono spesso ricordate due sole opere: I Cesari in oro e in argento, relativi alla collezione di monete dei duchi, riprodotte in dieci volumi in folio editi tra il 1694 e il 1727, e il Ragguaglio delle nozze di Elisabetta Farnese con Filippo V di Spagna, edito nel 1717. Ma numerose furono anche le pubblicazioni occasionali prodotte a motivo delle feste e degli spettacoli di Corte: le Feste di Fuochi per l’elezione al trono pontificio di Innocenzo III nel 1721 e di papa Benedetto XIII nel 1724, le Poesie per le nozze di Antonio Farnese con Enrichetta d’Este nel 1728 e il poema del Frugoni Le nozze di Nettuno l’equestre con Anfrite per la medesima occasione. Un altro importante inventario, Farnesianae Bibliothecae catalogi, redatto da Benedetto Lusignani, venne stampato nel 1727.
FONTI E BIBL.: Al Pont ad Mez 1996, 22.

BENASSI LUIGIA, vedi MELZI D’ERIL LUIGIA

BENASSI MEMO, vedi BENASSI DOMENICO

BENASSI PIETRO
Parma 4 luglio 1798-Parma 1 gennaio 1874
Conte, figlio di Francesco Paolo. Fu dottore in entrambi i diritti, cavaliere dell’ordine di San Giorgio, cavaliere con collana dell’ordine di San Ludovico, nobile di camera onorifico nella Corte borbonica. Aiutò bisognosi e sventurati con la sua generosa carità e prestò opera gratuita verso l’Ospedale e il Comune di Parma.
FONTI E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 35.

BENASSI PIETRO
Parma 9 giugno 1805-post 1864
Figlio di Luigi e Maria Benassi. Conte e possidente, nel 1864 fu segnalato alle autorità come reazionario.
FONTI E BIBL.: P. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 35.

BENASSI PIO
Parma o Lentigione 1869-1945
Studioso di problemi agrari e pioniere del movimento sociale cattolico, della cooperazione e della mutualità agraria, fu membro dell’Istituto Internazionale di Agricoltura. Si trasferì a Bergamo nel 1900 per dirigervi l’Ufficio cattolico del lavoro. Fu collaboratore e poi direttore della Rivista di Agricoltura di Parma (Parma, 1896-1901 e 1922-1938), membro del consiglio direttivo dell’Unione economico-sociale e del Consiglio superiore del lavoro. Nel primo dopoguerra diresse pure la Federazione nazionale cattolica delle unioni agricole (Cfr. L’osservatore romano 12 dicembre 1945; per la sua bibliografia vedi Archivio Storico delle Province Parmensi 1973, 55).
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 55; Dall’intransigenza al governo, 1978, 175-176.

BENASSI STEFANO
Parma 10 febbraio 1782-Parma 4 luglio 1854
Figlio di Francesco Paolo. Conte, cavaliere costantiniano nella Corte parmense, fu scelto tra i tre gentiluomini d’onore di camera per elargire l’obolo regale straordinario ai poveri.
FONTI E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 35-36.

BENASSI UMBERTO
Parma 4 gennaio 1876-Genova 2 agosto 1925
Nato a Parma da Aminta e da Maria Beatrice Pelizzi, vi fece gli studi secondari, recandosi poi nel 1894 a Pisa, dove compì gli studi universitari alla Scuola Normale. In quegli anni pisani il Benassi ebbe compagni di studio e di discussione G. Gentile, G. Lombardo Radice e G. Volpe. Maestri gli furono A. D’Ancona, E. Pais e, in particolar modo, Amedeo Crivellucci, al quale finì per legarsi saldamente. Del Crivellucci, la cultura ancora provinciale del Benassi subì immediatamente il fascino, accogliendone intera la lezione di serietà e di impegno scientifico. Nella rivista fondata e diretta dallo stesso Crivellucci, Studi storici, egli pubblicò ventunenne, nel 1897, il suo primo saggio dedicato a una questione di cronistica parmense. Fin da questi primi anni di studio e di lavoro fissò chiaramente il suo entusiasmo erudito alle vicende storiche della città natia e subito impegnò tutte le sue forze nell’allestire i materiali per quella che doveva rimanere l’impresa più ambiziosa della sua professione di ricercatore: la Storia di Parma, continuazione della vecchia e celebre compilazione dell’Affò, portata innanzi dal Pezzana fino alle soglie del secolo XVI. In cinque densi volumi, stampati a Parma tra il 1899 e il 1906, il Benassi non arrivò a comprendere che il brevissimo periodo che va dal 1500 al 1534. Da un punto di vista interno, si tratta di una opera discontinua e assai poco omogenea, legata nei vari volumi alla maturazione e mutazione dello studioso: da un primo volume arido e annalistico, troppo scolasticamente legato ai vecchi modelli della storiografia erudita locale, attraverso un secondo e un terzo più liberi e personali nell’impostazione e nella trattazione, si passa alggli ultimi due veramente buoni, nei quali il Benassi, liberatosi dell’impaccio giovanile e dominando più accortamente l’imponente materia erudita e la vastità della ricerca archivistica, riesce a uscire dallo spirito un po’ angusto della storia locale e a ricollegare le vicende dello Stato parmense ai movimenti e ai contrasti politici e ideali che fervevano sull’orizzonte europeo nella prima metà del Cinquecento. In generale, stupisce e impressiona nell’opera del benassi, ancora giovane, la maturità del mestiere e le conoscenze sterminate e di prima mano nei riguardi della materia trattata, per quanto ristrette all’ambito parmense. Ma vano sarebbe pretendere dal Benassi la capacità di un rievocatore felice ed efficace, oltre la documentata cronaca degli avvenimenti storici. Gli nocque probabilmente l’essersi accinto a una tale impresa senza aver prima sperimentato ricostruzioni di più facile respiro. Finirono così per diventare gravi limiti gli stimoli stessi che lo avevano spinto all’opera, cioè il fascino troppo provincialmente sentito della storia locale e della secolare tradizione della sua Parma da un lato e dall’altro l’inclinazione polemica verso la storia come narrazione minuta e documentata di avvenimenti politici e diplomatici e il tentativo ambizioso di legarsi alla magistrale lezione muratoriana senza avere le capacità necessarie a rinnovarla e interpretarla in modo moderno. L’esistenza stessa del Benassi può testimoniare però dell’autenticità della sua vocazione storica, nutrita essenzialmente di amore per le tradizioni e le vicende locali e di severa dedizione alla ricerca documentaria. Professore di scuola media, dapprima a Porto Maurizio, poi a Parma dal 1905 come titolare di storia nell’istituto tecnico, tenne quella cattedra per vent’anni, rifiutando incarichi più prestigiosi e ambiti, restio soprattutto ad allentare anche per poco i legami con la terra natia. Da questa ininterrotta vocazione di studioso locale sorsero via via i suoi numerosissimi contributi, caratterizzati tutti da grande attenzione di ricerca e da notevole ricchezza documentaria. Tralasciando i molti saggi che apparvero nel Bollettino Storico Piacentino e nell’Archivio Storico per le Province Parmensi tra il 1905 e il 1925, vanno almeno ricordati la Storia di Parma da Pier Luigi Farnese a Vittorio Emanuele III (Parma, 1907), dove l’intento palesemente divulgativo permette più libera e spontanea espressione allo spirito e alla vena di rievocazione locale propri del Benassi, e il volume I del Codice diplomatico parmense del secolo IX (Parma, 1910), saggio notevole per la sicura conoscenza da parte del Benassi della storia Parmense. E può non essere inutile alla comprensione della sua personalità ricordare anche una conferenza che egli tenne all’Università popolare di Parma nel marzo del 1915 e subito stampata in opuscolo, L’anima parmigiana di fronte alla guerra attraverso i secoli, dove, facendosi ingenuo partigiano dell’interventismo, egli conduce la sua inclinazione di storico locale ai limiti della retorica di un nazionalismo tutto risolto in bonario spirito di campanile. I risultati migliori e di gran lunga più maturi della indefessa attività di ricercatore del Benassi sono però raccolti nel lavoro, che egli condusse negli ultimi anni di vita, su Guglielmo Du Tillot. Un ministro riformatore del secolo XVIII, uno dei primi contributi seri alla storia dell’illuminismo italiano e del movimento riformatore. La lunga ricerca del Benassi, che uscì a puntate nell’Archivio Storico per le Province Parmensi tra il 1915 e il 1925 (voll. XV-XVI e XIX-XXV) e fu diffusa poi in estratti unitari, stavolta si sostanzia dei nuovi indirizzi storiografici, in particolare di quello economico-giuridico, e ritrova nella sempre imponenete mole del materiale erudito un ben distinto filo conduttore, rappresentato dalla corrente di rinnovamento politico e civile della piccola Parma settecentesca e impersonato dalla figura del Du Tillot. Il Benassi è così condotto dal suo stesso argomento al di fuori dello spirito provinciale cui era rimasto per l’innanzi legato, preso nel giro di problemi e dibattiti che gli aprirono un orizzonte europeo. L’opera prese posto in tutta una serie di studi che rinnovarono in quegli anni le prospettive della ricostruzione storica del Settecento italiano, quali offrirono lo Schipa, il Rota, il Natali e il Pugliese, e impostò una serie di problemi, come l’importanza e la diffusione europea della circolazione delle idee illuministiche, che rimasero fondamentali, da un punto di vista metodologico, nella posteriore ricerca storica sul secolo dei lumi. Nonostante che in due concorsi universitari, a Messina nel 1920 e a Catania nel 1921, fossero stati espressi giudizi lusinghieri sul suo conto, il Benassi non volle neppure tentare una strada per la quale non si sentiva portato: affezionatissimo alle sue cariche e incombenze locali ed erudite, segretario della Deputazione di Storia Patria di Parma dal 1909, della locale Accademia di Belle Arti e membro della Commissione Araldica, solo all’inizio del 1925 cedette alle insistenze degli amici chiedendo la libera docenza. Ma la morte lo colse nello stesso anno.
FONTI E BIBL.: Recensioni e segnalazioni dei vari lavori del Benassi si trovano numerose nelle riviste di cultura del tempo , in particolare nell’Archivio Storico Italiano e nel Giornale Storico della Letteratura Italiana: per esempio G. Coggiola, recensione a Storia di Parma, in Studi Storici X 1901, 351-356, e XVI 1907, 103-108; G. Prato, Un ministro riformatore del secolo XVIII, in La Riforma Sociale XXXII 1925, 137-142, acuta disamina del lavoro del Benassi su Du Tillot. Cfr. inoltre la necrologia del Benassi scritta da A. Boselli nel Giornale Storico della Letteratura italiana XLIII 1925, 421 s.; P. Egidi, In memoria, in Rivista Storica italiana XLII 1925, 335; P. Silva, Umberto Benassi, in Archivio Storico per le Province Parmensi, n.s., XXV 1925, XXIII-XL, che è il contributo più ampio, con larga bibliografia della produzione storiografica del Benassi; W. Maturi, Gli studi di storia moderna e contemporanea, in Cinquant’anni di vita intellettuale italiana, 1896-1846, Scritti in onore di B. Croce per il suo ottantesimo anniversario, Napoli, 1950, 231-233; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 24-25; G.F. Torcellan, in Dizionario biografico degli Italiani, VIII, 1966, 177.

BENECCHI ACHILLE
Parma 11 giugno 1903-post 1944
Nato da Massimo e Angelica Gerbella. Comunista, fu nel 1922 con Picelli sulle barricate dell’Oltretorrente, in Parma. Espatriò nello stesso anno in Francia e risiedette a Parigi, dove fu membro attivo del Partito Comunista e delle organizzazioni antifasciste. Arruolato il 30 settembre 1936 nell’XI Brigata, sezione telefonisti, ebbe il grado di sergente. Nella Brigata Garibaldi dall’aprile 1937, fu tenente nella Compagnia Trasmissioni. Prese parte a tutti i combattimenti delle due brigate. Uscito dalla Spagna il 22 dicembre 1938, nel 1939 venne arrestato in Francia e internato nel forte di Tourelles, presso Parigi, poi nel campo di Compiègne, da dove fu liberato nel 1944. Combatté nel maquis e il governo francese lo decorò con la Stella al valore.
FONTI E BIBL.: L. Arbizzani, Antifascisti in Spagna, 1980, 33-34.

BENECCHI PIETRO
Parma 1627-Parma 11 gennaio 1690
Professò i voti religiosi nel 1644. Fu dottore collegiato di Parma di sacra teologia, abate di San Paolo di Roma e poi nel monastero di San Giovanni Evangelista di Parma dal 1687 al 1688. Morì a causa di un morbo apoplettico.
FONTI E BIBL.: A. Galletti, Monastero di San Giovanni Evangelista, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1980, 118-119.

BENEDETTI ANDREA
Parma 1615/1618-post 1660
Probabilmente di origine emiliana (Modena o Parma), è menzionato per la prima volta nel 1636 ad Anversa come allievo del pittore Vincenzo Cernevael, forse italiano anche lui, che pare avesse indotto il Benedetti a seguirlo nelle Fiandre. Nel 1638 il Benedetti entrò ad Anversa nello studio di Jean de Heem, famoso pittore di nature morte, e nel 1641 vi fu iscritto a sua volta maestro nella corporazione di San Luca. Nel 1649 assunse quale allievo Jan-Baptiste Lust, noto come mediocre pittore di fiori. Pare che il Benedetti in seguito abbia lasciato i Paesi Bassi per recarsi in Austria prima di far ritorno in Italia, presumibilmente verso il 1660. Intanto si era affermato quale eccellente pittore di nature morte alla maniera del de Heem, di cui infatti può essere considerato il principale seguace, tanto che le sue opere sono spesso confuse con quelle del maestro. Rappresentano quasi sempre uva in una fruttiera, argenteria e strumenti musicali con un libro di mottetti aperto. Il tutto si vede su una tavola a metà coperta da un ricco tappeto orientale. Spesso non mancano elementi architettonici di carattere monumentale e una pesante tenda drappeggiata. I quadri sono talvolta firmati con le iniziali A.b. Non risulta dove e quando morì il Benedetti, che viene generalmente annoverato tra gli artisti di scuola fiamminga. Un quadro, composto nel modo descritto, nel 1659 tra i dipinti di proprietà del granduca Leopoldo Guglielmo d’Austria (su tela, cm. 70x102), è conservato nel Museo di Vienna. Sette anni prima, nel 1652, un piccolo banchetto (su tavola) fece parte dell’eredità del pittore V. Wolfvoet, scolaro di Rubens, morto ad Anversa in quell’anno. Il fatto che diversi quadri del Benedetti si trovino in Italia fa presumere che egli vi abbia trascorso gli ultimi anni della vita. Nella Galleria Estense a Modena esiste un bel rinfresco di sua mano (riprodotto in Dedalo IV 1923-1924, 607). Due suoi quadri si conservano nella Pinacoteca di Parma (n. 263 e n. 269, già attribuiti a Jan Heda, olandese). Un altro ancora, firmato con la solita sigla, poi scomparsa, è a Roma nella Galleria Nazionale di Arte Antica in palazzo Corsini: Natura morta con l’aragosta (inventario n. 944). Ottimo saggio dell’arte del Benedetti è poi un’ampia natura morta, firmata, nella Galleria di Budapest (riprodotto in Dedalo IV 1923-1924, 608). Firmata è quella già nella raccolta H.G. Winkler ad Amburgo, venduta in asta pubblica nel 1888: Aragosta e frutta con un liuto. Quadri come i sopracitati richiamano un confronto, così per contrasto come per analogia, con diverse opere del contemporaneo Evaristo Baschenis. Certo l’arte del Benedetti non si distingue per originalità. Anche il suo colorito, squisitamente equilibrato, è convenzionale. Tuttavia egli fu un artista valente e versatissimo, che rimane rappresentativo per l’epoca a cui appartiene.
FONTI E BIBL.: Rombouts en Van Lerius, De Liggeren der Antwerpsche Sint-Luchas-gilde, Antwerpen, 1864, I, 96, 114, 209; F.J. Van den Branden, Geschiedenis der Antwerpsche Schilderschool, Antwerpen, 1883, 868; A. Berger, Inventar der Kunstsammlung des Erzherzogs Leopold Wilhelm von Oesterreich, in Jahrbuch der Kunst-historischen Sammlungen des allerh. Kaiserhauses, I, 1883, 118; G. Hoogewerff, Nature morte italiane del Seicento e del Settecento, in Dedalo IV 1923-1924, 604-608; J. Denuncé, De Antwerpsche Kunstkamers. Inventarissen, Antwerpen, 1932, 143; G. Glück, Rubens, Van Hyck un ihr Kreis, Wien, 1933, 243-251; Ch. Sterling, La nature morte, Paris, 1952, 52, 73; E. Greindl, Les peintres flamands de nature morte au XVIIe siècle, Bruxelles, 1956, 106 s., G. De Logu, Natura morta italiana, Bergamo, 1962, 175; R. Roli, in La natura morta italiana (catalogo della mostra, Napoli-Zurigo-Rotterdam), Milano, 1964, 101; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, II, 306; G.J. Hoogewerff, in Dizionario biografico degli Italiani, VII, 1966, 247.

