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Il dizionario dei parmigiani
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Dizionario biografico: Fabbi-Faroldi [ versione stampabile ]

FABBI - FAROLDI

FABBI DARIO
Parma 1552/1610
Sacerdote, fu tenore della Cattedrale di Parma. Eletto consorziale fin dal 1552, permutò il suo titolo il 4 aprile 1592 col guardacorato di seconda settimana, ruolo in cui lo si trova fino al 6 dicembre 1610.
FONTI E BIBL.: Archivio della Curia Vescovile, Benefit et Benefitiat. Comp., fol. 16, 392; Archivio della Fabbriceria Mandati; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 106.

FABBI GIOVANNI
Viarolo 16 settembre 1892-Parma 5 maggio 1973
Nato da una famiglia di modesta condizione economica (il padre Bonfiglio esercitava il mestiere di sarto) mostrò fin dall’infanzia una spiccata attitudine al disegno, tanto da essere indirizzato all’Accademia di Belle Arti di Parma, alla quale fu iscritto anticipatamente per concessione del ministero e dove, nell’autunno del 1914, conseguì la licenza nella facoltà di ornato diretta da Cleomene Marini. Nell’ottobre dello stesso anno venne abilitato all’insegnamento del disegno. Ma il desiderio di completare la sua preparazione lo spinse, l’anno successivo, a iscriversi alla sezione di figura dell’Accademia, dove frequentò anche la Scuola del nudo. Insegnanti nei corsi superiori dell’Accademia erano, in quel periodo, oltre il Marini, anche Paolo Baratta, Daniele de Strobel e Giuseppe Carmignani. In seguito alla mobilitazione generale del maggio 1915 il Fabbi dovette lasciare la scuola per raggiungere Livorno dove, unitamente all’amico Bonaretti, fu assegnato al 32° Artiglieria da campagna. Una volta tornato dal fronte, si associò con i pittori Antonelli, Gerardi, Tomasi e Dazzi e si dedicò alla decorazione murale, allora assai fiorente. Nel 1924, insieme con Aldo Antonelli e altri, collaborò con Paolo Baratta nell’opera di frescatura dei pannelli decorativi esterni del palazzo della Camera di commercio rappresentanti l’allegoria del commercio (che le ingiurie del tempo in seguito danneggiarono irrimediabilmente). Anche all’interno del palazzo il Fabbi collaborò con Antonelli nelle decorazioni delle varie sale. Lavorò, sempre con Antonelli e Dazzi, al Municipio di Fornovo (1925) sia nelle decorazioni interne che negli affreschi esterni. Con Antonelli padre e figlio e col pittore Gerardi decorò nel 1926-1927 il salone del Banco di San Geminiano e San Prospero a Reggio Emilia. Sul finire degli anni Venti, insieme ai due Antonelli e a Gerardi, operò al castello di Tabiano e coi soli Antonelli nella interessante casa Corazza di Via della Repubblica, opera dell’architetto Vacca: vennero decorati con affreschi, graffiti e pittura su legno l’ingresso, il cortile, lo scalone e alcuni saloni interni. Con Antonelli e Dazzi decorò la villa Figna di Marzolara. Nella chiesa di San Michele collaborò con Latino Barilli nelle parti decorative. Interamente sua è invece la decorazione della chiesa di Valera. Immediatamente prima del secondo conflitto mondiale, su suo disegno e con l’aiuto di Tomasi e di Gerardi, realizzò i graffiti della facciata esterna di palazzo Carpi in Via Farini. Ma se la sua operosità di pittore ornatista fu tanta, non meno feconda fu la sua vena di paesaggista e anche di figurista. Fin verso il 1963 partecipò a quasi tutte le manifestazioni artistiche svoltesi a Parma e in provincia. Sue opere figurano in collezioni private e di enti pubblici. La parte più consistente e forse più significativa si trova nelle collezioni Piccerillo, Terenghi, Pizzarotti, Costa Devoto, Pedenovi e Amati Bonaccorsi. Nelle figure, specie quelle del primo periodo, la rappresentazione formale è sempre accompagnata da una introspezione del soggetto: Il mendicante, a esempio, non è solo il ritratto di un vecchio che stende la mano, ma la descrizione di un dolore muto, sottolineato da una espresssione ricolma di pensosa e profonda amarezza. Di notevole effetto cromatico il Giovanetto alla fonte, dall’espressione triste, quasi piangente, come il vaso che porta sulle spalle, trattato con una freschezza di toni che fanno ricordare Amedeo Bocchi. I ritratti del padre e della madre, quasi sempre insieme, intenti talvolta al lavoro o alla lettura e talvolta al riposo, sono costruiti con disegno sicuro e sono osservati con tenerezza. Gli autoritratti sono un capitolo a sé nell’opera del Fabbi. Essi si susseguono con periodicità dalla giovinezza fino agli ultimi giorni di vita. La costanza del soggetto, diversificato solo nell’abbigliamento, non è mai ripetizione, anche se l’espressione è sempre accigliata e quasi severa. Nelle scene di vita domestica che si svolgevano intorno a lui, seppe cogliere il senso della poesia e l’armonia del colore. Non sfuggirono al suo pennello nemmeno i polli che razzolavano nel cortile, vicino ai cesti e agli attrezzi per l’orto, colpiti dai raggi del sole che filtrava tra le foglie degli alberi. Con lo stesso intento dipinse quelle nature morte di fiori, di frutta, di ortaggi e di cose semplici, che negli ultimi tempi ricevettero colori quasi di smalto. Specie dopo il secondo conflitto mondiale, ormai libero dagli impegni della decorazione che la moda del muro liscio e nudo aveva relegato tra i ricordi del passato, si dedicò al paesaggio dal vero. La raccolta di queste opere del Fabbi è veramente notevole per espressione e per contenuto: il giardino pubblico con gli scorci del tempietto, dei vasi e delle statue del Boudard, degli alberi cupi e rigogliosi, tagliati da lame di luce, delle panchine solitarie o dei bimbi che giocano, cose morte e cose vive unite in un’amalgama di colori che recano serenità a chi le osserva, e gli angoli di Parma prima delle deturpazioni o delle demolizioni, trattati con senso cromatico e plastico di notevole efficacia, con un luminismo mai ricercato o studiato ma derivato dalle circostanze e dalle condizioni ambientali, che è capace di dare vita perfino al desolato insieme della Pilotta del 1948, ancora parzialmente atterrata dopo i bombardamenti del 1944.
FONTI E BIBL.: V. Banzola, in Gazzetta di Parma 4 giugno 1973, 3; Aurea Parma 2 1973, 162; V. Banzola, La pittura di Giovanni Fabbi, Parma, 1974.

FABBI JACOPO
Montecchio 23 agosto 1797-Parma 2 giugno 1857
Cugino di monsignor Domenico Fabbi, dedicò la vita all’insegnamento del latino nelle scuole superiori di Parma. Fu autore della seguente opera: Antologia Latina approvata dal Superiore Governo per le Scuole di Grammatica inferiori e superiori di tutti gli Stati Parmensi (Parma, 1844).
FONTI E BIBL.: E. Manzini, Memorie Storiche dei Reggiani più illustri, Reggio Emilia, 1878, 634; F. Fabbi, Montecchio Emilia, Reggio Emilia, s.a., 128; Reggio. Vicende e protagonisti, Reggio, 1970, 391.

FABBRUCCI GIUSEPPE
Cancelli di Reggello Valdarno 7 giugno 1861-Montecatini Terme 9 agosto 1930
Ebbe i natali da genitori illustri per antica nobiltà. Nacque infatti dal matrimonio di Ferdinando con Caterina Renzi. Avendo denotato giovanissimo singolari doti di intelligenza e di pietà cristiana, fu avviato alla carriera ecclesiastica perché potesse seguire la sua vocazione. Entrato nel Seminario di Fiesole, vi colpì gli studi e fu ordinato sacerdote il 19 settembre 1885. Destinato cappellano a Pieve di Cascia, passò quindi vicario a Meletto e infine gli fu conferita la prevostura di Rignano sull’Arno, dove rimase sino al 1896. In quell’anno il vescovo di Fiesole, Camilli, riconoscendone le benemerenze acquisite nello svolgimento del ministero parrocchiale, lo promosse prevosto di Strada, nel Casentino, annoverandolo in pari tempo tra i canonici della Cattedrale. La parrocchia di Strada era tra le più importanti della Diocesi, anche perché vi fioriva un convitto-collegio diretto dai gesuiti e, annesso all’istituto, un piccolo seminario dove il Fabbrucci insegnò per quindici anni teologia ai chierici maggiori. Il suo zelo di nuovo parroco si manifestò nell’erezione di un asilo infantile e di un ricreatorio parrocchiale. In uno dei primi giorni dell’agosto 1915, il Fabbrucci fu chiamato a Fiesole da monsignor Fossà, successo al Camilli nel governo della Diocesi, il quale gli comunicò la sua nomina a vescovo di Borgo San Donnino. Il 19 settembre successivo fu consacrato nella chiesa prepositurale di Strada dallo stesso Fossà, assistito dai vescovi di San Miniato e di Montalcino, Falcini e Del Tomba. L’ingresso del Fabbrucci in Diocesi avvenne nel pomeriggio del 22 gennaio 1916. Accompagnato dal suo segretario e da due prelati, tra i quali monsignor Giacomo Donati, rettore del Seminario, egli giunse alla stazione di Borgo San Donnino dove erano ad attenderlo i rappresentanti del Capitolo, dei parroci urbani, il prevosto di Soarza e poche altre persone. In vescovado il Fabbrucci ricevette innanzi tutto il Capitolo della Cattedrale, dei cui sentimenti si rese interprete il canonico arcidiacono Luigi Cornini, concesse poi udienza al Comitato pro onoranze, al Collegio dei parroci urbani, ai vicari foranei, ai seminaristi e ai membri dell’Azione Cattolica diocesana. Il giorno seguente, domenica, tenne in Duomo il primo solenne pontificale e al Vangelo, dopo aver espresso la propria letizia di trovarsi tra i suoi nuovi figli spirituali, tracciò il programma del suo governo, spiegando che il suo ministero sarebbe stato improntato a dolcezza e a carità. Giunse a Borgo San Donnino a svolgervi il suo mandato in un momento particolarmente difficile: la prima guerra mondiale era giunta al suo punto cruciale e più che mai se ne avvertiva il peso. Le parrocchie, per la maggior parte, erano prive di parroci, chiamati alle armi, sicché all’assistenza religiosa provvedevano i pochi sacerdoti rimasti, trasferendosi a turno da una parrocchia all’altra. Molte chiese erano chiuse e requisite dall’autorità militare. Lo stesso Seminario fu trasformato in ospedale per i soldati e infine in scuola elementare. Vi era tutto da riorganizzare, materialmente e moralmente. Primo atto del governo del Fabbrucci fu di invitare il popolo alla preghiera e alla penitenza per placare la divina giustizia e ottenere la cessazione del tremendo flagello. L’11 febbraio 1917 iniziò la prima delle sue tre visite pastorali, condotta tra difficoltà e pericoli, perché ostacolata da anticlericali e sovversivi (il Fabbrucci, talvolta, fu costretto a cresimare a tarda sera e nascostamente). Nel frattempo egli si interessò dei feriti di guerra e dei prigionieri, visitando frequentemente i primi e interessandosi della sorte degli altri attraverso la Segreteria di Stato per informarne le famglie. Dopo le giornate di Caporetto, si occupò dei profughi promuovendo anche la raccolta di offerte da inviare in Belgio, in Polonia e in Lituania per soccorrere i danneggiati dalla guerra. La gioia per la cessazione delle ostilità fu di breve durata. Il dilagare di un’epidemia influenzale di una virulenza senza precedenti cominciò a mietere vittime ovunque e, tra queste, numerosi sacerdoti. Il Fabbrucci diede incremento alla vita cristiana nella Diocesi con esercizi spirituali, sacre missioni, predicazioni e pellegrinaggi. Preoccupato dal dilagare del materialismo, la sua opera fu volta, con ogni impegno, a risvegliare la coscienza cristiana nel popolo. L’evangelizzazione della Diocesi rimase alla base di ogni sua iniziativa e le sue lettere pastorali testimoniano quanto egli ebbe a cuore l’elevazione morale del suo popolo. E prova ne sono anche i tre Congressi Eucaristici di Borgo San Donnino, Busseto e Monticelli d’Ongina (negli anni 1921, 1923 e 1924), da lui voluti e sostenuti perché servissero a rinvigorire e a rinnovare gli animi, le Missioni in Cattedrale (1920, 1925 e 1929), i due pellegrinaggi a Roma (1925 e 1929) e i molti altri nei santuari diocesani, riservati specialmente alla gioventù. Al Seminario rivolse cure assidue, studiandosi di migliorarlo continuamente. Ne risanò la situazione economica, lo dotò di nuovi locali, lo riorganizzò negli studi, si occupò direttamente dei seminaristi assistendo ai loro esami, presiedendo alle adunanze dei professori e, negli ultimi anni del suo episcopato, insegnando come un tempo ai giovani leviti. Volle anche che ai discenti fosse impartita una preparazione completa al loro futuro ministero, non limitata alla cultura generale e speciale necessaria, istituendo a questo scopo una scuola di armonium e organizzando apposite istruzioni per l’Azione Cattolica. Per l’Azione Cattolica ebbe sollecitudini particolari appoggiando ogni iniziativa intesa a renderla sempre più efficiente, ben consapevole dell’importanza dei suoi compiti, diretti al consolidamento della famiglia nella società e alla diffusione dello spirito di giustizia e di carità. I suoi meriti religiosi e civili furono riconosciuti allorché tutta la Diocesi, nel 1926, lo festeggiò nel 10° anniversario del suo ingresso e re Vittorio Emanuele di Savoja lo nominò, motu proprio, commendatore della Corona d’Italia. Nel 1928 volle rendere onore alla memoria dei suoi predecessori (Basetti, Buscarini, Tescari, Terroni e Mapelli) ricomponendone i resti mortali, sino ad allora custoditi nel cimitero urbano, in decorosi avelli nella Cattedrale. La cerimonia della solenne traslazione, svoltasi nella mattinata del 27 settembre di quell’anno, richiamò una gran folla di fedeli, numerose autorità e fu illustrata dalla presenza del cardinale Francesco Ragonesi, prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, e di Alberto Costa, vescovo di Melfi Rapolla e Venosa, il quale rievocò in un discorso le figure dei cinque presuli. Di salute delicata, il Fabbrucci era solito recarsi ogni anno nella Valle di Nievole, ospite a Montecatini della pensione Francescana per un periodo di cura e là lo colse improvvisamente la morte per congestione cerebrale. La salma del Fabbrucci fu trasportata a Fidenza per i funerali, che si svolsero nella giornata del 14 agosto 1930 in forma imponente per il largo concorso di popolo e di autorità, tra le quali i vescovi di Carpi, Reggio Emilia, Parma, Piacenza e Cremona. Nella Cattedrale, stipata di folla, Guido Maria Conforti, arcivescovo di Parma, tenne il discorso funebre. Quindi la salma fu inumata nell’artistica cripta che egli aveva fatto superbamente restaurare.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 148-154.

FABI AMBROGIO
Genova ante 1606-post 1630
Detto Guastavino. Per aver servito più volte nella musica alla chiesa della Steccata di Parma gli venne fatto un donativo il 22 dicembre 1606. Venne poi eletto tra i salariati in grazia del duca di Parma Ranuccio Farnese il 17 marzo 1614. Lasciò per alcun tempo, dopo il 1623, la Steccata, ma venne di nuovo accettato tra i cantori (tenore) il 31 dicembre 1630. Il Fabi prese ancora parte alle solennità maggiori della Cattedrale di Parma negli anni 1622-1628. Alla Corte di Parma si ritrova dall’11 giugno 1620 fino al 30 maggio 1929.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 84; Aurea Parma 48 1964, 149.

FABI FRANCESCO
Parma 1668/1669
Avvocato, diede alle stampe due opere di modesto valore: Il Sole sorge a oriente, Applausi poetici di Francesco Fabio, al Serenissimo Odoardo Principe di Parma, Canti tre in sesta rima (Parma, per Mario Vigna, 1668) e, coll’anagrammatizzato cognome de gli Ibafi, Corona di Lauro Dirceo, donata dalle Pimplejadi alla Signora Daria Cammilla Pinardi nell’Ingresso e Professione del Convento Bajardo (in Parma, per li Viotti, 1669).
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 244; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati, VI/3, 1827, 820-821.

FABI GABRIELE TINTORE
Parma-Roma 16 ottobre 1640
Figlio di Vincenzo. Si laureò in legge nell’anno 1606. Dopo un inizio promettente nella professione, non mantenne le aspettative. Decise quindi di abbandonare Parma e si trasferì a Roma. Fu anche poeta di modesto valore. Scrisse un poemetto in terza rima (rimasto manoscritto) intitolato Belgica gloria, o Prodezza del Serenissimo Signor Duca Alessandro Farnese in Fiandra e in Francia, del Dottor Gabriele Fabio, al Serenissimo Signor Duca Odoardo Farnese.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 71; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 244; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati, VI/3, 1827, 820-821.

FABI GIACOMO, vedi FABI IACOPO

FABI GRISOGONO
Parma-Savigliano 1687
Frate benedettino, fece la professione solenne nell’anno 1647. Fu lettore di matematica e maestro dei novizi, tra i quali ebbe il celebre Benedetto Bacchini.
FONTI E BIBL.: A. Galletti, Monastero di San Giovanni Evangelista, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1980, 69.

FABI GUALTIERO
Parma 1866-New York 8 febbraio 1929
Si stabilì a New York nel 1897. Fece parte della Boston Opera Company, della Metropolitan Opera Company, della Radiopera del Corriere degli Italiani e infine della Puccini Opera Company. Studiò nel Regio Conservatorio di Parma (si diplomò in violino nel 1885) insieme ad Arturo Toscanini, al quale restò legato da buona amicizia. Prima di recarsi negli Stati Uniti ebbe notevoli successi come direttore d’orchestra in Italia, Germania (Berlino, 1895), Francia, al Cairo e nell’America del Sud.
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, 3, 1938, 285.

FABI IACOPO
Parma-Roma 1558
Fu uomo di singolare letteratura, che compose varie rime e anche versi latini e greci. Tra i più dotti del suo tempo, fu sepolto in San Giovanni Laterano con degna iscrizione sepolcrale (dettata dall’amico bolognese Tommaso Tilio), nella quale è detto probo viro ac diserto.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 165-166; Aurea Parma 1 1959, 19.

FABI JACOPO, vedi FABI IACOPO

FABI MATTEO
Parma prima metà del XVI secolo
Fu architetto e intagliatore in legno. A Parma realizzò il coro di San Giovanni e lavori nella cripta del Duomo.
FONTI E BIBL.: A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 205.

FABI VINCENZO
Parma XVI/XVII secolo
Fu autore di alcune Allegazioni, secondo quanto asserisce il Gozzi. Il Pico dice che il Fabi fu Dottore di Leggi di assai buon credito.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 820.

FABIANO SIMONE
Parma XV secolo
Coniatore di monete e medaglie attivo nel XV secolo. Realizzò, tra le altre, una medaglia per Carlo VIII di Francia.
FONTI E BIBL.: A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 206.

FABIJ o FABIO o FABJ, vedi FABI

FABRI GUIDO
Borgo San Donnino-Cortellazzo 2 luglio 1918
Sottotenente di complemento del 17º Bersaglieri, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Comandante di un reparto di arditi, non appena ultimato il tiro di preparazione della nostra artiglieria, usciva primo dalla trincea per avanzare trascinando i propri uomini con l’esempio. Ferito a morte, li incitava ancora ad avanzare con un Evviva ai bersaglieri!
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1919, Dispensa 64ª, 4252; Decorati al valore, 1964, 44.

FABRIZI ANDREA
Parma 1558-Roma 1603
Dopo una giovinezza irrequieta e vagabonda, si stabilì a Roma dove, intorno al 1580, raggiunse una buona rinomanza come pittore di paesaggi ad affresco e a olio. Tuttavia non si conosce più nulla di sua mano, se non un disegno, di una veduta romana col Colosseo, conservato nel Gabinetto dei Disegni e delle Stampe della Galleria degli Uffizi a Firenze, di attribuzione tradizionale. Eseguì otto lunette ad affresco con santi in romitaggio in vasti paesaggi nel porticato d’ingresso della chiesa di Santa Cecilia in Trastevere, restaurata nel 1599, e numerosi quadri da cavalletto. Il Baglione si gloriava di possederne tre, tra cui uno di una boscaglia che migliore non si può vedere, entrovi alcuni alberi si bene frappati, che in quelle foglie si vede l’istesso vento errare e scuoterle. Indubbiamente egli dovette occupare un posto considerevole nella storia del paesaggio manieristico fiorito a Roma tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento e dovette fornire suggerimenti anche ai più celebri pittori fiammingi del genere, quali Paolo Brill e Jan Brueghel, che furono a Roma rispettivamente nel 1582 e nel 1592-1594. Secondo il Baglione ebbe una valida collaboratrice nella moglie Ippolita, le cui opere erano difficilmente distinguibili dalle sue.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms. 104 del Museo di Antichità di Parma; G. Baglione, Le vite de’ pittori, scultori et architetti, Roma, 1642; F. Titi, Descrizione delle pitture di Roma, Roma, 1763; P. Zani, Enciclopedia metodica critico ragionata delle Belle Arti, parte 1ª, XIV, Parma, 1820; S. Ticozzi, Dizionario degli architetti, III, 1832, 101; De Boni, Biografia degli artisti, 1840, 750; Dizionario Bolaffi Pittori
, IV, 1973, 261.

FABRIZI IPPOLITA
Parma 1580/XVII secolo
Moglie di Andrea Fabrizi. Fu anch’essa ottima pittrice paesista, attiva tra la fine del XVI secolo (1580) e per buona parte del XVII secolo. Fu valida collaboratrice del marito, le cui opere sono difficilmente distinguibili dalle sue. Prima di trasferirsi definitivamente a Roma, visitò assieme al marito molte città italiane, dipingendo su commissione.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 102; P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XIV, 1823, 287.

FABRIZIO, vedi FABRIZI

FABRIZIO DA PARMA, vedi FABRIZI ANDREA

FACCHINI GIACOMO
Soragna 23 ottobre 1671-post 1727
Figlio di Antonio e Camilla, che vivevano in una certa agiatezza. Attese dapprima allo studio delle lettere, dedicandosi poi alla pittura e prestado il suo alunnato presso il Brescianino, dal quale pare abbia appreso il particolare gusto per i paesaggi. Non certo secondario fu anche il suo ispirarsi ai modi del parmigiano Giovanni Bolla, alle cui composizioni egli stilisticamente non mancò di aderire. Lavorò a lungo a Soragna, tanto nella Rocca (decorazioni a fresco nella sala degli stucchi e nella piccola galleria attigua per le nature morte, i paesaggi, le marine e le scene campestri, facciata verso il giardino) quanto per i principi Meli Lupi (paesaggi su tela nella sala del trono, alcova e sala rossa). Firmò e datò 1705 una grande tela nella chiesa della Beata Vergine del Carmine (Madonna con Bambino e Santa Maria Maddalena dei Pazzi) e a lui può venire ascritto l’affresco Madonna con Bambino e San Rocco su casa Baratta in piazza a Soragna. Operò anche a San Secondo nell’oratorio di San Luigi (pala d’altare e affreschi 1725-1727), a Fontanellato e a Cortemaggiore, lasciando ovunque segni di un’arte certamente interessante e meritevole di un’attenta rivalutazione.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 284-285.

FACCHINI GIOVANNI GIACOMO
Soragna 1660
Fu pittore paesista attivo nell’anno 1660.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, VIII, 1821, 172.

FACCI GIACOBINO
Parma seconda metà del XV secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 161.

FACCINI CARLO GUGLIELMO, vedi FACINI CARLO GUGLIELMO

FACCINI FEDERICO
Collecchio 1564
Fu canonico della pieve di Collecchio (1564) e godette di un beneficio ecclesiastico nel territorio di questa Pieve.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 1 febbraio 1960, 3.

FACCINI FERDINANDO
Langhirano 1831
Notaio, ebbe parte attiva durante i moti del 1831. Fu processato e detenuto con la seguente imputazione: Fu questi che levò gli stemmi sovrani in Langhirano. Erano di lui compagni certo Stocchi, e certo Azzani detto Bruschetto. Si potrà sentire quel Commissario Pirani, che da costoro fu minacciato nella vita. Anche dopo il riordinamento delle cose pubbliche il Faccini e suoi compagni hanno continuato a fare gli esercizi militari nell’osteria, e vuolsi che minacciassero il vetturale di Langhirano Francesco Ghizzoni, perché erasi colà portato con mirto nel cappello. Successivamente, in base al Decreto d’amnistia, fu rimesso in libertà e ritornò a Langhirano, sottoposto ad alcuni precetti. Infine ottenne da Maria Luigia d’Austria di poter riprendere l’esercizio del notariato.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1937 164-165.

FACCINI, vedi anche FACINI

FACCONI POMPEO
1822-Parma 27 giugno 1882
Fu artefice assai segnalato nella legatura di libri. Lavorò per la Biblioteca Palatina di Parma, per quella Vaticana e per quella del Quirinale di Roma.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1 luglio 1882, 3.

FACCONI ROSINA
Parma 6 novembre 1867-Parma 12 ottobre 1916
Per tre anni (1883-1886) studiò canto (mezzo soprano) nel Conservatorio di Parma, dove si diplomò nel 1888. Debuttò con successo a Borgo San Donnino il 3 ottobre 1894 nell’opera Ruy Blas. Sposatasi qualche anno dopo con Augusto Nalli, abbandonò la carriera.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 74.

FACINI CARLO GUGLIELMO
Sala XIX secolo
Volontario nelle guerre risorgimentali, raggiunse il grado di colonnello di fanteria.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Rocca Sanvitale, 1922.

FACINI, vedi anche FACCINI

FACINO
Casanova di Bardi 1317
Le cronache piacentine riferiscono che il Facino, conte di Bardi, uomo armigero e capo di bande militari, nel 1317 giurò fedeltà a Galeazzo Visconti, entrò nel paese di Bardi con molti armati e se ne fece padrone. In seguito mantenne quel possesso in nome dello stesso Signore di Milano Galeazzo Visconti.
FONTI E BIBL.: G. Pongini, Storia di Bardi, 1973, 197.

FACINO ETTORE
Parma 1829-Santa Fè 1890
Fu allievo nello Studio Toschi di Parma ma abbandonò presto l’incisione per trasferirsi in America del Sud al seguito di Garibaldi. Si stabilì poi a Santa Fè (1860) facendo il pittore ritrattista. Fu docente nella Compagnia di Gesù. Molte sue opere adornano le chiese argentine. Eseguì i ritratti di Simon Bolivar e Stanislao Lopez.
FONTI E BIBL.: P. Martini-G. Capacchi, Arte dell’incisione in Parma, 1969; Gazzetta di Parma 3 luglio 1989, 3.

FACIO, vedi CASTELLUCCI DANTE

FADANI ENZO
Parma 1922-1993
Cantante. Cominciò la sua attività durante la seconda guerra mondiale, tenendo concerti negli ospedali. Poi cantò con le orchestre Tamani, Bocelli, Stok e Zardi, accanto a Fulvio Vernizzi alla tromba, Trento Valesi al trombone e Nando Rota al pianoforte. Verso il 1960 si trasferì a Brescia, dove tra l’altro fu proprietario e gestore di un ristorante di specialità parmigiane: Il Gattopardo. Fino al 1975 tenne caffè-concerto all’albergo Bristol di Parma con Flik Alfieri e Gianni Fogu. Il suo genere spaziò dal melodico al sudamericano. Fondò una casa editrice che ebbe al suo attivo interessanti e lussuose pubblicazioni, tra le quali Una storia del Concilio Ecumenico e Il nudo nell’Arte.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 201-202; F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 126.

FAELI GIROLAMO, vedi FAELLI GIROLAMO GIOVANNI PAOLO

FAELI GIUSEPPE, vedi FAELLI GIUSEPPE

FAELLI ANTONIO
Parma 1629
Fu notaro ducale di Parma verso il 1629.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 114.

