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Il dizionario dei parmigiani
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Credits
Dizionario biografico: Rabacli-Ricorda [ versione stampabile ]

RABACLI-RICORDA

RABACLI ANTONIO, vedi RABALLI ANTONIO

RABAGLIA BASILIO ANTONIO
Vestana 1793-Monticelli 7 maggio 1870
Nacque da Giacomo e Maria Magnani. Il Rabaglia maturò la sua vocazione allo stato sacerdotale durante la guerra napoleonica del 1812. Nonostante la miseria generale causata dal blocco continentale, Napoleone Bonaparte  non esitò a impegnarsi in una nuova guerra contro la Russia. Varcato il Niemen, presso Vilna, sbaragliò i Russi a Borodino e il 14 settembre entrò in Mosca, che i Russi, prima di abbandonare, avevano dato alle fiamme. Napoleone fu così costretto a una ritirata disastrosa per la mancanza di viveri, per il freddo e per i continui attacchi del nemico che sterminarono l’esercito. Dei 27000 Italiani della spedizione, il 24 dicembre 1812, all’appello fatto dal principe viceré Eugenio, risposero soltanto in un migliaio. Tra i prodi reduci vi era anche il Rabaglia, che in quei tristi frangenti aveva fatto voto di farsi sacerdote se fosse tornato a casa salvo. Il Rabaglia fu infatti ordinato sacerdote e parroco a Vestana dal 24 aprile 1826 al 28 settembre 1840 e priore di Monticelli dal 1840 al 1870. Morì a 77 anni. Il Rabaglia predilesse le scienze sacre e seguì anche l’estro poetico che gli fu fecondo di diverse poesie. A Monticelli, il monumentale cimitero deve la sua origine alla magnanimità del Rabaglia e della famiglia Mariotti. A Vestana, una bella fonte, sormontata da un piedistallo di granito su cui domina l’immagine di Maria Mater Gratiae, eterna la memoria del Rabaglia. La sobria epigrafe posta ai piedi della Vergine suona così: Spinto dall’amore di Patria e memore dei benefici della Madre di Dio, Basilio Antonio Rabaglia, Priore di Monticelli, agli assetati dell’uno e dell’altro bene, preparò questa duplice fonte nell’anno del Signore 1856.
FONTI E BIBL.: E. Guerra, Cornigliesi illustri, 1942, 13-14; E.Dall’Olio, Corniglio e la sua valle, 1960, 207-208.

RABAGLIA LUIGI
Parma 9 dicembre 1812-1845
Figlio di Domenico e Chiara Galingani. Fu avvocato e giureconsulto di valore.
FONTI E BIBL.: E. Adorni, Notizia intorno Luigi Raballia, avvocato, Milano, Guglielmini, 1845; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 892.

RABAIOTTI, vedi RABAJOTTI

RABAJOTTI ANTONIO
Grezzo 6 maggio 1852-Poutypridd 27 agosto 1923
Dal paese natale se ne andò in gioventù, viaggiando per tutto il mondo e cimentandosi nelle imprese più inverosimili. Tornò a Bardi, negli ultimi anni di vita, portando molti cimeli delle sue imprese e dei suoi viaggi, ma poi tornò a viaggiare, e si spense in Inghilterra. I giornali parlarono a lungo delle sue avventure. Fu un personaggio da romanzo, protagonista di imprese clamorose quanto contrastanti. Vinse il campionato inglese  di pugilato per dilettanti nel 1881, ma organizzò anche spedizioni, creando dei veri e propri miti, nell’epoca del Klondike, del El Dorado e delle miniere di Re Salomone. Una sua impresa, in particolare, fece epoca, sia perché accese le fantasie di mezzo mondo e lo tenne col fiato sospeso, sia perché fu realmente drammatica. Accadde in Australia, dove il Rabajotti si recò dopo aver visitato il Regno Unito, l’Oriente e l’America, sempre alla ricerca di avventure, alla testa di spedizioni e di imprese, con la speranza di trovare mitici tesori, miniere, città sepolte e antiche civiltà. Partì, con cinque uomini e sette cavalli, da Perth diretto a Kimberly, attraverso il grande deserto australiano, alla ricerca di un mitico tesoro. La stampa seguì la spedizione con apprensione. Solo il Rabajotti e un suo compagno scamparono alla morte per fame e per sete (cibandosi dei cavalli), dopo che gli altri compagni erano morti per gli stenti e la fatica.
FONTI E BIBL.: A.Marcedone, in Gazzetta di Parma 26 ottobre 1981, 3.