BENEDETTI BARBARA, vedi TORELLI BARBARA CALIDONIA

BENEDETTI BENEDETTO
Parma 1148
Canonico della Cattedrale di Parma nel 1148, fu inoltre prete magister scholae.
FONTI E BIBL.: M. Martini, Archivio capitolare della Cattedrale, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1911.

BENEDETTI FRANKO
Perugia 1935-Parma 1993
Formatosi a Parma e nell’ambiente culturale e creativo dell’Olivetti, iniziò la propria attività artistica come pittore informale e partecipò alle mostre e ai fervorosi dibattiti degli anni Cinquanta. Si affermò successivamente come fotografo di moda. Membro dell’Associazione tipografica internazionale, negli anni Ottanta fondò, con altri intellettuali parmensi, la casa editrice Antigraphus.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 126.

BENEDETTI GIULIO
-Parma dicembre 1596
Sacerdote, fu maestro di cappella alla Cattedrale di Parma. Sino dal 2 dicembre 1566 il Benedetti fu mansionario della Cattedrale. Nei mandati di pagamento figura la prima volta come maestro di cappella, per aver diretto la messa cantata in occasione della elezione del papa Innocenzo IX (9 novembre 1581). Come maestro appare ancora il 15 agosto 1594, tuttavia è da ritenere che esercitasse allora tale ufficio in sostituzione del maestro effettivo. Morì poco prima dell’8 gennaio 1597, poiché da altri in quel giorno venne preso possesso del suo beneficio.
FONTI E BIBL.: Benefit. necnon Benefitiat. Elenchus, fol. 46 (Archivio di Stato di Parma); N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 24.

BENEDETTI GIUSEPPE
Parma 1711/1754
Intagliatore operante tra il 1711 e il 1754.
FONTI E BIBL.: C. Malaspina, 1869, appendice; Il mobile a Parma, 1983, 257.

BENEDETTI MARCELLO
Parma 1350
Fu canonico della Cattedrale di Parma (1350) e cronista.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 99; F. da Mareto, Indice, 1967, 104.

BENEDETTI MASILIO
Parma 1202
Forse figlio di Gerardo. Fu ingrossatore del Comune di Parma nell’anno 1202.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 583.

BENEDETTO
Parma 998/1000
Giudice attivo in Parma negli anni 998-1000.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 105.

BENEDETTO
Parma 1148
Figlio di altro Benedetto. Nell’anno 1148 fu canonico primicerio della Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 105.

BENEDETTO DA PARMA
Parma 1416
Figlio di Lazaro, abitò nella vicinia di San Prospero a Parma, dove svolgeva la professione di scudaro. È indirettamente ricordato in un atto notarile in data 21 maggio 1416: MCCCC XVJ Indictione nona die XXJ mensis maj. Nicolaus de belinzonibus f. Magistri Ioahnis civis parme vic.ae sancti prosperi porte de parma per se et suos heredes concessit et locavit ad pensionem Benedicto scudario f.q. Lazari etiam civi parme vic.a sancti prosperi p. de p. presenti conducenti stip. et recip. pro se et suis heredibus, usque ad octo menses proxime venturi incipiendos in festo sancti petri mensis Iunii proxime venturi anni presentis et finiendos ut sequitur. Unam domum muratane, et copatane cum casamento, curia muris et aehedificiis ipsius domus, positam in civitate parme in vic.a Sancti prosperi, cui sunt fines, ab dicti locatoris, ab Zilioli de Belinsonibus, et a duabus via communis salvis aliis confinibus pro pensione et mercede totius tempus dictorum octo mensium in soma sold. quadraginta imper (rogito di notaio incerto, nella filza Miscellanea n. 47 dell’Archivio Notarile di Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 7.

BENEDETTO DA PARMA
Parma 1625
Francescano, era guardiano del Convento di Parma, quando nel 1625, la notte dell’Ascensione, rovinò il tetto provvisorio della chiesa della Santissima Annunziata. Siccome godeva di molta stima presso la duchessa Margarita Aldobrandini, che governava per il figlio minorenne, Benedetto ebbe agio di adoperarsi efficacemente sia presso la medesima sia presso le nobili famiglie della città affinché con sollecitudine venisse riparato il grave danno. Furono subito cominciati i lavori, dietro disegno dell’ingegnere di Corte Girolamo Rainaldi, romano, il quale, mirando più alla solidità che alla bellezza, ordinò la forma del volto, come ora si vede, diversa dal primo modello, mentre esser doveva assai più alto, con un cupolino nel mezzo. L’opera non ebbe compimento che dopo il 1650.
FONTI E BIBL.: G. Picconi, Uomini illustri francescani, 1894, 246-247.

BENEDINI ALBERTO
Parma-Parma 1855
Avvocato, fu segretario nell’Ufficio del Procuratore ducale di Parma con nomina sovrana. Durante i moti del 1831 si mostrò torbido sotto ogni rapporto, e non potendo afferrare il potere che bramava, tendeva a condurre il popolo all’anarchia. Inquisito come altro dei principali autori della rivolta in Parma. Fu arrestato e processato e in forza del decreto sovrano d’amnistia del 29 settembre 1831 venne messo in libertà il 1° ottobre ma sottoposto ad alcuni precetti. Il Benedini fu eletto al Parlamento subalpino quale deputato di Busseto nella prima legislatura (27 aprile-30 dicembre 1848). Il 16 marzo 1849 fu chiamato a far parte della commissione governativa (governo provvisorio) per lo Stato di Parma. Appartenne allo schieramento liberale.
FONTI E BIBL.: Assemblee del Risorgimento: Napoli, Roma, 1911; T. Sarti, Il Parlamento subalpino e italiano, Roma, 1896-1898; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 20; A. Malatesta, Ministri, deputati, senatori, 1940, I, 95; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 136; L. Armelonghi, Cenno Necrologico, in Gazzetta di Parma 22 agosto 1855, n. 191; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 139.

BENEDINI CARLO ALBERTO, vedi BENEDINI ALBERTO

BENEDINI MARC’ANTONIO
Parma 1590
Prestò servizio da organista in occasioni straordinarie (1° aprile 1590).
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Storia della musica in Parma, 1936.

BENEDINI THOMA
Parma 1538
In una grida dell’8 maggio 1538 è ricordato come tubator (trombetto) del Comune di Parma.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Banda, 1993, 25.

BENEDONI BIAGIO
Parma 1614
Pittore ritrattista attivo in Roma, figlio di Gian Battista. È ricordato in un atto notarile del 26 gennaio 1614.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti Parmensi in Roma, 1883, 154-155.

BENELLI ATTILIO
Parma 1847-1950
Meglio conosciuto sotto l’appellativo di Ambanelli, fu per molti anni, una delle più caratteristiche macchiette di Parma. Nipote di Ermenegildo, capo muratore alla Corte del Duca, e figlio di Luigi, muratore anche lui, il Benelli fu dapprima apprendista ciabattino e poi divenne pigiatore d’uva nelle cantine di Debrando in borgo Marodolo e in quella del Magnanén in borgo delle Caligarie. Negli ultimi tempi visse esclusivamente d’elemosine. Fu noto come un eccezionale improvvisatore di rime estemporanee, talune delle quali piuttosto piccanti.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 25.

BENELLI SMERALDO
Castelnovo Sotto 24 ottobre 1783-Parma 27 giugno 1830
Nacque da povera famiglia. In gioventù si trasferì a Parma. Compiuto con lode il corso letterario e filosofico, studiò teologia ed ebbe fama di ingegno acuto e perspicace. Angelo Mazza lo stimò e lo designò, come poi avvenne, a suo successore nella cattedra universitaria di lingua greca. Per le sue ristrettezze economiche, inizialmente si adattò a fare l’educatore in parecchie famiglie di Parma, poi accettò l’incarico di prefetto nel Collegio di Santa Caterina. Presto però fu riconosciuto il suo valore e gli fu data la cattedra di Umane lettere, che tenne finché il Collegio fu soppresso. Successivamente, una volta avviato il Liceo, vi ebbe la medesima cattedra. Professò nello Studio universitario di Parma Lingua Greca, succedendo nella cattedra, come detto, ad Angelo Mazza. nel 1814 lesse successivamente Rettorica, Poetica, Lingua greca, nuovamente Rettorica e Letteratura greco-latina. Nella chiesa di San Rocco è una epigrafe latina in suo onore, da cui si apprende che morì di tisi. Si ricordano del Benelli numerose Odi (1811, 1815 e 1816) e la versione italiana di Columella (1816). L’abate E. Zucchi dettò un Ritratto del Benelli e la Gazzetta di Parma il Necrologio (1830). Nel Calendario di Corte e poi nell’Almanacco di Corte è citato dal 1818 al 1830. Istituì l’Accademia dei Mazzeschi e fu tra i fondatori di quella dei Filomati. Ippolito Pindemonte e Michele Colombo lo stimarono quale ottimo letterato, soprattutto di lingua greca.
FONTI E BIBL.: Giornale del Taro 1815, 16; Gazzetta di Parma 1830, 214; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 47; G.M. Allodi, Serie Cronologica dei Vescovi, II, 507; F. Rizzi, Clero in cattedra, 1953.

BENEVENUTO, vedi ASDENTI BENVENUTO

BENI CLARICE
Parma-Parma 17 settembre 1702
Moglie del maestro dei violini alla Corte dei Farnese, Giuseppe Venturini, risulta essere stata una notevole cantante. La si trova indicata come cantatrice del serenissimo di Parma nel Carnevale 1686-1687 al Regio Ducale Teatro di Milano nei drammi per musica Antonio e Pompeiano e nel Galieno, teatro dove ritornò anche l’anno seguente nell’Anarchia dell’impero e ne I due Cesari del Legrenzi. Sempre nel 1688 fu al Nuovo Teatro Ducale di Piacenza nel dramma L’Ercole trionfante di Bernardo Sabadini, mentre nell’ottobre fu a Modena, al Teatro Fontanelli, nel dramma per musica Flavio Cuniberto di Domenico Gabrielli. Nel 1689 cantò al Nuovo Teatro Ducale di Parma nel dramma per musica Dionisio siracusano, mentre l’anno dopo prese parte ai grandiosi spettacoli che vennero qui dati in occasione delle nozze tra Odoardo Farnese e Dorotea Sofia di Neoburgo: L’idea di tutte le perfezioni, L’età dell’oro e il favore degli dei. Lo stesso anno fu a Venezia al Teatro Vendramin di San Salvatore nel dramma in musica Brenno in Efeso, mentre nell’agosto dell’anno dopo fu al Teatro di Bergamo nell’operetta morale Il merito fortunato di Francesco Ballarotti. Nel 1692 cantò al Teatro Nuovo di Piacenza nel dramma di Sabadini Circe abbandonata da Ulisse e al Novissimo Teatro Ducale di Parma in Il Massimino dello stesso autore. Concluse l’anno a Crema nel dramma per musica Il Pausania e nel settembre al Nuovo Teatro di Lodi nella favola per musica Endimione, musicata da Paolo Magni (I atto) e Giacomo Griffini (II e III atto). Nel 1693 fu ancora a Lodi nel melodramma La Rosmene o L’infedeltà fedele, opera di diversi autori, e l’anno dopo a Piacenza nel dramma del Sabadini Demetrio Tiranno. Per quanto si sa, concluse la carriera a Parma nella pastorale per musica Paride in Ida (1696) e l’anno dopo nei drammi per musica Ottaviano in Sicilia e in Tullo Ostilio, di diversi spiritosi ingegni.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruoli Farnesiani, 1683-1692, fol. 285, 1693-1701, fol. 110, 1702-1712, fol. 107; P.E. Ferrari, Spettacoli drammatico musicali, 30; L. Balestrieri, 123, 124; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 141; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

BENIGNI PIETRO PAOLO
Parma 1678/1707
Fu musico del Duca di Parma dall’11 marzo 1678 al 15 gennaio 1707, nel quale giorno fu licenziato. Invece alla chiesa della Steccata di Parma venne eletto il 17 agosto 1678 e vi rimase fino al 1692, dopo il quale anno prese parte soltanto alle funzioni principali. Cantò ancora in diversi spettacoli di Corte, rappresentando Momo in Amore riconciliato con Venere, Gufo, faceto di Corte, in Amalasonta in Italia, Momo nel dramma Il favore degli Dei e Idreno nel Massimino. Fu attore anche in Amor spesso inganna e in Dionisio Siracusano.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stao di Parma, Ruoli Farnesiani, 1671-1682, fol. 324, 1683-1692, fol. 177, 499, 1693-1701, fol. 189, 473, 1702-1712, fol. 214; Archivio della Steccata, Mandati, 1677-1678; 1689-1690, 1691-1695; P.E. Ferrari, Spettacoli drammatico musicali, 30; L. Balestrieri, 121, 122, 125 e 127; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 137.

BENIGNO PAOLO
Parma-post 1800
Tenore, detto il Parmeggianino, fu molto attivo nei maggiori teatri alla fine del XVIII secolo. Dal 1790 al 1792 lavorò a Napoli al Teatro Nuovo sopra Toledo in commedie e drammi giocosi per musica (Le astuzie in amore di Giacomo Tritto, L’allegria della campagna di Marcello di Capua, La ballerina amante e L’impresario in angustie di Cimarosa, Le false magie per amore di Domenico Cercià e L’isola di Bellamarina di Francesco Antonio De Blasis). Fu presente anche al Reale Teatro del Fondo nella Quaresima del 1790 nel dramma sacro per musica Il sacrificio di Jefte, in quella del 1792 nell’oratorio di Gaetano Marinelli Baldassarre punito, mentre nel 1791 l’oratorio Il convito di Baldassarre, di diversi celebri autori, fu eseguito al Teatro Nuovo sopra Toledo. Nel 1792 lasciò Napoli e cantò a Firenze al Reale Teatro della Palla a corda nei drammi per musica Pirro re dell’Epiro di Nicola Zingarelli e Angelica e Medoro di Gaetano Andreozzi, nella stagione di Fiera al Nuovo Teatro di Crema ripeté il Pirro, poi nella stagione di Fiera di Bergamo fu al Teatro Riccardi nel dramma tragico per musica La morte di Semiramide di Giambattista Borghi. Nel Carnevale del 1793 fu al Teatro dell’Accademia Filarmonica di Verona nel dramma per musica Giulio Sabino di Giuseppe Sarti e alla Fiera dell’Ascensione al Teatro La Fenice di Venezia in Tito e Berenice di Sebastiano Nasolini. Dal 1793 fu in Russia, attivo nei teatri reali di San Pietroburgo, rientrando in Italia nell’estate 1797. Nell’autunno cantò nel Pubblico Teatro di Lucca nel dramma giocoso di Valentino Fioravanti Il furbo contro al furbo, per approdare nella primavera del 1798 al Teatro Carignano di Torino nei drammi giocosi La sposa bisbetica di Pietro Guglielmi, La donna di genio volubile di Marc’Antonio Portogallo e il serraglio. Nel giugno ripeté l’opera del Portogallo al Teatro della Società di Casale Monferrato e nell’autunno fu alla Scala di Milano nelle commedie per musica La ballerina amante di Domenico Cimarosa, La città nuova di Stefano Cristiani e I matrimoni liberi di Giuseppe Mosca. Nel 1799 cantò al Teatro Alibert di Roma nel dramma giocoso di Pietro Carlo Guglielmi La fata Alcina, nel Carnevale del 1800 fu al Teatro di Brescia nel dramma giocoso I tre Orfei di Marcello di Capua e nell’autunno fu nuovamente al Teatro Carignano di Torino nelle farse giocose Il diavolo a quattro di Portogallo, Il re Teodoro in Venezia di Giovanni Paisiello e in quelle in un atto di Giuseppe Gazzaniga Che originali e Fedeltà e amore alla prova.
FONTI E BIBL.: Sartori; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

BENINI RENATO
Palanzano 11 giugno 1921-Fidenza 30 luglio 1945
Partigiano. Morì in seguito alle ferite che gli erano state inferte. Fu decorato con la medaglia di bronzo al valor militare.
FONTI E BIBL.: Caduti Resistenza, 1970, 66.

BENNI GIUSEPPE MARIA
Viazzano 1724-San Martino Sinzano 7 settembre 1801
Fu Arciprete e prevosto della parrocchia di San Martino Sinzano dal 20 maggio 1760 fino alla morte. Fu eletto giudice per la stima dei fondi pertinenti a diritti di enti ecclesiastici dai vescovi di Parma Francesco Pettorelli e Adeodato Turchi. Fu anche nominato vicario provinciale dal Magistrato per la conoscenza della empietà. Nel 1783 il Benni fu cappellano della chiesa di Collecchio. È ricordato da una lapide morturaria che si trova nella sagrestia della chiesa di San Martino Sinzano.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 18 gennaio 1960, 3.