FAELLI EMILIO
Parma 16 gennaio 1866-Bra 25 febbraio 1941
Nato da Narciso, medico di idee liberali, e da Carolina Naudin, fu avviato agli studi classici e pubblicò giovanissimo alcune operette di erudizione letteraria. Abbandonò ben presto gli studi per dedicarsi al giornalismo, iniziando a collaborare ai giornali parmensi Il Presente e Gazzetta di Parma. Ventenne, si trasferì a  Roma, dove divenne redattore del Capitan Fracassa. Intorno alla testata si riunì uno dei gruppi giornalistici più attivi e brillanti del tempo, tra cui spiccavano L. Lodi, L.A. Vassallo (Gandolin), P. Turco, L. Bertelli (Vamba), col quale il Faelli strinse un sodalizio che durò a lungo. Fu soprattutto legato al Vassallo, che riconobbe sempre come proprio maestro, tributandogli ammirazione per aver innovato il giornalismo italiano e inaugurato col Fracassa: un tipo di giornale che doveva servire un’idea ma nel quale era costante e prevalente la preoccupazione della forma squisita, dell’ossequio all’arte, della misura dell’espressione, del rispetto all’italianità, del reverenziale culto, anche esteriore, per la bellezza (Una setta di giornalisti, p. 13). Da allora il Faelli partecipò a tutte le iniziative giornalistiche del Vassallo che, abbandonato nel 1887 il Capitan Fracassa per dissenso sull’orientamento filocrispino del giornale, fondò con Lodi, Bertelli e lo stesso Faelli il Don Chisciotte della Mancia (20 dicembre 1887-4 aprile 1892), divenuto poi Don Chisciotte di Roma (15 ottobre 1893-9 dicembre 1899). Il Don Chisciotte, di tendenza liberale progressista, finanziato da alcuni circoli affaristici e immobiliari capitolini, fu un giornale di satira e commenti politici pupazzettato, illustrato cioè da vignette e caricature di mano di Bertelli e dello stesso Vassallo. Il Faelli vi scrisse come redattore della cronaca parlamentare, genere congeniale alla sua vena di bozzettista, cui principalmente fu dovuta la sua notorietà negli ambienti del giornalismo politico del tempo. I suoi pezzi satirici furono firmati con lo pseudonimo di Cimone. Lo stesso gruppo di giornalisti fu l’animatore di altri periodici romani, come Il Giorno (10 dicembre 1899-1º gennaio 1901), nato dalla fusione del Don Chisciotte con il Fanfulla, e La Domenica Italiana (dicembre 1896-ottobre 1897). Nel 1891 il Faelli fondò, sullo stile del Fracassa e del Don Chisciotte, Il Folchetto, di cui assunse la direzione dall’11 novembre 1892 al 16 marzo 1893, che cessò le pubblicazioni il 12 novembre 1894. Nei tre anni di vita Il Folchetto condusse una tenace campagna contro i ministeri Rudinì, sollecitando l’unione di tutte le componenti della Sinistra contro i goffi errori e le dementi prepotenze della reazione, e salutò il ministero Giolitti del 1892 come il primo passo di un’apertura in senso liberale della società italiana. Il giornale fu per il Faelli tribuna di battaglie appassionate e aggressive, giocate anche sul piano della polemica personale, come quella che lo portò nel 1893 a essere sfidato a duello da S. Barzilai. Conclusasi l’esperienza de Il Folchetto, il Faelli prese a lavorare per La Provincia di Brescia, giornale che, insieme con il Don Chisciotte, rappresentò nella tribuna della stampa parlamentare. Nel 1901 rilevò la vecchia testata del Capitan Fracassa, cessato dieci anni prima, e rifondò il giornale che visse, sotto la direzione sua e di G. Bistolfi, fino all’ottobre del 1905. Il nuovo Capitan Fracassa non ebbe, come giornale satirico, lo smalto brillante di quelli che lo avevano preceduto: fu infatti scopertamente allineato con la politica giolittiana e ne seguì passo passo l’ascesa, allo stesso modo che Il Folchetto aveva accompagnato la parabola discendente della Destra. Nel 1904, anche grazie al sostegno della Gazzetta di Parma, fu eletto deputato nelle liste liberali per il collegio di Parma-Borgo Taro: il clima di dilagante corruttela nella provincia emiliana fu più tardi l’oggetto di alcuni schizzi autobiografici sull’esperienza elettorale. Deputato, sempre per lo stesso collegio, nelle due successive legislature fino al 1919, ebbe a cuore, nella sua attività parlamentare, lo sviluppo economico e culturale dell’area parmense con numerosi interventi attinenti l’agricoltura, la zootecnia, la sistemazione idrica di alcuni territori, la scuola veterinaria e sollecitando vari provvedimenti a favore della Biblioteca Palatina di Parma. La sua esperienza di giornalista e le sue convinzioni liberali lo resero soprattutto sensibile alle tematiche connesse alla libertà di stampa. Nel 1906 fu relatore del disegno di legge presentato dal ministro di Grazia e Giustizia E. Sacchi sull’abolizione del cosiddetto sequestro preventivo dei giornali previsto dalle leggi sulla stampa sulla base dell’articolo 28 dello statuto e propose di estendere a tutti gli stampati l’abrogazione delle misure restrittive. In più occasioni ebbe modo di ribadire come la libertà di espressione fosse principio inderogabile per una società autenticamente liberale quale quella italiana ambiva a essere: in pieno periodo bellico, nel 1917, criticò l’insensatezza della censura e si schierò con Turati a difesa di O. Morgari, accusato di reati a mezzo stampa. Sotto la gestione politica giolittiana l’Italia era, per il Faelli, al riparo dai pericoli della reazione e sicuramente avviata sulla strada del progresso democratico, tuttavia minacciata dai socialisti con i quali ebbe momenti di dura polemica in occasione degli scioperi del 1908. Testimone delle agitazioni agrarie nel Parmense, difese, infatti, il comportamento dei proprietari terrieri, pur criticando i metodi sommari e scorretti con cui le autorità di polizia procedettero agli arresti, e sostenne l’opportunità di un intervento di mediazione e pacificazione da parte del governo. Non nascose le sue preoccupazioni per i crescenti successi elettorali del partito socialista e la sua ferma convinzione che l’accelerazione liberale impressa alla società italiana dalla politica di Giolitti sarebbe stata insufficiente se non fosse stata coronata da un coraggioso piano di riforme sociali capace di allontanare i ceti popolari dalle tentazioni sovversive. Alla vigilia delle elezioni del 1913 intensificò gli inviti al partito liberale a non arretrare su posizioni conservatrici e a non considerare le recenti riforme politiche e l’allargamento del suffragio come un approdo definitivo, bensì come punto di partenza per un nuovo slancio riformistico. Sempre attivo nel giornalismo, in quegli anni lavorò ai quotidiani liberali romani L’Alfiere (21-22 aprile 1910-9 febbraio 1911) e La Patria (20 aprile 1911-20 aprile 1913) e fu corrispondente politico da Roma del Secolo XIX, di cui fu direttore dal 1897 al 1906 il Vassallo. Anche allo scoppio del primo conflitto mondiale fu solidale con Giolitti e ne condivise la scelta neutralista. Nell’ottobre del 1917 aderì alla Unione parlamentare, gruppo capeggiato da F. Cocco-Ortu, nel quale si riunirono i giolittiani che contribuirono alla caduta del governo Boselli e alla formazione del governo Orlando. Dopo la guerra fu capo dell’ufficio stampa della presidenza del Consiglio durante il quinto governo Giolitti dal giugno 1920 al giugno 1921, abbandonando, per quel periodo, altri incarichi giornalistici. Il 3 ottobre 1920 fu nominato senatore per la terza categoria. In occasione delle elezioni del 1924 ricevette l’invito a dare la propria adesione al listone, ma declinò la proposta in quanto appoggiava già la lista guidata da Giolitti. Negli anni successivi si allontanò progressivamente dai suoi impegni pubblici. Una rapida sintesi della sua esperienza di giornalista è racchiusa nelle parole, venate di rimpianto, con cui in un breve intervento del 1935 su F. De Sanctis ricordò i tempi in cui nel giornalismo si entrava per vocazione; per passione politica; o, se si preferisce altra locuzione, partigiana; per amore di discussione; per isfogo di non più fortunate tendenze letterarie. Tra gli scritti principali si ricordano: Bibliografia mazzoliana cioè di F. Mazzola detto il Parmigianino, Parma, 1884; La politica in provincia, Roma, 1885; Lo spirito di Voltaire: racconti, inediti, giudizi, Roma, 1885; Contro il teatro, Parma, 1886; Bibliografia allegra. Gli amori di un frate erudito, in Cronaca Bizantina 12, 21 marzo 1886; Saggio delle bibliografie degli incunaboli, Città di Castello, 1887; Il quaresimale di Padre Agostino: sunti e impressioni illustrate, Parma, 1889; I 508 di Montecitorio, Torino, 1906; Lo sciopero di Parma: note di un testimonio, in Nuova Antologia 10 luglio 1908, pp. 140-145; Il cinquantenario del plebiscito parmense: discorso pronunziato nel teatro Farnese il 5 settembre 1909, Parma, 1909; I partiti, le elezioni politiche e l’eremita di Lampedusa, in Nuova Antologia 16 novembre 1912, 280-286; I moribondi di Montecitorio, Milano, 1920; Una setta di giornalisti, Milano, 1921; Le memorie di un candidato e altre cose dimenticabili, Bologna, 1924; Il De Sanctis giornalista, in Studi e ricordi desanctisiani, Avellino, 1935. Curò inoltre la pubblicazione di G.B. Bodoni, Alcune lettere inedite, Parma, 1884 e O. Giordani, Alcune lettere inedite riguardanti varie edizioni di opere sue, Bologna, 1884. Oltre che sui giornali citati, scrisse su Il Bibliofilo, La Rivista Politica e Parlamentare, La Politica Nazionale, Rivista d’Italia e d’America, La Nuova Rassegna e Biblioteca Italiana di Filosofia e Lettere. Per i suoi interventi parlamentari si rinvia agli indici degli Atti parlamentari. Camera dei deputati, XXII legislatura (1906-1909), XXIII legislatura (1909-1913) e XXIV legislatura (1913-1919).FONTI E BIBL.: Necrologi: Il Secolo XIX 26 febbraio 1941; La Stampa 26 febbraio 1941; Per Emilio Faelli, Parma, 1941 (omaggio di alcuni amici nell’anno della sua morte; contiene anche un suo scritto, L’edile Bibulo); P. Vigo, Storia degli ultimi trenta anni del secolo XIX, VI, 1891-1894, Milano, 1913, 310; Cronaca. L’onorevole Faelli senatore, in Gazzetta di Parma 5 ottobre 1920; L. Lodi, Giornalisti, Bari, 1930, 33-47, 144-154; S. Barzilai, Luci ed ombre del passato. Memorie di vita politica, Milano, 1937, 76; S. Cilibrizzi, Storia parlamentare politica e diplomatica d’Italia. Da Novara a Vittorio Veneto, IV, (1909-1914), Napoli, 1939, 18, VII (1917-1918), Roma, 1948, 52 s.; B. Molossi, Dizionario dei Parmigiani, Parma, 1957, 67 s.; Dalle Carte di G. Giolitti. Quarant’anni di politica italiana, I-III, Milano, 1962, a cura di C. Pavone-P. D’Angiolini-G. Carocci, ad Indices; O. Majolo Molinari, La stampa periodica romana dal 1900 al 1926, Roma, 1977, ad Indicem; Enciclopedia biografica e bibliografica italiana, A. Malatesta, Ministri, deputati e senatori, I, Milano, 1940, 392 ss. Per uno sguardo d’insieme cfr. anche V. Castronovo-L. Giacheri Fossati-N. Tranfaglia, La stampa italiana nell’età liberale, in Storia della stampa italiana, III, Roma-Bari, 1979, 83-121 passim; A. De Gubernatis, Dizionarî biografici, due volumi, Firenze, 1879 e Roma, 1895; A. Tortoreto, I parlamentari italiani della XXIII legislatura, Roma, 1910; Treves, I deputati al Parlamento delle legislature XXIII, XXV e XXVI, tre volumi, Milano, 1910, 1920, 1922; T. Rovito, Dizionario letterati e giornalisti, 1907, 92; Senatori parmigiani, in Gazzetta di Parma 17 ottobre 1924, 3; Aurea Parma 3 1941, 124; Gazzetta di Parma 12 gennaio 1962, 4; Documenti 14 1978, 67-68; Letteratura italiana, I, 1990, 755; R. De Longis, in Dizionario biografico degli Italiani, XLIV, 1994, 143-145.

FAELLI ERMOGENE
Calestano 1889-Parma 19 aprile 1968
Lavorò per molti anni come muratore alle dipendenze di numerose imprese, prima a Calestano e poi a Parma, ove si trasferì dopo la seconda guerra mondiale. Durante il primo conflitto mondiale si mise in luce in più di una occasione e soprattutto nel gennaio del 1918, sul Carso. Fu in quel mese, infatti, che si meritò la medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Il sergente Ermogene Faelli durante il periodo di tempo trascorso nel reggimento prese parte ad una violenta azione offensiva superando pericoli assai gravi e raggiungendo fra i primi una trincea avversaria. Ferito ad un braccio non abbandonò il suo posto di combattimento finché non vide iniziati i lavori per il rinforzo della linea. Il Faelli, sempre durante la prima guerra mondiale, prese parte anche all’azione di Passo Buole. Fu presidente dei combattenti di Sala Baganza.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 20 aprile 1968, 4.

FAELLI FERRUCCIO
Parma 5 novembre 1862-Torino19 gennaio 1943
Nacque da Narciso, medico, e da Carolina Naudin. Laureatosi nella scuola di medicina veterinaria di Parma nel luglio del 1885, fu per un breve periodo assistente di anatomia, quindi ricoprì la carica di veterinario del deposito stalloni di Reggio Emilia. Ebbe poi inizio la sua carriera scientifica, che si svolse presso la scuola superiore di medicina veterinaria di Torino: dopo aver conseguito la libera docenza in zootecnia nel 1895, l’anno seguente gli venne affidato l’incarico dell’insegnamento di tale disciplina. Professore straordinario nel 1898, il Faelli divenne ordinario nel 1911 e nello stesso anno fu nominato direttore della scuola superiore di medicina veterinaria di Torino. Ricoprì tale carica per un biennio, per normale rotazione, poi, a seguito di nuova nomina, anche nel biennio 1917-1918, durante i difficili anni della prima guerra mondiale. Inoltre fu per molti anni membro del Consiglio superiore di sanità e del Consiglio nazionale delle ricerche. Studioso e clinico di indiscusso valore, il Faelli fu autore di numerose pubblicazioni riguardanti vari settori della zootecnia, a carattere sia scientifico sia divulgativo. Nella prima fase della sua carriera, precedente il suo inserimento come docente di zootecnia, condusse una serie di ricerche di tipo clinico sulla specie equina, che pubblicò nelle annate 1890 e 1891 del Giornale di Veterinaria Militare, con interessanti approcci di tipo sperimentale ai problemi di diagnostica clinica (Gli innesti intraperitoneali nella cavia e l’uso della malleina pel diagnostico della morva, in Giornale di Veterinaria Militare V 1892, pp. 297 ss.). A partire dal 1892 iniziò a occuparsi di problemi dell’allevamento bovino e dell’incremento ippico e dopo il 1895 si dedicò completamente ad argomenti di zootecnia. Tra il 1895 e il 1900 pubblicò un gran numero di lavori riguardanti l’alimentazione e l’allevamento dei bovini e dei maiali e di diverse razze di cani e di ovini (Razze bovine, equine, suine, ovine, caprine, Milano, 1903; Animali da cortile, Milano, 1905 e, in successive edizioni, 1913 e 1923: tali opere contengono l’elenco delle pubblicazioni del Faelli). La sua opera trattatistica di carattere specialistico riguardò diversi argomenti, in particolare l’igiene zootecnica (Trattato di igiene veterinaria, Milano, 1903) e le tecniche di allevamento del bestiame (Conferenze di zootecnia ad uso dei veterinari e dei dottori in scienze agrarie, Torino, 1908): in queste sue opere emerge la preoccupazione per le carenze della produzione zootecnica italiana e per lo stato di arretratezza culturale in cui versavano le campagne italiane nel primo decennio del XX secolo. Il Faelli sostenne il ruolo centrale del veterinario e dell’agronomo nella spinta al progresso e al miglioramento dell’economia rurale. Il suo impegno fu diretto in primo luogo a ottenere una maggiore igiene delle stalle e dei ricoveri degli animali utili, a raggiungere una migliore selezione dei capi avviati alla riproduzione, per combattere in via preventiva attraverso l’igiene le epidemie di bestiame tanto diffuse nell’Italia rurale dell’inizio del XX secolo e tanto dannose alla produzione economica. Varò programmi di incremento delle risorse zootecniche e di miglioramento del bestiame e, almeno per quanto riguarda il Piemonte, contribuì alla stesura e alla diffusione del regolamento per le stazioni di monta e alla formazione di libri genealogici del bestiame. Fu tra i primi organizzatori e docenti dei corsi di perfezionamento in igiene, ispezione delle carni, legislazione sanitaria e zootecnica, istituiti originariamente dall’Associazione Nazionale Veterinari Italiani a partire dal 1923 con il concorso dei ministeri degli Interni e dell’Economia nazionale e dell’Opera nazionale combattenti presso la scuola di Torino. La produzione scientifica e l’attività del Faelli durante tutto l’arco della sua carriera ebbero lo scopo di portare in primo piano e di far comprendere l’importanza e la centralità delle discipline zootecniche all’interno del mondo agricolo e veterinario: l’affermarsi della zootecnia come disciplina scientifica di avanguardia, alla vigilia delle grandi acquisizioni nel campo della genetica e della fecondazione artificiale, fu in gran parte merito suo. La produzione del Faelli fu notevole, così come il suo sforzo teso al miglioramento delle risorse dell’allevamento italiano. Fu un protagonista di quel momento di passaggio tra una vecchia concezione della medicina veterinaria basata sulla ippologia, che vedeva nel cavallo il soggetto principe di cure e studi, e una concezione più moderna che tendeva ad allargare gli orizzonti di interesse ad altri soggetti di studio e a centrare l’attenzione sulle necessità delle produzioni animali. In questo processo culturale prima ancora che scientifico il Faelli costituì senza dubbio una figura centrale: seppe infatti cogliere l’importanza dell’intervento scientifico nella catena produttiva rurale e la necessità di una costante divulgazione nei confronti degli allevatori. Con lui il medico veterinario cessò di essere un semplice terapeuta degli animali nobili, per trasformarsi in un tecnico dei problemi di allevamento con competenze di tipo igienistico e biologico e concorrere alla realizzazione del prodotto economico aziendale. Tra gli altri meriti del Faelli va inoltre ricordato quello di aver voluto promuovere dal punto di vista scientifico anche allevamenti allora considerati minori, quali quelli dei volatili e del coniglio, in seguito invece ritenuti di primaria importanza nel settore agricolo. Il suo sforzo in questo settore fu teso a trasformare il minuto allevamento di animali da cortile in una operazione tecnica redditizia se condotta con criteri razionali e coadiuvata da basi scientifiche. Il Faelli si dedicò anche allo studio dell’alimentazione del bestiame, da lui considerata fattore chiave dell’incremento ponderale: con la crescita dell’industrializzazione nazionale, nuovi materiali si prestavano per la trasformazione animale ed egli colse l’importanza economica di questi processi e studiò alcune delle loro applicazioni all’alimentazione animale (I residui industriali della fabbrica di cioccolata nell’alimentazione del bestiame, in Il Modero Zooiatro IX 1898, pp. 403-407). Il Faelli ebbe in vita numerose onorificenze e riconoscimenti, come scienziato e come figura pubblica. Particolarmente onorevole fu per lui presiedere nel 1922 il Comitato per le onoranze a E. Perroncito, costretto per limiti di età a lasciare l’insegnamento e festeggiato dal mondo accademico torinese, italiano ed europeo. La vita pubblica del Faelli si concluse in un certo senso nel 1932, con l’inagurazione dei nuovi padiglioni per la zootecnia della scuola superiore di medicina veterinaria di Torino, cui aveva dedicato una vita di lavoro e di ricerca. Fu collocato a riposo nel 1935.
FONTI E BIBL.: G. De Sommain, La storia della facoltà di medicina veterinaria di Torino, in Annali della Facoltà di Medicina Veterinaria di Torino XVIII 1969, 97-144; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1186; V. Chiodi, Storia della veterinaria, Bologna, 1981, 419; B. Cozzi, in Dizionario biografico degli Italiani, XLIV, 1994, 145-146.

FAELLI FRANCESCO
Parma 1725/1780
Fu suonatore di viola alla chiesa della Steccata di Parma dal Natale 1729 al 1780 e in Cattedrale dal Natale 1725 al 3 maggio 1766. Suonò nell’autunno del 1752 nel Teatro Ducale di Colorno in otto recite d’opera e in Parma per il Carnevale del 1761. Nel 1753 trasse le parti dell’Antigono e del Siroe: fu retribuito con 12 zecchini.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 192.

FAELLI FRANCESCO
Parma seconda metà del XIX secolo
Architetto civile attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 57.

FAELLI GIOVANNI NICCOLÒ
Parma 9 aprile 1566-post 1614
Figlio di Cristoforo e Maria. Secondo il Pico, fu allievo del Seminario episcopale di Parma e molto amico di Giovanni Ponzio. Fu buon poeta latino e di fine gusto. Scrisse epigrammi, odi ed elegie, che si trovano spesso in raccolte o all’interno di opere di altri poeti. Compose anche Laconismi o sentenze brevi, stampati nel 1613.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1743, 316; Aurea Parma 2 1958, 114.

FAELLI GIROLAMO GIOVANNI PAOLO
Parma 26 giugno 1759-Parma 20 novembre 1823
Figlio di Francesco e Margherita Ferrari. Fu laureato in teologia il 19 giugno 1782 ed ebbe a promotore Gian Bernardo De Rossi, che recitò in quella occasione una breve orazione dimostrativa della prestanza, della mansuetudine, della pietà, e del molto ingegno del candidato, e della sua costanza nello studio della lingua ebraica. Il Faelli si diede poi alla predicazione, acquisendo larga fama. Insegnò teologia morale nell’Università di Parma dal 1790 al 1793 (Archivio di Stato, Ruoli Università). Il vescovo Turchi nel dicembre 1794 lo inviò a insegnare filosofia nel Seminario di Parma. Nel 1798 fu Mansionario e uno dei quattro parroci della Cattedrale di Parma, poi fu aggregato al Consorzio. Nel 1805 fu nominato professore di teologia morale nel Seminario, cattedra allora abolita nell’Università di Parma. Quando questa fu restaurata, vi fu deputato all’insegnamento medesimo (risulta ancora per gli anni 1818-1819). Nel 1809 fu fatto prevosto di Sant’Andrea e diede gli esercizi spirituali al clero. Passò poi alla rettoria di San Tommaso. Il suo Quaresimale, i suoi Esercizii spirituali, i suoi Panegirici e Discorsi Sacri rimasero tutti inediti.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 347; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 497; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 162; G.B. Janelli, Dizionario biografico, 1877, 162; F. Rizzi, Clero in cattedra, 1953.

FAELLI GIUSEPPE
Parma 26 maggio 1838-Parma 28 luglio 1874
Figlio di Luigi e Anna Maria Domenica Meschi. Arrotino, ardente patriota e fervente mazziniano, fu tra i compagni di Carlo Pisacane nella spedizione di Capri del 25 giugno 1857. Combatté coraggiosamente in tutti gli scontri con le truppe napoletane, da Ponza a Padula, a Sanza, ove cadde gravemente ferito e venne fatto prigioniero dai Borbonici. Processato dalla Gran Corte Criminale di Salerno, fu condannato a 25 anni di ferri duri e venne inviato a scontare la pena nell’orrido carcere del Forte di Santa Caterina della Favignana, insieme a Giovanni Nicotera e ad altri quattordici compagni componenti la spedizione. Qui rimase sino all’entrata di Garibaldi in Palermo, nel maggio del 1860. Liberato, fece ritorno a Parma.
FONTI E BIBL.: Il Presente 28 settembre 1874, n. 261; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 405-406; L.A. Pagano, La spedizione di Sapri e la prigionia di Giovanni Nicotera, in Rassegna Storica del Risorgimento II 1934; F. Ercole, Martiri, 1939, 147; T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 249.

FAELLI GIUSEPPE
Sala Baganza 11 dicembre 1903-Roma 24 settembre 1992
Formatosi spiritualmente, insieme con il fratello Francesco, alla scuola di don Leopoldo Buratti, cappellano coadiutore a Sala Baganza dal 1911 al 1922, fu qualificato dirigente dell’Azione Cattolica giovanile di Parma e forbito articolista del settimanale diocesano Vita Nuova, con puntuali interventi propagandistici o polemici. Sostenitore convinto del Partito Popolare Italiano, di cui a Sala Baganza era stato fondatore nel 1919 il parroco di Maiatico Angelo Micheli, fratello dell’onorevole Giuseppe, fu emarginato dai fascisti locali per una vibrante condanna del fascismo, pubblicata su Vita Nuova in seguito all’assassinio dell’onorevole Matteotti. Conseguito il diploma di ragioniere, dovette cercare altrove lavoro e sicurezza e per questo emigrò a Genova dove, durante il periodo cospirativo, si impegnò marginalmente (così scrisse lui stesso), ma non senza rischio, nel movimento resistenziale non combattente. Nel dopoguerra ebbe la direzione amministrativa del quotidiano ligure della Democrazia Cristiana Il Corriere del Pomeriggio. Nel 1949 passò al quotidiano Il Momento di Roma e nel 1952 a Il Popolo. Fu quindi consigliere nazionale nella Federazione editori giornali, presidente del Collegio sindacale dell’Agenzia Nazionale Stampa Associata e sindaco di Radiostampa. Dal 1963 assunse incarichi dirigenziali in amministrazioni industriali private, fino alla soglia dei settant’anni.
FONTI E BIBL.: Gli scritti del Faelli sono sparsi nelle annate 1920-1925 del settimanale diocesano di Parma Vita Nuova; ricordi autobiografici compaiono sullo stesso settimanale del 16 giugno 1984, 7 (integrazione il 23 giugno 1984, 8). La sua attività come segretario diocesano della Gioventù maschile di Azione Cattolica è documentata, a cura di P. Bonardi, in alcune annate di Per la Val Baganza del Centro studi della Val Baganza (edito in numeri unici tra il 1977 e il 1981 dalla Nazionale di Parma e tra il 1984 e il 1999, con scadenza saltuaria, dalla Tipolitotecnica di Sala Baganza, Parma): 1980, 71-72, 1981, 88-91, 1984, 157-158, 1986, 291-293; inoltre: P. Bonardi, La silenziosa scomparsa di un testimone di storia, in Vita Nuova 24 ottobre 1992, 3; P. Bonardi, Faelli, una storia di patrioti, in Gazzetta di Parma 22 dicembre 1992, XVI (inserto su Sala Baganza); P. Bonardi, in Dizionario Storico del Movimento Cattolico. Aggiornamento, 1997, 312.

FAELLI NARCISO
Parma gennaio/luglio 1827-post 1863
Notaio. Nell’anno 1863 fu segnalato dall’autorità di polizia perché fervente repubblicano.
FONTI E BIBL.: P. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 94.

FAELLI NARCISO
Sala 1840 c.-Sala Baganza 12 marzo 1914
Si laureò in medicina nella Regia Università di Parma. Fece la campagna militare del 1859 quale medico distinguendosi per il coraggio e lo zelo nel curare i feriti sul campo di battaglia di San Martino. Patriota convinto, fu in relazione colle più alte personalità del partito democratico e raggiunse il grado di capitano medico.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Rocca Sanvitale, 1922, 125.

FAELLI NICCOLÒ o NICOLÒ, vedi FAELLI GIOVANNI NICCOLÒ

FAELLI PERSIO
Parma 1543-post 1589
Nato da famiglia originaria di Ronciglione. Compose non pochi versi in latino (epigrammi ed endecasillabi), tra i quali un epigramma in morte del cardinale Alessandro Farnese (1589).
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3/4 1959, 197.

FAGANDINI ANTONIO
Parma 1829/1830
Falegname, lavorò, assieme ad altri e diretto dall’architetto Paolo Gazola, ai serramenti, parquet e invetriate gotiche nel Casino del Ferlaro.
FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 263.