RABAJOTTI FRANCESCO
Grezzo 27 giugno 1874-Abba Garima 1896
Caporale nel 40° Reggimento fanteria, venne trasferito nelle truppe d’Africa l’11 gennaio 1869 e immediatamente inviato nelle Ambe. Cadde in combattimento.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 348.

RABALLI ANTONIO
Montechiarugolo 1730
Falegname. Nell’anno 1730 realizzò un cassettone nel Castello di Montechiarugolo, firmato a.di. 20 maggio 1730 A.nio Raballi.
FONTI E BIBL.: E. Gonzalez Palacios, 1969, v. III, 6; Il mobile a Parma, 1983, 257.

RABALLIA LUIGI, vedi RABAGLIA LUIGI

RABBONI GIUSEPPE
-Fontevivo 28 marzo 1879
Cappellano a Fontevivo durante l’imperversare del colera, si distinse per la sua premurosa e assidua assistenza ai colpiti dal morbo. Fu segnalato al Ministero di Stato del Dipartimento di grazia e giustizia perché grandemente si adoperò a vantaggio degli infelici colpiti da quel male, avendone da se solo assistiti cinquanta circa. Per molti anni il Rabboni svolse il ruolo di maestro nella scuola elementare di Fontevivo fondata dal Pinelli.
FONTI E BIBL.: E.Dall’Olio, Fontevivo. Arte e storia, 1990, 160.

RABONI PIETRO
Traversetolo 1831
Durante i moti del 1831 fu propagatore della rivolta. Fu poi inquisito e processato.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 202.

RACAGNI PAOLO
Parma 12 ottobre 1889-Corno di Rosazzo 26 maggio 1917
Figlio del generale Camillo e di Maria Luisa De Luchi. Studente d’ingegneria nel Politecnico di Torino (ottenne il diploma di ingegnere-architetto), volle essere soldato non appena scoppiata la guerra nel 1915. Sottotenente e poi tenente nel 3° Reggimento alpini, si distinse in numerosi combattimenti. Morì in seguito alle gravi ferite ripotate nella decima battaglia dell’Isonzo, a Selletta Vodice. Il Racagni fu decorato di medaglia d’oro al valor militare alla memoria. La motivazione dice: Fulgido esempio di fermezza, di coraggio e di ogni più eletta virtù militare, quale comandante di una sezione mitraglieri, operando di propria iniziativa, seppe tener testa a forze nemiche di gran lunga superiori. Ferito ben tre volte in breve tempo, rimase al proprio posto, rinunciando a farsi medicare. Ferito una quarta volta alla gola e portato al posto di soccorso, non appena medicato tornò sulla linea di combattimento, ove con mirabile eroismo, manovrando egli stesso un’arma, inflisse ingenti perdite all’incalzante avversario. Mentre in tal guisa eroicamente operava, venne nuovamente e mortalmente colpito. Spirò serenamente poco dopo.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia militare, VI 1933, 373; B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 126; G.Sitti, Caduti e Decorati Parmigiani nella guerra 1915-1918, Parma, Ediz. Fresching, 1919; Decorati al valore, 1946, 95-96; Gazzetta di Parma 23 febbraio 1987, 10; T.Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 240.