BENOLDI ALCESTE
Parma 26 ottobre 1909-Sacca di Colorno 21 marzo 1945
Crebbe in ambiente operaio, nutrendo sentimenti di opposizione al regime fascista. Artificiere nell’esercito, al momento dell’armistizio dell’8 settembre 1943, sfuggì alla cattura. Fu tra i primi a unirsi ai gruppi di resistenza di Parma. Si mise in mostra per audacia e grande freddezza. Disimpegnò compiti organizzativi di primo piano nel movimento clandestino, in qualità di componente del Comando Provinciale Squadre di Azione Patriottica. Ricercato, si sottrasse in più occasioni alla cattura grazie alla freddezza di spirito. Dedicò la propria esperienza e le cognizioni tecniche di ex artificiere nella preparazione di azioni di guerriglia e di sabotaggio contro l’oppressore. Persistette con temerarietà nella sua azione finché cadde nelle mani del nemico a Milano. Trasportato a Parma, subì le peggiori torture presso la famigerata polizia politica nazista di Parma, rivolgendo frasi di disprezzo verso i suoi torturatori, frase questa che viene riportata dalla motivazione della medaglia d’argeno al valore militare che gli venne conferita alla memoria dopo la liberazione. Trasportato sulle rive del Po di Casalmaggiore, insieme ad altri dirigenti del movimento clandestino (Gavino Cherchi e Ines Bedeschi), vi fu trucidato. Le salme del Benoldi e degli altri due martiri non vennero mai più ritrovate.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 234.

BENOLDI AMELIA
Parma 1909-Parma 1 dicembre 1994
Nacque in borgo delle Colonne, nel cuore della vecchia Parma, figlia di un melomane raffinato e che ebbe anche fortuna: Edgardo, che aveva debuttato all’Euterpe prima di passare al Coro del Regio e spiccare il volo per teatri e stagioni liriche un po’ in tutti i continenti. Negli anni Trenta la Benoldi e la sorella Elsa, di poco più giovane, ereditata la passione per la lirica dal padre, si immersero anch’esse nello studio del melodramma, frequentando il Conservatorio di Parma con il maestro Lazzari e di sera la Scacciata per perfezionare il bel canto. Alla fine della seconda guerra mondiale, nelle prime opere al Teatro Ducale, con Renata Tebaldi ci furono anche le sorelle Benoldi. Subito dopo la Benoldi, al ritorno di Toscanini alla Scala di Milano, tentò la via della corista e della mezzosoprano: erano gli anni del rilancio del maggiore teatro lirico italiano dopo gli eventi bellici e a trentasette anni la Benoldi vinse il concorso. Sposò poi il regista Arsenio Giunta, amico di Luchino Visconti, e con lui visse una autentica vita di artista (per vent’anni alla Scala), entrando nelle più prestigiose tournée della Scala in Russia, in Canada, all’Est Europeo e in Egitto. Quando il marito scomparve, la Benoldi tornò ad abitare, già avanti negli anni, a Parma.
FONTI E BIBL.: C.D., in Gazzetta di Parma 8 dicembre 1994, 8.

BENOLDI WALTER
Parma 12 agosto 1914-Parma 28 maggio 1985
Nel 1929 si iscrisse al Liceo Artistico di Brera a Milano. Fino al 1943 visse e lavorò a Milano, quindi a Parma. Insegnò Educazione della visione al corso superiore di grafica pubblicitaria annesso all’istituto d’arte Toschi di Parma. Tenne numerosissime personali in città italiane e all’estero, tra cui Toronto, Milano, Genova, Roma, Firenze, Rapallo, Montecatini, Verona e Parma. Su di lui, nel 1962, fu edita una monografia per le edizioni Le Felci di Modena, con testo di Mario Monteverdi. Il Benoldi visse per anni isolato, come artista e come uomo, e il grosso pubblico non lo conobbe abbastanza. Fu proprio la personalità riservata del Benoldi a non permettergli un dialogo più aperto e affettuoso con la città: non fece niente per apparire sui giornali o sulle enciclopedie, nei concorsi o nelle collettive, ma lavorò in silenzio, dietro la sua trincea pittorica in cui resta imperante la squisitezza del particolare. La sua notorietà di equilibrato professionista, strideva con questo isolamento locale, anche perché l’oggettivismo del Benoldi non fu esclusivamente fine a sé: nelle nature morte condotte in punta di pennello non sono quindi da ricercare i Baschenis e i Van Eyck e, soprattutto, non i loro intendimenti. La pittura del Benoldi va oltre la realtà: l’estrema minuzia, analizzata e isolata, nasconde scoperte improvvise, come la costruzione attenta di una atmosfera di sogno (che potrebbe giungere fino a un valido surrealismo) o di un ambiente carico di struggente poesia del passato. Questo sapre superare l’oggetto nella sua presenza fisica, e pur sulla base di una tecnica sempre ineccepibile e a volte prodigiosa, innalza la pittura del Benoldi verso incantesimi strani, in cui il particolare non è più predominante e si fonde nell’atmosfera suscitata, spesso magica, quasi sempre di memoria, che pesca nel subconscio per proiettarne i misteri in ritmi pittorici.
FONTI E BIBL.: A.M. Comanducci, Dizionario dei Pittori, 1970, 259; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 29 maggio 1985, 7.

BENOTTI FLAMINIO
1576-Parma post 1599
Fratellastro di Mercurio, fu sacerdote e parroco di Campegine. Compose versi latini (1599) per la ricuperata salute di Ranuccio Farnese, quarto duca di Parma e Piacenza, e vari epigrammi latini, di cui uno in lode di Bernardino Baldi, abate di Guastalla.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 118.

BENSO IVANOE
Bedonia 1917-Zambresa Basso 9 dicembre 1940
Figlio di Tommaso, fu sergente dell’8° Alpini, Battaglione Val Tagliamento. Fu decorato con la medaglia di bronzo al valore militare con la seguente motivazione: Avuto ordine di occupare una casa tenuta dal nemico, vi penetrava risolutamente per primo riuscendo a fare due prigionieri. Veniva colpito a morte dopo avere assolto con fermezza e coraggio il compito affidatogli.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale, 1948, Dispensa 2a, 121; Decorati al valore, 1964, 19.

BENTELLI DOMENICO, vedi BENTELLI DONNINO

BENTELLI DONNINO
Piacenza 21 gennaio 1807-Parma 22 aprile 1885
Figlio di Luigi, ortolano. Si chiamò Donnino e non Domenico, come è detto dall’Ambiveri e dal Mensi. All’Istituto Gazzola di Piacenza lavorò come intagliatore e incisore di stampe, dimostrando anche una particolare propensione per la meccanica. La prima prova sicura della sua attività di incisore di medaglie è la medaglia commemorativa del Romagnosi, del 1838, nella quale rappresentò nel recto il profilo del giurista e nel verso incise entro una corona d’alloro una epigrafe dettata dal Giordani. Nel 1841 coniò una medaglia d’oro per il medico piacentino Domenico Ferrari e un’altra, in rame, argento e oro, per commemorare la costruzione del ponte sul Tidone, che reca, con l’allegoria del torrente, l’iscrizione commemorativa e la data, oltre la firma del Bentelli. Nel 1842 vendette il brevetto di una invenzione, un fuso per fare l’organzino di seta, a Carlo Perinetti di Piacenza, che ottenne patente di privilegio dai governi austriaco e francese e ne ricavò, pare, grandi profitti. Pietro Giordani il 12 ottobre 1841 raccomandò il Bentelli a V. Mistrali, ministro di Maria Luigia d’Austria, duchessa di Parma, affinché fosse chiamato alla direzione della Zecca di Parma: È meccanico mirabile, calligrafo elegantissimo. Facile all’imparare qualunque cosa, ora impara il francese. Egli è modestissimo anzi umile, è il vero sostengo dell’Officina di Ulisse Fioruzzi, un suo micrometro fu molto stimato dal prof. Veneziani. Il Sangiorgio, che modellò i cavalli per l’arco del Sempione, propose al Bentelli d’andare a Milano (cfr. Arisi, 1962). Nel 1842 il Bentelli fu nominato direttore della Zecca di Parma: subito dotò lo stabilimento di nuovi strumenti e nello stesso anno coniò la medaglia commemorativa per la costruzione di un edificio termale a Tabiano con una ninfa simbolo delle fonti termali. Nel 1843 eseguì la medaglia per la costruzione del ponte sullo Stirone e un’altra per la nuova casa di pena presso San Francesco del Prato a Parma, tutte opere volute dalla duchessa Maria Luigia d’Austria. Raggiunta una certa agiatezza, si sposò, sempre nel 1843, con una piacentina. Oltre all’agiatezza, gli anni successivi gli portarono sempre nuovi riconoscimenti e incarichi: così il 30 giugno 1848 fu nominato custode e incisore delle medaglie alla Zecca e il 17 agosto 1849 professore e maestro di incisione delle medaglie dell’Accademia di Belle Arti di Parma. nel 1853 Carlo di Borbone, per il cui ritorno il Bentelli fece pure una medaglia commemorativa, decise di far coniare nuove monete o ordinò di approntare o restaurare gli strumenti necessari. Iniziata subito l’opera, il Bentelli cominciò a intagliare i coni delle monete di rame da uno, tre, cinque e venti centesimi, ispirandosi alle analoghe monete di Maria Luigia d’Austria. la preparazione occupò due anni, pertanto le monete recano nel lato anteriore la testa del duca con l’iscrizione Carlo III infante di Spagna e la data 1854, dietro, con l’arma borbonica e il Toson d’oro, è la scritta duca di Parma, Piacenza e Guastalla. Nello stesso anno cominciò il punzone per le monete da cinque lire (ove Carlo di Borbone doveva essere effigiato in aspetto guerresco a cavallo, con l’elmo), interrotto per l’assassinio del Duca. il punzone fu poi ripreso e terminato nel 1859: se ne coniarono una ventina di esemplari. Le nuove monete da cinque lire, coniate per Luisa Maria di Berry, reggente per il figlio Roberto, rappresentano i due profili avvicinati con l’iscrizione Roberto I duca di Parma e Piacenza e Luisa Maria di Borbone reggente e il nome del Bentelli. Nel verso, lo stemma ducale con gli ordini del Toson d’oro, di San Giorgio e San Lodovico, la data 1857 e il valore della moneta. Il conio non fu però approvato e nel 1858 il Bentelli ne fece un altro con qualche variante: la data nuova e il motto di Carlo di Borbone Deus et dies. Di tale moneta si coniarono solo 470 esemplari. Egli fece inoltre molte medaglie commemorative, per il colera del 1855, per il Correggio, nel 1861 per Vittorio Emanuele di Savoja, per Giuseppe Verdi e ancora per Angelo Mazza e Paolo Toschi. Parallelamente alle sua opere di raffinato medaglista, il Bentelli proseguì nelle sue geniali invenzioni. Così nel 1865 creò una macchina per bollare la carta filigranata, macchina acquistata dal Ministero delle Finanze, inventò uno scatto di sicurezza per i fogli e una macchina per pesare le monete e riconoscere le buone dalle false (la macchina è conservata presso il Museo di Antichità di Parma, ove sono pure depositati tutti i coni e i punzoni, le monete e le medaglie che il suo direttore, Luigi Pigorini, volle raccogliere nell’anno 1867). i suoi ultimi anni trascorsero nel silenzio e nell’oblio, silenzio e oblio che, ingiustamente, continuarono anche dopo, in quanto il Bentelli fu non solo tecnico abilissimo, ma artista raffinato ed elegante, memore, nel rilievo graduato e incisivo e nella sintesi plastica, della grande tradizione rinascimentale.
FONTI E BIBL.: Parma, Museo di Antichità: C. Aquila, Catalogo delle monete della zecca di Parma, ms., secolo XIX; Parma, Galleria Nazionale: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms., secolo XIX, IX (1801-1850), 54; L. Scarabelli, Scritti artistici, Piacenza, 1843, 256-259; L’amico del popolo 30 maggio 1857, n. 26; P. Martini, La scuola parmense delle belle arti dal 1777, Parma, 1862, 32; M. Lopez, Aggiunte alla zecca e moneta parmigiana del padre I. Affò, Firenze, 1869, 199-204; L. Ambiveri, Gli artisti piacentini, Piacenza, 1879, 229, 253; G. Nasalli, Per le strade di Piacenza, in Stenna piacentina VIII 1882, 35; necrologio in Gazzetta di Parma 23 aprile 1885; L. Mensi, Dizionario biografico piacentino, Piacenza, 1899, 62; E. Jullerat du Rosay, Donnino Bentelli, London, 1915 (estratto da Numismatic Circular 11-12 1915; G. Micheli, Varietà romagnosiane, in Aurea Parma XIX 1935, 224; Donnino Bentelli incisore piacentino, in Bollettino Storico Piacentino XXXII 1937, 123-131; S.F., P. Giordani e l’incisore piacentino Donnino Bentelli, in Bollettino Storico Piacentino XXXVI 1941, 46-48; G. Caprini, L’esule fortunato: A. Panizzi, Firenze, 1948, 171 (recensione di S. Fermi, in Bollettino Storico Piacentino XLIII 1948, 68); S. Fermi, Personaggi piacentini in una monografia di Sir Antonio Panizzi, in Libertà 1° gennaio 1950; F. Arisi, Fu scoperto e valorizzato dal Giordani l’abilissimo incisore Donnino Bentelli, in Libertà 17 gennaio 1962; L. Forrer, Biographical Dictionary of medallists, I, London, 1904, 164; U. Thieme-F. Becker, Allgemeines Lexikon der Bildenden Künstler, III, 353; A.C. Quintavalle, in Dizionario biografico degli Italiani, VIII, 1966, 581-582.

BENTEVEGNI BERNARDO, vedi SALADI BERNARDO

BENTIVOGLIO BARBARA, vedi TORELLI BARBARA CALIDONIA

BENTIVOGLIO GAETANO
Parma 1789/1810
Pittore teatrale operante tra il 1789 e il 1810, lavorò in prevalenza per il Teatro Ducale di Parma, spesso in collaborazione con Mauro Braccioli. Si hanno notizie di lui anche al Teatro di via Emilia a Modena. Fu professore all’Accademia di Architettura di Verona. Il Bentivoglio fu autore delle seguenti scenografie: al Teatro Ducale di Parma, nel 1789, Elfrida e La Molinara ossia L’Amor contrastato di Paisiello, I Nemici generosi ossia Il Duello per complimento di Cimarosa e Medonte di G. Sarti, nel 1799-1800, Pamela nubile di Andreozzi, Penelope di Cimarosa, Principe spazzacamino di M.A. Portugal, Le Nozze senza sposa di Vincenzo Pucitta e i balli Alvaro e Zelinda, il Tintore, Eloisa e Roberto, il Molinaro deluso, nel 1801-1802, in collaborazione con Mauro Braccioli, La Pupilla scozzese ossia L’Erede perduta di F. Orlandi, La Griselda di Paër e i balli La Selvaggia d’Europa, La Morte di Attila e un ballo campestre. Per il teatro di via Emilia di Modena, nel Carnevale del 1810, La Griselda di Paër e il ballo in costume.
FONTI E BIBL.: oltre alla collezione di libretti della Biblioteca Marucelliana, cfr. E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, mss. della Biblioteca Palatina di Parma; P.E. Ferrari, Spettacoli drammatico-musicali e coreografici in Parma dal 1629 al 1883, Parma, 1884; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, III, 1909; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 24; F.B., in Enciclopedia spettacolo, II, 1955, 269 ; Dizionario Bolaffi pittori, II, 1972, 38.

BENTIVOLGLIO LUCREZIA, vedi AGUJARI LUCREZIA

BENTIVOGLIO PAOLO
Parma 1894-1965
Combattente, fu decorato per avere contratto la cecità nel corso della prima guerra mondiale.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 65.

BENVENUTI LUIGI, vedi BENVENUTI MARCO LUIGI MELCHIORRE

BENVENUTI MARCO LUIGI MELCHIORRE
Reggio Emilia 12 febbraio 1789-Castelnovo di Golese 30 settembre 1839
Nacque da Domenico e da Lucia Bocaletti, possidenti originari di Rolo Mantovano. Il Benvenuti fece i primi studi ginnasiali e liceali con così buoni risultati che il Governo lo volle ricompensare con una pensione perché attendesse in Milano allo studio della veterinaria, nella quale riportò il diploma nel 1810, particolarmente premiato e distinto. Eletto poco dopo Ripetitore di Clinica Veterinaria, sotto il professore Giovanni Volpi, realizzò un libro, che porta però il nome del suo maestro: il Compendio delle principali malattie dei quadrupedi domestici, nel quale i principi fondamentali della dottrina medica di Rasori, vennero applicati dal Benvenuti alla veterinaria. tornato in patria, vi si trattenne per poco, perché chiamato nuovamente a Parma col titolo di professore di Medicina Veterinaria e per iniziarvi una Clinica, che lo rese onorato e stimato. Cessando per ristrettezze economiche la cattedra e la Clinica Veterinaria, il Benvenuti ebbe la nomina di Veterinario dello Stato, di professore emerito e l’ufficio di sostituto alle cattedre di medicina. Insegnò anche la botanica. Il prestigio ottenuto nell’insegnamento dal Benvenuti, indussero la Facoltà Medico Chirurgica Farmaceutica dell’Ateneo parmense a promuoverlo all’onore della laurea in medicina umana, quantunque per il Decreto organico del 2 novembre 1814 egli già appartenensse a quella facoltà. Venuto meno verso il 1838 per la seconda volta il concorso dei giovani, né avendo il governo i mezzi per l’impianto di una scuola veterinaria completa, il Benvenuti si ritirò alla vita privata in campagna (Castelnovo di Golese), dove, dopo lunga malattia, morì all’età di 50 anni. La vita del Benvenuti fu breve e di conseguenza poche sono le sue opere a stampa, anche perché non volle mai dare alle stampe le sue dottissime lezioni universitarie. Si deve però ricordare a sua lode il già accennato Compendio, assegnandolo a lui che ne fu il vero autore.
FONTI E BIBL.: A. Del Prato, Discorsi di veterinari, 1874, XI-XII e XIV-XV; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 487-490.