FAGANDINI GIUSEPPE
Parma 1835
Fu intagliatore al servizio della Corte di Parma. Nell’anno 1835 realizzò le cornici attorno alla Sala del trono.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Casa e Corte di Maria Luigia d’Austria, busta 213; Il mobile a Parma, 1983, 263.

FAGGI ANICETO
Sesta Inferiore 1885-Sesta Inferiore 19 novembre 1973
Frequentò le prime tre classi della scuola elementare. Visse l’infanzia e l’adolescenza a Sesta Inferiore, ove imparò a pascolare le mucche e a coltivare la terra con spirito di dignitosa abnegazione. Visse poi gran parte della giovinezza e della maturità all’estero (in Svizzera e in Francia) per lavoro e sotto l’esercito (sempre in prima linea, nelle zone di belligeranza). Arruolato inizialmente nell’autunno 1905 (4º Reggimento Alpini), dieci anni dopo fu richiamato in servizio per nobile ragione. Partecipò alle campagne di guerra 1915, 1916 e 1917 e si comportò con onore dando bell’esempio di calma e di virtù militari. Tanto che il Faggi divenne ben presto sergente maggiore, conquistandosi sul campo una croce di guerra e due medaglie al valore: la prima di bronzo, per una coraggiosa azione condotta sul monte Pasubio nel 1916, e la seconda d’argento, per un atto di eroismo compiuto in località Bodrez nel 1917. Nonostante le sue qualità di combattente, il Faggi si rifiutò di proseguire la carriera militare e disdegnò i concreti onori civili spettanti ai reduci: tornò al borgo nativo e riprese la modesta e faticosa attività agricola. Si sposò ed ebbe quattro figli, dei quali uno, Giulio, morì in guerra nel marzo 1942. Il Faggi, che fu decorato col titolo di Cavaliere di Vittorio Veneto, trascorse gli ultimi anni di vita paralizzato.
FONTI E BIBL.: N. Donnini, in Gazzetta di Parma 19 novembre 1983, 14.

FAGGI ANTONIO
Parma 1669
Nell’anno 1669 fu immatricolato tra gli Ufficiali dell’Arte dei falegnami di Parma.
FONTI E BIBL.: M. Beghini, 1713, 2; Il mobile a Parma, 1983, 255.

FAGGIOLI LEONE, vedi FAGIUOLI GALEAZZO

FAGIUOLI ANNIBALE
Borgo San Donnino 1375
Edificò nell’anno 1375 la fortezza di Borgo San Donnino.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 119.

FAGIUOLI ASCANIO
Borgo San Donnino 1558 c.-
L’Affò scrisse che Ascanio Fagiuoli da Borgo San Donnino, fratello di un Ippolito, d’un Galeazzo e di una Lucia, fioriva nel 1578 e scrisse con Valerio Brioschi la Vita di S. Donnino Martire. Aggiunge che il Fagiuoli era poco prima stato per 14 mesi suo malgrado nella Terra di  Ragazzuola, ove aveva avuto molte buone grazie da Lucia Scotti Rangoni Marchesa di Zibello: onde volle che l’amico si accordasse seco di dedicar quest’Opera a tal Signora. Fu poeta assai modesto, definito ordinarissimo et insulso verseggiatore.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 656; Aurea Parma 2 1958, 119.

FAGIUOLI GALEAZZO
Borgo San Donnino 7 marzo 1559-Forlì 21 dicembre 1641
Nacque da una famiglia della nobiltà borghigiana. Frate cappuccino, fu predicatore, guardiano, maestro dei novizi e più volte definitore, tenuto in fama di santità. Compì la vestizione a Cesena il 4 ottobre 1583
.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 715.

FAGIUOLI GIANN’AGOSTINO, vedi FAGIUOLI GIOVANNI AGOSTINO

FAGIUOLI GIOVANNI AGOSTINO
Borgo San Donnino XVI secolo
Scrisse un poema in rima in onore di San Donnino Martire, che viene citato dal Brioschi e da Ascanio Fagiuoli nella Vita di San Donnino che pubblicarono nel 1578, affermando che tale poema si conservava in Borgo San Donnino nell’archivio privato Pinchelini.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, VI/3, 1827, 656.

FAGIUOLI SCIPIONE, vedi FAGIUOLI GIOVANNI AGOSTINO

FAGNANI ADALGISA, vedi BALDI ADALGISA

FAIMALI ROMEO
Gropparello 1914-Badia Cavana ottobre 1979
Si trasferì con la famiglia nel Parmense nel seminario della Diocesi di Parma terminò gli studi in teologia. Il 4 aprile 1939, in Cattedrale, insieme ad altri tredici ordinandi, fu consacrato dal vescovo Evasio Colli. Fino al 1942 fu parroco di Graiana di Corniglio, poi trasferito e nominato rettore di Badia Cavana di Lesignano, una della più note abbazie del parmense, dove rimase dall’ottobre 1942 fino alla morte (fu stroncato da un tumore). Succeduto nella vallombrosana pieve a don Arnaldo Vignali, il Faimali riportò allo stato originale il tetto della Badia, la torre e la cella campanaria e completò il rifacimento del pavimento della chiesa. Durante la seconda guerra mondiale si adoperò in tutti i modi perché la monumentale Badia non subisse danni. Aiutò anche molti giovani militari sbandati e fuggiaschi subito dopo l’8 settembre 1943, nascondendone diversi nella cella campanaria. Fu sepolto nel cimitero di Badia Cavana.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 5 luglio 1999.

FAINARDI IGNAZIO
Parma 23 ottobre 1787-post 1840
Figlio di Pietro e Teresa Contestabili. Fu conservatore dell’ufficio delle ipoteche di Parma e ottenne da Maria Luigia d’Austria, richiamandosi al decreto del 22 gennaio 1777 con cui Ferdinando di Borbone aveva riconosciuto il titolo di nobile ai magistrati togati e loro discendenti, come pure in grazia anche delle proprie benemerenze come pubblico ufficiale, di essere riconosciuto, coi discendenti maschi, nobile (decreto del 20 maggio 1840).
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 58.S

FAINARDI PIETRO
Parma 22 ottobre 1760-Parma 5 dicembre 1829
Di nobile famiglia parmense, studiò a Parma e si laureò in legge. Nel 1780 fu impiegato in qualità di aiutante del magistrato consultore e commissario generale dei confini territoriali degli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla. Nel 1787 fu nominato professore di legge all’Università di Parma. Fu consigliere nel Supremo Consiglio di Giurisdizione di Piacenza (settembre 1800) e di Giustizia civile a Parma (1804). Nel 1808 fu nominato membro d’onore dell’Accademia italiana di Pisa. Fu consigliere onorario di Stato e presidente del Tribunale di Revisione di Parma (1814). Nel 1816 fu nominato cavaliere e nel 1821 commendatore dell’Ordine costantiniano di San Giorgio. Fu accademico d’onore dell’Accademia di Belle Arti di Parma e membro del Consiglio di Stato ordinario. Nel 1826 venne nominato professore emerito.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 163; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 58; F. Rizzi, I professori, 1953, 115; Farinelli, Il carteggio Zani, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1986, 360; Marchi, Figure del Ducato, 1991, 84.

FAINARDI RICCARDO
Serraglio di Collecchio 8 ottobre 1865-Gaiano 24 dicembre 1959
Nacque da una famiglia agiata in una casa colonica detta il Serraglio, nel mezzo della tenuta boscosa ex-ducale, presa in affitto dal padre, ufficiale di cavalleria, per quell’estate. Iniziò gli studi artistici nell’Accademia di Belle Arti di Parma sotto il Carmignani. Fu poi allievo di Pier Giuseppe Ferrarini, di Domenico Morelli, di Nicola Gisis, di Paolo Hocker e di Karl Bohme (frequentò inoltre l’Accademia di Belle Arti di Monaco di Baviera). Prese parte alla Esposizione Coloniale di Napoli e alle Promotrici di Parma e Napoli. Fu accademico di merito dell’Accademia di Belle Arti di Parma. Si dedicò prevalentemente al paesaggio, tuttavia la sua espressione conservò un substrato padano aderente alla tradizione postromantica. Nella Galleria Nazionale di Parma si conserva una Veduta della Chiesa di  Fornovo sul Taro. Si dedicò anche alla scultura. Risiedette lungamente prima a Parma e poi a Capri e a Gaiano. Spirito irrequieto ed effervescente, non trovò pace in nessun luogo: dal Belgio si spostò alla Libia, dall’Olanda all’Egitto, dalla Svizzera all’Inghilterra, dalla Spagna a Capri, dove si costruì una villa La guerra lo colpì duramente: gli distrusse il palazzo di Parma e lo costrinse a vendere la villa di Capri. È considerato il maggiore tra i pittori del tardo Ottocento parmense.
FONTI E BIBL.: C. Ricci, La Galleria nazionale di Parma, 1896, 385; U. Thieme-F. Becker, Künsler-Lexikon, 1915, XI; Parma nell’Arte 1 1960, 40; F. Botti, Collecchio, Sala Baganza, Felino, 1961, 75; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1971, 1136; Dizionario Bolaffi Pittori, IV, 1973, 274-275; Al Pont ad Mëz 4 1973, 28-29; Pittori italiani dell’Ottocento, 1986, 229.

FALCO, vedi GHEZZI CARLO e GIUBELLINI EMILIO

FALCO ANGELO
Parma 1619
Si possono attribuire con sicurezza a questo acquafortista, del quale non si hanno altre notizie e che Bartsch e Nagler identificano con Aniello Falcone, tre fogli: Battaglia di nudi, firmato Ang. Falco 1619, Monumento sepolcrale di un sapiente e Sirene, Naiadi e Tritone, firmati Ang.lo Falco. A questi si può aggiungere Apollo sul Parnaso, contrassegnato con Ang. F. Incise dal Parmigianino.
FONTI E BIBL.: A. Bartsch, Le peintre graveur, XX, Vienna, 1820; G.K. Nagler, Die monogrammisten, I, München, 1858-1879; U. Thieme-F. Becker, XI, 1915; Z, VIII, 182; A. Pelliccioni, Incisori
, 1949, 74; P. Martini-G. Capacchi, Arte incisione a Parma, 1969; Dizionario Bolaffi Pittori, IV, 1973, 282.

FALCONE ANIELLO o FALCONI ANGELO, vedi FALCO ANGELO

FALCONI ETTORE
Firenze 1919-Vienna 1995
Si laureò giovanissimo in lettere all’Università di Firenze. Dopo la parentesi del servizio militare da lui prestato durante il periodo bellico in Sardegna, partecipò al concorso per la carriera direttiva degli Archivi di Stato, riuscendo primo. Assegnato alla sede di Siena, passò successivamente a Parma. Negli anni della sua formazione fu allievo di Giorgio Cencetti, famoso paleografo e docente all’Università di Bologna. Nel 1954 partecipò al concorso per merito distinto, riuscendo ancora primo e passando pertanto alla carriera dirigenziale. Alla morte di Giovanni Drei, divenne direttore dell’Archivio di Stato di Parma, reggendo per un biennio anche la sede di Piacenza, da poco costituita. La sua attività nella sede di Parma fu intensa, sia per il riordino sia per la sistemazione di fondi archivistici fortemente danneggiati a causa degli eventi bellici. La collaborazione con Filippo Valenti, direttore dell’Archivio di Stato di Modena, permise a entrambi di potenziare le scuole di Paleografia, Diplomatica e Archivistica delle due città, frequentate da numerosi allievi e nelle quali si alternarono come docenti nelle varie discipline Corrado Pecorella, Ugo Gualazzini, Antonino Lombardo, Piero Castignoli e Maria Parente. Nel 1966 il Falconi ebbe la cattedra di paleografia e diplomatica all’Università di Parma e, successivamente, alla Scuola di Paleografia Musicale di Cremona, dipendente dall’Ateneo pavese. Il Falconi collaborò a numerose riviste, tra le quali l’Archivio Storico per le Province Parmensi e il Bollettino Storico Piacentino. Per il Consiglio Nazionale delle Ricerche e con la collaborazione dei direttori degli Archivi di Stato della regione, effettuò il censimento degli Statuti Comunali e delle corporazioni artigiane di categoria dell’Emilia Romagna. In considerazione della sua conoscenza delle lingue tedesca e slava, fu incaricato dal Ministero dell’Interno (da cui dipendenvano gli Archivi di Stato) di una missione presso gli archivi storici della Polonia. Qualche anno dopo tenne un ciclo di lezioni all’Università di South Bend (Usa). Il Falconi fu soprattutto editore di fonti e si occupò di argomenti di storia ed economia medioevale relativi a Parma e Piacenza. Per quest’ultima città, tra le pubblicazioni più importanti si ricordano Le carte più antiche di Sant’Antonino (secoli VIII-IX), gli Statuti di Castel San Giovanni e soprattutto i quattro preziosi tomi del Registrum Magnum del Comune di Piacenza, questi ultimi in collaborazione con una delle sue assistenti, Roberta Peveri. Il Falconi compilò anche l’Indice del Registrum Magnum. Negli ultimi anni di vita il Falconi si trasferì in Austria, dove iniziò a trascrivere e commentare le carte cremonesi inedite, da lui rintracciate presso l’archivio di Halle nell’ex Germania Est, che avrebbero, con un quarto volume, concluso i tre pubblicati nel 1979 e negli anni successivi.
FONTI E BIBL.: Archivio Storico per le Province Parmensi 1995, 30.

FALCONI FRANCESCO
Borgo San Donnino 1628/1629
Insegnò nel 1628-1629 presso l’Università degli Studi di Parma.
FONTI E BIBL.: Libro de’ Mandati; F. Rizzi, Professori, 1953, 39.

FALEFANTI EUSTACHIO
Parma seconda metà del XV secolo
Orefice attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 162.

FALOPPIO GIOVANNI
Borgo San Donnino 1553
Prevosto mitrato, resse la chiesa di Borgo San Donnino nell’anno 1553.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 29.

FANELLI MATTEO, vedi GUIDOROSSI MATTEO

FANFONI AFRO
Copezzato di San Secondo Parmense 25 settembre 1904-Parma 1 settembre 1944
Commerciante, noto per i sentimenti di opposizione al regime totalitario fascista, caduto nelle mani degli stessi, mantenne un atteggiamento fermo. Sulla sua morte fu scritto che coraggioso ed esuberante, tentò fino all’ultimo di non piegarsi alla violenza. Sarebbe stato colpito da una raffica di mitra davanti al portone della brigata nera a Parma, mentre il corteo dei condannati a morte veniva condotto verso Piazza Garibaldi. Sul punto dell’eccidio sarebbe stato quindi portato il suo cadavere. Fu decorato di medaglia d’argento alla memoria al valor militare.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 90; Gazzetta di Parma 13 novembre 1996, 15.

FANFONI DANTE
Medesano 19 ottobre 1924-Salsomaggiore 3 marzo 1945
Figlio di Ercole. Partigiano della 31ª Brigata Garibaldi Forni, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Nel corso di una azione contro preponderanti forze nemiche, benché gravemente ferito continuava nella lotta incitando i compagni. Catturato allo stremo delle forze, poco dopo spirava da prode.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1962, Dispensa 29ª, 2863; Decorati al valore, 1964, 54; Caduti Resistenza, 1970, 74.

FANFONI ERCOLE
Parma seconda metà del XIX secolo
Pittore e disegnatore attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 60.

FANFULLA, vedi FRATTA CLAUDIO AUGUSTO

FANFULLA BARTOLO o BARTOLOMEO o TITO o DA LODI o GIOVANNI o GIOVANNI BARTOLOMEO, vedi LODI GIOVANNI BARTOLOMEO

FANNIO POLIO, vedi ZURLINI GIOVANNI PIETRO

FANNIUS CAIUS FRATER
I secolo a.C./II secolo d.D.
Figlio di Marcus. Ingenuo, il cui nome appare su di un cippo rotondo databile per le caratteristiche paleografiche (forma di alcune lettere e regolarità del ductus) alla prima età imperiale. Il nomen Fannius, diffuso in Italia e in Occidente, presente nelle regioni transpadane, si trova nella regio VIII anche a Rimini, ma nella forma Fanius. Frater potrebbe essere il cognomen di C. Fannius.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 90.

FANO CLELIA
Parma 5 luglio 1865-Reggio Emilia 26 ottobre 1940
Figlia di Giacomo, convertitosi dall’ebraismo al cattolicesimo. Si trasferì a Reggio Emilia nel 1900 e alla cittadina reggiana dedicò le sue più significative ricerche storiche. Della storia reggiana studiò, in modo particolare, il periodo napoleonico e il Risorgimento. Notevole fu anche la sua attività di educatrice (andò appunto a Reggio nel 1900 a coprire la cattedra di lingua italiana e storia nella Scuola normale Principessa di Napoli, dove insegnò fino al 1935). In gioventù fu sostenitrice delle idee socialiste e del loro massimo esponente reggiano, Camillo Prampolini. Molti suoi scritti si trovano pubblicati nella rivista La Provincia di Reggio (1922-1929). Socia effettiva della Deputazione di storia patria per le province estensi, membro della Consulta reggiana per la storia del Risorgimento, fu autrice di 76 pubblicazioni (elencate da G. Piccinini nell’opuscolo C. Fano, Reggio Emilia, 1941). Tra le sue opere, vanno ricordate: Un poeta inedito della fine del secolo XVI: Pirro Ponti giureconsulto reggiano (Reggio Emilia, 1907), La peste bubbonica a Reggio Emilia negli anni 1630-1631 (Bologna, 1908), Scorci e figure di storia reggiana (Reggio Emilia, 1911), Il Battaglione della speranza - Il Teatro repubblicano - Il circolo d’istruzione (Reggio Emilia, 1930), Francesco IV. Documenti e aspetti di vita reggiana (Reggio Emilia, 1932), Documenti e aspetti di vita reggiana 1796-1802 (Reggio Emilia, 1935), Francesco V. Il Risorgimento nel Ducato di Modena e Reggio dal 1846 al 1848 (Reggio Emilia, 1940). Fu collaboratrice assidua di Parma Giovine, Per l’Arte e Aurea Parma.
FONTI E BIBL.: C. Villani, Stelle femminili, 1915, 242-243; G. Piccinini, Clelia Fano, commemorazione, con bibliografia completa degli scritti, Reggio Emilia, 1941; G. Piccinini, Francesco V, in La Voce di Bergamo 5 giugno 1942; G. Piccinini, Un libro su Francesco V, in Il Solco Fascista 19 luglio 1942; G. Piccinini, Clelia Fano, Documenti e aspetti di vita reggiana (1796-1802), in Il Solco Fascista 2 giugno 1935; G. Piccinini, L’opera storica e letteraria di Clelia Fano, in Il Solco Fascista 2 novembre 1940; G. Fornaciari, Clelia Fano, il terrore in gonnella, in Reggio Democratica 4 dicembre 1949; In memoria di Clelia Fano nel secondo anniversario della morte, in Il Resto del Carlino 25 ottobre 1942; A. Bellentani, Guardando una fotografia (nell’anniversario della morte della signorina Fano), in Reggio Democratica 28 ottobre 1948; Clelia Fano (Ricordo in memoria di Clelia Fano), in Biblioteca Municipale di Reggio Emilia, Miscellanea Reggiana 248/36; G. Copertini, Clelia Fano, Francesco V (Il Risorgimento nel Ducato di Modena e Reggio), recensione, in La Giovane Montagna 15 agosto 1942; G. Crocioni, Clelia Fano, Francesco V (Il Risorgimento nel Ducato di Modena e Reggio), recensione, in L’Archiginnasio 1941; P. Dalla Torre, Libri e cose del Risorgimento, Città del Vaticano, 1942; A. Cremona-Casoli, Il battaglione della speranza, recensione, in Il Segno 1931, 61; A. Cremona-Casoli, Contributo di notizie su quadri esistenti nel Dipartimento del Crostolo, recensione, in Il Segno 1931, 59; Giudizi dati dalla stampa intorno alle pubblicazioni di Clelia Fano, in Biblioteca Municipale Reggio Emilia, Miscellanea Reggiana 264-12; S. Fermi, Clelia Fano, Francesco V: Il Risorgimento nel Ducato di Modena e  Reggio 1846-1848, recensione, in Convivium 1941, 2; S. Fermi, Recensione all’opera di Clelia Fano, Francesco V, in Convivium maggio-giugno 1942, 180; L. Gigli, Francesco V di Modena (recensione dell’opera di Clelia Fano), in Gazzetta del Popolo della Sera 2-3 aprile 1942; O. Masnovo, A proposito di Clelia Fano, in Gazzetta di Parma 9 gennaio 1942; O. Masnovo, Francesco V e il Risorgimento del Ducato di Modena e Reggio, in Gazzetta di Parma 7 dicembre 1942; A. Morselli, Una pregevole pubblicazione postuma: Francesco V di Clelia Fano, in Gazzetta dell’Emilia 7 febbraio 1942; Nella storia del Risorgimento. Recensione dell’opera di Clelia Fano «Francesco V», in L’Alta Spoleto 8 febbraio 1942; Onoranze alla preside Laura Marani Argnani e alla prof. Clelia Fano, in Biblioteca Municipale di Reggio Emilia, Miscellanea Reggiana 239-26; G. Piccinini, Clelia Fano, in Studi e Documenti I 1941; M.T. Porta, Nel secondo anniversario della scomparsa di Clelia Fano, in Il Solco Fascista 2 ottobre 1942; Recensione dell’opera di Clelia Fano Documenti e aspetti di vita reggiana, in Il Popolo d’Italia 13 luglio 1935; E. Sabia, Una parmigiana a Reggio Emilia: Clelia Fano, in Gazzetta di Parma 22 aprile 1957; E.P. Vicini, Recensione a Francesco V di Clelia Fano, in Atti e Documenti Regia Deputazione di Storia Patria per l’Emilia e Romagna V, fasc. IV 1941; A. Zamboni, Il Risorgimento negli Stati Estensi. Francesco V l’ultimo duca di Modena (recensione dell’opera di Clelia Fano), in Giornale di Genova 7 aprile 1942; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 68; Reggio. Vicende e protagonisti, 1970, 391; Clelia Fano, in N. Fantuzzi Guarrasi, Poetesse e scrittrici nella letteratura reggiana, Reggio E., 1971; Clelia Fano, in E. Sabia, Reggio e Parma dal 1500 al 1800, Reggio E., 1971, 142-144.

FANO FABIO
Parma 8 febbraio 1908-Venezia 16 luglio 1991
Figlio di Guido Alberto, fu avviato allo studio della musica nei Conservatori di Napoli e Palermo e si diplomò nel 1924 in pianoforte al Conservatorio di Milano. Ivi frequentò anche il liceo e si laureò in lettere e filosofia con Gaetano Cesàri, con una tesi su La Camerata fiorentina: Vincenzo Galilei (1929). Successivamente si diplomò in composizione al Conservatorio di Bologna (1951). Iniziò la carriera di concertista a Bologna e a Milano (a Parma suonò nel 1928 alla Sala Verdi), carriera interrotta per le persecuzioni razziali. Nel 1945 ritornò a Milano e riprese l’attività. Nel 1950 venne nominato insegnante incaricato di storia della musica e bibliotecario del Conservatorio di musica di Palermo. Passato nel 1954 al Conservatorio di Venezia, vi fu professore di storia della musica fino al 1975. Nel 1950 divenne libero docente di paleografia musicale all’Università di Padova, dove dal 1965 al 1978 insegnò anche storia della musica. Fu autore dei seguenti scritti: Vincenzo Galilei. La sua opera d’artista e di teorico come espressione di nuove idealità musicali (in Imami IV, 1934), G. Martucci (Milano, 1950), Analisi di concerti per pianoforte e orchestra, in collaborazione con G.E. Moroni (Milano, 1950), La cappella musicale del Duomo di Milano (in Imami, nuova serie, I, su materiale di G. Cesari, 1957), L’opera della Fenice dal 1792 ad oggi (in IMAMI, 1972), La musica nella Memorie e nel teatro di C. Goldoni (Venezia, 1976) e vari articoli su riviste. Inoltre curò la pubblicazione del Dialogo della musica antica e moderna (edizione ridotta) di V. Galilei (Milano, 1947). Tra le opere trascritte vanno segnalate il Magnificat di Gaffurio, un volume di Messe di Isaac e due volumi di anonimi (collezione: Archivium Musices Metropolitanum Mediolanense). Compose: Scena lirica per soli, coro e orchestra (da Ugo e Parisina di G. d’Annunzio), Variazioni per piccola orchestra (1951), Un tempo di quartetto (1951) e alcune liriche su poesie di Giusti e Wordsworth.
FONTI E BIBL.: A. D’Angeli, L’opera musicale di Guido Alberto Fano, in Cronaca Musicale di Pesaro, 1909; R. Allorto, in MGG; F. Tammaro, in Grove; F. Rizzi, Clero in cattedra, 1953; Dizionario Ricordi, 1976, 251; Dizionario musicisti Utet, 1985, 700; Enciclopedia di Parma, 1998, 319.

FANTASI GREGORIO
Parma seconda metà del XV secolo
Calligrafo attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 124.

FANTELLI MARIO
Parma 1 luglio 1880-Parma 20 novembre 1951
Figlio di Luciano ed Ester Bò. Artigiano, socialista moderato, fu per molti anni vice sindaco di Parma e per vario tempo presidente della Commissione teatrale del Teatro Regio. Come tale egli fu un geloso custode delle gloriose tradizioni del massimo teatro di Parma e organizzò ottime stagioni liriche. Si deve a lui, tra l’altro, la prima esecuzione a Parma del Don Giovanni di Mozart. Appassionatissimo del teatro lirico (fin da bambino cominciò a frequentare il loggione e più tardi fu tra i fondatori dell’associazione Ars Lyrica), all’amore per la buona musica il Fantelli unì una vera competenza e un grande equilibrio di giudizio.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 68.

FANTI BARTOLINO
Parma 1453
Grammatico di cui si trova ricordo nel Ragionamento preliminare alla Storia Letteraria del Ducato Lucchese. A f. 29 si narra che Bartolino de’ Fanti di Parma fu eletto il 29 dicembre 1453 dal Collegio degli Anziani di Lucca a insegnare in Lucca grammatica, poetica et alias facultates con compenso di sessantotto fiorini l’anno. Si aggiunge che Bartolino dimorò in Reggio, dove forse tenne altra simile scuola.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 147.

FANTI BERTOLINO, vedi FANTI BARTOLINO

FANTI EMILIO
Parma 1915-Fronte russo 26 gennaio 1943
Figlio di Luigi. Capitano di complemento del 1º Reggimento Artiglieria Alpina, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Dislocato il suo posto di osservazione e collegamento nelle prime linee di un battaglione alpino, duramente impegnato contro forze preponderanti, in lungo tormentoso periodo operativo, si distingueva per supperbo valore personale, dirigendo impareggiabilmente il tiro delle sue batterie benché soggette a intensa reazione nemica. Nel corso di violento attacco a posizioni ben munite, sosteneva le fanterie incurante d’ogni rischio. Distrutta la radio e creatasi una critica situazione conseguente alla distruzione pressoché totale del battaglione sull’obiettivo raggiunto, si univa ai superstiti e, fante fra i fanti, riusciva a colpi di bombe a mano, ad aprirsi un varco dopo cruenta lotta. In successivo combattimento, pur essendo minorato fisicamente da inenarrabili privazioni, raggiungeva i suoi alpini e con essi si batteva imperterrito, finché cadeva colpito a morte. Chiaro esempio di saldo spirito di cooperazione spinto fino al sacrificio estremo.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1950, Dispensa 24ª, 3587; Decorati al valore, 1964, 84-85.

FANTI ENRICO
Parma 1806-18 aprile 1841
Fu persona colta (conobbe parecchie lingue straniere, che sapeva parlare e scrivere correntemente) ed ebbe svariati interessi, dalla poesia alla musica, alla pittura (eseguì molti paesaggi). Si dedicò infine alla medicina e alle scienze a essa collegate. Nel 1832 si trasferì in Polonia, dove si laureò in medicina e chirurgia. Fu poi medico e chirurgo ordinatore negli ospedali di Uyazdowa, di Joliborz, di Sapia e di Varsavia, dove ebbe occasione di studiare il colera, malattia allora sconosciuta in Italia (il Fanti pubblicò anche un libro sull’argomento). Rientrò in Italia alla fine del 1833. Fatto membro della società privata dei Medici di Parma, nel 1836 fu proposto a medico dei colerosi in Parma ma il Governo lo mandò a Borgo San Donnino con la carica di Medico del Deposito di Mendicità. Morì per tisi tubercolare inveterata.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 163-164, e 1880, 175.

FANTI ENRICO SETTIMIO
Parma 11 luglio 1852-Parma 2 dicembre 1922
Figlio del paesaggista Erminio, alla cui scuola si formò, e di Maddalena Schiaretti. Figurò per la prima volta all’Esposizione della Società di incoraggiamento nel 1868 con Vicolo chiuso presso il duomo di Parma (Parma, Galleria nazionale; Ricci, 1896, p. 391) e a quella del 1869 con La canonica di Vairo (Parma, Galleria nazionale). Nel 1874 eseguì Antico castello e quattro Studi dal vero, due dei quali sono conservati rispettivamente presso il collegio Maria Luigia di Parma e l’istituto Belloni di Colorno, mentre un terzo fu vinto dal ministero della Pubblica Istruzione (cfr. Allegri Tassoni, 1984, p. 555). Tre anni dopo conseguì la patente di maestro di disegno e vinse, ex aequo con Mentore Silvani e Icilio Bianchi, il concorso di aiuto alla cattedra di paesaggio, poi soppressa (Godi, 1974, p. 115). Nel 1879 una delle sue opere, Autunno dal vero, fu tra quelle premiate all’Esposizione della Società di incoraggiamento, vinta dal Comune di Parma (Allegri Tassoni, 1984, p. 557). Vicolo chiuso presso il duomo di Parma e Cortile di palazzo sono le tele meglio atte a evidenziare le capacità e i limiti del Fanti, la cui opera parve alla critica contemporaea modesto riflesso di quella paterna (Seconda Mostra, 1936, p. 51). Il Fanti partecipò nuovamente all’Esposizione della Società di incoraggiamento nel 1887 con Ottobre e questa fu l’ultima occasione in cui espose con il padre. Alla sua morte (1888), il Fanti lo sostituì quale docente di paesaggio presso il collegio Maria Luigia di Parma (Seconda Mostra, 1936, p. 51; Allegri Tassoni, 1952). Nel 1890 due suoi quadri, A Neviano Arduini e Sul Parma d’autunno risultano tra le opere premiate (Allegri Tassoni, 1984, p. 560), vinte rispettivamente dal Comune di Parma e da quello di Soragna (Godi, 1974, p. 115). Tra i pochi quadri che all’Esposizione del 1893 la critica contemporanea giudicò degni di nota figura un’opera del Fanti che, dipinta alla vecchia maniera, mostra però effetti assai ben indovinati (Gazzetta di Parma, 10 novembre 1893). Dopo il 1893 non si hanno più notizie relative all’attività del Fanti, la cui produzione pittorica dovette invece presumibilmente continuare fino alla morte. Oltre ai dipinti già citati si ricordano: Paesaggio sulla riva del Po (1872; Parma, palazzo comunale), Casolare in provincia di Parma (Parma, Istituto statale d’arte P. Toschi), Cortile rustico con cavallo, Rustico con donna (Medesano, palazzo comunale), Paesaggio con torrente (Colorno, palazzo comunale), Paesaggio con contadini e mucche al pascolo (Busseto, palazzo comunale), Cortile con abside (Besenzone, palazzo comunale) e Casa padronale con stagno (1872; Fontevivo, palazzo comunale).
FONTI E BIBL.: Parma, Archivio dell’Accademia di Belle Arti, Atti Acc., ad annum 1877, Ricognizione inventariale al 30 giugno 1948, ms., I, n. 1636; Parma, Soprintendenza ai beni artistici e storici, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms. [fine secolo XIX], X, c. 58; A.C., Lettera al Direttore, in Gazzetta di Parma 9-10 luglio 1876; L. Pigorini, Società di incoraggiamento per gli artisti, in Gazzetta di Parma 25 novembre 1879; A. Ferrarini, Regio Istituto di belle arti in Parma. Origini e progressi della scuola parmense di belle arti, Parma, 1882, 17; L’Esposizione artistica, in Gazzetta di Parma 10 novembre 1893; C. Ricci, La Regia Galleria di Parma, Parma, 1896, 387; Seconda Mostra d’arte e del paesaggio parmense - Mostra retrospettiva del paesaggio parmense dell’Ottocento, Parma, 1936, 51, 53; G. Allegri Tassoni, Mostra dell’Accademia parmense, 1752-1952, Parma, 1952, 60; G. Copertini, Magnani, Isola, Gasparotti e altri, in Gazzetta di Parma 22 ottobre 1959; G. Copertini, I dipinti dell’Istituto d’arte, in Gazzetta di Parma 7 dicembre 1967; G. Copertini, La pittura parmense dell’Ottocento, Parma, 1971, 73; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1971, 1147; G. Godi, in Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’Ottocento (catalogo), Parma, 1974, 115 s.; G. Bertini, in Le regge disperse (catalogo), Colorno, 1981, 109-112 (schede); G. Allegri Tassoni, La Società di incoraggiamento agli artisti degli Stati parmensi, in Archivio Storico per le Province Parmensi XXXVI 1984, 553, 555 ss., 559-562; G. Cirillo-C. Godi, Guida artistica del Parmense, II, Parma, 1986, 42 s.; M. Giusto, in La città scomparsa. Parma nell’Ottocento, Parma, 1991, 21; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, XI, 255; Dizionario enciclopedico Bolaffi dei pittori e degli incisori italiani, IV, 300; A. Coccioli Mastroviti, in Dizionario biografico degli Italiani, XLIV, 1994, 629-630; M. Tanara Sacchelli, in Gazzetta di Parma 1 febbraio 1999, 25.

FANTI ERCOLE
Vigatto 15 settembre 1893-Monte Sei Busi 28 luglio 1918
Figlio di Narciso e Severina Moroni. Contadino, fu soldato nel 134º Fanteria. Si distinse in vari fatti d’arme, tanto da essere insignito della medaglia di bronzo al valor militare. Le sue ultime notizie risalgono al 28 luglio 1918 sul Monte Sei Busi, giorno in cui risulta disperso in combattimento.
FONTI E BIBL.: A. Coruzzi, Caduti di Vigatto, 1924, 24.

FANTI ERMINIO
Parma 16 gennaio 1821-Parma 3 ottobre 1888
Nacque da Ferdinando e da Angela Bonini. Si formò all’Accademia parmense di belle arti dove fu allievo del paesaggista e scenografo Giuseppe Boccaccio. Uno dei suoi primi dipinti di cui si ha notizia è la Veduta di Bargone (1844), commissionatagli dalla duchessa Maria Luigia d’Austria, cui fecero seguito due Studi di paesaggio dipinti per la medesima sovrana tra il 1845 e il 1846 e successivamente ereditati da Leopoldo d’Austria. Espose per la prima volta un Paesaggio e uno Studio di paesaggio nel palazzo del Giardino di Parma nel 1846. L’anno successivo concorse, vincendolo, al premio annuale di paesaggio per il pensionato romano istituito per volere di Maria Luigia d’Austria in favore degli artisti parmensi (Copertini, 1971). Dal 1847 al 1849 il Fanti fu così a Roma, con l’obbligo di inviare un saggio annuale del pensionato. Tra le vedute della campagna romana giunte a Parma si ricorda la bella Veduta di Castelgandolfo (Parma, Galleria nazionale), cui seguì, nel 1851, l’Interno della chiesa di Santa Maria del Popolo (Copertini, 1936). Un taccuino di disegni del periodo romano recante la firma e la data (1848) apposte sul frontespizio (già proprietà di G. Battelli, cfr. Battelli, 1937) si compone di varie immagini della campagna laziale. Fanno parte del taccuino Cascate di Tivoli, Veduta del Colosseo, Veduta delle Terme di Caracalla, Isola di San Bartolomeo, Veduta del Tevere con il tempietto di Vesta, una decina di vedute dei Castelli romani e una Veduta di Tivoli di limitate dimensioni ma che con ogni probabilità costituisce lo studio per il quadro dipinto poco tempo dopo (Battelli, 1937, p. 163). In seguito ai rivolgimenti politici del 1849 il Fanti si rifugiò a Tivoli, ove continuò a dipingere nel silenzio della campagna. Nel 1850 fu di nuovo a Parma, dove eseguì una Veduta del paese di Berceto per Carlo di Borbone. Al Sovrano dedicò il Castello di Malgrate (1852), che espose con Veduta della Svizzera, Marina e Scena delle Alpi alla personale allestita presso la Pinacoteca di Parma nel 1852. Già dal 1850 il Fanti iniziò a insegnare presso la cattedra di paesaggio dell’Accademia di Belle Arti di Parma. È variamente indicato quale sostituto del Boccaccio (1850) e professore aggiunto al paesaggio presso l’Accademia parmense (Negri, 1850; Negri, 1851). Alla morte del Boccaccio (5 febbraio 1852), il Fanti mantenne l’incarico di professore aggiunto non facente parte della sezione di pittura (Parma, Archivio della Accademia, Copialettere, 1849-1854, ad annum 1852). Il suo nome figura nel fascicolo del personale docente dell’Accademia fino al 1857, anno in cui fu sostituto di L. Marchesi che aveva preso il posto di Boccaccio (cfr. Martini, 1858), con una retribuzione annua di lire 600 (Martini, 1858). Dal 1860 il Fanti è indicato quale professore titolare di paesaggio nei verbali dell’Accademia parmense e il 30 gennaio 1863 partecipò a una seduta del medesimo istituto, ove è registrato come professore (Archivio della Accademia, Società d’incoraggiamento, cartella 1863-1864, fasc. I). Discreto paesaggista e maestro di una schiera di pittori parmensi, il Fanti partecipò alle esposizioni della Società di incoraggiamento fin dal loro inizio nel 1854. Nel 1855 il Fanti fu presente sia a Parma sia a Piacenza ove inviò Bradamante in atto di uccidere il mago Atlante (il dipinto fu vinto per sorteggio da Gaetano Schenoni), il Disastro di Sinope avvenuto il 30 novembre 1853, la Grotta di Posillipo a Napoli, Beatrice di Tenda alla caccia al falco (Parma, Archivio della Accademia, Società di incoraggiamento, cartella 1856; Allegri Tassoni, 1984, p. 538). L’anno successivo l’esposizione della Società si tenne nelle sale dell’Accademia di Belle Arti e il Fanti presentò Vaso di fiori, Gruppo d’alberi e Burrasca di mare, quest’ultimo copia da Joseph Rebell, eseguito su commissione di Luisa Maria di Berry, duchessa reggente (Archivio della Accademia, Società d’incoraggiamento, cartella 1856). Documentato con il piacentino Paolo Bozzini, Luigi Marchesi e altri all’esposizione del 1857, il Fanti inviò una veduta della Campagna di Roma, vinta da Emilio Pizzetti, Frana di Carobbio e l’Arcadia, parte del Regio Giardino di Parma (Panini, 1857; Allegri Tassoni, 1984, p. 540). All’esposizione del 1858 figurarono del Fanti Castello di Valmozzola dal vero, Studio di alberi, Veduta di monti dal vero, Burrasca di mare (Esposizione in Parma, 1858; Esposizione di belle arti, 1858). La critica contemporanea, pur riconoscendogli grande vaghezza di colori (Gazzetta di Parma, 20 luglio 1855) e una straordinaria cura nella resa di particolari di fiori e foglie, non manca tuttavia di rimproverargli quella esagerazione del bello o del piacevole che confina col falso e di avere ingagliardito le tinte al punto che avrebbe fatto meglio a lasciare la sua tavolozza ai pittori d’ornamento (Esposizione di belle arti, 1858). Sono questi gli anni migliori della intensa attività pittorica del Fanti, che all’esposizione del 1859 inviò Chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, tre Vedute di paese e Vaso di fiori, cui seguirono alcuni quadri di marine e aurore. Tra questi è quella Scena delle Alpi premiata il 16 dicembre 1860, vinta dal Comune di San Secondo (Allegri Tassoni, 1984, p. 544). Oltre a quel quadro il Fanti ne inviò altri sei, come risulta dall’elenco allegato alla lettera alla Società e precisamente Tramonto nei dintorni di Neviano, Un mattino nei dintorni di Neviano degli Arduini e quattro Paesaggi (Parma, Archivio della Accademia, Società d’incoraggiamento, cartella 1860). Nel 1862 espose Veduta del Lago Santo (vinto dal Comune di Monticelli d’Ongina; Allegri Tassoni, 1984, p. 545) e nel 1863 partecipò all’esposizione triennale dell’Accademia bolognese con Veduta del monte di Campora nel Parmense, mentre a Parma inviò, oltre a questo dipinto, Studio delle colline di Neviano degli Arduini, Studi d’alberi dal vero, Erbaggi, Fiori, Malve e rose (Parma, Archivio della Accademia, Società d’incoraggiamento, cartella 1863-1864, lettera del Fanti in data Parma 4 giugno 1863) cui seguirono Veduta di uno stagno e due Canestri con fiori (Elenco delle opere d’arte, 1863). Nel 1865 furono invece esposti Paesaggio dal vero, vinto dal collegio Maria Luigia di Parma e Colosseo. L’anno successivo inviò due Paesaggi (Allegri Tassoni, 1984, pp. 549 s.). In occasione delle nozze celebrate a Torino tra il principe Amedeo di Savoja e Maria Dal Pozzo della Cisterna (1867) il Fanti eseguì un disegno di paesaggio per l’album di poesie che il Comune di Parma donò ai principi. All’esposizione del 1867 il Fanti inviò Un agguato, Monteggiano e Studio dal vero, nel 1868 Temporale, nel 1869 Paesaggio e Bosco dal vero (questi ultimi vinti rispettivamente dai comuni di Solignano e di Salsomaggiore; cfr. Allegri Tassoni, 1984, pp. 551 ss.). Il Fanti partecipò nel 1870 a Parma alla Mostra italiana di belle arti con Ortaglie, Le rive di Caneto e Un agguato (cfr. Catalogo delle opere esposte nella mostra italiana di arti belle, Parma, 1870, n. 630, p. 34; n. 649, p. 36; n. 665, p. 37). Rive di Caneto fu presentato anche all’esposizione della Società d’incoraggiamento (1871; Allegri Tassoni, 1984, p. 554; si conserva presso il palazzo comunale di Fornovo di Taro) insieme con un’Alba (vinta dal Comune di Castell’Arquato; Allegri Tassoni, 1984, p. 554). Appennino, esposto nel 1874, fu vinto dal Comune di San Lazzaro (Piacenza). Per l’esposizione del 1879 inviò Paesaggio alpestre (vinto dal ministero della Pubblica Istruzione), per quella del 1882 Merciaio ambulante e nel 1887 Nel bosco (vinto dal Comune di Soragna). In quest’ultima compare anche il figlio Enrico (Allegri Tassoni, 1984, p. 560). Accanto al genere del paesaggio monumentale praticato dall’austriaco Joseph Rebell, il Fanti procedette sulla linea avviata dal suo maestro, il Boccaccio, pur non rifiutando le eleganze pittoriche proprie di Giuseppe Drugman, soprattutto dopo il soggiorno romano e lo studio delle opere di Gaspard Dughet e Claude Lorrain. A parte l’attività didattica svolta dal Fanti presso l’Accademia di Belle Arti di Parma, studiosi locali lo citano tra i docenti del collegio Maria Luigia e delle orsoline di Parma, nonché tra quelli dell’istituto Tardiani (Allegri Tassoni, 1952; Godi, 1974, p. 68). Non si hanno invece puntuali notizie riguardo una sua presunta attività nel settore della litografia. Della maggior parte delle opere del Fanti, per lo più disperse in collezioni private (alcune furono esposte alla Mostra Seconda del 1936), non si conosce l’esatta ubicazione. Tra i pochi dipinti conservati in raccolte o edifici pubblici si ricordano, oltre a quelli menzionati, Veduta dell’Enza, Veduta del castello di Montechiarugolo (Parma, Galleria nazionale), Bivacco di bersaglieri, Interno del Colosseo con bersaglieri (1868) e Cortile rustico, tutti e tre di proprietà dell’istituto statale d’arte P. Toschi di Parma (cfr. Parma, Archivio della Accademia di belle arti, Ricognizione inventariale, ms., aprile 1948).
FONTI E BIBL.: Parma, Archivio della Accademia di Belle Arti, Copialettere 1849-1854, ad annum 1852, Atti accademici 1853-1857, cc. 386 s., cartella 1856, I, fasc. Nota personale per corredo del mandato degli stipendi della Reale Accademia, Società d’incoraggiamento, cartella 1856, fasc. Esposizione in Parma: lettera del Fanti, in data Parma, 20 giugno 1856, cartella 1857, fasc. Esposizione dei lavori di arti belle, Copialettere, 1859-1862, ad annum 1860, Società di incoraggiamento, cartella 1860, fasc. novembre 1860: lettera del Fanti, in data Parma, 25 novembre 1860, fasc. Nomina della Commissione d’arte, Società di incoraggiamento, cartella 1861-1862, Società di Incoraggiamento, cartella 1863-1864, fasc. I, Esposizione e premi, lettera del Fanti in data Parma, 4 giugno 1863, Esposizione nazionale di opere di belle arti in Parma. Registro d’iscrizione delle opere, ms., nn. 121, 122, 123, Ricognizione inventariale al 30 giugno 1948, ms., aprile 1948, nn. 6114, 6120, 483; Parma, Soprintendenza ai Beni artistici e storici, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmgiane, ms. [fine secolo XIX], vol. IX, c. 128; Il Giardiniere 23 maggio 1846; G. Negri, Il Parmigiano istruito nelle cose della sua patria, Parma, 1850, 142, 145; G. Negri, Il Parmigiano istruito nelle cose della sua patria, Parma, 1851, 22 s.; L. Isola, Intorno a’ quadri del paesista Erminio Fanti ora esposti nella Regia Pinacoteca, in Gazzetta di Parma 13 luglio 1852; G. Negri, Il Parmigiano istruito nelle cose della sua patria, Parma, 1852, 63 s., 66 s., 69; Gazzetta di Parma 31 maggio, 20 luglio e 27 luglio 1855, 17 luglio 1856, 18 agosto 1857; Esposizione di belle arti nella Regia Pinacoteca, in Gazzetta di Parma 30 settembre 1857; G. Panini, Estrazione de’ premi fattasi dalla Società di incoraggiamento, in Gazzetta di Parma 19 ottobre 1857; X., L’esposizione di belle arti nelle sale della Regia Accademia in Parma, in L’Annotatore 10 ottobre 1857; P. Grazioli, Esposizione delle opere di belle arti fatta nel settembre 1858 nella Regia Accademia di Parma per cura della Società di incoraggiamento, Parma, 1858, 9; Esposizione in Parma nella Galleria della Regia Accademia, in Gazzetta di Parma 18 settembre 1858; F.G., Esposizione in Parma nella Regia Galleria della Regia Accademia, 22-28 settembre 1858; P. Martini, Atti della Regia Accademia parmense di belle arti, Parma, 1858, 43; C.I., Belle arti, in L’Annotatore 15-29 ottobre 1859, 170; C.I., I.S.R., Botta risposta al signor Erminio Fanti che dipinge la natura, in L’Annotatore 31 dicembre 1859, 205 s.; A. Billia, Lettera sull’esposizione, in Gazzetta di Parma 4-10 dicembre 1860, 1248; Annuario dell’Istruzione pubblica per l’anno scolastico 1860-1861, Torino, 1861, 282; P. Martini, La scuola parmense di belle arti e gli artisti di Parma e Piacenza dal 1777 all’oggi, Parma, 1862, 36; Atto verbale della sessione del corpo accademico delle belle arti della Emilia per la esposizione e premiazione triennale in Bologna, Bologna, 1863, 24; Elenco delle opere d’arte che sono all’Esposizione nella Regia Accademia di belle arti, in Gazzetta di Parma 11 luglio 1863 e 13 luglio 1863; Esposizione industriale provinciale tenuta in Parma dal 22 novembre al 20 dicembre 1863, Parma, 1864, 91; Alerano, Parma nel matrimonio del principe Amedeo, in Gazzetta di Parma 1 giugno 1867; Atti delle Regie emiliane Accademie delle belle arti di Bologna, Modena e Parma riunite per la esposizione e premiazione triennale, Bologna, 1867, 6; L. Pigorini, Società di incoraggiamento per gli artisti, in Gazzetta di Parma 25 novembre 1879; A. Ferrarini, Regio Istituto di belle arti in Parma. Origini e progressi della scuola parmigiana di belle arti, Parma, 1882, 17; C. Ricci, La Regia Galleria di Parma, Parma, 1896, 392; A. Pariset, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Parma, 1905, 33; G. Battelli, La pittura parmense nella prima metà dell’Ottocento, in Salsomaggiore Illustrata 31 ottobre 1924; G. Battelli, Erminio Fanti, in Aurea Parma XV 1931, 145-149; G. Battelli, Un paesista romantico: Erminio Fanti, in Crisopoli 4 1935, 323-327; G. Copertini, I paesisti parmensi dell’Ottocento. Contributo alla mostra del paesaggio parmense, in Aurea Parma XX 1936, 66; Seconda mostra d’arte e del paesaggio parmense. Mostra retrospettiva del paesaggio parmense dell’Ottocento, Parma, 1936, 11, 33; G. Battelli, L’album romano di Erminio Fanti, in Aurea Parma XXI 1937, 162 s.; G. Battelli, Le arti belle nel Ducato parmense, in Salsomaggiore 1839-1939, a cura di M. Varanini, Bergamo, 1939, 153; G. Allegri Tassoni, Il Regio Istituto d’arte Paolo Toschi, di Parma, Firenze, 1946, 45 n. 1; Mostra dell’Accademia (catalogo), a cura di G. Allegri Tassoni, Parma, 1952, 60; G. Copertini, I paesisti parmigiani dell’Ottocento: Erminio Fanti e Luigi Marchesi, in Gazzetta di Parma 22 gennaio 1959; P. Martini-G. Capacchi, L’arte dell’incisione a Parma, Parma, 1969, 51; G. Copertini, La pittura parmense dell’Ottocento, Parma, 1971, 68, 73; Incisori parmigiani dal ’500 all’800, Parma, 1973, nn. 32-34; G. Ponzi, Prima rassegna dei dipinti dell’800 parmense, in Proposta I, 1973, 13, 15, II, 31; G. Godi, in Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’Ottocento (catalogo), Parma, 1974, XXXV, 68 s., 76, 115; G. Allegri Tassoni, La Società di incoraggiamento agli artisti degli Stati parmensi, in Archivio Storico per le Province Parmensi XXXVI 1984, 527, 537 s., 540, 544-547, 549 s., 551-560; M. Pellegri, Il Museo Glauco Lombardi, Parma, 1984, 29, 257, 273, 276; G. Cirillo-G. Godi, Guida artistica del Parmense, II, Parma, 1986, 50, 171; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, XI, 255; Dizionario enciclopedico Bolaffi dei pittori, IV, 300; Gazzetta di Parma 4 ottobre 1888; E. Bénézit, Dictionnaire, Parigi, 1961, III; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1971, 1146-1147; Per la Val Baganza 8 1986, 44; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 156; A. Coccioli Mastroviti, in Dizionario biografico degli Italiani, XLIV, 1994, 630-633; M. Tanara Sacchelli, in Gazzetta di Parma 1 febbraio 1999, 25.

FANTI GIROLAMO
Parma 1825
Clarinettista, sotto capo musica del Reggimento Maria Luigia, nel 1825 chiese di essere nominato professore onorario della Ducale Orchestra di Parma. La domanda venne accolta.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

FANTI GIROLAMO
Parma 21 aprile 1818-Parma giugno 1860
Incisore, lavorò con Paolo Toschi per riprodurre gli affreschi del Correggio a Parma (1846) ed eseguì varie lastre per l’albo della Galleria Pitti dell’editore Bardi. Collaborò poi sempre col Toschi.
FONTI E BIBL.: P. Martini, L’arte dell’Incisione in Parma, 1873; Dizionario, Lipsia, 1880; Pelliccioni, Incisori, 1949, 74; C. Ricci, La Regia Galleria di Parma, 1896; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, 1915, XI; L. Servolini, Dizionario illustrato incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1971, 1147.

FANTI SETTIMIO, vedi FANTI ENRICO SETTIMIO

FANTINI GUIDO
Monticelli 17 agosto 1893-Lubiana 20 settembre 1918
Figlio di Profiglio e Amalia Mori. Contadino, fu soldato nel 9º Fanteria. Il 29 ottobre 1915 sostenne, con altri sette compagni, sul Carso, un eroico combattimento, mantenendo la posizione finché vennero rinforzi. Fu ferito a una mano e decorato con medaglia d’argento. Ritornato in combattimento nel novembre del 1917, venne fatto prigioniero sull’Altipiano di Asiago. Morì per catarro gastrico.
FONTI E BIBL.: A. Coruzzi, Caduti di Vigatto, 1924, 25.