BENVENUTI MEDEA, vedi PROVINCIALI MEDEA

BENVENUTO, vedi ASDENTI BENVENUTO

BENZI ANTONIO
Parma XIX/XX secolo
Uomo di scuola e studioso di problemi educativi, diresse la rivista Scuola e popolo e scrisse saggi didattici.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 127.

BENZI CAMILLO
Parma 11 marzo 1899-Parma 7 gennaio 1962
Eroica figura di soldato, ferito per ben quattro volte, fu decorato di tre medaglie d’argento al volore militare, due di bronzo e di cinque croci di guerra. Il Benzi partecipò volontario, a sedici anni, alla prima guerra mondiale, che lo vide combattente eroico sul Carso, inquadrato nella Brigata Sassari e nei Lupi di Toscana. Per le sue elevate doti di ufficiale, diventò effettivo per meriti di guerra e nel 1931, quale osservatore aereo, partecipò a operazioni di polizia in Cirenaica, dove venne decorato con una medaglia d’argento. Successivamente, scoppiata la guerra per la conquista dell’Etiopia, sempre in qualità di osservatore aereo partecipò dal 1935 al 1937 a quella campagna militare. Rimase ferito e fu promosso maggiore, sempre per meriti di guerra, ruportando una medaglia di bronzo. Nel 1939, per incarico del Ministero della Guerra, ricoprì la carica di addetto militare aggiunto presso l’Ambasciata di Berlino. Rientrato in Italia alla dichiarazione di guerra, fu il primo comandante del 1° Battaglione paracadutisti, da lui fondato, cosicché ebbe l’onore di ricevere la tessera numero 1 dei paracadutisti italiani. Promosso tenente colonnello, fu al comando del 1° Battaglione del 58° Reggimento di Fanteria, partecipando a operazioni nello scacchiere albanese. L’8 settembre 1943 si oppose con le armi ai Tedeschi. Fatto prigioniero, fu internato dapprima nel campo di concentramento di Presmilz, peregrinando poi nei lager di Cestokavo, Norimberga e Grosshesepeh. Liberato dalle truppe canadesi, ritornò in Italia, dove comandò il 114° Reggimento di Fanteria della Divisione Mantova. Legato profondamente alla Corona, allorché il referendum costrinse i Savoja all’esilio, benché fosse il più giovane colonnello dell’Esercito, a sua domanda chiese di essere posto nella riserva e a nulla valsero le pressioni del Ministro della Guerra affinché rimanesse in servizio attivo. Il Benzi fu promosso Generale di Brigata della riserva e insignito della commenda e del cavalierato dei Santi Maurizio e Lazzaro. Cessata la vita militare, fu nominato consigliere della Cassa di Risparmio di Parma e partecipò attivamente al Comitato Promotore dell’Autocamionale della Cisa, assumendone l’incarico di segretario.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 8 gennaio 1962, 4.

BENZI LUIGI
Parma 1820-1908
Fu buon verseggiatore burlesco, ma raramente vero poeta. Fu prima maestro e poi professore d’italiano nelle scuole tecniche. In lui, come già prima in altri maestri elementari parmigiani (Carlo Ughi, Luigi Poncini, Giovanni Valentini e assai più nel suo amico Giuseppe Barilli), si impersonò una gentile tradizione poetica con qualche reminiscenza classica. Il Benzi scrisse anche versi dialettali (si crf. A. Boselli: Testi dialettali parmensi, in Archivio Storico per le Province Parmensi, volume V, 1905, 124). Curiosa e onesta è la prefazione alle sue Poesie serie e giocose (nuova ed., Parma, Grazioli, 1884), in cui si leggono queste parole: So di aver fatto dei versi, non della vera poesia.
FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Poeti secondo Ottocento, 1925, 35-36; J. Bocchialini, in Aurea Parma 1 1924, 1-2.

BENZI LUIGI
Parma 1833-Nibbiano Val Tidone 1890
Medico condotto a Nibbiano Val Tidone, il Benzi dimostrò zelo e abnegazione nell’esercizio della professione, attuata con generosità nelle frequenti insorgenze di malattie epidemiche. Appena quindicenne, nel 1849, a Roma combatté per la repubblica italiana agli ordini di Garibaldi e poi nelle guerre del Risorgimento contro l’Austria.
FONTI E BIBL.: Necrologio, in Gazzetta di Parma 17 settembre 1890; P. Marchettini, in Dizionario Biografico Piacentino, 1987, 32-33.

BEOTTI GIUSEPPE
Gragnano 26 marzo 1912-Sidolo 20 luglio 1944
Sacerdote, arciprete a Sidolo di Bardi, fu fucilato dai Tedeschi, assieme ad altri due confratelli, durante un rastrellamento. Alle 8 del mattino del 20 luglio 1944 i Tedeschi arrivarono a Sidolo e chiesero al Beotti se vi erano banditi. Avuta risposta negativa, perquisirono la cononica, si fecero dare da mangiare e si allontanarono. Alle 13,30 tornarono e, prelevati i tre preti, li allinearono lungo il muro di cinta del beneficio parrocchiale. Là furono lasciati per circa un’ora, sorvegliati e dileggiati. Poco prima dell’esecuzione il Beotti e i due confratelli si scambiarono l’assoluzione.
FONTI E BIBL.: Martirologio del clero italiano, 1963, 42.

BERARDO DA PARMA
Parma 1285
Ebbe un fratello di nome Illuminato. Entrambi per molto tempo praticarono l’usura. Un giorno, colpiti dalla grazia divina, ripararono ai danni causati restituendo quanto avevano malamente accumulato e in più vestirono duecento poveri, donarono duecento lire imperiali ai Frati Minori per la costruzione del convento che si stava edificando nel prato del Comune, ove si facevano i mercati, e quindi vestirono l’abito francescano. Inoltre Illuminato, dietro l’esempio di frate Bernardo Bafulo, volle fare pubblica riparazione del male commesso, girando per le strade di Parma colla borsa dei denari legata al collo, accompagnato da un uomo che senza pietà lo sferzava.
FONTI E BIBL.: Salimbene, Cronica, 365; G. Picconi, Uomini illustri francescani, 1894, 250.

BERCELLI GIUDITTA o GIUSTINA, vedi FAZZI GIUSTINA

BERCHET AMBROGIO
Parma 7 dicembre 1784-Torino 7 dicembre 1864
Nacque da Amadio, medico di Corte, e da Anna Trombara, di famiglia abbiente. Il 18 dicembre 1805 si arruolò come soldato semplice nel corpo dei veliti dell’esercito del Regno italico. Servì in Dalmazia e poi in Albania (1806-1808), conseguendo i galloni di sottotenente (1807). Nel 1809 combatté contro gli Austriaci, meritandosi a Presburgo la croce di cavaliere della Legion d’onore. Tenente verso la fine del 1810 e capitano nel 1812, fece parte del contingente italiano della Grande Armata. Partecipò a tutta la campagna di Russia e più tardi, nel celebre corpo dei Cacciatori della Guardia, prese parte alle ultime campagne dell’Impero, rimanendo ferito a Gersdof e meritandosi due volte l’Ordine della Corona di ferro. Dopo la Restaurazione ebbe il grado di sottotenente della guardia del corpo (equivalente a quello di maggiore nei reggimenti di linea) nel riorganizzato esercito parmense. Sciolto il reparto perché sospetto di nutrire sentimenti anti-austriaci, fu trasferito al comando del reggimento Maria Luigia a ricoprirvi le mansioni di capo di Stato Maggiore. Godendo dell’appoggio e della stima del conte Adam di Neipperg, ebbe diversi incarichi speciali. Li svolse in quella singolare atmosfera che si era determinata attorno alla Sovrana, alla quale i liberali mostravano di guardare non tanto come a una figlia dell’imperatore d’Austria e moglie morganatica del conte di Neipperg ma quale ex consorte di Napoleone Bonaparte e madre del duca di Reichstadt. Nel 1821, in seguito alla scoperta nel Ducato di Modena della setta dei Sublimi Maestri Perfetti, dalle deposizioni degli arrestati (aprile 1822) si venne a conoscenza che eguale organizzazione segreta aveva ramificazioni anche a Parma e in questa città, per desiderio del Duca di Modena, venne inviato un elenco di persone implicate nel complotto. Tra queste era anche il Berchet, che in effetti aveva partecipato a riunioni segrete e si era impegnato, nel caso l’esercito piemontese si fosse mosso, a mettere a disposizione dei ribelli il suo reggimento. Il governo di Parma procedette ad arrestare gli accusati, tranne il Berchet, protetto dal Neipperg: egli allora si costituì spontaneamente (27 ottobre), ma il 17 novembre 1822 il tibunale lo prosciolse da ogni accusa. Poco dopo però, in seguito a più circostanziate accuse, il Berchet venne nuovamente incarcerato e questa volta, con sentenza del 25 settembre 1823, condannato a 10 anni di reclusione. nel 1825, intervenuta un’amnistia, gli fu concesso di optare per l’esilio: andò a Londra e a Brighton, dove insegnò il francese e l’italiano in un collegio femminile. Dopo il 1833 poté ritornare in Italia e ne approfittò per recarsi frequentemente in patria, subendo più volte misure di polizia. Nel 1848 lasciò definitivamente Brighton per l’Italia e offrì i suoi servizi al governo provvisorio parmense. Reintegrato nel grado, oragnizzò la guradia nazionale del Ducato. Poco dopo lasciò Parma alla testa di un reparto costituito da un battaglione di guardie mobili e da un battaglione di riservisti piemontesi per congiungersi alle forze comandate dal generale Sambuy in Reggio Emilia. Dopo l’armistizio Salasco riuscì a portare quello che rimaneva delle sue truppe a Torino, mettendosi a disposizione dell’esercito sardo: ebbe l’incarico di esaminare lo stato di servizio degli ufficiali parmensi e modenesi che volevano arruolarsi in quell’esercito. Ripresa la guerra, nel 1849 fu nominato colonnello capo di Stato Maggiore della legione lombarda, il cui comando doveva essere affidato al generale Ramorino. Testimone a carico nel processo che portò quest’ultimo alla fucilazione, fu sfidato a duello dal colonnello Sanfront. Collocato in aspettativa dopo Novara e poi a riposo (8 aprile 1849), visse a Torino. nel 1859 ebbe dal Farini, dittatore del governo provvisorio dell’Emilia, la nomina onoraria a maggiore generale e nel 1860 fu chiamato a giudice nel Supremo Tribunale di Guerra. nel 1862 rassegnò le dimissioni e si ritirò a vita privata.
FONTI E BIBL.: E. Casa, I carbonari parmigiani e guastallesi del 1821 e la duchessa Maria Luigia imperiale, Parma, 1904, 285-304 e passim; R. Montali, Il generale Ambrogio Berchet, in  La Giovane Montagna 1 settembre 1937; G. Cavalieri, Il fervente patriota C. Franceschini, Reggio Emilia, 1962, passim; P. Pieri, Storia militare del Risorgimento, Torino, 1962, 287; F. Lemmi, Storia d’Italia fino all’Unità, Firenze, 1965, 443; Dizionario del Risorgimento nazionale, II, 242 s.; G.P. Nitti, in Dizionario biografico degli Italiani, VIII, 1966, 789-790; G. Marasco, in Gazzetta di Parma 6 novembre 1968.

BERCHET DELLA TROMBARA AMEDEO
Parma 1804/1814
Medico e poeta dialettale, assistette Bodoni nell’ultima malattia.
FONTI E BIBL.: Giambattista Bodoni, 1990, 294.

BERCIGHI MARC’ANTONIO
Parma 1591
Fu cantore nella chiesa della Steccata di Parma il 10 gennaio 1591.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 80.

BERENGHI GREGORIO
Parma 1380
Canonico della Cattedrale di Parma nel 1380, fu poi Vicario Generale del vescovo Rusconi.
FONTI E BIBL.: M. Martini, Archivio capitolare della Cattedrale, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1911, 124.