FANTINI RODOLFO
Monticelli 1893-Bologna 15 agosto 1979
A soli nove anni seguì la famiglia a Traversetolo. Terminati gli studi liceali, partecipò come ufficiale di complemento alla guerra 1915-1918. Alla fine del conflitto si laureò in lettere ed ebbe il primo incarico al ginnasio di Udine. Un anno dopo vinse la cattedra di lettere all’istituto Melloni di Parma ma vi rimase poco. L’ultima e definitiva sistemazione fu al liceo Minghetti di Bologna. La sua passione per gli studi storici e letterari è testimoniata da una ricca produzione saggistica, mentre il suo legame con Traversetolo lo spinse a raccogliere e pubblicare una vasta documentazione sul suo paese di adozione. Il Fantini strinse un’amicizia fraterna con lo scultore Renato Brozzi, del quale pubblicò la bibliografia e un saggio, Il nostro Renato. Donò gli originali delle opere su Traversetolo all’amministrazione comunale all’indomani dell’apertura del museo Brozzi perché restassero a disposizione delle scuole locali. Il Fantini si dedicò attivamente anche alla vita politica e sociale. Dopo la fondazione del Partito popolare di don Sturzo fu al fianco del senatore Giuseppe Micheli quale fondatore e collaboratore del giornale La Giovane Montagna. Fu inoltre consigliere comunale a Traversetolo prima dell’avvento del fascismo. Partecipò al secondo conflitto mondiale ricoprendo il grado di tenente colonnello e l’8 settembre 1943, rifugiatosi a Traversetolo con la famiglia, si prodigò per la sistemazione di numerosi profughi che arrivavano dalle località bombardate. Istituì nelle scuole elementari, con l’approvazione del Provveditore agli studi, le tre classi della scuola media. Ritornato a Bologna, fu il primo presidente dell’Unione Cattolica Insegnanti Medi e fu chiamato a far parte del consiglio superiore della Pubblica Istruzione. Si prodigò molto anche a favore degli ammalati, in particolare dei più umili e diseredati. Per le sue molteplici e lodevoli attività ricevette numerose onorificenze. Andava particolarmente fiero, oltre che del cavalierato, della commenda di San Gregorio Magno che gli fu conferita dal Papa su proposta del cardinale Lercaro. Collaborò a vari giornali, tra cui L’Osservatore Romano, l’Avvenire d’Italia e la Gazzetta di Parma. Per il Fantini la conoscenza storica costituì sempre il momento essenziale, sia per cogliere a pieno i valori dai quali muovere, sia per i riferimenti concernenti la continuità di un processo che non poteva avere rotture ma soltanto nodi da sciogliere. Nel Fantini questo costante richiamo alla conoscenza storica trovò conferma in campi e settori svariati: nella sua numerosissima produzione giornalistica e nella prolungata serie di conferenze nelle quali si riversarono, in forma piana e accessibile a tutti, i risultati e le conclusioni delle indagini compiute. Una parte minima, rispetta al molto materiale lasciato, di questa attività memorialistica fu pubblicata. Vi traspare, venato da una sottile ironia, l’interesse per le vicende umane, congiunto con la precisa consapevolezza della relatività delle azioni umane, un diffuso spirito di tolleranza e di rispetto per le opinioni altrui e per la ragione che sempre può ritrovarsi, se si cerca, in quelle opinioni. Emergono, inoltre, gli ambiti e i limiti della sua scelta di vita. Sia come attore e testimone, sia come storico, al Fantini possono applicarsi le parole che egli stesso dedicò all’amico e, per molti aspetti, maestro, Umberto Beseghi. Ebbe, infatti, tre amori: Parma, attraverso Traversetolo, la Chiesa e Bologna. Della sua formazione e della sua attività a Parma sono particolarmente da ricordare la comunanza di impegno e di interessi con Giuseppe Micheli, la presenza nelle file della gioventù cattolica, modellata sul sistema educativo salesiano, l’azione politica, dopo la dura e sofferta esperienza della prima guerra mondiale, nel partito popolare, di cui fu dirigente provinciale quando ormai il consenso del fascismo stava raggiungendo l’apice, nel 1924. In questa esperienza unitaria sono rintracciabili i motivi del suo interesse per la ricerca storica locale e del suo patriottismo, concepito come concreta esperienza di popolo, che lo portò a condividere le speranze e le fatiche dell’ultima guerra del Risorgimento e, a un tempo, a ritenere superati gli storici steccati, per reinserire in concreto la Chiesa nella storia del popolo italiano. Non a caso, quindi, il Fantini cercò, trasferitosi a Bologna, la propria collocazione in ambiti con la medesime caratteristiche. Collaborò a La Sorgente, il settimanale popolare uscito tra il 1924 e il 1926, prese parte al gruppo del Vangelo, contribuì a costituire il nucleo che diede vita, negli anni Trenta, al Movimento dei laureati di Azione Cattolica e lavorò nelle Conferenze di San Vincenzo, che rappresentarono in quegli anni la punta avanzata dell’azione sociale dei cattolici bolognesi durante il fascismo. A queste attività, riprese nel dopoguerra, dopo il suo rientro da Traversetolo, può aggiungersi il contributo da lui dato alla costituzione dell’Unione cattolica insegnanti medi. All’attività pratica del Fantini sono collegati molteplici aspetti della sua ricerca storiografica. Per determinare all’interno di una cospicua produzione, che supera i seicento lavori, sparsa in quotidiani e periodici, i principali indirizzi tematici, si può affermare che i suoi interessi prevalenti riguardarono la storia di Traversetolo, alcuni aspetti della storia di Parma, in particolare riferiti al primo cardinale parmense, Gerardo Bianchi, la storia delle Conferenze di San Vincenzo a Parma e a Bologna, la scuola e l’istruzione popolare a Bologna prima dell’unità, la storia della stampa cattolica bolognese, la storia della Chiesa di Bologna nel Risorgimento e gli studi sul cardinal Oppizzoni. Infine vanno segnalati alcuni saggi e articoli tendenti a riproporre la figura del Carducci attraverso soprattutto i documenti dell’archivio Masotti. Come si vede, si tratta di una notevole varietà di temi, racchiusi tuttavia in un periodo di tempo sostanzialmente limitato, quello del Risorgimento. Anche il loro sviluppo, che si accentra negli anni Sessanta, trasse origine da un preciso programma di ricerca formulato fin dal 1931. È evidentemente impossibile ripercorrere, sia pure a grandi linee, l’intero sviluppo della ricerca del Fantini. Basterà accennare a due aspetti: il nucleo tematico concernente Traversetolo e la sua collaborazione alla Gazzetta di Parma. Non può meravigliare che i primi lavori del Fantini riguardino Traversetolo. Ben più significativa è la continuità di questo interesse, legato spesso a occasioni celebrative. Nell’arco di un cinquantennio, dal 1922 al 1974, con saggi e articoli, il Fantini continuò a ritornare sull’argomento, di volta in volta fornendo nuovi particolari, sottolineando nuovi aspetti, raccogliendo nuove testimonianze, infine aggiungendo la propria alle altre, fino a descrivere la vita del Comune e del suo territorio dal primo insediamento delle antichissime popolazioni italiche al Novecento. Così, alla necrologia dei morti per la Patria, il suo primo opuscolo, scritta nel 1922 quale reduce e segretario del comitato per l’erezione del monumento alla memoria, fece seguire, due anni dopo, il saggio sulla storia del Comune dalle origini agli ultimi sviluppi, significativamente pubblicato nella biblioteca de La Giovane Montagna. Preceduti da una serie di articoli, che in qualche modo ne anticiparono il contenuto, nel 1929 pubblicò ulteriori cenni storici in occasione dell’inaugurazione della chiesa parrocchiale e, passati dieci anni, un nuovo lavoro incentrato sull’istruzione a Traversetolo per celebrare degnamente l’inaugurazione del nuovo edificio scolastico. Nel 1942, ancora nei quaderni de La Giovane Montagna, raccolse gli articoli dedicati a Traversetolo e il  Risorgimento nazionale, ricostruendo gli accadimenti del 1831, del 1848-1849, del 1859 e 1860, per giungere fino al 1870. Del 1947, a cura dell’Associazione Nazionale Partigiani Italiani, è invece la pubblicazione del diario redatto durante il periodo clandestino. Infine, nel 1974, in una serie di articoli sulla Gazzetta di Parma, tracciò la storia di Traversetolo dagli inizi del Novecento al fascismo. Anche la sua collaborazione alla Gazzetta di Parma iniziò negli anni Venti, con un articolo, il 31 maggio 1923, su Renato Brozzi. Se si considerano gli articoli apparsi sul Corriere Emiliano, le sue collaborazioni furono oltre sessanta, prevalentemente volte a mettere a fuoco episodi e personaggi parmensi. Va aggiunto che sono concentrate negli anni Sessanta e Settanta. L’ultimo articolo del Fantini, su monsignor Conforti servo di Dio, apparve proprio sulla Gazzetta di Parma il 1° luglio 1979.
FONTI E BIBL.: G. Mariotti, Fantini Rodolfo, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1935, 27; Morto a Bologna il prof. Fantini. Ricostruì anche la storia del paese, in Gazzetta di Parma 17 agosto 1979, 11; P. Triani, La scomparsa del prof. Rodolfo Fantini, in Vita Nuova 33 1979,8; A. Albertazzi, Parma, la Chiesa e Bologna: i tre amori di Rodolfo Fantini, in Gazzetta di Parma 15 agosto 1982, 3; Gazzetta di Parma 15 agosto 1993; Fantini Rodolfo, in Enciclopedia di Parma, 1998, 319.

FANTOCCI FRANCESCO
Parma 1650 c.-Ferrara post 1727
Detto il Parma. Non si conoscono gli estremi anagrafici del Fantocci, che è documentato a Ferrara in qualità di pittore dal 1711 al 1727. Secondo il Baruffaldi (1697-1722), fu scolaro del pittore ferrarese Francesco Costanzo Catanio (morto nel 1665), al quale servì, in giovanissima età, da modello per il fanciullo dipinto nel quadro rappresentante San Matteo assalito dai masnadieri della chiesa di Santo Spirito a Ferrara. Scarse e non documentate sono le notizie sulla sua attività prima del 1711, benché sia il Cittadella (1783) sia il Boschini (1846) lo ritengano già vivente alla data 1650. Il Baruffaldi, che conobbe personalimente il Fantocci e da lui ebbe numerose informazioni sul Catanio suo maestro, afferma che morì in età molto avanzata. Non è neppure certo se il Fantocci sia nato a Parma o piuttosto a Ferrara, anche se la sua presenza fin da fanciullo nella bottega del Catanio fa ritenere che comunque la sua formazione sia stata ferrarese. Il Cittadella lo ricorda come uomo onoratissimo e sufficientemente pittore e afferma che si distinse soprattutto nel copiare con gran diligenza le opere del suo maestro e dei migliori autori. Ancora il Cittadella elenca diverse prove del Fantocci: Annunciazione di Maria, dipinta nelle portelle dell’organo vecchio nella chiesa di Santo Stefano a Ferrara (non identificata), un San Michele arcangelo ad affresco sulla facciata della chiesa di San Michele (perduto), diversi quadretti coi Miracoli della beata Vergine del Carmine nella cappella omonima in San Paolo (non identificati), pitture a fresco nell’oratorio della Penitenza annesso alla chiesa del Gesù (non più esistente) e un dipinto (non identificato) con la Morte di Sant’Alessio sopra la porta dell’omonima chiesa (distrutta). La prima notizia documentata del Fantocci è offerta da una delibera del maestrato dei Savi in data 19 giugno 1711, dalla quale si apprende la nomina di Fantozzi Parma a pittore pubblico al posto di Francesco Borsatti (Ferrara, Biblioteca Ariostea, Fondo delibere Maestrato dei Savi). La stessa notizia è riportata anche da L.N. Cittadella (1868), che contesta la presunta data di nascita (1650) proposta da C. Cittadella (1783), ritenendola troppo anticipata rispetto alla notizie offerte dai documenti. Nel 1718 il Fantocci partecipò insieme con T. Raffanelli alla decorazione del catafalco per il conte Nicolò Palla Strozzi, giudice dei Savi, in occasione del suo funerale, dipingendo insegne e banderuole, pagategli il 12 maggio 1718 (Ferrara, Biblioteca Ariostea, Fondo delibere Maestrato dei Savi). L.N. Cittadella riporta i nomi degli artisti e artigiani che collaborarono alla esecuzione del catafalco e alla scenografia delle esequie. Sotto la direzione di F. Mazzarelli, architetto della rinnovata Cattedrale, lavorarono per il funerale del Palla Strozzi, morto in carica il 3 maggio 1718, T. Raffanelli e il Fantocci, che approntarono cartelloni, muriccioni e ornamenti, mentre il tornitore P. Lupi eseguì le banderuole e le armi poi dipinte dal Fantocci. Sempre in qualità di pittore del Comune, il Fantocci il 5 luglio 1724 fu retribuito per avere eseguito una macchina per fuochi artificiali in occasione dei festeggiamenti per l’elezione di papa Benedetto XIII (Ferrara, Biblioteca Ariostea, Fondo delibere Maestrato dei Savi). La sua qualifica di pittore comunale lo portò anche a eseguire incarichi di tipo artigianale. Il 22 giugno 1725, infatti, fu pagato per aver dipinto le insegne del maestrato sopra sei bussolotti per le votazioni del Gran Consiglio (Fondo delibere Maestrato dei Savi). L’ultima commissione pubblica risale al 1727: il 13 luglio di quell’anno il Fantocci fu retribuito per avere dipinto nella sala del maestrato le insegne del Muzzarelli, giudice dei Savi uscente (Fondo delibere Maestrato dei Savi). Dopo questa data il suo nome scompare dalle delibere comunali e di lui non si trova più cenno nella letteratura locale.
FONTI E BIBL.: G. Baruffaldi, Vite de’ pittori e scultori ferraresi, Ferrara, 1846, II, 225 s.; C. Brisighella, Descrizione delle pitture e sculture della città di Ferrara, a cura di M.A. Novelli, Ferrara, 1991, ad Indicem; C. Cittadella, Catalogo istorico de’ pittori e scultori ferraresi e delle opere loro al pubblico esposte, Ferrara, 1783, III, 221, 228 ss.; P. Zani, Enciclopedia metodica critico-ragionata delle belle arti, Parma, 1821, I/8, 196; L. Lanzi, Storia pittorica della Italia, Venezia, 1838, XI, 85; G. Boschini, Vite di varii pittori e scultori ferraresi, in G. Baruffaldi, Vite de’ pittori, Ferrara, 1846, II, 591; L.N. Cittadella, Notizie amministrative, storiche, artistiche relative a Ferrara, Ferrara, 1868, I, 221, 634; A. Mezzetti-E. Mattaliano, Indice ragionato delle Vite de’ pittori e scultori ferraresi di  G. Baruffaldi, Bergamo, 1980, I, 112 s.; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, XI, 262 (sub voce Fantozzi Francesco); P.A. Corna, Dizionario della storia dell’Arte in Italia, Piacenza, 1930, 1; Enciclopedia pittura italiana, II, 1950, 892; Dizionario Bolaffi Pittori, IV, 1973, 303; A.M. Fioravanti Baraldi, in Dizionario biografico degli Italiani, XLIV, 1994, 657-658.

FANTONI CARLO
Milano 1909-Parma 9 agosto 1997
Si trasferì a Parma con la madre a seguito della prematura scomparsa del padre. Il Fantoni rivelò subito il suo temperamento brillante e la sua versatilità innata, che ne fecero un presentatore applaudito. Quando sorse a Parma la Famija Pramzana, ne fu subito un fervente sostenitore, tanto che il primo presidente, Piero Pioli, intravide in lui il segretario ideale. Per un decennio il Fantoni fu segretario della Famija Pramzana e poi, per quasi quindici anni (1962-1977), presidente. Un periodo, quello della presidenza del Fantoni, coinciso con il rilancio del periodico Al Pont ad Mëz, con la popolarità della maschera parmigiana Al Dsevod, con le iniziative filantropiche del Cesten d’Nadel, con le gare di solidarietà per il Vajont, per il Friuli e per l’India. Memore della sua prima esperienza di abile presentatore, il Fantoni divenne anche banditore di aste benefiche. Il Parma Calcio chiamò il Fantoni come segretario e accompagnatore ufficiale della squadra. Fu anche membro del direttivo della sezione dei veterani dello sport.
FONTI E BIBL.: R. Piazza, 50 anni Famija Pramzana, 1997, 141; Gazzetta di Parma 12 agosto 1997, 8.

FANTONI EUGENIO
Parma 1923-1984
Frequentò il liceo classico al Collegio militare di Roma e l’Accademia militare di Livorno. Date le dimissioni dalla Marina, si iscrisse alla facoltà di ingegneria mineraria a Bologna. Non si diplomò in nessun corso artistico, ma si dedicò alla pittura, inventando un filone tra il popolaresco e il fantastico. Nel 1973, a causa di una grave malattia, abbandonò ogni attività imprenditoriale, concentrandosi solo sull’arte. Partecipò a varie rassegne di pittura naïve, tra le quali I Vangeli naïfs a Modena, e ad altre, come Pittura contemporanea parmense nel castello di Bardi (1977) e Via Crucis nella chiesa dello Spirito Santo di Parma (1976). Una sua rubrica, composta da disegni e da poesia dialettali (scritte dallo stesso Fantoni, valido anche come poeta in vernacolo), venne pubblicata sulla terza pagina del lunedì del quotidiano Gazzetta di Parma nel 1975.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 128.

FANTONI GIUSEPPE
Borgo San Donnino 10 novembre 1806-Parma 24 aprile 1878
Nato da famiglia di artigiani, per sua vocazione si diede alla carriera ecclesiastica e fu ordinato sacerdote. In gioventù fu in rapporto di amicizia coi suoi illustri concittadini don Pietro Zani e don Paolo Gandolfi. A vent’anni cominciò a insegnare in Borgo San Donnino. Nel 1827 fu chiamato quale maestro insegnante nelle Scuole Comunali di Parma, allora limitate a una sola classe delle lingue italiana e latina. Dopo alcuni anni passò maestro degli alunni del Monastero dei Benedettini in Parma. Il Fantoni fondò poi in casa propria una scuola di tutte le classi ginnasiali. Continuò con alcuni collaboratori nella direzione di questa scuola speciale fino al 1859, anno in cui fu nominato direttore del Ginnasio Parmense. Colto latinista, oltre ad alcune opere letterarie lasciò molti lavori politici ed epigrammatici di stile oraziano (tutti inediti). Nel 1859 ebbe l’onore di essere presentato in Torino a re Vittorio Emanuele di Savoja, il quale, in attestato di stima, lo onorò del titolo di Cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro e, dopo qualche anno, del titolo di Cavaliere della Corona d’Italia.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 80-82.

FANTONI ISABELLA
Fivizzano 1811-Firenze 1856
Il marchese Guido Dalla Rosa scrisse ripetutamente di lei nelle sue Memorie illustrandola come una dama di grande avvenenza, di mente elevata, coltissima, di animo generoso seppure di carattere altero e fermo nei suoi principi. Nata da nobile famiglia, fu un amore giovanile del poeta Giuseppe Giusti, ma andò invece sposa al conte Francesco Caimi, che disimpegnò le mansioni di maggiordomo maggiore. La Fantoni, pure essendo di idee conservatrici e dama di palazzo, non fu totalmente ostile alle idee di indipendenza che si andavano maturando in Italia. Il suo salotto, al pari di quello della contessa Albertina Sanvitale, divenne uno dei centri principali della società intellettuale parmense e la Fantoni fu perciò al corrente di ogni movimento politico, pur mantenendo un contegno irreprensibile. È interessante leggere in merito una lettera informativa del podestà Bolla al barone Werklein ove riferisce dei moti cittadini verificatesi nel 1831 a Parma. Il Bolla narra come in un giorno di agitazione, sul corso non vi fosse che la carrozza della Fantoni e che al veglione tutti i palchetti delle due file principali erano vuoti, meno due: quello della Sanvitale e quello della Fantoni. La prima però mise fuori la bandiera tricolore che fu portata attorno pel teatro, intorno alla quale si ballò e infine collocata sul palchetto grande. Nel 1847-1848, con l’avvento degli ultimi Borbone la Fantoni e il marito ebbero molto adito presso la famiglia ducale. Misero a disposizione il loro palazzo di Pontremoli a Carlo di Borbone durante le manovre militari ivi effettuate, invito che il Duca tuttavia non accettò, preferendo l’albergo. Tuttavia Carlo di Borbone firmava senza leggere ogni pratica inoltrata da qualunque amico del conte Caimi (Cappellini). Ma gli avvenimenti in Italia maturarono rapidamente e la Fantoni, dama di palazzo della duchessa Luisa Maria, cercò in varie evenienze di alleviare ai Parmigiani i danni del malgoverno di Carlo di Borbone, al punto di ventilare con la Duchessa (della quale era intima amica) una congiura di palazzo onde indurre il Duca ad abdicare e salvargli così la vita (1853). Per pura fatalità il piano venne scoperto e la Fantoni licenziata da Corte. La Duchessa venne segregata a palazzo in stretta sorveglianza e l’anno seguente Carlo di Borbone fu assassinato. Dopo tale evento la Fantoni venne riammessa a Corte ma non trovò l’ambiente di prima e anche per ragioni di salute si ritirò nella sua villa a Felino. Ben presto si trasferì a Firenze, ove morì a soli 45 anni. Un anno prima, per sua diretta intercessione, aveva ottenuto dalla Reggente la grazia di rimpatrio per l’esule conte Luigi Sanvitale, marito di Albertina di Montenovo, implicato nei moti del 1848. Fu l’ultima attestazione della sua generosa attività verso i patrioti.
FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 624-625.

FANTOZZI FRANCESCO, vedi FANTOCCI FRANCESCO

FARABOLI GIOVANNI
San Secondo Parmense 23 marzo 1876-Parma 4 febbraio 1953
Nato da famiglia contadina, fu contadino egli stesso. Il Faraboli, pur avendo la sola istruzione elementare, divenne però ben presto, grazie alle sue notevoli capacità organizzative, uno dei più attivi coordinatori delle attività contadine della sua zona, creando una vasta organizzazione di base e un solido movimento cooperativo. Tale movimento, di cui il Faraboli fu l’infaticabile animatore, si articolò in cooperative di consumo per il conseguimento del calmiere e del controllo sui prezzi, in cooperative di lavoro per la gestione diretta delle opere pubbliche della zona e in cooperative agricole sotto forma di affittanze collettive di vaste estensioni di terreni. A sostegno di queste organizzazioni il Faraboli creò sia un piccolo istituto di credito locale che, raccogliendo i risparmi dei lavoratori, finanziasse coloro che ne avevano bisogno, sia un’azienda industriale per lo sfruttamento dei legnami di produzione cooperativa, vedendo la necessità di sviluppare un’industria integratrice dell’agricoltura al fine di combattere la disoccupazione. Il Faraboli non trascurò neppure il campo educativo e culturale, dove si prodigò organizzando corsi serali per i lavoratori analfabeti, oltre a dibattiti, conferenze e a una fornitissima biblioteca popolare. Iscrittosi nel 1902 al Partito Socialista Italiano (appartenne alla corrente riformista), propagandò attivamente le idee socialiste nell’ambito del mondo rurale, dove la sua notevole capacità di comunicativa esercitò un forte ascendente. Fin dal 1901 fondò a Fontanelle una lega contadina di cui fu eletto presidente e che ben presto si articolò in una fitta rete organizzativa. In seguito alla sua intensa attività (nel 1902 fu tra i firmatari della circolare invitante i contadini parmensi allo sciopero) venne nominato nel 1905 membro della commissione esecutiva della Camera del lavoro di Parma (in quel periodo diretta da Alessandro De Giovanni), alla cui costituzione aveva partecipato, divenendo più tardi, dopo la scissione, segretario della Camera confederale del lavoro. Lo stesso anno, al congresso delle leghe operaie tenutosi a Ragazzola di Roccabianca fece votare la partecipazione delle leghe alla vita politica e, nel corso del congresso provinciale socialista tenutosi a Parma pochi giorni dopo e di cui fu uno dei presidenti, ottenne che i rappresentanti delle leghe avessero voto deliberativo. Nel 1906, oltre a intensificare la propria attività di conferenziere, parlando a favore della rivoluzione russa e del suffragio universale, rappresentò le leghe contadine di Noceto, Polesine, Roccabianca e Zibello al 2° Congresso nazionale dei lavoratori della terra, tenutosi a Bologna, dove chiese si votasse una legge a disciplina dei lavoratori di bonifica. I primi sintomi dei contrasti all’interno della Camera del lavoro di Parma, maturati intorno alla decisione del segretario De Giovanni di non aderire al Congresso di costituzione della Confederazione Generale del Lavoro, tenutosi a Milano nel settembre del 1906, portarono il Faraboli e le leghe della Bassa a scontrarsi con l’impostazione prevalente nell’organismo Camerale. Momentaneamente risolti i contrasti, con la partenza di De Giovanni e l’assunzione della direzione della Camera del lavoro da parte di Alceste De Ambris, il Faraboli collaborò con il nuovo segretario, facendo compiere al movimento sindacale una forte avanzata, culminata nel successo dello sciopero del maggio del 1907. L’adesione a un nuovo organismo nazionale di impostazione sindacalista, sancita nel convegno di Parma dell’autunno del 1907, spinse il Faraboli a promuovere la rottura con la maggioranza della dirigenza camerale. L’anno successivo, quando si preparò lo scontro con l’agraria, venne consumata la scissione e si formò una nuova Camera del lavoro, con sede a Borgo San Donnino, aderente alla Confederazione Generale del Lavoro, che appunto ebbe nel Faraboli uno degli elementi più attivi. Oggetto di pesantissimi attacchi da parte della stampa e dei dirigenti sindacalisti, accusato di essere responsabile della scissione e di aver puntato, per bassi interessi politici, alla sconfitta dei lavoratori diretti dalla Camera del lavoro di arma, il Faraboli proseguì in quei drammatici mesi la sua opera di organizzatore, rivolgendo la sua attenzione soprattutto alla battaglia contro la disoccupazione e alla espansione dell’attività della Camera del lavoro di Borgo San Donnino, che cercò di unificare tutte le forze scontente della conduzione sindacalista. Nel marzo del 1908, nominato membro del consiglio nazionale della Federazione dei lavoratori della terra, tenne al 3º Congresso di Reggio Emilia una relazione sul patto colonico esaminando le diverse situazioni regionali e proponendo un ordine del giorno di rivendicazioni per impedire l’inevitabile meccanismo di indebitamento verso il padrone. Lo stesso anno prese parte al congresso nazionale della resistenza, tenutosi a Modena, in rappresentanza delle varie organizzazioni operaie riformiste della provincia di Parma, divenendo anche membro del consiglio nazionale della Confederazione del lavoro per la stessa provincia. Nel maggio partecipò al consiglio nazionale dei lavoratori della terra, tenendovi una relazione, insieme ad A. Altobelli, sull’agitazione agraria del Parmense e vide approvata dal consiglio l’opera della federazione per il concordato di solidarietà tra le Camere del lavoro di Parma e di Borgo San Donnino. In tale occasione fu nominato membro della commissione che doveva raccogliere e distribuire gli aiuti agli scioperanti. Nell’ottobre dello stesso anno fu organizzatore di un congresso a Fontanelle, dove, oltre a essere relatore sull’operato del consiglio durante lo sciopero del Parmense, parlò anche sui problemi della propaganda, della disoccupazione e della lotta agraria. Fu quindi eletto membro della commissione esecutiva della Camera del lavoro di Borgo San Donnino. Nell’aprile del 1909 il Faraboli, assieme a Italo Salsi, Riccardo Bo’, Biagio Riguzzi, Demetrio Pelloni, Battista Olivieri ed Edgardo Fava, promosse un congresso di tutte le leghe della provincia non aderenti al metodo dell’azione diretta, per dare vita a una Camera del lavoro provinciale collegata con la Confederazione generale del lavoro. Lo sforzo di aggregare intorno a un nuovo centro gli effetti della momentanea diaspora sindacalista non sortì un solido risultato e ben presto l’influenza riformista si restrinse all’area borghigiana. Sempre attivamente impegnato nella soluzione dei problemi economici e politici della zona e assiduo sostenitore della cooperazione integrale, fondò nel 1910 a Fontanelle una lega mista di miglioramento tra sarti, calzolai, mugnai, fabbri, falegnami e carrettieri. Nel novembre dello stesso anno preparò il 3° Congresso delle organizzazioni aderenti alla Camera del lavoro di Borgo San Donnino, riferendo in tale occasione sul tema della disoccupazione, argomento del quale si occupò sempre in modo particolare e sul quale fu relatore anche nei congressi degli anni successivi. Le polemiche all’interno del movimento socialista non fiaccarono l’espandersi dell’attività degli organizzati di Fontanelle, che sotto la guida del Faraboli ingaggiarono una strenua lotta per assicurare al Comune di Roccabianca una amministrazione democratica e onesta. Da sempre il Comune era stato in mano agli agrari, che avevano spadroneggiato sino a compiere vere e proprie sopraffazioni contro le organizzazioni cooperative dei socialisti. La battaglia per l’amministrazione comunale durò anni e fu punteggiata da episodi di intolleranza da parte degli agrari, sostenuti dalle autorità. Da parte loro i lavoratori risposero iscrivendosi in gran massa nelle liste elettorali, frequentando i corsi di alfabetismo che venivano promossi nella scuola serale all’interno della casa dei socialisti, che costituì l’immagine più netta delle conquiste del proletariato di Fontanelle. Dotata di accoglienti locali, dove fnzionavano spacci e avevano sede le cooperative di lavoro, le leghe, la sezione del partito e la Biblioteca Edmondo De Ambris, inaugurata nel 1910, la casa dei socialisti di Fontanelle aprì, nel Comune di Roccabianca e nella Bassa, la strada al movimento cooperativo di consumo e fu seguita da analoghe iniziative sorte a Stagno, a Pieve Ottoville, a Santa Croce di Polesine e a Ragazzola. Nel 1911 l’amministrazione di Roccabianca decise di aumentare la tassazione sui pubblici esercizi, ripartendola in modo che circa un terzo dell’aumento ricadesse sulla cooperativa, alla quale in quel periodo aderiva il novanta per cento dei lavoratori. La sfida mossa dagli agrari ben presto si ritorse contro di loro perché una vasta agitazione condotta dai lavoratori, dalle loro organizzazioni e dal giornale L’Idea costrinse l’autorità prefettizia a decretare lo scioglimento dell’amministrazione. Alle nuove elezioni il Comune passò in mano alle forze popolari, animate dal Faraboli, che elessero alla carica di sindaco il giovane contadino Paolo Bertoluzzi. Nel 1911 il Faraboli fu eletto membro del comitato federale al 4° Congresso della Federazione dei lavoratori della terra e nel 1914 consigliere comunale di Roccabianca. Divenuto segretario della Camera confederale del lavoro di Borgo San Donnino, presenziò in tale veste al congresso tenuto da quell’organismo all’inizio del 1915, mentre all’inizio dell’anno successivo partecipò come rappresentante delle associazioni del Comune di Roccabianca al congresso annuale della Camera del lavoro di Parma. Durante la guerra svolse intensa propaganda neutralista, promuovendo a tale scopo in tutto il Basso Parmense manifestazioni pubbliche e private, cercando di coinvolgere, quando fu possibile, anche i militari. Nell’immediato dopoguerra riprese infaticabile la propria attività nell’ambito cooperativistico. Nel 1918, redattore responsabile di Per la vita! L’Idea, organo della Camera confederale del lavoro di Parma e fiduciario del partito socialista, venne nominato membro del primo consiglio di amministrazione della Federazione nazionale delle cooperative agricole, con sede a Bologna, costituitasi nel febbraio dello stesso anno. Nell’agosto inviò alla segreteria della Federazione nazionale dei lavoratori della terra una relazione d’inchiesta sulle commissioni provinciali d’agricoltura, criticando il contegno dei commissari nominati dall’autorità politica e lamentando la scarsa ingerenza lasciata ai rappresentanti delle organizzazioni socialiste ufficiali nonostante la loro importanza nelle campagne. Nel settembre del 1918 partecipò, come rappresentante della Camera confederale del lavoro di Parma, alla riunione del consiglio nazionale della Confederazione Generale del Lavoro, tenutasi a Milano per discutere sulle dimissioni del consiglio direttivo e sulla nomina dei nuovi consiglieri. In tale occasione firmò, unitamente a G. Zirardini e Bentivoglio, l’ordine del giorno Mazzoni-Mariani con il quale vennero respinte le dimissioni di R. Rigola e del consiglio direttivo e affidato incarico a quest’ultimo di determinare con la direzione del Partito Socialista Italiano gli accordi più idonei a regolare correttamente, secondo i dettami dell’Internazionale, i rapporti tra partito e sindacato. Alla fine dello stesso anno, seguendo le direttive del Partito socialista, costituì a Fontanelle la sezione della Lega nazionale proletaria tra mutilati, invalidi, feriti e reduci di guerra e, contemporaneamente, venne nominato membro della giunta esecutiva della commissione centrale per gli uffici di collocamento di Parma, quale rappresentante dei lavoratori dei campi. Nel giugno del 1919 partecipò al congresso nazionale dei lavoratori della terra, tenutosi a Bologna, venendo nominato membro del comitato direttivo della federazione. In seguito all’avvento del fascismo e alla conseguente distruzione di tutta l’organizzazione contadina cooperativista della Bassa padana (tra il 1921 e il 1923 furono distrutte le cooperative socialiste di Pieve Ottoville, di Roccabianca e Fontanelle), il Faraboli si trasferì a Milano, pur continuando a mantenere i contatti con i compagni della sua zona. Intanto, divenne membro della direzione del Partito socialista unitario (cui aveva aderito nel 1922) e in tale qualità partecipò, dopo il delitto Matteotti, alle vicissitudini aventiniane, sostenendo l’importanza della questione morale e aderendo pienamente al convinto secessionismo del proprio partito. Rifugiatosi in Francia nel 1926 in seguito allo scioglimento del Partito Socialista Unitario e alle crescenti persecuzioni fasciste, si stabilì a Tolosa, nel Sud-ovest, dove l’emigrazione italiana era particolarmente numerosa e dove molti contadini, specie dell’Emilia-Romagna, si erano trasferiti a coltivare le campagne lasciate in crescente abbandono dopo la prima guerra mondiale da parte della manodopera francese. Redattore, nel 1926, del giornale antifascista Mezzogiorno, il Faraboli ottenne in seguito un impiego alla Bourse du travail, riprendendo immediatamente l’attività di organizzatore e prestando intensamente la sua opera, in collaborazione con E. Caporali, militante della Confédération générale du travail, per attrarre i propri connazionali nel Sindacato degli agricoltori italiani, legato alla Confédération générale du travail, secondo le direttive del Comitato di azione antifascista di Parigi. In questo periodo, insieme a Degrada e G. Bensi, il Faraboli mise in piedi un’importante organizzazione cooperativa detta Unione delle cooperative che, specie negli anni precedenti la grande crisi, fu mezzo di impiego per molti operai, contribuendo a diffondere il socialismo tra gli emigrati. Infaticabile propagandista degli ideali antifascisti, per la cui diffusione organizzò nei centri maggiormente popolati da Italiani riunioni e conferenze incitanti sia contro il governo che contro le autorità consolari e i fascisti conosciuti di ogni zona, il Faraboli divenne segretario della locale Federazione del lavoro e nel 1930, dopo la riunificazione dei due rami del socialismo (di cui fu strenuo sostenitore), segretario della sezione G. Matteotti del Partito Socialista Italiano di Tolosa. Presente a tutti i congressi del partito in esilio, come rappresentante di Tolosa e della federazione del Sud-ovest, sottolineò sempre, in tali occasioni, le esigenze di potenziare la struttura organizzativa, nel complesso piuttosto carente, e di collaborare strettamente con il movimento sindacale. Nel 1937 a Parigi, pur concordando sulla necessità di una stretta collaborazione social-comunista, si oppose all’ingresso dei socialisti nell’Unione popolare (organizzazione di massa dell’emigrazione, creata dal Partito Comunista Italiano), temendo che la perdita dell’autonomia organizzativa comportasse sostanzialmente per il socialismo anche la perdita dell’autonomia politica. L’aggressione fascista all’Etiopia, che sollevò discordanti reazioni nel mondo dell’emigrazione italiana, venne duramente condannata dal Faraboli, che organizzò iniziative per manifestare la protesta dei lavoratori italiani contro l’atto banditesco compiuto dal governo di Mussolini. Altre iniziative furono promosse dal Faraboli in sostegno alla Spagna repubblicana, per aiutare la resistenza e per assistere le popolazioni. L’azione del Faraboli non si limitò comunque solo a questa importantissima sfera: infatti lo si trova al seguito di Pietro Nenni in un giro di comizi che nel 1939 il dirigente socialista tenne nei più importanti centri della regione Sud Ovest, così come lo si trova assieme a Luigi Campolonghi, esponente della Lega dei diritti dell’uomo, a Muret, dove prese la parola per propagandare la necessità di una più decisa iniziativa antifascista. Il rapido precipitare della situazione, con la sconfitta dell’esercito francese, l’invasione nazista e fascista e la formazione del governo di Vichy, modificò la stessa geografia del fuoruscitismo, che per un certo periodo parve trovare nella regione del Sud Ovest un luogo assai sicuro. A Tolosa il Faraboli assunse l’incarico di segretario del Comitato di assistenza dei profughi italiani, che nei fatti assicurò, sotto quella forma, la prosecuzione dell’attività della Federazione socialista sciolta dalle autorità. Ben presto anche il Comitato, che provvedeva a erogare ai fuorusciti sussidi raccolti con sottoscrizioni inviate anche da Luigi Antonini, esponente del sindacalismo americano con il quale il Faraboli strinse rapporti, venne a subire la repressione degli occupanti che costrinsero il Faraboli e gli altri più noti antifascisti a lasciare la loro attività. Il Faraboli fu obbligato così a stabilire un nuovo dimicilio, dove venne attentamente sorvegliato. Lo scoppio della seconda guerra mondiale lo trovò ancora a Tolosa, dove diresse la federazione socialista del Sud-ovest, cui, poco prima dell’occupazione tedesca di Parigi, venne dato incarico di mantenere la continuità legale e organizzativa del Partito Socialista Italiano, incarico passato in un secondo tempo alla federazione svizzera. Internato dalle autorità francesi nel campo di Vernet, assieme a G. Faravelli, a M. Levi e a molti altri, nella primavera del 1942, in seguito a denunzia per sovversivismo (fu accusato di aver stampato e diffuso il giornale La Parola degli Italiani, contenente appelli per l’indipendenza, la pace e la libertà) della delegazione fascista locale, venne però rimesso in libertà dopo soli dieci giorni e quindi entrò nella Resistenza impegnandosi in un’opera di solidarietà e di assistenza ai partigiani. Al termine della guerra venne insignito dal presidente della Repubblica della stella dei benemeriti italiani all’estero come riconoscimento dell’opera da lui svolta in Francia a favore dei lavoratori italiani emigrati e dei valori della libertà. Gli ultimi anni della sua vita furono però solitari. Sentendo approssimarsi la fine, il Faraboli volle tornare in patria, dove si spense nell’Ospizio degli incurabili di Parma, poverissimo e ormai in disparte dall’attività politica e organizzativa che aveva assorbito tutta la sua vita.
FONTI E BIBL.: A. Garosci, Storia dei fuorusciti, Bari, 1953, 50 e 283; A. Valeri, Ricordo di Faraboli, in Critica Sociale 5 febbraio 1953; E. Guarini, L’estremo saluto a Giovanni Faraboli generoso e combattivo pioniere del socialismo. Una vita per l’idea, in La Giustizia 13 febbraio 1953; P. Bertoluzzi, Un’epoca in un uomo, in La Giustizia 20 febbraio 1953; G. Saragat, Onorando Faraboli noi ci impegnamo nelle nostre lotte contro ogni forma di oppressione per la creazione di una società socialista libera e giusta, in La Giustizia 9 settembre 1955; Giovanni Faraboli onorato nella sua terra. Costruttore di socialismo e alfiere di italianità, in La Giustizia 2 settembre 1955; Lotte agrarie in Italia, a cura di R. Zangheri, Milano, 1960, ad Indicem; Il partito socialista nei suoi congressi, IV, a cura di G. Arfé, Milano, 1963, ad Indicem; A. Landuyt, Le Sinistre e l’Aventino, Milano, 1973, ad Indicem; E. Stanghellini, Giovanni Faraboli, Patto colonico (3° Congresso nazionale dei lavoratori della terra, Reggio Emilia, 7-8-9 marzo 1908), Forlì, 1908; A. Landuyt, in Movimento Operaio Italiano, II, 1976, 293-297; U. Sereni, Il movimento cooperativo a Parma, 1977, 240-248.

FARABOSCHI ACHILLE
-Parma 19 settembre 1898
Fece la campagna del 1859 per il Risorgimento italiano.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 22 settembre 1898, n. 259; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 406.

FARASIO STEFANO
Parma 1488/1520
Nominato per la prima volta il 7 gennaio 1488 come figlio di Donnino, il 2 novembre 1496 ebbe un compenso dagli Umiliati per alcune miniature di fogliami e stemmi. Il 27 luglio 1500 gli fu pagato dalla Società del Sacramento della Cattedrale di Parma un ornamento miniato delle bolle papali. Eseguì molte miniatre per il Comune della città di Parma, come attestano i molteplici atti di pagamento. Il 27 giugno 1511 ricevette inoltre un compenso per minii del corale della Cattedrale. Il 3 aprile 1515 fece testamento, ma dovette vivere ancora diversi anni se il 28 maggio 1520 appare come teste in un atto notarile.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, XI, 1915; L. Testi, I corali miniati della chiesa di San Giovanni Evangelista in Parma, in La Bibliofilia 1918; Dizionario Bolaffi Pittori, IV, 1973, 307.

FARINA ALFREDO
Napoli 1892-Parma 17 aprile 1971
Da Napoli, nel cui conservatorio si era diplomati in clarino, si trasferì a Parma ancora giovanissimo. A Parma visse per oltre cinquant’anni, diventandone cittadino di adozione. Fu artista molto richiesto per le sue doti non comuni: suonò con  Toscanini e De Sabata e fu primo clarino al Teatro alla Scala di Milano e al Regio di Parma. Il Farina girò il mondo, impegnato in numerose tournée. Sposò Bianca Cabassa.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 18 aprile 1971, 5.

FARINELLI ALESSANDRO
Borgo San Donnino 1829-1899
Arcidiacono del Capitolo della Cattedrale di Borgo San Donnino, uomo di cultura e distinzione, fu tra il clero del suo tempo un personaggio di grande rilievo. Autore di vari scritti, nel 1853 pubblicò un’agiografia del patrono San Donnino.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, III, 1978, 1291-1292.

FARISEI FOSCARINO
Parma 1389
Calligrafo, operò nell’anno 1389 a Venezia, ove si conserva un codice nella Biblioteca Marciana con la segnatura Z. L. CCCLXIV. È possibile che il Farisei appartenesse alla famiglia di quell’Ambrogio Farisei citato dal Pezzana nella sua Storia di Parma (vol. I, pp. 5 App.). Il codice ha il titolo Lutii Quintii, curialis in secundo bello. È composto dei primi dieci libri della terza deca. Scritto in duplice colonna, finisce al folio 76: Mccclxxxviiii, XV februarii, inceptus fuit iste liber scribere et ipsum complevit XV marcii sequentis. Foscarinus de Phariçeis de Parma in Veneciis. Emptor leteris, corepto me potieris. Quod defuit adest, quod superabit abest. Titi Livii patavini historiographi omnium longe doctissimi, nec non rectoris et oratoris facundissimi de secundo bello punico liber decimus et ultimus, ab urbe condita XXX esplicit. Il codice consta di 80 fogli, in numero assoluto, assai deteriorati. Gli argomenti dei capitoli sono scritti con inchiostro rosso. Le lettere iniziali dei libri sono in rosso e oro, con miniature composte di fiori e immagini di uomini. Nel folio 77 sta scritto: Decadis tertiae libri decem. Codex Zachariae Barbari, ut colligitur ex adnotatione ab eius manu exarata in pagina anteriori ad historiae initium. Ioannes Baptistae Recanatus, patr. ven. adnotavit anno 1721. Arnaldo Drakenborch nel suo libro T. Livii, historiarum (vol. VII pp. 326) così scrive intorno al codice: Recanatianus est codex, quem servat Io. Bapt. Recanati patritii veneti bibliotheca. Eius excerpta vir clarissimus atque amicissimus Iac. Philippus d’Orvillius, quum in itinere italico Venetias adiens ibidem moraretur, impetravit et postea patriiis laribus restitutus officiose ad me transmisit. Utrum codex ille in membranis, aut in charta exaratus sit, nihil habeo quod dicam, nec certiora de eius aetate adferre possum. Ex us tamen mihi constitit non inter integerrimos ac primae auctoritatis referendum esse. In multis consentiebat codici bibliothecae Bodleianae inter Laudinos, quem Hearnius consuluit, et hac nota L. I. indicare solitus est. Praesertim vero solus ex omnibus meis exhibuit illam periodum, quam Hearnius ad libr. XXII, cap. XVIII, § 5 ex Laudino primo protulit, et Dodwellus dissertatione, huic tomo pag. 182 inserta, illustravit. Quum autem in notis ad eum locum uno verbo minuerim, Recanatianum in paucis a Laudino primo dissentire, integram nostri codicis lectionem hic abscribere in rem fore visum est. Per la cattiva piegatura dei fogli dall’undicesima alla quarantesima pagina, essi sono posposti. Anche il Valentinelli parla di questo codice nella Bibl. Mss. ad S. Marci Venetiarum (vol. VI p. 13).
FONTI E BIBL.: S. Lottici, Quattro copisti, 1903, 135.

FARNESE ALESSANDRO
Canino 23 febbraio 1468-Roma 10 novembre 1549
Figlio di Pierluigi, Signore di Montalto, e di Giovanella Caetani di Sermoneta, della famiglia di papa Bonifacio VIII. La sua giovinezza fu vissuta nella pienezza del Rinascimento, i lati luminosi e oscuri del quale si riflettono nella sua vita (Pastor). Il Farnese andò giovanetto alla Corte di Lorenzo de Medici per istruirsi (illustrò con dotte annotazioni le Epistole di Cicerone ad Attico) e, in seguito, frequentò le lezioni dell’Università di Pisa. A Roma ebbe per maestro il celebre umanista Pomponio Leto. La sua carriera ecclesiastica iniziò nel 1491: segretario e protonotario apostolico sotto papa Innocenzo VIII, poi, sotto il pontificato di Alessandro VI, tesoriere generale e cardinale diacono (dei Santi Cosma e Damiano, poi di Sant’Eustachio) nel 1493, quindi legato del Patrimonio e nel 1499 vescovo di Corneto e di Montefiascone. Con tutto ciò, i benefici toccatigli non furono molto numerosi e limitate le sue entrate, sicché la sua posizione in Corte non fu davvero eminente. Ma le condizioni del Farnese migliorarono quando gli fu concessa nel 1502 la legazione della Marca di Ancona, che mise in luce il suo grande valore e la sua straordinaria abilità politica. Se la fortuna del Farnese fu agevolata agli inizi dai rapporti della sorella Giulia con il papa Alessandro Borgia, non si può escludere che i progressi ulteriori della sua carriera politica ed ecclesiastica fossero dovuti esclusivamente ai suoi meriti e al suo ingegno. papa Giulio II ebbe sempre col Farnese i migliori rapporti e non solo lo conservò nella legazione della Marca di Ancona ma gli diede pure molte prove del suo straordinario favore: nel luglio del 1505 legittimò i due figli del Farnese, Pier Luigi e Paolo, nati rispettivamente nel 1503 e nel 1504 da una dama dell’aristocrazia romana, gli commise importanti ambascierie diplomatiche, assolte brillantemente, e lo nominò (28 marzo 1509) vescovo di Parma (amministratore perpetuo della Chiesa di Parma). Il Farnese prese possesso per procuratore della Diocesi il 16 agosto 1509. Il Farnese ebbe due vicari: Pompeo Musacchi, nobile parmigiano e poi vescovo titolare di Lidda, e Bartolomeo Guidiccioni di Lucca, uomo dottissimo, creato nel 1539 cardinale da papa Paolo III e suo vicario. La severa amministrazione che il Farnese impresse nel governo della sua Diocesi con l’aiuto del vicario Guidiccioni, mentre servì a togliere ingiustizie e abusi da lungo tempo radicati, andò predisponendo intorno alle maggiori gerarchie della Diocesi un’atmosfera di considerazione e fiducia che più tardi agevolò alla Chiesa anche il compito dell’assimilazione politica di tutto il distretto parmense. Se lo stato di guerra e le molte occupazioni diplomatiche sconsigliarono al Farnese di porre piede per molti anni nella Diocesi, furono tuttavia della massima importanza i consigli da lui dati al suo vicario, il quale, in tempi tanto difficili, poté muoversi con sicurezza sulla via tracciatagli dal Farnese. Vari documenti mostrano che l’interesse posto dal Farnese al Vescovado di Parma andò sempre più accrescendosi e non solo dal lato amministrativo ma anche dal lato morale. Il 7 novembre 1509 approvò gli statuti del venerando Consorzio, scritti dal consorziale Francesco Carpesano, dei quali statuti fu poi fatta la confermazione da papa Giulio II con suo breve del 23 luglio 1510. Le sue visite cominciarono a divenire frequenti dal 1512, lo furono ancora di più nel 1513 e nel 1514 e si mantengono numerose anche nel tempo del dominio straniero. Cordialissime furono sempre le relazioni del Farnese con la Comunità di Parma, anche quando questioni di interesse, come quella degli antichi diritti che il vescovo aveva su le acque del Vescovado, avrebbero potuto dare luogo a forti contrasti: la serenità del Farnese e la buona volontà del Comune di Parma seppero sempre evitare scontri troppo vivi. Nel dicembre del 1515 e nel gennaio dell’anno successivo il Farnese si recò in visita a Parma. In quella occasione, ricorda il Benassi, il Farnese ricevette un dono dal Comune per le feste del Natale e, partendo da Parma per andare a Brescello e a Ferrara, donò ai canonici del Duomo la cospicua somma di 300 ducati per acconciare il coro. Scopo di quella visita fu di rendersi conto delle condizioni morali del clero della Diocesi e non è improbabile che da essa sia partita l’iniziativa del Farnese di dedicarsi a una severa riforma dei costumi. L’esempio suo (osserva il Capasso) sarà seguito poi da parecchi altri cardinali e religiosi. Il 14 gennaio 1516 emanò infatti alcune costituzioni intorno alla disciplina corale della Cattedrale e delle altre chiese collegiate, intorno all’ordine di sedere delle dignità nei rispettivi stalli, all’abuso di portare armi che si era introdotto nel clero e vietò a tutti gli ecclesiastici di tenere in casa o coabitare con donne di fama sospetta pena la sospensione dal beneficio per tre mesi se erano beneficiati costituiti negli ordini sacri e se non erano beneficiati l’inabilità per un anno a ottenere qualunque beneficio, più la multa di un fiorino d’oro di camera. Se poi erano minoristi beneficiati o non beneficiati avrebbero sborsato due fiorini d’oro di camera. Le quali costituzioni furono lette e pubblicate per ordine del Farese dal suo vicario generale Bartolommeo Guidiccioni nel palazzo episcopale alla presenza della maggior parte dei canonici e dei consorziali. L’atto fu rogato da Francesco Pelosi, notaio della Curia vescovile. Il 18 gennaio 1516 il Farnese fece la visita dei monasteri e delle chiese di Brescello. Nel 1519 il Farnese volle affermare la sua definitiva consacrazione alla vita religiosa facendosi ordinare prete. Nello stesso anno tenne in Parma un sinodo diocesano, indetto con circolare del 24 ottobre 1519 e adunato in una prima sessione, nel Duomo, il 6 dicembre. Fu un sinodo imponente: vi si trovarono presenti, insieme col Farnese, dodici canonici del Duomo e 267 ecclesiastici di tutto il Vescovado di Parma. Conciso come sempre, il Farnese tenne il discorso di apertura esponendo le ragioni e gli scopi della riunione sinodale: per la diuturna assenza dei suoi precedessori e di lui stesso dalla diocesi parmense erasi nella Chiesa nostra trascurata la cultura del campo del Signore, ond’era a temersi che essendosi già corrotti i buoni costumi e violante le sante usanze ed istituzioni degli avi, si provocasse l’ira di Dio: aveva perciò stimato conveniente celebrare questa santa sinodo in conformità dei decreti del Concilio Lateranense. Infine invitò i presenti a una nuova seduta, che si tenne nello stesso tempio l’indomani e nella quale egli fece leggere le nuove Costituzioni. È facile constatare che i mali che travagliavano i costumi del clero parmense erano in quel tempo davvero gravi e forse anche diffusi. Dal monotono elenco dei crimini e delle pene comminate traluce la necessità di un’opera di vasta epurazione, quale forse la società del tempo non avrebbe consentito. Ma traspira anche la volontà ferma ed energica di una mente illuminata, quale indubbiamente fu quella del Farnese. Nei capitoli delle nuove Costituzioni si stabilirono non solo pene contro i delitti più gravi ma si interdisse l’abuso sotto tutte le forme. Venne così proibito ai chierici di frequentare senza particolare licenza i monasteri di monache: Qui vero absque licentia nostra aut vicarii nostri pro tempore existentis etiam causa honesta monesterium aliquod monalium ingressum esse convictus fuerit avrebbe dovuto pagare come pena 10 lire imperiali. Si interdì ai chierici di uscire dopo la seconda ora di notte senza causa ragionevole e necessaria, si vietò a essi di prendere parte a giuochi pubblici e di giuocare d’azzardo, di esercitare negozi disonesti, di andare camuffati o mascherati, di esercitare l’usura, di pignorare, vendere o prestare vasi, oggetti e indumenti sacri, di fare contratti in frode della città o del Comune, di occuparsi di sortilegi, divinazioni e incanti e di fermarsi a mangiare e bere all’osteria tranne che in viaggio. Si vietò ancora di ricevere vendite, donazioni e altre cessioni dal padre, dai fratelli o da qualunque altra persona, defraudando la città, persone private e il Comune di ciò che su tali negozi potesse loro spettare. Il 26 febbraio 1526 il Farnese scrisse a Lorenzo Tagliaferri, suo affittuario, di essere ben contento di contribuire al salario dei cantori della Cattedrale per la sua rata e che si accordasse col suo vicario per mandare a effetto quanto egli avesse ordinato. Dall’anno del sinodo il Farnese non abbandonò più la Diocesi, per quanto le sue attività, religiose e politiche, andassero facendosi sempre più numerose e fattive: intervenne a numerose congregazioni, venne investito di alti uffici politici, fece parte della legazione all’Imperatore nel 1528 e della commissione dei sette cardinali che doveva pensare ai rimedi contro il minaccioso progredire dei Turchi. In breve la sua figura non fu più solo quella di un semplice cardinale o vescovo ma di un papabile. Non si sa precisamente sino a quando tenne l’amministrazione della Chiesa di Parma. È certo però che la rinunciò prima del pontificato perché suo nipote Alessandro Farnese ne fu fatto amministratore da papa Clemente VII il 21 marzo 1534 (Ciacconio). Dalla relazione di monsignor Mazzocchi a Guido Ascanio Sforza, si sa che il Farnese restaurò e abbellì il palazzo episcopale di Parma. Papa Leone X lo promosse in tempi diversi ai vescovadi di Frascati, Palestrina, Sabina, Porto, Ostia e Velletri. Dopo sei anni di dominio politico straniero, nel 1525 Parma e Piacenza, liberate dalle milizie francesi, ritornarono in possesso della Chiesa. In quei tempi di fiere contese di predominio tra Francia e Spagna, succedettero a Leone X successivamente papa Adriano da Utrecht e Clemente VII. Tuttavia già in quegli anni la fama del Farnese andò facendosi sempre più vasta e la sua cultura e il suo carattere andarono imprimendo su tutti una sua evidente superiorità intellettuale e morale. Fu infine eletto papa col nome di Paolo III il 12 ottobre 1534. Una volta papa, il Farnese fu di nuovo a Parma quando il figlio Pier Luigi venne a ricevervi la sua educazione umanistica per opera di Tranquillo Molosso da Casalmaggiore. Il Farnese fu sepolto in San Pietro a Roma.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 11-36; N. Grimaldi, in Aurea Parma 1 1927, 7-15; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 240.