BERENINI AGOSTINO  
Parma 22 ottobre 1858-Roma 28 marzo 1939
Si laureò in giurisprudenza all’Università di Parma e nel 1883 conseguì la libera docenza in diritto penale. Seguace della scuola classica del diritto penale agli inizi della sua attività di studioso, fu poi tra i primi ad abbracciare il nuovo indirizzo affermato da C. Lombroso e nel 1885 partecipò a quel congresso di antropologia criminale che, secondo l’espressione del Lombroso, costituì il battesimo scientifico della scuola positiva. Con Lombroso collaborò anche alla pubblicazione di un volume critico sul progetto del codice Zanardelli (Torino, 1888). Due anni prima il Berenini aveva pubblicato l’opera Offese e difese. Appunti di diritto criminale (Parma, 1886), che contiene monografie sul duello, sull’adulterio, sui reati contro il buon costume e sull’ordinamento della famiglia. A questo primo libro seguirono numerose altre pubblicazioni, in cui l’originario positivismo cedette gradualmente a un dichiarato intento esegetico. E la generica adesione a principî di socialità riuscì a non rivelarsi incompatibile, nelle opere più tarde, pure con disposizioni legislative testimonianti con evidenza il diverso spirito del codice Rocco (1930). Il Berenini fece parte della direzione della Rivista di Diritto e Procedura Penale, successivamente, insieme con Ferri, Florian e Garofalo, diresse la rivista La Scuola Positivista e, con Garofalo, Florian e Zerboglio, il Commentario del Nuovo Codice di Procedura Penale (1913-1914). Il Berenini divenne professore ordinario di diritto e procedura penale nell’Università di Sassari nel 1900. Qualche anno più tardi fu chiamato a coprire la stessa cattedra nell’Università di Parma, dove ebbe anche per molto tempo la carica di rettore. Fu membro dell’Unione Internazionale di Diritto Penale e presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati. Nel 1921 presiedette la Commissione reale per la riforma del Codice penale militare e fece parte di quella per la riforma del Codice penale, i cui lavori si conclusero con la presentazione del progetto che porta il nome di E. Ferri. Esercitò a lungo, e con brillante successo, l’avvocatura. L’inizio dell’attività politica del Berenini è segnato dalla presentazione come candidato radicale alle elezioni del 1890. Ma ciò che costituì la svolta determinante nell’attività politica del Berenini fu l’incontro con Bissolati, al quale si legò strettamente. Iscrittosi al Partito Socialista, il suo generico progressismo lo indusse a considerare l’organizzazione operaia soprattutto come strumento di elevazione sociale. Il Berenini fu eletto deputato (uno dei cinque deputati socialisti) nel 1892 nel collegio di Borgo San Donnino, succedendo a L. Musini. Si occupò prevalentemente di problemi relativi all’educazione, considerata come momento fondamentale del progresso sociale. La stessa proposta di legge sul divorzio, presentata insieme con A. Borciani il 6 dicembre 1901 e frequentemente ricordata come il suo atto politico più rilevante, deve essere considerata appunto come un tentativo per porre rimedio a un grave male sociale, piuttosto che una iniziativa ispirata dalla massoneria, di cui pure il Berenini fu membro. La proposta prevedeva il divorzio esclusivamente per cause legali (condanna di uno dei coniugi alla reclusione per un periodo non inferiore ai dieci anni; separazione legale protrattasi per tre anni, qualora dal matrimonio non fossero nati figli, o per cinque anni, in caso diverso), per cause morali (separazione di fatto per lungo periodo o concorso di circostanze tali da escludere la speranza della riconciliazione), per cause fisiologiche (interdizione per infermità di mente di uno dei coniugi protrattasi per più di tre anni e accompagnata da dichiarazione di insanabilità; impotenza perpetua di uno dei coniugi sopravvenuta al matrimonio). Ritenendo i tempi maturi per l’introduzione del divorzio, il Berenini si impegnò insieme con il Borciani in una larga opera di diffusione della proposta, cercando anche di attirare su di essa l’attenzione popolare con numerosi comizi. Ma il tentativo non fu fortunato: la proposta di introduzione del divorzio incontrò molte resistenze nello stesso Partito Socialista, che ravvisò piuttosto in essa una problematica di tipo borghese. Il progetto Berenini-Borciani ottenne larga approvazione negli uffici della Camera, ma non poté essere portato alla discussione per la fine della sessione legislativa. Il governo Zanardelli presentò alla Camera, dopo l’annunzio dato nel discorso della corona del 20 febbraio 1902, un progetto sull’ordinamento della famiglia che prevedeva il divorzio in un numero di casi più limitato del precedente e che ebbe tuttavia l’appoggio del Berenini. Ma anche l’iniziativa governativa non ebbe successo per il voto contrario della Camera. Fin dal congresso socialista di Bologna del 1897 il Berenini manifestò la sua adesione all’orientamento riformista, sostenendo che solo attraverso l’attuazione del programma minimo era possibile arrivare al programma massimo. Al congresso nazionale socialista di Modena, nel 1911, dopo aver difeso la politica africana di Giolitti in relazione all’impresa di Tripoli, affermò la necessità di una partecipazione socialista al potere. Questa sua posizione e i legami con Bissolati lo indussero ad abbandonare il Partito Socialista dopo che, nel 1912, il congresso di Reggio Emilia deliberò l’espulsione di Bissolati, Bonomi, Cabrini e Podrecca. Aderì, quindi, al Partito Riformista Italiano, fondato da Bissolati. In quell’occasione, anzi, teorizzo l’utilità dell’esistenza di due partiti socialisti, uno dei quali avrebbe potuto continuare la battaglia ideale, mentre l’altro avrebbe potuto perseguire l’attuazione di concrete riforme. Interventista, considerò la prima guerra mondiale guerra di diritto e di giustizia, guerra di liberazione, combattuta per far prevalere una sistemazione dei popoli sulla base della nazionalità, del diritto e della giustizia. Dal novembre 1917 al giugno 1919 fu ministro della pubblica istruzione nel gabinetto Orlando. Pur non essendo i tempi propizi alle riforme, riuscì a portare a compimento quella della scuola normale e un progetto di scambi culturali tra le nazioni di tutto i mondo. Nel 1918, in risposta a una lettera aperta di G. Gentile nella quale il filosofo propose una riduzione del numero delle scuole medie statali con l’accessione a esse per concorso, al fine di mantenere un livello di élite nella cultura classica impartita nelle scuole statali, il Berenini sostenne il dovere dello Stato di offrire, con la scuola secondaria, l’istruzione classica a tutti coloro che vi aspirassero, prospettando eventualmente funzionali scuole collaterali, non classiche, per chi non mostrasse attitudine per i corsi classici. Egli respinse così l’idea di Gentile di lasciare gli studenti, non accolti nella scuola di Stato, all’insegnamento privato, sia pure sotto la vigilanza statale. Un altro suo importante progetto, l’istituzione di una scuola popolare obbligatoria fino al diciottesimo anno di età, in cui l’insegnamento elementare doveva essere integrato con l’istruzione professionale impartita all’interno delle officine, non poté essere attuato. Rieletto deputato nel 1919, il Berenini nel 1921 fu creato senatore. Continuò negli anni del fascismo a esercitare l’avvocatura e l’insegnamento. Le sue utlime prese di posizione politiche furono l’adesione al gruppo democratico dell’Unione Nazionale di G. Amendola (la firma del Berenini compare sul manifesto di fondazione dell’8 novembre 1924) e il suo voto contrario in Senato, il 12 maggio 1928, alla legge elettorale fascista. Il Berenini fu autore delle seguenti opere: Offese e difese. Appunti di diritto criminale, I (Parma, 1886), Limiti della prova criminale (Parma, 1887), Dell’ubriachezza (Parma, 1888), Azione e istruzione penale (Parma, 1888), Degli effetti e della esecuzione delle condanne penali e Teoria delle pene, (in P. Cogliolo, Completo trattato teorico e pratico di diritto penale, I, Milano, 1888, 345-404, e 91-341), Sul duello, (in Appunti al nuovo codice penale, Torino, 1889, 71-73), La soggettività del reato, (Parma, 1897), La subbiettività del reato, (in Pel cinquantesimo anno d’insegnamento di E. Pessina, II, Napoli, 1899, 147-166), Prefazione a A. Mistrali, G.D. Romagnosi martire della libertà italiana, (Borgo San Donnino, 1907), L’educazione nazionale e la scuola, (Roma, 1918), La riforma della scuola normale, (Roma, 1918), A proposito del delitto di eccessiva velocità, (in Scritti in onore di Enrico Ferri, Torino, 1929, 45-49) e Delitti contro l’economia pubblica, l’industria e il commercio (in Trattato di diritto penale, coordinato da E. Florian, 4a edizione, Milano, 1937). Insieme con A. Borciani e altri, redasse la Proposta di legge 6 dicembre 1901. Disposizioni sul divorzio (in Camera dei Deputati, Atti Parlamentari, Roma, 1901, n. 369).
FONTI E BIBL.: Democrazia e socialismo in Italia. Carteggi di Napoleone Colajanni, a cura di S.M. Ganci, Milano, 1958, 237, 238, 239, 281, 282, 283; F. Turati-A. Kuliscioff, Carteggio. I. maggio 1898-giugno 1899, Torino, 1949, 235, 382; A. Alfieri, Agostino Berenini, Parma, 1919; G. Gentile, Il problema scolastico del dopoguerra, Napoli, 1919, passim; R. Michels, Storica critica del movimento socialista italiano, Firenze, 1926, 277, 282, 382; B. Riguzzi, Sindacalismo e riformismo nel Parmense, Bari, 1931, 146-167; C. Bocchialini, Agostino Berenini, in Aurea Parma XXIII 1939, 107-110; Agostino Berenini, necrologio in La Scuola positiva XIX 1939, 73 ss.; G. Suardo, Commemorazione, in Atti Parlamentari. Senato del Regno. Discussioni, Legislatura XXX, tornata del 17 arpile 1939; L. Cortesi, Il partito socialista e il movimento dei Fasci, in Movimento operaio, VI, 1954, 1074, 1090; A.C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, Torino, 1955, 508, 510; Ente per la storia del movimento operaio italiano, Bibliografia del socialismo e del movimento operaio, I, Periodici, Roma-Torino, 1956, I, 70, 170, 360, 417, e 2, 745, 825, 826; I periodici di Milano, Bibliografia e storia. I. 1860-1904, Milano, 1956, 220; L. Salvatorelli-G. Mira, Storia d’Italia nel periodo fascista, Torino, 1956, 29, 111, 327, 414; D. Bertoni Jovine, La scuola italiana dal 1870 ai giorni nostri, Roma, 1958, 225; G. Spadolini, Giolitti e i cattolici (1901-1914), Firenze, 1960, 25, 27 nota, 99, 123; Enciclopedia Italiana, VI, 697, e Appendice II/I, 384; Novissimo Digesto Italiano, II, 375; Enciclopedia del diritto, XIII, 508-509, sub voce Divorzio (ordinamento italiano); S. Rodotà, in Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 41.

BERETTA, vedi CACCHIOLI GINO

BERETTA GIUSEPPE
Cortina di Alseno 31 maggio 1770-Parma 8 agosto 1804
Nacque da Domenico e Rosa Zucchi, di poverissima famiglia. Fu messo dai genitori, non appena ebbe la forza e gli anni, come garzone presso contadini dei dintorni. Mostrò però ben presto un’indole selvaggia, caparbia e insofferente. I genitori provarono a cambiare padrone, mettendolo come famiglio o garzone in altra casa di campagna, ma l’effetto fu disastroso: il Beretta fu rinviato ai suoi per il sospetto che avesse commesso diversi piccoli furti. I genitori furono severissimi, ma il padre Domenico morì troppo presto per avere tempo e modo di domare l’indole del Beretta che, divenuto orfano, abbandonò la casa natale e cominciò ben presto a delinquere. Iniziò con assalti diretti a persone solitarie nel buio della notte. Ladro e assassino all’occorrenza, forse il suo primo delitto fu quello misterioso e spaventoso consumato nel 1800 su un Bergamaschi di Soragna, assalito mentre stava guadando lo Stirone in quei pressi e freddato a colpi di stiletto o pugnale poiché aveva tentato di ribellarsi, eccitato anche dal vino abbondante bevuto fino a tarda notte. Da allora la serie di furti e delitti attribuiti al Beretta divenne una catena. Per poter esercitare estorsioni nella case, fu giocoforza al Beretta associarsi con altri e formare una banda. Tornato da una rapina complicatissima ma abbondante di bottino nei paraggi di Cortina, suo paese natìo, dopo il colpo ben riuscito, il Beretta venne a diverbio con un componente della sua banda (Antonio Merli) e durante quella stessa notte, lungo la via Nuova di Genova, lo freddò, abbandonando il cadavere sulla pubblica strada. In seguito, nella zona i furti, le rapine e gli assalti notturni a contadini divennero frequentissimi. Il terrore invase le campagne e le autorità dovettero finalmente intervenire. Fu così lanciato un bando contro il Beretta, con la taglia di 2000 lire, come risulta dal testo stesso del bando: Bando contro il facinoroso Giuseppe Beretta, detto Zoni, del Carzeto di Soragna, approvato dall’amministratore generale Moreau De Saint-Méry, col quale si stabilisce un premio di lire duemila, moneta di Parma, a chiunque procurerà con effetto il pronto arresto del Giuseppe Beretta. Connotati: È un uomo di statura mediocre, di corporatura svelta e sottile, dell’età di circa anni 32; faccia breve, rotonda e pallida, naso piuttosto corto, occhi ed aspetto alquanto gioviale. Porta in capo una berretta rigata di nero e rosso, od una cappellina di feltro nera. È vestito di un milordino ora in un colore ora in un altro, porta un tabarro turchino, calza stivali di vitello ed ha i cerchietti di colore d’oro alle orecchie. Parma 24 gennaio 1804, ossia li tre piovoso anno XII della Repubblica francese. Il bando ebbe effetto perché non molto dopo il Beretta poté essere arrestato, imprigionato e condotto a Parma, dove fu processato e condannato. Non si hanno elementi per determinare come il Beretta fu arrestato. La sentenza del tribunale, riportata dalla disposizione con la quale la confraternita di San Giovanni Decollato avvertì alcuni cittadini a portare gli estremi conforti al condannato a morte, dice testualmente: La sentenza definitiva proferita dal Supremo Consiglio Criminale di questi Stati sopra il processo costruito con l’intervento del fisco dai signori consiglieri Francesco Bertioli e Pietro Barbugli consiglieri-ministri condelegati è stato condannato: Giuseppe Berretta del fu Domenico, denominato Zoni, nativo del luogo di Cortina, territorio piacentino, e domiciliato nella villa di Carzeto, giurisdizione di Soragna, Stato di Parma; all’età di anni 34 qual reo confesso di complicità: In primo luogo di una rapina seguita con atti tirannici la notte successiva al giorno 26 gennaio passato anno 1802 nella villa dei Baroni, giurisdizione di San Secondo a pregiudizio di Antonio Maria Bellini derubato della somma di lire 1892; In secondo luogo d’altra rapina con offesa alle persone ed atti violenti commessi in Cannetolo, giurisdizione di Fontanellato, nella notte immediata all’11 marzo dell’anno suddetto ai danni di Simone e Stefano fratelli Fossati, spogliati di robe e denari del valore di lire 1260 e soldi 10; In terzo luogo della rapina sofferta la notte antecedente il giorno 25 marzo dell’anno stesso, da Bartolomeo Capelli, abitante alla Bré di Soragna con atti tirannici e con ispoglio di denari del valore di lire 1561, e 4 soldi; In quarto luogo della rapina succeduta la notte del 27 stesso mese di marzo, nella villa di Diolo di Soragna a danno di Giovanni Battista Boni con furto di denari e robe ascendenti nella loro totalità alla somma di lire 1463; In quinto luogo della rapina patita da Michele Fratti dei Baroni di San Secondo, la notte successiva al giorno 2 aprile prossimo scorso anno 1803, violentemente spogliato con atti tirannici d’altrettante robe e denari per la somma di lire 6698; In sesto luogo delll’insigne rapina consumata a Bacedasco, giurisdizione di Castellarquato la notte del 12 luglio prossimo passato, anno 1803 con minacce ed atti inumani alla casa del signor Berni derubato unitamente a Luigi Bagatti ed Angela Orsi vedova Sprega, suoi domestici, nonché agli Antonio e Francesco Rocca, ed al signor Pietro Romani, della vistosa somma in denari ed effetti di lire 9298, la quale rapina compiuta, ebbe ad accadere l’omicidio di Antonio Merli, altro dei soci di Giuseppe Berretta per opera degli stessi suoi compagni sulla strada Nuova di Genova e propriamente nel Comune di Castelnuovo dei Terzi; In settimo luogo di un qualificato furto di pollame seguito nel mese di agosto dell’anno stesso nella villa di Fontanelle a danno di Giusepppe Coppini detto Gelati; In ottavo luogo dei gravissimi delitti di reiterata concussione, incendio e rapina eseguiti sul finire di dicembre del medesimo anno e nel successivo gennaio del corrente anno a pregiudizio di Pietro Godi nella villa di Pongennaro, giurisdizione di Soragna, danneggiato e derubato della somma di lire 7040; In nono luogo dall’altra concussione e rapina commessa verso la metà del succitato mese di gennaio in danno di Giovanni Guareschi denominato Colombarotto, nella villa di Castellaicardi, giurisdizione di San Secondo a cui venne estorta la somma di lire 740; In decimo luogo di reiterata dolorosa spedizione di monete false e finalmente quale reo costituito di complicità e cooperazione sebben negativo, che non indiziato di altri misfatti di simil genere. È stato condannato, si disse, il detto Giuseppe Berretta alla ignominiosa pena di morte alla forca colla successiva amputazione della testa, da appendersi entro una gabbia di ferro a pubblico terrore e a esempio nelle vicinanze dei luoghi ove ha commesso il maggior numero dei suoi misfatti, e similmente alla residuale restituzione del maltolto nonché alla reintegrazione dei danni verso le persone dei rispettivi derubati. Dovendosi quindi domenica, giorno 8 agosto del corrente anno 1804, eseguire in Parma nel luogo della Giara verso l’ora di terza anzidetta sentenza di morte, resta vossignoria, come confratello della Veneranda Confraternita del Ss. Nome di Gesù eretta nella chiesa di San Giovanni Decollato, pregato di intervenire, onde possa anch’ella esercitare quegli atti di caritatevole pietà che sogliono praticarsi dalla medesima Ven. confraternita a profitto della salute spirituale di un tal povero paziente. Firmato: conte Alessandro Bernieri, della medesima ven. Confraternita. Di una decina di misfatti il Beretta si confessò autore, di moltissimi altri fu ritenuto tale da voce popolare e dal tribunale. Egli si spostava da un paese all’altro con facilità e somma velocità, per piombare nelle case e compiere furti e rapine a mano armata. Le località da lui preferite furono quelle dei dintorni di Soragna, da Cannetolo a San Secondo, tanto che la gente temeva di passare sia di giorno che di notte al di là della Paroletta verso Carzeto e Soragna, per timore dei banditi. Una gran folla assistette all’esecuzione del Beretta, soddisfatta di essersi tolta di torno il pericoloso individuo. La testa del Beretta venne rinchiusa in una gabbia e rimase esposta a lungo. Per rassicurare le popolazioni delle campagne della provincia di Parma confinanti con il Piacentino, territori abituali delle scorribande del Beretta, il suo capo mozzato ne fece il giro, sostando a lungo a Soragna. La gabbia che servì per esporre le teste dei giustiziati si conserva nel museo Mariotti di Parma: si nota che in essa è inserito un ramo secco di albero, innestato in modo che per togliere la gabbia dall’albero cui era appesa si dovette troncare il ramo stesso, rimasto poi incastrato tra le piccole sbarre. Dal che si deduce che la gabbia nell’occasione dell’ultima sua esposizione in pubblico dovette rimanere per varî mesi accanto all’albero cui era stata appesa, certamente con la testa del Beretta, fino alla completa putrefazione di questa. Il cadavere del Beretta fu sepolto in San Giovanni Decollato, nella fossa comune, poché non era ancora stato costruito il pubblico cimitero della Villetta, dove in seguito fu riservato un tratto di terreno per la sepoltura dei condannati a morte. Al Carzeto di Soragna il Beretta non ebbe un vero e proprio domicilio e per dormire si recava nel fienile della casa del beneficio parrocchiale.
FONTI E BIBL.: F. Botti, La forca d’Bretta, 1991, 17-24; M. Tagliavini, in Gazzetta di Parma 19 novembre 1991, 3.

BERETTA ROSANNA
Fidenza 1951-22 luglio 1998
Dall’età di ventisei anni soffrì di una grave malattia invalidante (sclerosi multipla). Negli anni di sofferenza la Beretta ebbe il modo di affinare la sua naturale sensibilità, esprimendola in poesie piene di struggente nostalgia, d’amore e di coraggio. Pubblicò due raccolte poetiche, Il canto del cuore e La ragnatela della vita, segnalandosi a manifestazioni come il premio letterario Ignazio Silone.
FONTI E BIBL.: A.O., in Gazzetta di Parma 27 lulgio 1998, 20.

BERGAMASCHI LAZZARO
Parma-Boneti 2 novembre 1916
Fante del Reggimento Fanteria, fu decorato con la medaglia d’argento al valore militare, con la seguente motivazione: Offertosi spontaneamente di far parte di un gruppo di guastatori, usciva tra i primi dalla trincea, incitando i compagni con la parola e con l’esempio. Colpito a morte mentre era intento a tagliare il reticolato nemico, continuò finché ebbe vita ad incuorare i compagni: fulgido esempio di belle virtù militari.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1918, Dispensa 10a, 651; Decorati al valore, 1964, 75-76.