FARNESE ALESSANDRO
Valentano 7 ottobre 1520-Roma 4 marzo 1589
Nacque da Pierluigi e Girolama Orsini del ramo di Pitigliano. La sua infanzia e prima adolescenza appartengono a uno dei momenti di maggiore affermazione e ascesa sociale e politica dei Farnese: il padre e soprattutto il nonno cardinale Alessandro Farnese stavano consolidando la fortuna della famiglia. Dopo un periodo di alfabetizzazione a Parma venne inviato al collegio Ancarano di Bologna. Qui, undicenne, iniziò a studiare sotto la guida del conte Filippo Manzoli, insieme col fratello Ottavio, seguendo un indirizzo di carattere umanistico, giuridico e teologico. In questa istituzione educativa per giovani rampolli, esclusiva e tranquilla, rimase sino a quando, il 13 ottobre 1534, l’elezione del nonno Alessandro Farnese a pontefice accelerò di un colpo il suo inserimento nel corpo ecclesiastico e il Farnese si trovò a godere immediatamente delle pratiche nepotistiche. Il 1º novembre 1534, appena quattordicenne, sostituì Alessandro Farnese nella ricca Diocesi di Parma. E poco più tardi, in occasione della prima nomina cardinalizia (18 dicembre), venne riservato in pectore alla porpora, per essere presentato ufficialmente in concistoro il 21 maggio 1535 durante una seconda creazione insieme con un altro giovanissimo porporato, il sedicenne Guido Ascanio Sforza, figlio di Costanza Farnese e dell’omonimo conte di Santa Fiora. Nonostante l’apparente e inevitabile unanimità concistoriale, l’elezione provocò una notevole e diffusa irritazione e venne in generale interpretata da tutto il movimento riformatore cattolico come una leggerezza e un messaggio negativo per una imminente convocazione del concilio. Inoltre l’elezione dei cardinaletti venne disinvoltamente sostenuta con l’uso di papa Alessandro VI e papa Sisto IV di creare automaticamente cardinali i nipoti, suscitando l’insofferenza manifesta di Francesco I e di Enrico VIII e le proteste di Carlo V. Il Farnese ricevette come precettori il vescovo di Viterbo Gian Pietro de’ Grassi e Latino Giovenale Manetti che, con una organizzazione degli studi più accurata e severa, continuarono a istruirlo secondo i dettami di una cultura umanistica ai rudimenti della lingua greca e alla prosecuzione degli studi giuridici e filosofici. Nella mente del Papa, l’utilizzazione della famiglia negli incarichi pubblici e l’accrescimento della sua ricchezza furono altresì inquadrati nella volontà della ricostruzione di un’identità e di un’immagine dell’autorità pontificia offuscate dalla vicenda del sacco di Roma che aveva penalizzato gli audaci funambolismi delle alleanze dei papi medicei. Il Farnese beneficiò nell’adolescenza dell’impostazione nepotistica di una politica strettamente familiare che diventò il cardine principale di una interessata equidistanza pontificia dalla Francia e dall’Imperatore. La diffidenza per la giovanissima età e il clima di sospetto si accentuarono allorquando alla morte di Ippolito de’ Medici (10 agosto 1535) al Farnese toccò la vice cancelleria e vennero trasferiti sulla sua persona i benefici della maggior parte delle Chiese che quello aveva posseduto in Francia: circolarono nel frangente persino voci di un presunto avvelenamento. Allo stesso modo profittò ben presto di alcuni benefici appartenenti a Benedetto Accolti, cardinale di Ravenna, quando questi venne arrestato e quindi confinato a Ferrara. E alla morte di S.G. Merino, cardinale di Bari, altro protetto come l’Accolti dell’Imperatore, il Farnese si vide assegnare il Vescovado vacante di Jaen, iniziando così un lungo conflitto giurisdizionale con Carlo V che si risolse soltanto nel 1536 quando il Vescovado in questione venne scambiato con quello opulentissimo di Monreale. In questo periodo di tranquilla formazione diplomatica e di contatto con gli ambienti e le funzioni curiali, egli talvolta venne utilizzato dal padre per mitigare presso il Papa lo sconcerto che provocavano alcune sue intemperanze o iniziative personali. Quando Ambrogio Ricalcati venne allontanato dalla segreteria generale del Papa, travolto da una accusa di concussione particolarmente sentita in un periodo di duro fiscalismo pontificio, il 1° gennaio 1538 ne ricoprì l’incarico spalleggiato da Marcello Cervini che, nominato suo segretario già al momento della promozione cardinalizia, divenne a sua volta protonotario. A esso nel tempo furono affiancati Nicolò Ardinghello e Girolamo Dandini che, con l’alacre e coltissimo Bernardino Maffei, completarono un gruppo di lavoro di tutto rispetto nel sostenere il Farnese nella sua carica. Tutelato dalla presenza politica del nonno e dal Cervini, iniziò a occuparsi progressivamente delle materie di Stato: il primo impegno fu relativo alla formalizzazione della lega antiturca tra Venezia, Roma e l’Imperatore (8 febbraio 1538). E unitamente a questo sforzo di contenimento delle insidie ottomane nel Mediterraneo collaborò nel coordinamento del lavoro dei nunzi alla preparazione del viaggio di Paolo III a Nizza per giungere a una tregua nel conflitto franco-imperiale. Egli stesso partecipò al seguito del Papa all’incontro della primavera-estate 1538, affinando la sua dimestichezza con gli ambienti internazionali e con l’apparato diplomatico curiale. Dopo la sconfitta della Prevesa intensificò l’impegno di fedele esecutore dell’azione pontificia per la politica di conciliazione, non rinunciando ai tentativi di mantenere in vita la lega antiturca, seriamente compromessa dall’avvenimento militare e dalla crescente indifferenza politica e finanziaria degli alleati. Nel dicembre si occupò in tal senso di favorire una creazione cardinalizia equilibrata e in sintonia con il neutralismo più volte affermato: sostenne personalmente l’elezione di P. Bembo con l’intenzione di manifestare una buona disponibilità nei confronti di Venezia in cambio di una non rinuncia alla lotta antiottomana. Alle questioni di ordine statuale (e fu una costante) si intrecciarono interessi familiari e personali. Nel novembre 1538 si attivò inutilmente per accasare la sorella Vittoria con un membro della famiglia reale francese ed ebbe a questionare con il cardinale Ercole Gonzaga sulla badia di Lucedio, da cui ottenne una pensione di 5000 scudi, e sul godimento del beneficio dell’ospizio di Altopascio che diede adito a una lunghissima diatriba a cui non erano ovviamente estranei i tesi rapporti con Cosimo de’ Medici. Alla morte dell’imperatrice Isabella (1° maggio 1539) risale la prima vera missione diplomatica del Farnese. Egli partì il 19 maggio e giunse a Toledo il 16 giugno per le condoglianze. Con il Cervini avanzò la proposta concreta di un matrimonio di Carlo V con Margherita, la figlia di Francesco I, proponendo la via di una politica matrimoniale per l’appianameto delle tensioni franco-imperiali. Il rifiuto dell’Imperatre alla ingenua proposta diede il senso del fallimento della missione e il Farnese poté testimoniare al Papa soltanto il mantenimento di un contatto con Roma per eventuali sviluppi di conciliazione. Prima di tornare a Roma il 21 luglio non mancò di avanzare l’ipotesi di un matrimonio di Vittoria con lo stesso Imperatore, di saggiare il terreno sulle intenzioni imperiali circa la necessità di trovare al più presto uno Stato a Ottavio Farnese e Margherita d’Austria dove collocare la cospicua dote di 150000 scudi e di ricordare l’imbarazzante situazione di rifiuto da parte della sposa assai più matura d’età del giovanissimo fratello. Richiese a questo proposito un intervento di Carlo V e della sua autorità paterna per porre fine all’incresciosa situazione. Il Farnese, nonostate un mal celato rancore per essere stato sopravanzato, egli primogenito, dal fratello minore a una posizione prestigiosa e secolare, segnalò la nefasta opera di disturbo sulla infelice e nevrotica Margherita del maggiordomo don Lope Hurtado e della moglie donna Margherita de Rojas. Escludendo di fatto un feudo nei territori imperiali, dopo un accenno alla possibilità di Firenze, ovviamente osteggiatissima da Cosimo, al Cervini e al Farnese l’ipotese più praticabile apparve quella di Camerino, che venne in effetti concesso dal Papa a Ottavio Farnese il 5 novembre 1539. Pur lontano dal dibattito teorico e teologico sulla riforma della Chiesa e vicino agli aspetti di gestione politica della convocazione di un concilio che si scontrava con la simmetrica volontà di Carlo V di subordinare lo stesso alla ricomposizione dell’unità della Germania, protestò in nome del Papa per il recesso di Francoforte, del resto non confermato dall’autorità imperiale e per le ventilate possibilità di una gestione laica e nazionale della questione confessionale e della conseguente estromissione della Curia. Ancora impacciato e inesperto, il Farnese si trovò a sostenere una folle proposta di Francesco I circa un’azione contro l’Inghilterra da parte del Papa e di Carlo V che avrebbe portato a una spartizione tripartita dell’isola, a cui l’Imperatore rispose con una lezione di cautela politica ricordando al Farnese il rischio di una saldatura tra Enrico VIII e i luterani. In un contesto molto vago e informale maturò nel Papa, all’annuncio della volontà di Carlo V di incontrarsi nel suo viaggio verso le Fiandre con Francesco I, la nomina del Farnese, il 24 novembre 1539, quale nunzio incaricato di seguire lo sviluppo dei colloqui tra i due sovrani. Accompagnato anche questa volta dal Cervini, si trovò a interpretare i dettami di un’istruzione che considerava l’incontro come una prosecuzione del convegno di Nizza. Venne confermata la priorità della pace come condizione necessaria per la convocazione del concilio per purgare la casa, punire i luterani e risolvere il conflitto con Enrico VIII, sottolineando che, in una fase interlocutoria i compiti del Farnese non dovevano travalicare una sorveglianza esterna degli abboccamenti ufficiali, una conferma del neutralismo e la resistenza a eventuali iniziative ostili alla Santa Sede. Partito da Roma il 28 novembre, proseguì nella totale indifferenza per giungere infine a Parigi. Nonostante la sua missione non risultasse in fondo troppo gradita, egli poté sovente partecipare a conviti esclusivi: il 3 e il 4 gennaio 1540 venne ricevuto da solo rispettivamente da Francesco I e da Carlo V a cui raccomandò di non scegliere la via dell’accordo privato e segreto rinunciando a un doveroso consulto con il Papa. Con Carlo V non mancarono elementi di tensione circa le pressanti richieste di denaro da destinare alla lotta antiottomana che l’Imperatore riteneva dovessero gravare soprattutto su Roma e che erano senz’altro per lui esorbitanti e insostenibili. Brillante nella vita di Corte, il Farnese viaggiò a Rouen, Caen e Amiens per curare interessi privati e, dopo un’ulteriore e inutile udienza con Francesco I, il 14 febbraio partì verso Gand per avvicinarsi all’Imperatore. Qui poté verificare la scarsa volontà di pace e di convocazione del concilio, anzi il dubio e la tardanza divennero protesta per l’intenzione imperiale di ricercare accordi politici con il mondo riformato tedesco organizzato nella Lega di Smalcalda, per l’ipotesi di una tregua generale con i Turchi e addirittura di un riavvicinamento con Enrico VIII. L’interesse principale della legazione fu orientato a una paziente opera di convincimento nei confronti dell’Imperatore per allontanarlo vieppiù dalla volontà di trattativa e di compromesso anche religioso nei confronti dei luterani, soprattutto dopo la manifesta intenzione veneziana di concludere una pace separata con i Turchi, di consolidare finanziariamente la Lega cattolica e di spingere per una sollecita apertura del concilio, unico rimedio alle crescenti defezioni che andavano verificandosi anche in campo cattolico. Nell’aprile, persistendo la sua esclusione, quella del Cervini (per la verità vero responsabile della missione, estensore della corrispondenza diplomatica e creato cardinale nel dicembre 1539) e dei nunzi persino dall’informazione, essendo le proposte papali circa la risoluzione della successione del Ducato di Milano come base della pace d’Italia praticamente ignorate, il Farnese giunse a sospettare addirittura di un disegno franco-imperiale per spartirsi l’Inghilterra e l’Italia. Infine l’11 maggio, verificata l’inutilità della prosecuzione della missione, il Farnese si congedò dall’Imperatore e il Cervini venne lasciato come legato. Ripreso il suo posto in Curia a Roma, continuò a seguire le questioni fondamentali che agitavano la politica papale. Nonostante non si possa parlare di una vera e propria autonomia di iniziative, egli attivò una scrupolosa e intensa corrispondenza con i nunzi presso le corti francese e imperiale. Specie con quest’ultima si fece portavoce in più occasioni della volontà papale di ostacolare ogni concessione ai luterani anche se giustificata con lo sforzo di ricercare l’unità politica della Germania: in tale senso nel luglio e nell’agosto manifestò ripetutamente a Marcello Cervini e a Giovanni Morone l’imbarazzo e l’opposizione a una partecipazione pregiudiziale al colloquio di Worms e organizzò il tormentato invio di   Tommaso Campeggi (4 novembre) e di Gaspare Contarini quando la Dieta fu trasferita a Ratisbona (12 marzo 1541) in un estremo tentativo di conciliazione. Tuttavia, l’atteggiamento egemonico e soprattutto politico dell’Imperatore di fronte al problema della Riforma, il radicalismo dell’interlocutore, il fallimento di Ratisbona dove ogni tipo di soluzione era stata prospettata, persino quella suggerita dal Granvelle di corrompere con 50000 scudi i principali teologi protestanti, fecero sì che il Farnese in nome di Paolo III richiamasse il Contarini e riaffermasse che soltanto il concilio poteva essere la sede idonea ove affrontare l’eresia luterana con una marcata rivendicazione dell’assoluta autorità del Papa in materia religiosa. Contemporaneamente il Farnese fu strumento della politica espansionistica familiare. Partecipò come membro garante alla commissione per la resa di Ascanio Colonna nell’ambito della lotta antifeudale: un’azione intrapresa con energia sin dall’inizio del 1541 e conclusasi con la caduta di Paliano e il ridimensionamento del partito filoimperiale e di qualunque velleità baronale di coniugare le proprie aspirazioni al grande scontento popolare provocato dal pesantissimo fiscalismo di Paolo III. In un clima di crescente tensione, l’8 settembre il Farnese fece parte del seguito papale al convegno di Lucca seguendo i tentativi di pacificazione, che sembravano compromessi dall’assassinio degli inviati francesi A. Rincon e C. Fregoso, sostanziandoli con una strategia diplomatica di contenimento di una vanificazione della tregua di Nizza e di ripresa delle ostilità e con una intensificazione del controllo dei focolai di insoddisfazione e dei tentativi di inserimento degli Stati italiani nel conflitto franco-imperiale. Sovente puntiglioso e burocratico, sbarazzatosi della tutela da lui considerata moralistica di Marcello Cervini, andò rinsaldando il sodalizio con il padre e con il fratello Ottavio per soddisfare ambizioni dinastiche e assumendo la fisionomia di un politico impegnato nel doppio fronte, internazionale e curiale, dell’organizzazione della segreteria. Non alieno da esibizionismi, concepì meccanicamente e talvolta rozzamente, non sempre in sintonia con la superiore intelligenza tattica del Papa, il neutralismo e il controllo della situazione italiana come totalmente subordinato agli interessi personali e in genere dei membri più giovani della famiglia Farnese. Ciò fu evidente quando, a guerra franco-imperiale ormai riaperta, fu incaricato, unitamente a Pierluigi Farnese, di preparare l’incontro tra il Pontefice e Carlo V a Busseto nel giugno del 1543 ove venne avanzata l’ipotesi di una assegnazione del Ducato di Milano a Ottavio Farnese, senza però raggiungere cosa alcuna sustantiale per l’insostenibilità della somma richiesta come contropartita. Nel novembre, in un clima sempre più avvelenato dalle accuse di faziosità o dalle impellenti richieste di pronunciamento di entrambi i contendenti e dalle infinite difficoltà di gestione, direzione e partecipazione poste dalla convocazione del concilio a Trento, il Papa tentò la carta di una nuova legazione di pace incaricando il Farnese, a sottolineare l’importanza dell’iniziativa, di recarsi presso i belligeranti. Nominato il 21 novembre, il 28 era già partito per giungere il 1º gennaio 1544 a Fontainebleau: a Corte, nono stante la gentilezza formale, non poté che cogliere un’atmosfera di fredda sospettosità e di scarsa fiducia nei confronti di Roma, appena ravvivata dalle sue pratiche per sondare la possibilità di un matrimonio tra la sorella Vittoria e il duca d’Orléans. Proseguì rincorrendo l’Imperatore, per riuscire finalmente a contattarlo a Magonza il 20 dello stesso mese. Nulla poté ottenere al cospetto di un Imperatore irritato dai reiterati rifiuti del Papa alle richieste di finanziamenti e di aiuti avanzati per sostenere la lotta ai protestanti e dalla equipollenza tra la sua persona e il re di Francia che veniva affermata diplomaticamente nella strategia neutralista del Papa. Scosso dall’irruenza di Carlo che non aveva mancato di ricordare l’esempio di papa Clemente VII e di dichiarare che avrebbe intrapreso l’opera di riforma nella Germania senza l’intervento alle Diete di legati sgraditi e dannosi, il Farnese sulla via del ritorno si recò in Francia dove riprese, o tentò di farlo, le trattative per il matrimonio di Vittoria con il duca d’Orléans e assisté al battesimo del delfino. Sottoposto a un’incalzante richiesta di schieramento filofrancese, il Farnese si mantenne alle consegne neutraliste, senza dunque ottenere nulla se non attestati di stima e una calorosa accoglienza. Tornato a Roma, si occupò di ordinaria amministrazione sino a quando con la pace di Crépy (18 settembre 1544) e la conseguente pacificazione tra le maggiori potenze cattoliche non fu possibile riaprire la discussione sulla convocazione e sull’apertura del concilio. Ipotesi che aveva ricevuto mortificazione da una situazione politica particolarmente tesa con l’Imperatore, il quale manifestò le sue intenzioni di esclusione e di subalternità dell’autorità pontificia dichiarando, a conclusione della Dieta di Spira (giugno 1544), con un atto formale, la precisa volontà di convocare un sinodo nazionale tedesco in attesa del concilio, di concedere l’ingresso a riformati nella Camera imperiale e la sospensiva di processi per motivi religiosi. Roma rispose con un breve di biasimo (27 luglio) ma negli spiragli concessi dalla fine delle ostilità il Farnese si attivò nel rasserenare il clima generale e consentire così l’apertura del concilio a Trento: da tempo aveva partecipato alla scelta della sede, che doveva vedere consenzienti sia i Francesi sia i Tedeschi e aveva curato, per stemperare l’animosità imperiale, le pratiche per l’elezione di tre cardinali spagnoli (19 dicembre 1544). Il momento più impegnativo fu per lui, in questa strategia di avvicinamento tra Carlo V e Paolo III, l’incarico di recarsi a Worms per una missione preparata da Cristoforo Madruzzo, vescovo di Trento e neopubblicato cardinale, e per riallacciare una collaborazione e immaginare una strategia comune, a ridosso dell’ormai imminente apertura del concilio. Partito il 17 aprile da Roma, il 23 fu a Mantova e il 25 giunse a Trento, con un seguito di 250 cavalieri, dove si convinse della necessità di una breve dilazione dell’apertura subordinata all’esito della missione. Quindi, timoroso di divenire buona preda di cavalieri heretici imboscati nelle strade alpine, si fece accompagnare da una nutrita scorta armata con mille precauzioni di itinerario per giungere a Worms il 17 maggio 1545 apparentemente per discutere sull’entità del sussidio papale per la lotta contro il Turco. In realtà oltre a ciò, per cui aveva una cedola cambiaria di 100000 scudi da consegnare al banco di Augusta, aveva avuto l’incarico prioritario di affrontare la riappacificazone e il coordinamento di Carlo V con il Papa come passo fondamentale per procedere a una sollecita punizione militare e inquisitoriale del luteranesimo. Gli abboccamenti con l’Imperatore e il cardinale di Granvelle rivelarono al Farnese, ormai sempre più a suo agio e maturo negli ambienti diplomatici, che persistevano nell’Imperatore incertezze legate alla dimensione e alla rilevanza delle forze protestanti: si richiamò per il momento la difficoltà di optare per una soluzione di forza, a sostegno della quale comunque era considerato indispensabile un ingente sforzo finanziario del Papa. Anche qui interessi personali e una certa preoccupazione per il futuro, sollecitata in primo luogo dal padre Pierluigi, a mostrarsi accondiscendenti alla volontà imperiale in virtù delle incertezze per l’età avanzata del Papa, contribuirono a che il Farnese approvasse l’idea di una lega con Carlo V, finanziata generosamente dal Pontefice per ingaggiare un conflitto risolutivo con la Lega protestante. Si impegnò nel sondare il margine di manovra e le contropartite che l’Imperatore concesse all’ingrandimento della casa, trattò senz’altro la possibilità di matrimonio tra Fabrizio Colonna e Vittoria Farnese ma soprattutto, in grande segretezza, accennò alla creazione di un ducato di Parma e Piacenza da destinare a Ottavio Farnese nel caso di un fallimento dell’opzione milanese. Partito alla chetichella alla fine di maggio con una fuga notturna che non mancò di far avanzare ipotesi audaci (la più suggestiva delle quali indicava che avesse voluto barattar il cardinalato con il ducato di Milano et pigliar moglie), il 2 giugno fu nuovamente a Trento per riferire ai padri conciliari. Quindi fu a Roma l’8 giugno per discutere la liceità della sua approvazione e l’entità degli aiuti finanziari con lo stesso Papa, che si dichiarò disponibile a offrire altri 200000 scudi, 12000 fanti e 500 cavalieri spesati per quattro mesi, a concedere la metà delle entrate ecclesiastiche ispaniche e la facoltà di vendere monasteri spagnoli a patto che tutte queste risorse venissero impegnate unicamente contro i luterani. Con questo preliminare accordo di carattere offensivo ottenuto dal Farnese e ratificato dal Papa, il 13 dicembre 1545 il concilio di Trento ebbe la sua apertura ufficiale. Nella prosecuzione dell’opera di applicazione della pace, venne indicato come possibile legato presso la Corte cesarea, ma Carlo si oppose alla presenza di legati pontifici che si intromettessero o anche solo controllassero le trattative con Francesco I. Il Farnese fu poi contrariato per la creazione del fratello Ranuccio a cardinale (16 dicembre 1545) che intralciò una crescente collaborazione di intenti con il padre, di cui divenne strumento degli sforzi nel convincere il Papa, tramontata l’assegnazione del Ducato di Milano a Ottavio Farnese, ad assumere un atteggiamento più compromissorio nei confronti dell’Imperatore per preparare l’investitura a Pierluigi Farnese del Ducato di Parma e Piacenza e, per se stesso, a corroborare una probabile candidatura a divenire papa. Nonostante le cautele, il senso tattico e l’abilità nel contribuire alla costituzione di un gruppo di pressione sul Papa, non riuscì a evitare un pesante litigio con quest’ultimo circa le aspirazioni di Pierluigi Farnese che evidenziò gli schieramenti all’interno della famiglia. E di riflesso queste invadenze provocarono nell’agosto 1545, in una riunione concistoriale, dubbi e dissensi manifesti in molti cardinali, che solo l’intervento di Paolo III riuscì a contenere. La fitta corrispondenza con il padre e con Apollonio Filareto, un frenetico e disinvolto attivismo negli ambienti curiali e diplomatici, l’ostinazione nel respingere il malconteto di Vittoria, Margherita e Ottavio Farnese, dei Santa Fiora e dei Gonzaga e la sostanziale indifferenza agli echi negativi che un tale atto nepotistico avrebbe provocato in sede conciliare attestarono il ruolo determinante del Farnese nel nuovo assestamento giuridico e familiare: Pierluigi Farnese, in una notte come nasce un fungo, ottenne come vassallo della Chiesa il Ducato di Parma e Piacenza permutando Nepi e Camerino, cedendo quello di Castro e il titolo a Ottavio Farnese. I trascorsi e l’esperienza maturata in precedenza furono decisivi nella destinazione del Farnese come legato al seguito dell’esercito pontificio nella guerra contro i protestanti. Ricevuta la croce il 4 luglio 1546 insieme con Ottavio Farnese, comandante in capo delle truppe, si recò a Bologna per sovrintendere all’allestimento e all’approvvigionamento dell’armata e ripartì per raggiungere l’Imperatore il 16 luglio e iniziare così la campagna contro la Lega smalcaldica. Ammalatosi di febbri che lo costrinsero a sostare a Trento e Rovereto (2-7 agosto), non giunse a Ratisbona per unirsi al fratello che il 24 agosto, per trovarsi di fronte a ulteriori e pressanti richieste di denaro e per assistere al disastro progressivo della spedizione. Il Farnese e il fratello Ottavio furono al centro di severe critiche circa la gestione delle truppe e dei comandanti, irregolarità nei pagamenti e personali sprechi che determinarono una grave caduta di immagine agli occhi dell’Imperatore. Questi non ebbe quasi rapporti diretti con il Farnese né volle riconoscerlo come tale, specie quando si trattò di riproporre una mediazione papale in occasione della pace con la Francia oppure nelle vivaci discussioni sull’opportunià di una traslazione del concilio. Sofferente per fastidiosi disturbi intestinali, venne richiamato verso la fine di ottobre, provocando la diserzione di mille soldati che aggravò ulteriormente nella qualità e nella quantità un’armata sottoposta alla fame, al freddo, agli sbandi e infine alla peste. Sostò a Trento dove ebbe modo di verificare e di difendere la traslazione a Bologna per l’ostilità crescente delle popolazioni e la vicinanza dei riformati. Raccolse qui i segnali delle divisioni interne al concilio sulle procedure e sui tentativi imperiali di pilotare i lavori conciliari e di esercitare una sorta di egemonia connessa con gli sviluppi della campagna antismalcaldica. Constatati gli umori differenziati circa l’accordo per una sospensione del concilio per sei mesi e del rinvio della pubblicazione dei decreti sulla giustificazione e sulla residenza (particolarmente osteggiati a Roma e sostenuti invece dai prelati spagnoli e in genere da coloro che meno erano legati alla Curia), si recò a Venezia per sollazzo e nei primi giorni del 1547 rientrò a Roma. Qui difese vanamente, forse per confermare il ruolo di intermediario e la sua simpatia agli ambienti imperiali che lo consideravano peraltro alla stregua di un fazzoletto, la necessità di un rinnovo della lega con Carlo V contro i luterani. La congiura e la morte tragica di Pierluigi Farnese (10 settembre 1547) coinvolsero naturalmente anche il Farnese che aveva da tempo assecondato il padre e gli atteggiamenti filoimperiali: improvvisamente tutte le sue riflessioni e scelte diplomatiche vennero a essere messe in discussione. A un primo stordimento fece seguito un’immediata azione presso l’Imperatore per ricordare l’antica dedizione e soprattutto la necessità di riconoscere al fratello Ottavio il Ducato e porre fine all’occupazione di Piacenza da parte di don Ferrante Gonzaga, che aveva significato per i Farnese una perdita di 224000 scudi d’oro. Inoltre sostenne, di conserva con l’ambasciatore cesareo Diego Hurtado de Mendoza, l’idea di ritrasferire il concilio a Trento per non irritare ulteriormente l’Imperatore e favorì prima gli aggiornamenti bolognesi e quindi la stessa sospensione. E contemporaneamente la drammaticità dell’evento gli provocò inquietudini sulla politica personale seguita sino a quel momento, in modo che, insensibilmente ma costantemente, maturò anche un lento avvicinamento alla Corte francese. Con discrezione cominciò ad affiancare e consigliare il neoeletto cardinale Carlo Guisa (che saggiò il Papa sulla possibilità di una lega difensiva veneto-franco-pontificia) e, in generale, a mostrare una rinnovata attenzione verso gli ambienti francesi e i loro alleati italiani, in primo luogo i fuoriusciti fiorentini capitanati dagli Strozzi. Nel frattempo contribuì considerevolmente a finanziare con sostanze personali e di propria iniziativa il fratello, precipitatosi nel settembre 1547 al soccorso e alla difesa di Parma. Le preoccupazioni per il vicino tramonto del pontificato farnesiano e il crescente clima di ostilità contro la casa Farnese aumentarono l’autonomia del Farnese, che diede incarico a Giuliano Ardinghelli, inviato all’Imperatore nel marzo 1548, di avanzare una trattativa sul destino di Piacenza, tentando di imporsi come l’interlocutore privilegiato e testimone degli interessi del fratello Ottavio e di Margherita. Un’anticipazione di quell’accordo segreto che, dopo il ritrasferimento del possesso di Parma e Piacenza alla Santa Sede per volontà di Paolo III, ebbe con Ottavio Farnese, il quale iniziò a intavolare trattative con il luogotenente imperiale di Milano, Ferrante Gonzaga, per una ricompensa o l’investitura di Parma da parte dell’Imperatore. Il Farnese ebbe una parte rilevantissima nel sostenere a Roma questa azione che attirò su di lui le ire del Papa: ciò non gli impedì tuttavia di strappare al nonno moribondo un breve che riconcesse la città al fratello (8 novembre 1549). Mantenne questa spregiudicatezza anche in occasione del lungo conclave che portò all’elezione di papa Giulio III. Nei lenti lavori, con la minaccia di affidare l’elezione del Papa ai padri conciliari, in un sostanziale equilibrio tra i partiti avversi, tra violazioni del regolamento per i continui contatti con l’esterno, a ventinove anni, con diciassette voti a disposizione, fu animatore del partito imperiale-farnesiano. Ottenne