BERGAMASCHI LINO
Sivizzano Sporzana 1921-maggio 1999
Durante gli anni del secondo conflitto mondiale, con il fratello Bruno fu tra i giovani che abbracciarono gli ideali della Resistenza: fu commissario della IV Brigata Giustizia e Libertà bis (così fu chiamata per distinguerla dalla precedente, nata in circostanze diverse), comandata da Artemio Ughetti, fino al termine del conflitto. Si impegnò politicamente nelle file del Partito Comunista Italiano e per un biennio fu anche direttore de L’eco del Lavoro, periodico ufficiale dei comunisti di Parma e provincia. Nel frattempo, riprese anche gli studi all’Università di bologna alla facoltà di Ingegneria, dove si laureò nel 1948. Dopo la laurea si mise subito a lavorare: prima a Busseto, in una esperienza cooperativa, poi di socio di una fornace, in seguito di consulente all’impresa Medioli. Infine nella sua società La Soberga trovò respiro il suo spirito di intraprendente imprenditore, che si sviluppò non solo a Parma ma anche nel resto d’Italia e all’estero, in collaborazioni con l’Ente Nazionale Idrocarburi e la Snam. Tra i più stimati ingegneri del locale ordine, da cui fu premiato, il Bergamaschi legò la sua storia professionale soprattutto alla realizzazione del Silos della Barilla a Pedrignano e di quello del Consorzio agrario provinciale. Presagendo la fine, si mise a scrivere le sue memorie perché restasse traccia della sua scelta di vita negli anni Quaranta e nell’immediato secondo dopoguerra, dove per qualche tempo, dal 1948 al 1949, fu anche consigliere comunale a Parma.
FONTI E BIBL.: C. Drapkind, in Gazzetta di Parma 7 maggio 1999, 8.

BERGAMASCHI MARCO SANTE
Parma 2 maggio 1827-Parma 3 maggio 1902
A ventidue anni fu Perito Geometra aspirante nel Genio Civile di Parma. Nel 1860 venne insignito dal dittatore Farini del titolo e delle attibuzioni di Ingegnere civile. Nel settembre del 1869 ebbe la nomina di Ingegnere nell’Uffizio d’Arte del Comune di Parma e nel 1873 pervenne al grado di Ingegnere Capo del Comune. Tra i suoi principali lavori, sono degni di menzione la sistemazione di piazza Garibaldi, il ponte Caprazucca e la sistemazione del piazzale del Duomo, i pennelli lungo i torrenti Parma e Baganza e il ponte di Circonvallazione: lavori tutti di singolare perizia.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario biografico, 1905, 7-8; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 27.

BERGAMASCHI ROCCO
Parma seconda metà del XVI secolo
Ingegnere operante nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 112.

BERGAMINI
Tizzano-ante 1970
Pittore dilettante, fu impiegato comunale a Parma. Non amò ostentare la sua passione e perciò dipinse spesso nel chiuso della sua stanza, in riproduzioni. Tuttavia fu circondato da grande stima, anche per la generosità con la quale donava i suoi dipinti agli amici e ai Tizzanesi distinti.
FONTI E BIBL.: F. Barili, Tizzano, 1970, 92.

BERGAMINI ANGELO
Parma 1824/1831
Proprietario terriero, laureato in legge, abitò a Certosino presso Cortile San Martino. Prima e durante i moti del 1831 nel Parmense si unì a Pasquale Berghini e al sindaco della podesteria di Cortile San Martino, Giuseppe Cordaro, nel tentativo di eccitare alla rivolta i contadini. Ma volgendo le cose al peggio per il governo provvisorio parmense, ai primi di marzo fece parte di una commissione che si recò a Piacenza a pregare il ministro Cornacchia di interporre i propri buoni uffici presso Maria Luigia d’Austria affinché trattasse con indulgenza i promotori del sommovimento. Fu in seguito arrestato, inquisito come fautore di disordini e tenuto sotto sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, I patrioti parmensi del 1831 secondo nuovi documenti, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 91; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 144; Malacoda 8 1986, 35.

BERGAMINI ANGELO
Roccabianca 1894-Monte San Michele 2 ottobre 1915
Figlio di Paolo e di Criceria Ghinelli. Appartenne a quel glorioso 112° Reggimento Fanteria che, in prevalenza formato di elementi reclutati nella provincia di Parma, si colmò di gloria e scrisse pagine importanti nella storia dei fasti del Regio Esercito. Il Bergamini, mandato sul Carso fin dal principio della prima guerra mondiale, combatté volorosamente sul San Michele, dalle cui quattro cime gli Austriaci, in posizione dominante, scaraventavano fuoco di mitraglia sui fanti italiani inchiodati sulle posizioni sottostanti, che a ogni costo non volevano evacuare. Il Bergamini, per un fatto d’arme in sui si distinse per coraggio e per alto spirito di abnegazione, si meritò un encomio solenne. Il 2 ottobre 1915, durante un aspro combattimento, egli trovò la morte sul campo e il Ministro della Guerra, dietro proposta del comandante del Reggimento, conferì alla sua memoria una medaglia d’argento al valor militare con la seguente motivazione: Spintosi tra i primi, con mirabile slancio, all’attacco della trincea nemica, mentre tentava scavalcarla per entrarvi, cadeva mortalmente colpito. Le vicende della battaglia non permisero il recupero della salma del Bergamini.
FONTI E BIBL.: Combattenti di Roccabianca, 1923, 10-11; Bollettino Ufficiale 1916, Dispensa 70a, 3714; Decorati al valore, 1964, 105.

BERGAMINI BENIAMINO
Roccabianca 1889-Mare d’Albania 9 giugno 1916
Figlio di Cleto. Il Bergamini fu tra i primi a essere inviato al fronte durante la prima guerra mondiale, alla quale partecipò coi suoi tre fratelli: Guido, Luigi e Guglielmo. Verso la fine del 1915 venne inviato nel settore del medio Isonzo col 28° Artiglieria da Campagna, 3a batteria. Fu mandato poi in Albania e nella notte dall’8 al 9 giugno del 1916 perì nel naufragio della nave Principe Umberto che, carica di soldati italiani, urtò contro una mina galleggiante nemica. Un suo ufficiale, il tenente Giovanni Botteri, narrò più tardi come il Bergamini morì eroicamente cercando di salvare i suoi compagni di sventura, e che per tale motivo fu proposto per la medaglia al valore.
FONTI E BIBL.: Combattenti di Roccabianca, 1923, 11-12.

BERGAMINI CLAUDIO
Parma 1786/1791
Fu il trentaquattresimo abate della chiesa di San Sepolcro in Parma, dal 1786 a tutto il 1791.
FONTI E BIBL.: V. Soncini, Chiesa San Sepolcro, 1932, 93.

BERGAMINI GIACOMO
Parma prima metà del XVII secolo
Pittore ornatista operante nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 47.

BERGAMINI GIOVANNI
Parma 26 dicembre 1809-post 1857
Figlio di Angelo e Paola Bianchedi. Studiò violino con Ferdinando Melchiorri e nel 1821, oltre a suonare in orchestra, esplicava anche l’attività di copista di musica. Nel gennaio 1825 fu sottoposto con esito positivo all’esame per la nomina ad aspirante della Ducale Orchestra di Parma. Il giudizio della commissione fu: Promette ottima riuscita qual professore d’accompagnamento e quantunque non gli possa esser mai dato di suonare al solo non è da dimenticarsi ch’egli discretamente improvvisa (Biblioteca del Conservatorio di Parma, Archivio della Orchestra Ducale). Nel 1842 domandò il permesso alla Ducale Orchestra di Parma per prodursi in altri teatri. Nel 1857 richiese l’uso del teatro per darvi un’accademia assieme ad alcuni colleghi.
FONTI E BIBL.: Inventario, 1992, 214, 419 e 421.

BERGAMINI MARC’ANTONIO
Borgo San Donnino 1806/1827
Notaio. Nel 1806 fu Maire e negli anni 1816 e 1827 podestà di Borgo San Donnino.
FONTI E BIBL.: N. Denti, Capi civili da Parma a Fidenza, 1960.

BERGAMINI MATTEO
Collecchio 1850/1885
Proprietario terriero. A Parma possedette la cosiddetta Casa della Congiura (poi Gambara, via G. Tommasini n. 13), che lasciò alle figlie Marianna e Clelia. Il 7 giugno 1850 fu nominato sindaco di Collecchio. Era ancora in questa carica nel 1859 e compare come assessore nel 1861. Fu consigliere anziano tra il 1854 e il 1857 e ancora sindaco per il triennio 1867-1869. Rimase quindi consigliere comunale fino al 1885. Nel 1867 è elencato tra gli offerenti al Comitato di soccorso ai militari feriti durante le guerre d’Indipendenza. nella sua quasi quarantennale attività in seno al consesso amministrativo locale, il Bergamini ebbe spesso delicati incarichi, che assolse sempre con sagacia e serietà. Sposo Maria Pinelli, che quando morì, nel 1868, ebbe un ampio necrologio sulla Gazzetta di Parma, indubbio segno di distinzione per l’importanza della famiglia.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 18 novembre 1960, 3; U. Delsante,  Gli ampliamenti territoriali del Comune di Collecchio dopo l’Unità, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1975, 329-368; S. Massari, Cenno necrologico, in Gazzetta di Parma 1 ottobre 1868; Malacoda 8 1986, 36.

BERGAMINI TERESA
Vicenza 1729-Parma 18 agosto 1767
Insieme col marito Bartolomeo Andolfati, recitò nelle compagnie di F. Berti, P. Rossi e G. Medebach. Fu prima attrice nella compagnia di Pietro Rossi e poi con quella migliore di Gerolamo Medebach, che agiva sei mesi dell’anno al Teatro di San Giovanni Crisostomo di Venezia, e nella quale stette parecchi anni come seconda donna. Morì di parto all’età di 39 anni.
FONTI E BIBL.: L. Rasi, Comici italiani, I, 1897, 41; G. De Caro, in Dizionario biografico degli Italiani, III, 1961, 55-56.

BERGONZANI BERNARDINO
Bazzano 1897-27 maggio 1967
Combatté nelle due guerre mondiali, nelle quali, col grado di capitano, diede fulgidi esempi di coraggio, di abnegazione e di sacrificio. Durante la seconda guerra mondiale fu fatto prigioniero e internato nel campo di concentramento di Wissefort in Germania. Fu più volte decorato al valore militare e insignito dell’onorificenza di cavaliere al merito della Repubblica. Ebbe sempre a cuore i problemi del suo paese natio facendosi, dopo la sua collocazione a riposo, promotore di iniziative benefiche e artistiche.
FONTI E BIBL.: F. Barili, Arcipreti di Bazzano, 1976, 111-112.

BERGONZANI GIOVANNI
Bazzano 1719-post 1769
Fu Alfiere delle truppe ducali di Parma.
FONTI E BIBL.: F. Barili, Arcipreti di Bazzano, 1976.

BERGONZI ALESSANDRO
Parma 1543/1545
Dottore. Fu Anziano del Comune di Parma, assieme al fratello Bernardo, dal 1543 al 1545.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli Scrittori e Letterati parmigiani, IV, 1743, 58.

BERGONZI ALESSANDRO
Parma 1616/1628
Fu intendente delle Strade di Parma nel 1616, fu creato Cavaliere aurato il 19 giugno dello stesso anno, Conte Palatino Apostolico nel 1618 ed eletto Tesoriere generale il 29 agosto 1622. Il 2 maggio 1625 acquistò il feudo di Cella e Costamezzana, già di Casa Pallavicino.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice, 1, 1935, 330.

BERGONZI ANGELO MARIA
Parma prima metà del XVII secolo-1707
Fonditore di metalli operante nel XVII secolo (sue notizie si hanno relativamente all’anno 1639).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 29.

BERGONZI ANTONIO
Parma-1672
Canonico della Cattedrale di Parma, divenne in seguito Arcivescovo di Tiro.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 12 ottobre 1998, 25.

BERGONZI ARTASERSE
Parma 1708/1731
Nell’anno 1708 fu insignito della Croce dell’Ordine Militare di Santo Stefano.
FONTI E BIBL.: L. Araldi, L’Italia nobile, 1722.

BERGONZI AURELIO
Parma 1599
Nell’anno 1599 fu insignito della Croce dell’Ordine Militare di Santo Stefano.
FONTI E BIBL.: L. Araldi, L’Italia nobile, 1722.

BERGONZI BENEDETTO
Parma-febbraio 1509
Sacerdote cui è dedicata una elegante epigrafe marmorea nella Cattedrale di Parma, attibuita a Gian Francesco d’Agrate.
FONTI E BIBL.: Parma per l’Arte 11 1961, 51-52; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 100.

BERGONZI BERGONZINO
Parma-Aquila di Reggio Emilia 1307
Fu uno dei principali cittadini di Parma ed ebbe l’incarico di Camerlengo di Giberto da Correggio, Signore di Parma. Morì in combattimento.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia di Parma, IV, 149; Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice, 1, 1935, 330.

BERGONZI BERNARDINO FRANCESCO
Parma 9 giugno 1500-Novara agosto 1561
Filgio di Melchiorre, ebbe a padrino di battesimo il cavaliere e poeta Andrea Bajardi. Fin dall’anno 1516 suoi versi latini furono aggiunti all’opera del Grapaldo De partibus Aedium, allora riprodotta. Passato allo Studio di Bologna, apprese le leggi sotto il magistero di Carlo Ruino, professore allora famosissimo. Una volta addottoratosi, il Bergonzi tornò a Parma. Qui tenne una pubblica orazione alla presenza di Mattia Ugone, vescovo di Famagosta e legato di papa Clemente VII, ebbe una nuova laurea e ottenne di entrare nel Collegio dei Giudici, intraprendendo l’avvocatura, come risulta da un epigramma di Giorgio Anselmi in sua lode. Tranquillo Molossi lo invocò quale mecenate nel suo poemetto sul duello del 1523 tra Sforzino Sforza e Camillo Gambara: Praevia Bergunti tua sint vestigia nobis Insolitum per iter, saxosa per ardua, tu Dux, Tu mihi Phoebus eris: sunt et tua carmina tanto Digna Deo, nec jura tibi civilia laudem Sola ferunt: adsis, et grandibus annue caeptis. Conferitagli in Parma la cattedra di Giurisprudenza (fu professore di Istituzioni), aprì il corso delle sue lezioni con una orazione ove accennò a voler trattare la materia dei Legati, scusandosi però di essere ancora molto giovane, quasi che si reputasse incapace di tanto peso. Perorò varie volte nel promuovere al dottorato alcuni eccellenti soggetti, tra i quali Francesco Cusano, Giacopo Carpesano, Federico Prati e Gian Pietro Pagani da Colorno. Il Bergonzi tenne l’orazione di saluto della città di Parma a Carlo V, allorché l’Imperatore vi giunse nel 1529. Dopo avere più volte rifiutato di lasciare Parma, infine, sollecitato a recarsi a Bologna dal pontefice Paolo III, corrispose all’invito. All’ingresso della sua giudicatura in Bologna il Bergonzi recitò una orazione il 1° luglio 1538, con la quale, ricordato di aver conseguito proprio a Bologna la sua laurea, protestò che, una volta restituitosi a Parma, alio numquam vocari optavi, nec vocatus ire volui. Leandro Alberti, che lo conobbe, scrive che fu uno dei primi Dottori eletti della Rota di Bologna, e poi Podestà, che talmente si diportò in tali uffici, che fu riputato Letterato, et dritto ne’ suoi giudicii, et fu poscia Auditor delle Cause del Legato di Bologna. Nello stesso anno 1538 gli fece visita l’Alciato ed Ercole d’Este, duca di Ferrara, lo chiamò a sé dandogli il governo di quella città e nominandolo suo consigliere. L’integrità e la giustizia del Bergonzi meritarono anche gli elogi di Giambattista Giraldi. nel 1541 fu invitato dai Conservatori della città di Roma ad assumere l’ufficio di secondo Collaterale del Campidoglio, con la seguente lettera: Magnifice et Excellens Domine Amice noster carissime salutem. Essendo stata dalli nostri in l’offizio precessori la Excellentia vostra insieme con alcuni altri Signori Doctori presentata et nominata a N. Signore per l’Offizio del secundo Collateral di Campidoglio, et piaciuto a S. Santità di eligerla et deputarla al dicto Offizio per uno Anno, ne e parso oltra che quella ne serra raguagliata per ordine di S. Beatitudine et dal Ill.mo Signor Senator di Roma darnili adviso per questa nostra. Pregandola quanto più caldamente possemmo sia contenta disponersi di venire a pigliar ditto Offizio. Del quale, oltra le spese che se farranno dal dicto Signor Senatore a lei ad un servidore et un cavallo, harrà di provisitione ordinaria e ferma vinti scudi il mese, ed altretanto di exstraordinario: et ne farà gran piacere a tutto questo Populo; et alla Excellentia V. di continuo ce raccomandiamo, et offerimo. Romae XV. Januarii M.D. XXXXI. Ad beneplacita et Excellentiae V. Conservatores Camerae almae Urbis. Rimase a Roma probabilmente solo due anni, perché tra il 1543 e il 1545 lo si trova Anziano di Parma, insieme col fratello Alessandro, anch’egli dottore. Fu poi uno dei decurioni del Consiglio Generale di Parma. Pier Luigi Farnese, creato in quel tempo dal Papa duca di Parma e di Piacenza, lo volle suo consigliere e lo elevò alla Pretura di Parma. Nel 1547 il Bergonzi procacciò la pubblica cattedra di belle lettere a Domenico Ansovino, tolentinate, che, fuggito dalla guerra di Pitigliano, era venuto a Parma con Fabio da Siena. L’Ansovino, grato dell’aiuto ricevuto, in quell’occasione ebbe a dire: Primum enim Bernardus Berguntius Parmensis Urbis exquisita plurimarum scientiarum cognitione unicum decus, singularique bonitate totius probitatis rarissimum exemplar, summa animi humanitate adductus, Fabio Senensi viro optimo atque doctissimo qui cum conjunctissime tunc viverem mandavit, ut mihi diceret sibi esse voluptati, ut e diversorio ubi tum parce vitam agebam domum suam proficiscrer, et diversarer. Anche il duca Ottavio Farnese tenne il Bergonzi in grande considerazione. In una lettera scritta il 5 novembre 1550 al Vescovo di Pola, Annibal Caro, infatti, dice: Fate ancora accoglienza al Signor Bernardo Bergonzo, perché oltre all’essere gran servitore della Casa Farnese è un raro uomo da bene. Passate le turbolenze della guerra, a conclusione della quale il duca Ottavio Farnese poté recuperare Piacenza, già occupata dagli Spagnoli, il Bergonzi fu mandato (15 ottobre 1557) al governo di quella città, dove fece aprire una bella biblioteca e un ricco museo di medaglie. Per questo motivo, Costanzo Landi, conte di Compiano, gli dedicò nel 1559 il suo libro intitolato In veterum Numismatum Romanorum Miscellanea explicationes, lodandolo in questo modo: Video te Romanarum Antiquitatum studiosissimum esse, quod etiam Museum tuum undique exquisitis veterum Imaginibus clarorum virorum, ac aeneis formis insignitum ac ornatum indicat: licet idem Museum multiplici non solum Juris civilis, sed etiam politioris literaturae librorum supellectile habens extructum. Nam quos tu libros qui et ad divinam, et humanam justitiam factant non conquisisti? Quid narrem humaniores libros, qui ad graecam latinamque cognitionem faciunt? Cum innumerabiles sint, in quibus (dum a gravioribus studiis paululum secedis, et ab auditorio desistis) jucunde et peramanter conquiescis: ut illi etiam iidem libri te ad condendos aliquando amoeniores et eruditos versiculos, et elegantes oratiunculas perscribendas excitent et eliciant. Innumerabilia apud te perantiqua Numismata saepius vidi. Il Bergonzi sposò Veronica Balducchini, dalla quale ebbe i figli Paolo, dottore di Leggi assai accreditato, Melchiorre, Gian Francesco, Lucrezia, maritata a Giacopo Molza, e Camilla, monaca. Quando era ormai già vecchio, fu inviato dal duca Ottavio Farnese a Novara (28 febbraio 1560) perché, in qualità di vicemarchese e luogotenente, la governasse a suo nome. Ivi, ammalatosi, aggiunse al suo testamento, già compilato in Bologna, un codicillo dettato il giorno 13 agosto 1561, col quale lasciò i figli in libertà di farlo sepppellire dove fosse loro meglio piaciuto. Ai già citati suoi encomiatori si devono aggiungere Federico Scotti dei marchesi di Vigoleno, G.B. Giraldi, Niccolò Manlio, Giulio Ariosto, il da Erba, il Pico e il Bolsi. Nel ms. Parmense 803 della Biblioteca Palatina di Parma sono conservate sue Orationes decem.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1743, 54-59; A. Pezzana, Continuazione memorie, IV, 500; E. da Erba, ms. Parmense 978, 19; Benassi, Storia di Parma, V, 250; Spreti, Enciclopedia storico nobiliare. Appendice 1, 1935, 330; Aurea Parma 2 1956, 146, 2/3 1957, 104, e 4 1958, 239-240; Palazzi e casate di Parma, 1971, 469.

BERGONZI BERNARDO, vedi BERGONZI BERNARDINO FRANCESCO

BERGONZI BRISEIDE, vedi COLLA BRISEIDE

BERGONZI CARLO
Parma 1772/1789
Fu sottotenente delle truppe farnesiane nel 1772, tenente nel 1776 e capitano nel 1789.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice 1, 1935, 330.

BERGONZI CAVIRANO
Parma 1593
Fu corrector Statutorum (1593).
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 12 ottobre 1998, 25.

BERGONZI CESARE
Parma 22 maggio 1916-Milano febbraio 1987
Studiò violino al Conservatorio di Parma e si diplomò nel 1938. Quando l’attività nelle orchestre fu interrotta dallo scoppio della seconda guerra mondiale, si dedicò alla musica leggera, suonando il clarinetto e il sax tenore con l’orchestra di Mario Bertolazzi. Trasferitosi a Milano, continuò in questa attività, incidendo dischi e prendendo parte a spettacoli radiofonici e televisivi.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

BERGONZI ELEONORA, vedi CANTELLI ELEONORA

BERGONZI ERCOLE
Parma 1549/1559
Fu nominato commissario sopra la Grascia del Comune di Parma il 20 aprile 1559.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice 1, 1935, 330.

BERGONZI ERCOLE, vedi anche BERGONZI PALLAVICINO ERCOLE

BERGONZI EUGENIO
Langhirano 1848-1925
Banchiere, fu tra i fondatori del Piccolo Credito Langhiranese.
FONTI E BIBL.: A. Scotti, In memoria di Eugenio Bergonzi. Inaugurandosi il suo busto nei nuovi locali del piccolo Credito Langhiranese, Parma, Orsatti e Zinelli, 1926; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 100.

BERGONZI FRANCESCO
Parma XVI/XVII secolo
Cooperò alla pubblicazione dei nuovi Statuti della città di Parma e meritò l’elogio di Pomponio Torelli (che latinizza il suo nome in Burgundo).
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2-3 1957, 104.

BERGONZI FRANCESCO
Parma 1749-post 1804
Figlio del marchese Giulio Cesare e di Teresa Bonetti. Sposò Flaminia Rossetti. Luogotenente in ritiro, Decurione dell’Illustrissima Comunità e cittadino cremonese, fu impiegato per comando del Supremo Governo per gli affari d’annona al mantenimento delle truppe francesi e cisalpine transitanti nello Stato Parmense, delegato sopra le collette civiche e conservatore dei Civici Archivi. Nel 1804 fu collocato a riposo dall’incombenza di archivista e fu posto tra gli onorari della classe degli individui attivi del generale consiglio (Ordinazioni 1804, carte 170, 190 e 199).
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Cenni sull’Archivio del Comune, 1896, 155; G. Sitti, Archivio comunale di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1914.

BERGONZI GAUDENZIO
Parma 1696/1716
Fu suonatore di violone o contrabbasso alla chiesa della Steccata di Parma il 25 marzo 1701 e in Cattedrale dal 25 dicembre 1696 al 1716
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, Mandati 1700-1702; Archivio della Cattedrale, Mandati 1700-1725; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 159.

BERGONZI GIAN ENRICO, vedi BERGONZI GIOVANNI ENRICO

BERGONZI GIOVANNA, vedi PIACENZA GIOVANNA

BERGONZI GIOVANNI
Parma seconda metà del XV secolo
Orefice operante nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 56.

BERGONZI GIOVANNI ENRICO
Langhirano 1831
Fu attivo durante i moti del 1831. Risultato incidentalmente colpevole nel corso del processo di Langhirano, colla sentenza 18 agosto 1831 fu dichiarato amnistiato. Figurò nell’elenco degli inquisiti, ma senza requisitoria, per aver tenuto condotta sospetta.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 142.

BERGONZI GIULIO, vedi BERGONZI PALLAVICINO GIULIO

BERGONZI GIUSEPPE
Parma seconda metà del XVII secolo-1744
Compositore e violinista, studiò musica a Bologna. Di lui si hanno: Divertimenti da camera (12 sonate ) a tre, due Violini o Arciliuto, op. I (Bologna, Marino Silvani, 1705) e Sinfonie da chiesa e concerti a quattro. A due Violini concertati, e due Ripieni con l’Alto Viola obbligata, col Basso p. l’Organo, op. II (Bologna, Peri, 1708). Il 24 aprile 1721 fu ascritto all’Accademia Filarmonica di Bologna.
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario universale dei Musicisti, 1, 1926, 160.

BERGONZI GIUSEPPE
Parma 1734
Il 16 giugno 1734 fu nominato cappellano del duca di Parma Carlo di Borbone.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice 1, 1935, 330.

BERGONZI GIUSEPPE
Parma 1799
Fu tenente colonnello d’infanteria delle truppe parmensi nel 1799.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice 1, 1935, 330.

BERGONZI GIUSEPPE
Parma 22 novembre 1872-Monte San Michele 16 ottobre 1915
Figlio di Pietro e di Maria Silva. Ragioniere, tenente del 112° Reggimento Fanteria Milizia Territoriale, fu decorato con la medaglia d’argento al valore militare, con la seguente motivazione: Comandante di compagnia, durante una avanzata giunto primo sotto i reticolati nemici ne intraprendeva personalmente la distruzione, riuscendovi per un buon tratto. Cadeva colpito a morte mentre la compagnia si slanciava alla conquista della posizione. Fu sepolto nel cimitero di Sdraussina.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1916, Dispensa 60a, 3178; Gazzetta di parma 25, 28 ottobre, 3 novembre 1915 e 21 luglio 1916; La cronaca 1 dicembre 1915; Commemorazione al Consiglio Provinciale, seduta 27 dicembre 1917; G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 28; Decorati al valore, 1964, 76.

BERGONZI LODOVICO, vedi BERGONZI PALLAVICINO LODOVICO

BERGONZI MELCHIORRE
Parma seconda metà del XV secolo/1522
Dottore in giurisprudenza molto accreditato, fu ascritto al collegio dei Dottori e Giudici di Parma (1522). Fu padre di Bernardo.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1743, 54.

BERGONZI NICOLÓ
Parma 1423
Si rese protagonista di una curiosa quanto rischiosa vicenda. Al tempo in cui si cercava di mitigare i troppo liberi costumi comminando severe pene corporali anche ai rei di parole turpi, narra lo Scarabelli che nel 1423 alcuni dazieri vollero entrare da una donna solatiosa presso cui si trovava il Bergonzi. Questi si oppose dicendo: el non poria fare Dio, nj sancta Maria, nj santo Antonio, nj la casa sua che vuij vignati. Fu condannato a cinquanta lire e al taglio della lingua, ma il Duca riformò la sentenza: Iddio potente e misericordioso non richiedeva né la mutilazione delle creature da lui messe al mondo, né la morte del peccatore, esser sua volontà che si penta e viva; il conte paghi e sia sicuro della lingua.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 28 settembre 1998, 25.

BERGONZI NICOLÓ
Parma 1789
Fu tenente delle truppe del Ducato di Parma nel 1789.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice 1, 1935, 330.

BERGONZI ODOARDO
Parma 1831
Marchese, ufficiale, poi dimissionario, sposò una Parolini. Scoppiata la rivolta del 1831, si recò da Piacenza a Parma e prese alloggio alle Quattro Nazioni. Alla sera, in un angolo della piazza d’armi, presenti i capitani Contini, Spaggiari, Rossi e Rossini, dei Dragoni, detto il Zoppo, e l’ufficiale Ganna, il Bergonzi ebbe a dire che i Tedeschi a Piacenza tremavano per un temuto movimento dei Piacentini stessi. Non fu inquisito e non fu considerato gran che sospetto. Venne però sottoposto a sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 145.

BERGONZI PAOLO
Parma ante 1534-Romagna post 1586
Figlio di Bernardo. Iscritto alla matricola dei notai di Parma nel 1534, fu dottore in leggi, giureconsulto e commissario ducale a Piacenza nel 1569. L’8 giugno 1573 fu eletto consigliere e auditore civile di Piacenza in sostituzione di Giovanni Francesco Aliprandi. Il duca Ottavio Farnese lo ebbe in grande stima. Alla morte del Duca, il Bergonzi andò al servizio del cardinale Sforza, legato della Romagna. In quella regione morì e fu sepolto.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 39; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice 1, 1935, 330.

BERGONZI PAOLO
Collecchio 1843/1851
Marchese. Fu eletto sindaco del comune di Collecchio l’8 aprile 1843. Fu poi consigliere anziano tra il 1846 e il 1851.
FONTI E BIBL.: Indice analitico ed alfabetico della Raccolta generale delle leggi per gli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla degli anni 1840 al 1845, Parma, 1847; Malacoda 8 1986, 37-38.

BERGONZI PIER MARIA
Parma 1552/1571
Figlio di Giovanni Francesco. Nel 1552 fu nominato secondo notaio. Il 1° dicembre 1565 fu nominato notaio dell’Ufficio camerale di Novara e rieletto il 12 marzo 1569. Il 24 dicembre 1571 fu nominato podestà delle Valli dei Cavalieri.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice 1, 1935, 330.

BERGONZI PALLAVICINO ERCOLE
Parma 1790 c.-post 1857
Marchese, possidente, figlio di Francesco e di Teresa Maraffi, fratello di Lodovico, fu capitano dell’esercito ducale di Parma. Nel 1820 acquistò il podere Il Poggio nei pressi della chiesa di Collecchio e vi fece costruire una villa. Ciamberlano (10 dicembre 1829) e scudiero (22 marzo 1816) di Maria Luigia d’Austria, ricevette in questa villa la stessa Duchessa e i figli di lei Albertina e Guglielmo. Nel 1831 il Bergonzi Pallavicino figura podestà di San Pancrazio. Nel 1841 fece parte del consiglio degli anziani del comune di Parma. Fu nuovamente nominato Ciamberlano dal duca Carlo di Borbone il 1° dicembre 1850. Nel 1852 fu consigliere della Commissione d’Ornato per gli edifizi dell’Ordine Costantiniano e Intendente dell’amministrazione dei beni dello stesso ordine. Durante l’epidemia di colera del 1855 fece parte della commissione di sanità del comune di Collecchio. Legato agli ambienti di Corte, non prese parte al movimento risorgimentale. Fu consigliere anziano di Collecchio dal 1824 al 1857.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice 1, 1935, 330; U. Delsante, Collecchio, ville e residenze, Parma, 1979; Malacoda 8 1986, 36.

BERGONZI PALLAVICINO GIULIO
Parma 1829/1846
Marchese. Già paggio della duchessa Maria Luigia d’Austria, fu nominato sottaiutante di palazzo e alfiere delle truppe il 14 novembre 1838. Fu sindaco del comune di San Pancrazio nel 1846 e consigliere anziano dal 1829 al 1846.
FONTI E BIBL.: Raccolta generale delle leggi per gli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla, anno 1838, semestre II, t.u., Parma, 1838, 105 e 146; Malacoda 8 1986, 37.

BERGONZI PALLAVICINO LODOVICO
Parma 16 agosto 1780-1861
Figlio di Francesco e di Teresa Maraffi. Marchese, cavaliere dell’Ordine Costantiniano, fu scudiero e ciamberlano (10 dicembre 1841) di Maria Luigia d’Austria, possidente in Collecchio e Collecchiello. Di nobile famiglia che nell’Ottocento subì una certa decadenza economica, era imparentato con in conti Calvi Parisetti di San Martino Sinzano attraverso il matrimonio di una sorella. Risiedette a Parma in strada San Benedetto 18. A collecchio andava in villeggiatura e forse, in tarda età, vi soggiornò a lungo, alimentando i propri contatti col Galaverna, probabilmente nella villa Carra, in strada Scodoncello, dove viveva un altro membro della sua famiglia, Enrico. Il Bergonzi Pallavicino fu inoltre cavaliere dell’Ordine Gerosolimitano del Lombardo Veneto e terziario francescano, come altri due personaggi del luogo con i quali fu pure in contatto, il marchese Ricordano Malaspina, che ebbe incarichi presso il governo ducale e fu anche anziano del comune di Collecchio, e il conte Filippo Linati, che abitava nel castello di Gaiano. Il Bergonzi Pallavicino fu funzionario dello Stato presso la Direzione del Patrimonio. Acquistato l’oratorio della Madonna degli Angeli di Collecchiello e i poderi circostanti, vi fece edificare una villa in stile neoclassico. Fu commissario straordinario del Comune di Collecchio dal 1821 (delegato alle acque e strade) al 1825 e nel 1849 e consigliere anziano dal 1826 al 1857. Nel 1823-1824, 1835-1837 e 1849-1852 fu podestà. Consigliere anziano del Comune di Parma, prese parte alla riunione del 14 febbraio 1831 durante la quale fu nominato il governo provvisorio. Ebbe qualche incarico di marginale importanza e, concluso il moto, testimoniò al processo istruito contro Filippo Linati. Si dedicò anche alla poesia, sia dialettale che in lingua. Di tutta la sua vasta produzione, venne pubblicato soltato un breve lavoro, la Povreta d’Borg Parent. Fu amico e collega in poesia del Galaverna, cui dedicò due rime in lingua italiana. Lasciò manoscritti, oltre a quattro volumi di poesie (due in dialetto e due in italiano), alcuni fascicoli di carte personali e di corrispondenza rigurdante per lo più l’ordine cavalleresco cui appartenne. Da un sommario esame delle sue rime dialettali si rileva una generale intonazione galavernina, ma forse più frammentaria ed episodica. Non mancano i dialoghi tra servo e padrone con i consueti bisticci, simili a quelli di Remigio e Gervaso, in dialetto italiano. Contrariamente a quanto scrissero alcuni critici del passato, l’opera del bergonzi Pallavicino è meritevole di studio e può avere un ruolo nella storia della non abbondante letteratura dialettale del XIX secolo. Egli utilizzò una grafia parmigiana tutta personale, molto diversa da quella comunemente accettata e anche da quella del Galaverna. Il duca Carlo di Borbone lo nominò nuovamente ciamberlano il 1° dicembre 1850.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice 1, 1935, 330; A. Restori, La battaglia del 29 giugno 1723 e i primi documenti del dialetto urbano di Parma, in Archivio Storico per le Province parmensi 1892, 75-96; A. Boselli, Testi dialettali parmensi, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1905, 1-128; B. Bocchialini, Il dialetto vivo di Parma e la sua letteratura, Parma, 1944; L. Grazzi, Parma Romantica, Parma, 1964; U. Delsante, Collecchio, ville e residenze; U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di parma 18 novembre 1960, 3; U. Delsante, Ampliamenti di Collecchio, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1975, 339; G. Cirillo-G. Godi, Guida artistica del Parmense, Parma, 1986, 327; Malacoda 8 1986, 37; Al Pont ad Mez 2 1998, 114-115.