una dichiarazione solenne di riconoscimento del possesso di Parma a Ottavio Farnese, a cui consigliò con fermezza una strategia di attesa e moderazione. Sostenne invano la candidatura di R. Pole, indicò i cardinali sgraditi, stroncò le aspirazioni del cardinale G. Salviati, sostenuto dal re di Francia, anche contro l’opinione di cardinali vicini all’imperatore (Gonzaga, Madruzzo e Sforza). Infine, a più di due mesi dalla convocazione, governò i dissensi emersi all’interno della famiglia Farnese sull’elezione, si accordò personalmente con il cardinale di Lorena Carlo di Guisa, l’anima del re christianissimo, sul nome di Giovan Maria Ciocchi Del Monte su cui fece convogliare l’8 febbraio 1550 tutti i voti del gruppo da lui controllato, obbligandosi così il neoeletto pontefice Giulio III. Sempre più oculato nel considerare innanzitutto la propria fortuna personale, all’interno della famiglia la sua posizione divenne predominante: ai primi di ottobre del 1550 orientò risolutamente il consiglio di famiglia che decise nel marzo seguente di stipulare un’alleanza con Enrico II e sancì l’indipendenza degli inesperti, mal consigliati Farnese rispetto agli orientamenti filoimperiali del Papa. Di fronte alla inaffidabilità del Papa, all’accordo con Ottavio Farnese, di preservare Parma e di riconquistare Piacenza, nonostante la preoccupazione per le rendite nel Regno di Napoli e della Diocesi di Monreale, il Farnese fu l’animatore e il propulsore di una politica strumentale di intesa con il Re di Francia. L’avvicinamento fu improntato alla cautela e il raggiungimento degli stessi fini venne da lui subordinato a una tattica temporeggiatrice in una situazione delicata nella quale si preoccupò di non interrompere formalmente i rapporti con entrambe le Corone e con il Papa. L’animosità del Papa di fronte alla ribellione di Ottavio Farnese, che non voleva cedere alla proposta di consegnare le città emiliane in feudo pontificio, la convocazione di un concilio nazionale in Francia proprio nel momento in cui era richiesta una presenza francese qualificata per legittimare la riapertura conciliare a Trento e un possibile intervento del Re in Italia lo posero spesso in imbarazzo nel mantenere questa condotta di apparente neutralità. Fortemente sospettato di doppiezza e sorvegliatissimo, venne incaricato dal Papa di portare personalmente a Ottavio Farnese un ultimo richiamo all’obbedienza: partì da Roma il 18 aprile 1551 e raggiunse Parma il 28 aprile. Dopo la firma del trattato (27 maggio 1551) con Enrico II, divenuto protettore della casa Farnese con la promessa di 2000 fanti, 200 cavalieri e un sussidio annuale di 12000 scudi d’oro, con Orazio Farnese promesso sposo di Diana di Francia, figlia naturale di Enrico II, e organizzatore con i fuoriusciti dei preparativi militari, il Farnese, nonostante la proibizione del Papa, si allontanò da Parma il 14 maggio 1551 per rifugiarsi presso la sorella Vittoria, lontano dall’epicentro delle ostilità per meglio partecipare alla difesa degli interessi familiari e preservare lo stato ecclesiastico personale senza pregiudicarsi completamente la possibilità futura di una dissociazione. Sottoposto come gli altri membri della famiglia a rappresaglie, gli venne intimato dal Papa di rientrare a Roma il 16 giugno e il 20 dello stesso mese gli vennero venduti i mobili di palazzo Farnese per 30000 scudi e posta sotto sequestro la Diocesi di Monreale. Ottenne soltanto di potersi recare a Firenze, dove giunse il 23 luglio. Seguì durante l’anno gli sviluppi militari con una certa apprensione soprattutto per la disomogeneità e le rivalità presenti tra Orazio e Ottavio Farnese da un lato, le forze del fuoriuscitismo fiorentino e i contingenti francesi: non cessò mai di avere rapporti epistolari con Margherita d’Austria e il fratello Ranuccio. Il breve del 20 aprile 1552 che aprì la strada alla tregua d’armi venne accolto con sollievo e persino come un successo dal Farnese che tuttavia continuò a restare lontano da Roma sino al 7 giugno: il giorno dopo si recò a pacificarsi con Giulio III e a recuperare le sue rendite ecclesiastiche con un rientro sfarzoso pontificalissimamente accompagnato in corteo da tre cardinali, ventiquattro vescovi e quattrocento cavalieri. Passò l’estate nei possedimenti farnesiani del Viterbese e il 4 settembre fu a Siena, ribellatasi agli Spagnoli, per testimoniare con la sua persona una solidarietà sino ad allora soltanto formale ed epistolare e per scontrarsi con il suo rivale Fabio Mignanelli, nominato legato in sua vece. Giunse a Parma il 10 settembre e ne ripartì ben presto con l’intenzione di recarsi alla Corte di Francia dove godere del felice esito dell’alleanza con Enrico II e per mantenersi prudenzialmente distante dalle insidie degli ambienti curiali che non lo vedevano più personaggio di spicco e di potere come nel passato. Attraverso la Valtellina, la Svizzera e Lione, si riunì alla Corte a Châlons in Champagne il 16 novembre 1552. I motivi del viaggio furono legati alla speranza, fallito il tentativo di farsi inviare come legato del Papa a Siena, di ottenerne dal Re di Francia la luogotenenza per Orazio Farnese e per sé la protezione degli affari francesi, garanzia di un ritorno più tranquillo in Curia. Egli coltivò anche segretamente il sogno di un’ulteriore espansione dei territori familiari così da saldare il Viterbese al Senese e ai possedimenti parmensi dando in tale modo ulteriore concretezza all’antico progetto farnesiano di creare un forte potere nell’Italia centrale. La sua permanenza in Francia lo vide molto presente nelle attività cortigiane, diviso tra il seguito reale e soggiorni ad Avignone (il primo fu nel marzo del 1553) di cui aveva la vice legazione, della quale, del resto, si occupò assai poco. Probabilmente riuscì a convincere il Re, specie dopo la vittoria di Metz e la riproposizione dell’Italia come nuovo terreno di conflitto, che nell’ambito della politica italiana un rafforzamento dei Farnese e della loro posizione politica, economica e territoriale avrebbe significato un vantaggio non trascurabile. Il Farnese si offerse come anello di congiunzione con la politica papale, in un momento generale di appassimento delle relazioni con l’Imperatore e un concilio non ancora concluso e garante di una rappresentatività a Roma che approfittava della volontà del Re di Francia di rafforzare la sua influenza in Curia. Per questa ragione si vide assegnare nel gennaio 1553 le entrate del Vescovato di Grenoble e di un’abbazia di Tolosa per un totale di 30000 libbre, poco prima di assistere al matrimonio di Orazio, suo fratello minore, con la figlia bastarda del Re, Diana di Francia duchessa d’Angoulême (14 febbraio). Dopo la morte repentina di Orazio Farnese in battaglia (19 luglio 1553) e l’inconsistenza degli aiuti offerti al fratello Ottavio anche dopo il suo arrivo e il suo breve soggiorno a Corte, rimase di fatto l’unico beneficiario del favore del Re e ottenne nel novembre 1554 il Vescovato di Cahors (18000 libbre di rendita). Il Farnese lasciò la Corte francese il 24 giugno 1554 con un memoriale del sovrano francese che lo pregò di usare tutta la sua influenza per ottenere l’appoggio di Giulio III nella guerra di Toscana. Accolto trionfalmente a Roma al ritorno nell’estate del 1554, la sua solidità finanziaria si era addirittura accresciuta se in un computo del 1º agosto la sua Corte fu capace di sfamare centottantatré persone tra familiari, camerieri, palafrenieri, cantinieri, mulattieri, trincianti, credenzieri, cuochi, bottiglieri, stallieri, scopatori, portieri, giardinieri, musici, scalchi e sottoscalchi. Inoltre il 27 luglio, scalzando il cardinale Jean du Bellay, ottenne comunque la carica molto remunerativa di protettore della Francia presso la Corte romana (120000 libbre) per cederla però ben presto e a malincuore al cardinale Ippolito d’Este. In questo periodo fu oscuramente impegnato ad attendere l’esito della guerra di Siena, disastroso per i fuoriusciti (Marciano, 2 agosto 1554), e a tentare di riavvicinare, a nome del Papa, il duca Cosimo de Medici con il Re di Francia in vista di una campagna nel Napoletano. In realtà, egli sino al dicembre cercò di sfruttare la situazione per far assegnare da Enrico II il governo militare dello Stato senese a Ottavio Farnese. La morte di Giulio III e il brevissimo pontificato di Marcello II servirono a palesare però la diffidenza sostanziale che ormai intercorreva tra il Re di Francia e il Farnese. Partito da Roma il 13 gennaio 1555, dopo una breve sosta nel Viterbese, si imbarcò per Tolone e di lì partì per Avignone, dove giunse l’11 marzo probabilmente per tentare di dissipare i timori e i sospetti, peraltro fondati, sulla sua affidabilità: altri candidati erano stati presentati come graditi a Parigi in un momento in cui ancora viva era l’animosità per la guerra di Siena. Tornato precipitosamente a Roma il 15 aprile, si vide offrire da Marcello II la possibilità di tornare alla segreteria di Stato ma rifiutò questa proposta insistendo presso il Papa per una solerte restituzione di Piacenza al fratello Ottavio. All’apertura del nuovo conclave, il 15 maggio 1555, il Farnese aspirò alla tiara in assoluto contrasto con i cardinali Ippolito d’Este e Jean du Bellay. Svanita questa opportunità, si collocò al centro tra Francesi e Imperiali, da vero arbitro, e si attivò nella crescente divisione della fazione filofrancese per rendere possibile l’elezione il 23 maggio di papa Paolo IV. Subito dopo fu tra i sostenitori della promozione controversa di Carlo Carafa al cardinalato con la manifesta intenzione di legarsi al nuovo potere pontificale. Formalmente uomo della Francia, il Farnese fu, in realtà, molto attento all’evolversi della situazione politica: le presenze e le cariche ecclesiastiche a Roma del clero francese vennero seguite da vicino anche con prese di posizione personali. Proverbiale fu il sentimento di antipatia nei confronti di Jean du Bellay e il sostegno che venne accordato a F. de Tournon quando a questo non venne concesso il decanato. Discretamente affiancò l’ambasciatore francese Jean d’Avanson nel far avanzare il trattato di alleanza franco-papale sino alla stesura e alla firma del progetto di lega (15 dicembre 1555). La resistenza a esporsi troppo, oltre che per la crescente diffidenza della Corte francese, fu determinata da un giudizio d’inopportunità circa i disegni eccessivi dei cardinali Carlo e Ludovico di Guisa nella penisola, in effetti sconfessati e vanificati poco più tardi dalla tregua di Vaucelles (16 febbraio 1556). Tuttavia, la ragione sostanziale stava per il Farnese in una strategia di progressivo avvicinamento alla casa d’Austria dopo aver visto sfumare ogni possibilità di trarre vantaggio dalla guerra di Siena: dopo la sconfitta di Marciano i contatti con gli Imperiali si fecero sempre più frequenti inseguendo gli obiettivi prioritari di recuperare alla famiglia i territori occupati da Ferrante Gonzaga e di far revocare le numerose confische operate, la più dolorosa delle quali era quella dei benefici dell’abbazia di Monreale. Nello stesso tempo il timore di uno schieramento intempestivo lo preoccupò per la sorte delle entrate di cui godeva nei possedimenti ecclesiastici francesi. Pertanto il suo atteggiamento fu improntato a una grande prudenza e a una doppiezza nei rapporti politici. Nell’autunno del 1555 con il fratello Ottavio mostrò apparentemente un grande zelo nelle riunioni segrete con lo scervellato Carlo Carafa e d’Avanson per una riapertura dell’offensiva antispagnola in Toscana e nel Meridione. Una tattica attendista in un quadro confuso in cui però andarono degradandosi il prestigio e il credito personale del Farnese presso il Papa, tanto che dopo un violento alterco, dove lo si giudicò perfido, cattivo ed eretico, meditò seriamente di ritirarsi per qualche tempo ad Avignone. Obbligato a risiedere a Roma, dopo la tregua di Vaucelles, l’attrazione verso l’orbita spagnola si fece sempre più forte: iniziò una corrispondenza amichevole con il viceré di Napoli, continuando contemporaneamente a mostrarsi interessato alle velleità dei Carafa e nel giugno 1556 si recò prima a Ronciglione e poi a Parma per concertare i dettagli del distacco dall’influenza francese. Quando la lettera imperiale di restituzione (25 agosto 1556) di Piacenza, Novara, di Monreale e della dote di Margherita rivelò il voltafaccia, protestò la sua innocenza cercando di addossare tutta la responsabilità sul fratello Ottavio e sforzandosi disperatamente di mantenere così intatto il patrimonio francese. Impresa vana poiché le rendite delle abbazie di Caen, Beaufort e Granselva e dell’Arcivescovato di Viviers gli furono confiscate il 23 ottobre 1557 in occasione dell’apertura del conflitto franco-spagnolo in Italia e furono a lui restituite soltanto nel 1559. La spedizione francese di Francesco duca di Guida in Italia per la conquista di Napoli provocò non poche apprensioni, prima tra tutte quella di un attacco allo Stato farnesiano di Parma. Anche qui, di conserva con il fratello, il Farnese ostentò un neutralismo di maniera governandosi secondo il dover del giuoco, in realtà conservando una stretta e interessata intesa con gli ambienti ispanici. Riuscì in parte a mitigare l’ostilità del Papa con un atteggiamento accondiscendente e riuscì persino a coinvolgerlo in un intervento in suo favore per denunciare invano la violazione del diritto ecclesiastico quando Enrico II ordinò l’espulsione dalla Corte di tutti gli agenti farnesiani. Però i rapporti tra Paolo IV e il Farnese soffrirono soprattutto di una reciproca e simmetrica antipatia che si manifestò nella scarsa consonanza nel vivere aspetti fondamentali del clima controriformato e che permasero sino alla scomparsa del Pontefice. Paternalista, ricco, incapace di rinunciare ad attività mondane e finanziarie, principesco, protettore di libertini, di ebrei e di artisti, mal sopportò il furore inquisitoriale dei Carafa: difese le proprie entrate con accanimento, fece scarcerare proprie creature, si preoccupò della sorte della biblioteca del palazzo Farnese, fu decisivo, forse, nel salvare la comunità ebraica di Roma da una punizione durissima in occasione dell’unica accusa di omicidio rituale che si ricordi a Roma. In una situazione internazionale stabilizzatasi con i trattati di Cateau-Cambrésis, rilevantissimo fu il ruolo da lui rivestito in occasione del conclave, lungo ed estenuante, che portò all’elezione di papa Pio IV. Quotato a sei nelle scommesse di trivio del picchetto del quartiere Ponte, poteva contare su una ventina di voti. Il 23 settembre 1559, svegliato nottetempo, riuscì a sventare un colpo di mano per eleggergli in faccia il cardinal di Mantova (Ercole Gonzaga) e si impegnò a curare l’ingresso delle somme per sostenere il cardinale Rodolfo Pio di Carpi e guadagnare consensi. In un’atmosfera cittadina sempre più disordinata e in preda a una criminalità sempre più diffusa, come a ogni prolungamento di sede vacante, trascinandosi tra vini pretiosi, giaccio mattina e sera fatto portare di Abruzzo, vitella, uccellami, pollami, ogni sorta di selvatichumi, insofferente sino al punto di far smurare una porticella per uscire dal conclave, fu nel dicembre arbitro dell’elezione, particolarmente gradito agli Spagnoli e addirrittura considerato come papabile. Fu decisivo al momento del voto finale in favore del cardinale Giovan Angelo de’ Medici (26 dicembre 1559). Da questo momento in poi l’attività del Farnese si distaccò sempre di più dalla vita politica attiva presso le corti e si connotò principalmente in un oculato mantenimento del proprio potere personale a Roma, nella conservazione di un’immagine prestigiosa e influente e in un accrescimento della propria fortuna patrimoniale che, risolta la questione delle confische francesi, si segnalava per un movimento di capitali, rendite e pensioni impressionante. Con una rete diffusa di agenti patrimoniali, legato a numerosi banchieri, soprattutto fiorentini (Rucellai, Cavalcanti, Bardi, Montaguti, Ceuli e Soderini), a prestatori e ad appaltatori, poté disporre di una liquidità notevolissima e di un credito corrente che negli anni Sessanta fu mediamente superiore ai 40000 scudi d’oro annui (cfr. Archivio di Stato di Parma, Fondo Corte e Casa Farnesiane, s. 12, b. 59; Liber instrumentorum d. Alexandri card. Farnesii 21 agosto 1535-28 gennaio 1567, cc. 72 ss.). Le entrate più sicure e consistenti provenivano da Monreale, 17000 scudi, da Avignone, 7000 scudi, dalle mense episcopali portoghesi, 6400 scudi, a cui si aggiunsero, oltre alle altre rendite ecclesiastiche, i benefici vacanti dovuti al vice cancellierato, che oscillarono tra i 2000 e i 4000 scudi, il commercio di grani siciliai, gli affitti e gli appalti di varia natura (abbazia delle Tre Fontane, San Martino di Viterbo, Vescovato di Massa) e talvolta persino un’attività propria di finanziamento a interesse. Anche nel pieno dei fervori e dei propositi conciliari di limitare il cumulo di benefici, il Farnese aggirò spessissimo la questione valendosi del diritto di nominare un nuovo titolare dei benefici a cui si doveva rinunciare per incompatibilità, indicando prestanome, familiari, oppure soggetti che si accordarono opportunamente con lui per il versamento di una rendita vitalizia. Durante il pontificato di Pio IV, con altri tredici porporati, tra i quali Carlo Borromeo, fu inserito in una commissione per la riforma dei costumi (10 febbraio 1560), in attesa che il concilio esaminasse la riforma dei tribunali pontifici e del conclave. In occasione della scabrosa e nota vicenda dell’arresto dei Carafa si adoperò nel processo per salvare almeno Carlo, vedendo nella loro disgrazia un possibile tentativo di diminuire le prerogative del Sacro Collegio: fu uno dei pochi che nel marzo 1561 osò levarsi in concistoro implorando inutilmente clemenza. A disagio nella nuova atmosfera, nel novembre 1563 durante le ultime sessioni conciliari tentò, anche con iniziative epistolari, di opporsi alle decisioni di riforma della Curia e del Collegio cardinalizio. Sino alla pubblicazione della bolla di approvazione dei deliberati (30 giugno 1564) si animò nel dibattito del concilio soltanto episodicamente quando avvertì il rischio di essere diminuito nel suo rango e nel suo tenore di vita. Favorì Gabriele Paleotti nell’ottenimento della porpora cardinalizia nel marzo 1565. Dopo la morte del Papa, entrato in conclave il 20 dicembre 1565 sostenuto dai cardinali più poveri, il carattere più impermeabile alle influenze delle potenze internazionali che contrassegnò i lavori dei porporati gli consentì di avere un ruolo di primo piano e di attuare una serrata politica personale per ottenere la tiara. In un primo momento si trovò a respingere il tentativo di Carlo Borromeo per far eleggere immediatamente il cardinale Morone e in seguito Amulio Mula. Profittando di una situazione confusa e incerta cercò contatti con i Gonzaga con la promessa, in caso di elezione, di istituire un solido legame parentale tra le loro famiglie e organizzò un sostegno popolare all’esterno del conclave che sfociò in acclamazioni notturne per le strade di Roma: il 3 e il 4 gennaio ottenne sedici voti e subito dopo fece naufragare la candidatura di G. Sirleto e quella fiorentina di G. Ricci. Osteggiato da Filippo II, in una atmosfera sempre più tesa dovette abbandonare ogni velleità dopo un decisivo colloquio con Carlo Borromeo, alla cui intimazione che non s’aggirasse più il cervello in voler essere papa egli rispose proponendo una rosa di quattro nomi tra cui quello di Michele Ghislieri che risultò di lì a poco effettivamente eletto. Papa Pio V lo tenne immediatamente in gran considerazione e riconoscenza nominandolo in una congregazione per la riforma del clero, in un’altra per gli affari di Germania e in una commissione che curasse la formazione di una lega antiturca (autunno 1566). Lo consultò negli affari di Stato, ma la voce che l’assiduità del Farnese nel frequentarlo era da attribuirsi alla volontà di prepararsi la via al pontificato guastò repentinamente le relazioni tra i due. Poi mantenne solo una funzione di consigliere sempre più tiepida e inascoltata nelle decisioni politico-militari e all’interno degli affari di Stato affidati all’emergente figura di Michele Bonelli. Divenuto arciprete di San Pietro, fu impegnato in visite più che altro mecenatesche, a presenziare alcuni sinodi e curare la sua Diocesi di Monreale (1568) per tornare però ben presto a Roma dove, anche a opinione del Papa, la sua presenza si rivelava indispensabile. Ancora una volta ogni sua pur fondata aspirazione a divenire papa dopo la vacanza seguita al decesso di Pio V venne rapidissimamente frustrata dall’intervento perentorio da un lato di Filippo II, che certo non vedeva in lui il modello postridentino di pontefice fermo e rigoroso e dall’altro di Cosimo I de’ Medici. Attonito e confuso dai veti spagnolo e mediceo, nel breve giro di ventiquattro ore, dal 12 al 13 maggio 1572, riuscì almeno a proporre una rosa di quattro candidati al capo dei cardinali di Pio V, Michele Bonelli, all’interno della quale si trovava appunto il futuro Gregorio XIII, Ugo Boncompagni, che in anni lontani era stato suo professore di diritto a Bologna. In seguito riuscì a conservare intatto il suo prestigio grazie alla fiducia che ripose in lui il segretario di Stato del Papa, Tolomeo Galli: di fatto egli si pose a capo di un consistente gruppo di cardinali all’interno del Sacro Collegio non senza scontrarsi con l’indipendenza e l’autonomia del Pontefice. Fece parte della congregazione per gli affari di Germania dal 1573 e seguì l’andamento delle missioni in Polonia, Svezia e Russia. Ascoltato e nello stesso tempo mal sopportato, ebbe con il Papa rapporti contraddittori che non si manifestarono mai in aperte rotture ma piuttosto in piccoli incidenti, in rifiuti a suppliche o richieste di favori clientelari. Nel 1581 tentò invano, sollecitato dal duca di Mantova, di mitigare i rigori antigiudaici del Papa e di consentire il libero esercizio della professione ai medici ebrei. Il 13 dicembre 1583 si fece promotore di una protesta garbata ma ferma sulla dichiarazione di lista di porporati proposta da Gregorio XIII senza nessuna previa consultazione del concistoro che risultò privato così di una funzione fondamentale. Alla morte di Gregorio XIII il 10 aprile 1585 il Farnese fu ancora uno dei più credibili aspiranti all’elezione insieme col suo rivale Ferdinando de’ Medici. Entrambi tentarono di conquistare i voti del cardinale Luigi d’Este e dei nipoti degli ultimi papi. Ottenuta in un primo tempo la promessa dei voti dei cardinali gregoriani da parte di Filippo Boncompagni, divenne quindi più chiaro che una sua candidatura incontrava l’ostilità di molti per pura e semplice invidia, per vecchie ruggini oppure per motivi squisitamente politici che erano indirizzati contro ogni iniziativa di accrescimento del potere della famiglia Farnese. All’apertura del conclave il 21 aprile 1585, nonostante circolassero molte voci in città su una sua elezione, si erano già esaurite tutte le sue speranze: si tirò volontariamente fuori dalla lizza e ostacolò senza successo l’ingresso tardivo del cardinale Andrea d’Austria che sapeva a lui contrario. Tenuto all’oscuro dell’unanimità che andava costruendosi intorno a Felice Peretti, accettò dignitosamente di perdere l’ultima occasione che gli venne offerta di accedere al soglio pontificio e votò anch’egli per il nuovo papa il 24 dello stesso mese, ricevendone in cambio un voto di cortesia. Poco calorosi se non freddi furono i suoi rapporti con la fermezza di papa Sisto V e il Farnese si trovò a essere il catalizzatore di molte lamentele contro il frate tirannico e si scontrò apertamente con lui per il rifiuto delle sue proposte di creazioni cardinalizie (Carlo Conti nel 1587). Fece parte di una congregazione speciale nel gennaio 1587 per trattare gli affari religiosi e politici di Polonia dopo la morte di Stefano Báthory, divenendo protettore della nazione sino alla morte. Nel gennaio 1588 venne nominato membro della nuova congregazione concistoriale che ebbe come compito l’indagine preliminare sull’erezione di nuovi vescovati e sulle assegnazioni di finanziamenti e sui trasferimento di quelli già esistenti. Egli poté a giusto titolo essere considerato un esperto per il suo curriculum singolare e vorticoso: infatti, indicando soltanto le cariche e gli onori più importanti, ebbe il titolo diaconale di Sant’Angelo (1534), quello presbiteriale di San Lorenzo in Damaso (1536), fu vice cancelliere per tutta la vita, governatore di Spoleto (1534), di Tivoli (1535), di Castelgrotto (1535), di Civita Castellana (1540), di Vetralla (1540), amministratore delle Diocesi di Jaen (1535-1537), di Avignone (1535-1551, 1560-1566), di Monreale (1536-1573), di Bitonto (1537-1544), di Ancona (1538, 1585), di Massa Marittima (1538-1547), di Gerusalemme (1539-1550), di Viseu (1547-1552), di Tours (1553-1554), di Cahors (1554-1557), di Spoleto (1555-1562), di Benevento (1556-1558), vice legato di Avignone (1540-1565) e al Patrimonio di San Pietro (1565), cardinale vescovo dal 12 maggio 1564 con il titolo di Sabina, lo permutò in quello di Frascati (1565), quindi in quello di Porto e Santa Rufina (1578) e infine in quello di Ostia e Velletri (1580). Anche se alcuni vogliono che il suo legame con la Compagnia di Gesù fosse senza passione e probabilmente funzionale al rafforzamento del proprio potere romano, il Farnese intrattenne tuttavia con essa una costante frequentazione e mantenne una continua strategia di protezione e di sostegno. Il rapporto con i gesuiti fu da lui iniziato infatti sin dal 1548 quando incaricò Giacomo Lainez di visitare la Diocesi di Monreale in sua vece per comporre i continui litigi tra i canonici del Duomo e i benedettini e porre rimedio alla tracotanza di religiosi e religiose legati alla nobiltà locale. Quindi assicurò versamenti per il mantenimento del collegio germanico, patrocinò i progetti dei collegi di Avignone (1555) e di Parma (1559) anche contro la volontà del fratello Ottavio, finanziò il seminario romano inaugurato nel gennaio 1565 e difese i gesuiti dai ricorrenti attacchi e sospetti. Mentre molto tesi furono i rapporti con l’oratorio di San Filippo Neri per la ferma volontà del Farnese, titolare di San Lorenzo in Damaso, di non alienare la Vallicella e solo un motu proprio di Gregorio XIII e l’intervento di Anna Borromeo lo convinsero nel 1578 a cedere la giurisdizione e in seguito a proteggere tiepidamente la stessa congregazione. Negli ultimi anni della sua vita visse, letteralmente attorniato dai gesuiti, tra Roma e Caprarola ridotto a un dolce porto di quiete, in un crescente distacco per le occupazioni mondane che si limitarono quasi esclusivamente a opere di carità e beneficenza. A tale proposito intensissime e dall’impronta tipicamente principesca furono l’attività caritatevole e l’attenzione per una politica di immagine tipiche di una mentalità tardorinascimentale, con un elenco infinito e non sempre accertabile di beneficati: 10000 scudi in periodo di carestia agli orfani, 2000 al monastero delle convertite, sovvenzioni alla compagnia del Gonfalone per il riscatto degli schiavi cristiani, alla compagnia della Nunziata per dotare le zitelle, fondi per il funzionamento dell’Ospedale San Giacomo degli Incurabili, nella vecchiaia 45000 scudi annui impegnati in elemosina, l’equivalente circa della capacità contributiva di una città pontificia come Bologna. Già sofferente da tempo di podagra e di disturbi agli occhi, il 28 febbraio 1589 venne colpito probabilmente da un ictus cerebrale. I medici vedendo il gran pericolo, vennero a rimedii violenti toccandolo due volte in testa con botton di fuoco: dopo un effimero recupero, morì. Le sue esequie simboleggiarono le forme di un potere che vedeva nell’assistenzialismo e nelle aderenze curiali le sue maggiori espressioni: portato in corteo funebre con gran pompa per via del Pellegrino tra botteghe chiuse e mura apparate a nero, accompagnato dalla nobiltà a lutto, da un gran numero di ecclesiastici, dai membri delle compagnie e delle confraternite, da orfanelli e zitelle, ricevette un così pressante omaggio alla chiesa del Gesù da metter la guardia de’ Tedeschi alle porte. Lì venne sepolto, dopo un’orazione solenne di Pietro Magno, sotto l’altare maggiore da lui finanziato in vita. Da una donna rimasta sconosciuta intorno al 1556 ebbe una figlia, Clelia, di leggendaria bellezza e teneramente amata, che fece maritare nel 1570 a Giovan Giorgio Cesarini e in seconde nozze nel 1585 a Marco Pio di Savoja Signore di Sassuolo. Il Farnese fu, probabilmente, il più importante mecenate delle arti attivo a Roma nei decenni intorno alla metà del secolo XVI. La nomina a vice cancelliere della Chiesa e gli innumerevoli e pingui benefici di cui fu colmato da Paolo III gli arrecarono, di fatto, una ricchezza senza limiti. Ciò gli permise di commissionare ai migliori artisti per un periodo di cinquant’anni un grandissimo numero di opere che andavano dagli edifici ricoperti di affreschi, come villa Farnese a Caprarola e la chiesa del Gesù a Roma, alla miniature e alle gemme preziose. Tra i mecenati del tempo a Roma nessuno avrebbe potuto competere con lui, con la sola eccezione, forse, del cardinale Ippolito d’Este. Il Farnese è importante, soprattutto, perché la sua lunga attività copre un periodo contrassegnato da cambiamenti sostanziali nelle forme del mecenatismo e nel gusto legato alla cultura della Controriforma. Le prime esperienze del Farnese nel campo dell’arte ebbero luogo grazie alla intensa attività di mecenate di suo nonno Paolo III: infatti quando il Papa era troppo impegnato, egli fungeva, spesso, da