BERI CATERINA, vedi PIGORINI CATERINA

BERIANTI ANTONIO, vedi BRIANTI ANTONIO

BERINI RENATO
Vairo 11 giugno 1921-Vairo 30 luglio 1945
Appartenne alla 143a Brigata partigiana Garibaldi Aldo. Morì in seguito alle ferite riportate in combattimento. Fu decorato con la medaglia di bronzo al valore militare.
FONTI E BIBL.: Caduti Resistenza, 1970, 66.

BERLUTI OLGA, vedi SQUERI OLGA

BERNABEI ALESSANDRO
Parma 19 novembre 1580-Parma aprile/giugno 1630
Nacque (insieme al gemello Francesco) da Giacomo Antonio e da Antonia Ambanelli. Del Bernabei è rimasta la documentazione di un quadro dipinto per il refettorio dei Certosini di Parma tra il 1607 e il 1614. Gli vengono attribuiti quadri in San Sepolcro, San Pietro e San Lazzaro. In San Sepolcro operò nel 1621 dipingendo una Madonna coi Santi Martino e Caterina e un Redentore. Fu pure attivo a Parma per la chiesa di San Rocco, di San Pietro Apostolo (San Giuseppe morente), ai Serviti e nel Conservatorio dei Mendicanti. Anche nella Galleria Nazionale di Parma figura qualche suo dipinto. Morì di peste.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, vol. III, 1909; Guida d’Italia del T.C.I., Emilia e Romagna, Milano, 1957; A.O. Quintavalle, La Regia Galleria di Parma, Roma, 1939; Enciclopedia pittura italiana, I, 1950, 310; Dizionario Bolaffi pittori, II, 1972, 53; Aurea Parma 3 1986, 207.

BERNABEI PIER ANTONIO
Parma 13 maggio 1567-Parma 1630
Figlio di Giacomo Antonio e di Antonia Ambanelli. Nelle citazioni più antiche è detto Della Casa o Maccabeo. Fu negli anni giovanili a Bologna, da dove rimpatriò definitivamente solo nel 1595, alla morte del padre, e a Parma è possibile seguirlo quasi ad annum nei vari trasferimenti da una vicinìa all’altra fino alla morte (cfr. Masnovo). Il Barnabei godette in vita di una larga fama, ma ben presto di lui si perdette ogni memoria e solo il Lanzi, dopo aver lamentato che l’Orlandi si fosse accontentato di citarlo come pittor non ignobile, lo celebrò come uno dei migliori frescanti che allora vivessero in Lombardia e in Italia. Questa lode fu il fondamento del rinnovato interesse per l’opera del Bernabei, di cui sono molteplici riflessi nella letteratura locale ottocentesca fino alla rivalutazione tentata dal Masnovo, che, sebbene scarsamente critico, fornisce una buona ricostruzione della vita e dell’opera del Bernabei sulla base dei documenti e dei manoscritti citati da E. Scarabelli Zunti. Si deve credere che il Bernabei si sia formato in ambiente bolognese nell’ultimo decennio del XVI secolo assimilando gli insegnamenti dell’Accademia carraccesca, che gli consentirono, grazie soprattutto ai suggerimenti di Annibale Carracci, di riassumere i prediletti modelli correggeschi in termini di classicismo riformato. Il primo riferimento cronologico al Barnabei è del 1602, anno in cui è datato il contratto per l’esecuzione, in collaborazione con G.M. Conti, degli affreschi nella cupola (Trinità ed Evangelisti) e nella navata (Scene della vita di san Martino) della parrocchiale di San Martino ad Arola, presso Parma, che vennero distrutti dal terremoto nel 1818. Dell’impresa non resta, nella chiesa ricostruita, che la pala dell’altare maggiore con San Martino e san Bernardo in un paesaggio e la Madonna in gloria. Ma la sua attività di frescante continuò in numerose altre imprese: nella chiesa dei Servi, poi sede di un istituto di rieducazione per minorati, eseguì in collaborazione col fratello Alessandro gli affreschi della cupola (Ascensione) e del catino absidale (Storie di Cristo) nel 1612-1613. Nel 1618 partecipò alla perduta decorazione del soffitto (l’Olimpo) e delle logge del Teatro Farnese sotto la direzione di Lionello Spada e del Dentone. Nel 1620 firmò e datò nella chiesa della Madonna degli Angeli gli affreschi con Profeti e sibille sulle colonne e i Putti con medaglioni sotto l’innesto della cupola, la decorazione della quale spetta invece a G.M. Conti. Si giunge così, negli anni 1626-1629, alla sua impresa più famosa: gli affreschi della chiesa di Santa Maria del Quartiere, con Paradiso nella grandiosa cupola poligonale e figure di Santi e angeli coi simboli della passione nei sottarchi delle due cappelle attigue all’altare maggiore. Sempre ad affresco, opera meno grandiosa ma tra le più significative, fu eseguita la lunetta già sopra la porta esterna dell’orfanotrofio femminele, con La Madonna della misericordia (Parma, Pinacoteca). Attendibile inoltre è il riferimento al Bernabei del disegno del British Museum con la Natività cui si ispirò fedelmente G.M. Conti, allievo del Bernabei, per la decorazione ad affresco della cappella di San Giuseppe nella chiesa di Santa Croce (cfr. Popham, 1955). Tra le sue numerose pale d’altare si possono ricordare nelle chiese di Parma: in San Sepolcro, la Madonna e santi e Sant’Agostino e santa Monica (cappella degli Oddi), quest’ultima, del 1621, talora erroneamente riferita al fratello Alessandro, nel convento della Santissima Annunziata (e già nella chiesa omonima), la Madonna e santi, nell’oratorio della Santissima Trinità dei Rossi, la Pentecoste, in San Giovanni Evangelista, i Ss. Bernardo vescovo di Parma e Bernardo vescovo di Chiaravalle, in San Pietro, il Transito di san Giuseppe e in provincia di Mantova, a Cogozzo, nella chiesa parrocchiale, la Madonna del rosario con san Domenico e san Girolamo (firmata). Altre opere del Bernabei, disperse ma citate dalle fonti, a Parma, sono I martiri del Giappone, già in San Rocco, e il gonfalone con i Ss. Benedetto e Girolamo e l’Adorazione del Santissimo, del 1610, già nell’Oratorio della Madonna della Pace. Il Bernabei morì probabilmente di peste. Suo seguace e collaboratore fu il fratello Alessandro.
FONTI E BIBL.: G. Braglia, Il parmigiano istruito, Casalmaggiore, 1778, I, 18, e II, 64, I. Affò, Il parmigiano servitor di piazza, Parma, 1796, 107, 127, 131; Parma, Museo di Antichità, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, ms. 104, ad vocem (è ampiamente citato in Masnovo, 1909); P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, I, 3, Parma, 1820, 235; P. Donati, Nuova descizione della città di Parma, Parma, 1824, 42, 65, 66, 75; L. Lanzi, Storia pittorica della Italia, Firenze, 1834, IV, 89 s.; M. Gualandi, Memorie originali italiane, VI, Bologna, 1845, 98-101; A. Parazzi, Appendici alle origini e vicende di Viadana, Viadana, 1895, 209-218; N. Pelicelli, Parma monumentale, Parma, 1906, 101 s., 123, 130; L. Testi, Nuovi quadri nella R. Galleria di Parma, in Bollettino d’arte II 1908, 19; G. Lombardi, Il Teatro Farnese di Parma, Parma, 1909, 9 s., 35; O. Masnovo, La vita e le opere di P.A. Bernabei, Parma, 1909; A. Sorrentino, Parma: restauro di Affreschi e di quadri, in Bollettino d’arte XXV 1931-1932, 183-186; Inventario degli oggetti d’arte d’Italia, IV, Provincia di Parma, Roma, 1934, 6, 13, 84, 97, 104; A.O. Quintavalle, La R. Galleria di Parma, Roma, 1939, 12; A.E. Popham, Di un disegno ascrivibile a P. A. Bernabei, in Aurea Parma XXXIX 1955, 71-75; Enciclopedia Italiana, VI, 745; T. Ferratini, in Dizionario biografico delgi Italiani, IX, 1967, 136; A. Moroni, in Parma nell’Arte 2 1972, 121-123.

BERNABO LOUIS
Parma XVIII secolo
Girovago e domatore di animali. Nel XVIII secolo il Bernabo portò a Helsinki, tra l’altro, un leopardo, una pantera, un serpente boa e un coccodrillo.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1976, 162.

BERNARDELLI EVERARDO
San Secondo Parmense 5 giugno 1880-Parma 17 maggio 1959
Nel Regio Conservatorio di Parma studiò organo col maestro Arnaldo Galliera e composizione sotto la direzione dei maestri Dacci e Azzoni. Dalla Regia Accademia Filarmonica di Bologna ottenne pure il diploma di maestro di pianoforte. Dedicatosi al teatro, fece per breve tempo il sostituto al direttore d’orchestra: a Parma, nell’occasione del Centenario Verdiano (1913), assunse la direzione della Corale Verdi e la portò al concorso corale internazionale, dove ottenne la massima onorificenza. Per breve tempo si dedicò all’insegnamento del pianoforte e del canto. Ritornato poi al teatro quale maestro del coro, seppe in brevissimo tempo guadagnarsi la stima dei maestri Mascagni, Zandonai, Vittadini e Mulé e quindi la scrittura per i principali teatri italiani ed esteri. Tra le molte composizioni che rivelano il suo ottimo temperamento di musicista, vanno ricordate Una suite a quattro tempi e un Preludio per grande orchestra. Il Bernardelli ebbe al suo attivo pure composizioni per pianoforte, per canto e per sole voci.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 24; San Secondo, 1982, 52-60.

BERNARDI ADA
Sorbolo 12 aprile 1916-Parma 1 giugno 1944
Partigiana, militò nella 12a Brigata Garibaldi Ognibene, con il nome di battaglia Giovanna.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 68.

BERNARDI ANTONIO
Borgo San Donnino 12 aprile 1788-
Figlio di Bartolomeo. Si arruolò volontario nelle Guardie Reali del Regno Italico nel 1802. Promosso caporale nel 1804, sottotenente del 4° Reggimento di Linea nel 1813 e tenente di seconda classe l’anno successivo, partecipò a quasi tutte le campagne militari dal 1808 al 1815 e in Catalogna venne ferito gravemente al braccio destro (1813). Negli anni 1814-1815 fu coll’Armata di Gioacchino Murat. Tornato a casa per lo scioglimento dell’Armata Napoletana, entrò nelle truppe di Maria Luigia d’Austria (1815) e, cessato il servizio militare, trascorse gli ultimi anni quale guardia urbana.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 15; Aurea Parma 1946, 26.

BERNARDI CASIMIRO
Parma XIX secolo
Comico. Fu generico primario o dignitoso o da parrucca. Sostenne lodevolmente le parti di secondo caratterista e di caratterista di farse.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 3 giugno 1922, 4.

BERNARDI GHERARDO
Parma 1760/1782
Falegname e intagliatore. Eseguì i seguenti lavori in Parma: 1760-1766, organo, altari e ancone in Sant’Antonio, su disegno dell’architetto Gaetano Ghidetti; 1762, coro in San Marcellino, poi in San Tommaso, segnato Ghirardo, Bernardi fecit. Lauoranti Domenico Chierici, Giuseppe Albertini, Nicola Chasagoni, adi 14 maggio 1762; 1765-1766, ancona maggiore in Duomo, su disegno del Ghidetti; 1769 circa, ancona della Madonna in San Paolo per commissione ducale, probabilmente su disegno del Ghidetti. Nel 1722 ottenne un acconto per diverse fatture in casa Sanvitale e nel 1782 fu attivo per le monache di Santa Caterina.
FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 260; Archivio di Stato di Parma, Carte della Famiglia Sanvitale, serie XIII, mantenimento casa, 694/741, libro B, mandati; Sanseverini, 1778, v. II, 94; G.M. Allodi, 1856, v. I, 142; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, v. VII, 13; Nadotti, 1974, 54; P.P. Mendogni, 1979, 80.

BERNARDI GIOVANNI BATTISTA
Parma 1591/1605
Cantante. Tenne il ruolo di Basso nella chiesa della Steccata di Parma dal 1591 al 29 aprile 1605.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 80.

BERNARDI GIOVANNI FRANCESCO
Parma 1592/1606
Cantante. Tenne il ruolo di Basso nella chiesa della Steccata di Parma dal 30 aprile 1592 fino al 24 novembre 1606, nel qual giorno fu licenziato.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 81.

BERNARDI GUGLIELMO
Parma 1896-Castagnevizza 28 maggio 1917
Figlio di Augusto. Meccanico, caporale maggiore del 154° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia di bronzo al valore militare, con la seguente motivazione: Mortalmente ferito, mentre calmo e sereno, sotto il violento bombardamento nemico coadiuvava il suo ufficiale a riordinare il reparto e ad incitarlo alla resistenza, prima di spirare, le sue ultime parole furono di nobile saluto alla Patria.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1918, Dispensa 2a, 115; Gazzetta di Parma 29 settembre 1917 e 2 giugno 1919; G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 29; Decorati al valore, 1964, 76.

BERNARDI MARIANO OSCAR
Gaiano 10 giugno 1903-Gaiano 9 febbraio 1931
Fu medico stimato. Esercitò la professione a Gaiano.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 18 novembre 1960, 3.

BERNARDI PAOLO
Parma 1802
Calcografo, fu attivo tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo in Parma. La Biblioteca Palatina di Parma conserva varie stampe del Bernardi di gusto neoclassico e un’orazione funebre del Giordani, impressa dal Bodoni, in morte del duca Ferdinando di Borbone (morto nel 1802), alla quale è unita la riproduzione del catafalco progettato per quel principe da Donnino Ferrari. Fu allievo di F. Rosaspina e in seguito frequentò anche lo studio Toschi nei primi tempi della sua attività.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica, III, 239; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, III, 1909, Ch. Le Blanc, Manuel de l’amateur d’estampe, I, 1854, 292; P. Martini, L’Arte dell’Incisione in Parma, 1873, 19; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, manoscritto nella Biblioteca Palatina di Parma; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1970, 268; Dizionario Bolaffi pittori, II, 1976, 55-56.

BERNARDI PIETRO
Parma 1750 c.-post 1831
Fu argentiere di buon valore.
FONTI E BIBL.: Argenti e argentieri, 1997, 26 e 115.

BERNARDI PIETRO
Parma-post 1794
Danzatore, nel 1794 lavorò come figurante al Teatro Ducale di Parma (Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri borbonici, b. 4).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

BERNARDI QUIRINO
Borgo San Donnino 6 aprile 1899-1981
I suoi genitori si trasferirono a Borgo San Donnino da Fontanelle. Il padre era sarto. Abitarono nei pressi del municipio, nella casa dove il Bernardi venne alla luce. Studiò nelle scuole di Crema, frequentando successivamente l’Istituto d’Arte Toschi di Parma. Il disegno gli riusciva facile, in particolare le vignette, e ben presto si scoprì anche poeta e rimatore, sfogando il suo estro nella palestra del Numero Unico fidentino, che per tanto tempo lo ebbe collaboratore fedelissimo e prezioso. Le tante poesie in vernacolo del bernardi furono raccolte in volume col titolo Èl pulédar. Per quarant’anni fu funzionario nell’amministrazione finanziaria, in servizio principalmente presso l’Ufficio del Registro. Il Bernardi fu inoltre capocomico della Filodrammatica Fidentina. Cavaliere di Vittorio Veneto e al merito della Repubblica, ricevette la medaglia d’oro dalla Famiglia Fidentina.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 12 gennaio 1998, 30.

BERNARDI TOMMASO
Parma X