RACCAGNI PAOLO, vedi RACAGNI PAOLO

RACCHETTI GIUSEPPE, vedi ROCCHETTI PIETRO GIUSEPPE

RACHÈ o RACHEL, vedi RACHELLE

RACHELI MARIO
Parma 29 gennaio 1879-post 1940
Figlio di Aneto e Edonede Malaspina. Sindacalista, prima corridoniano e poi creatore della Corporazione dell’Agricoltura, fu deputato più volte e presidente (1934-1940) del Consiglio Nazionale delle Corporazioni.
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1203.

RACHELLE FERDINANDO
Parma 1805/1823
Nel 1805 e 1806 suonò con Pietro Rachelle al Teatro Carcano di Milano come secondo violoncello. Nel 1823 fu con lui anche al Teatro Re di Milano.
Fonti e Bibl.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

RACHELLE GIOVANNI
Parma 10 luglio 1812-Cagliari 19 marzo 1892
Figlio di Pietro, fu allievo di Gaetano Beccali nella Ducale Scuola di musica di Parma e a vent’anni vinse il concorso per violoncello di spalla nella Ducale Orchestra. Nel 1825 e nel gennaio 1834 suonò in accademie al Teatro Ducale di Parma. Nel 1834, entrato in disaccordo con il padre, andò in Sardegna, scritturato come primo violoncello nell’orchestra del Teatro Civico di Sassari. L’anno seguente entrò anche come primo flauto tra i musicisti della Cattedrale di Cagliari. Restò in Sardegna, dove due generazioni di strumentisti lo ebbero a maestro. Scrisse sinfonie e ballabili per orchestra, messe, e composizioni varie di genere sacro e profano. Continuò a lavorare fino a 80 anni. Ebbe diversi figli, tutti musicisti, nati a Cagliari: Francesco, flautista, clarinettista, violoncellista e compositore, Pietro, compositore, Raimondo, violinista e compositore, Antonio, flautista e Giuseppe, flautista e direttore di banda.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 562; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

RACHELLE GIUSEPPE
Parma 1814/1823
Nel 1814, 1817 e 1823 fu primo contrabbasso al Teatro Re di Milano, dove suonava anche Pietro Rachelle.
Fonti e Bibl.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

RACHELLE LAUDELIA GIUSEPPINA
1809-Parma 1836
Figlia di Pietro, studiò violoncello con il padre, che le dedicò il Breve metodo. All’età di quindici anni, domenica 27 febbraio 1820, dette il concerto di inaugurazione dell’Accademia Filarmonica di Parma, che aveva sede nel palazzo del conte Bajardi, eseguendo al violoncello un concerto di Alfonso Savj. Pochi mesi dopo, il 24 maggio 1820, dette al Teatro Ducale di Parma un’accademia nella quale eseguì un concerto di Soliva e, con il padre, le Variazioni per due violoncelli di Alfonso Savj. Fu nominata socio onorario della Ducale Società Filodrammatica Parmense.
Fonti e Bibl.: Stocchi; M.Serra, I Rachelle, in Auditorium, Cagliari, 1975.

RACHELLE MICHELE
Parma 1833/1834
Nel Carnevale del 1833 fu I violino e direttore d’orchestra nella stagione del Teatro Carcano di Milano e, in una lettera del 9 luglio 1833, parlando di lui come primo violino e direttore d’orchestra per il Teatro Riccardi di Bergamo, Gaetano Donizzetti scrive: Giovane di distintissima abilità, non poteva cadere la scelta sopra soggetto migliore. Nell’aprile 1834 fu il direttore dell’orchestra dei Filarmonici della Scuola diretta dal Sig. Pietro Massini a Milano nell’esecuzione della Creazione del mondo di Haydn (maestro al cembalo fu Giuseppe Verdi). Nel fondo musicale dell’archivio capitolare del Duomo di Vicenza si trova una romanza manoscritta, La sera, parole del cav. Maffei, poste in musica da Michele Rachelle.
Fonti e Bibl.: G.Zavadini, Donizzetti: vita, opere, epistolario, Bergamo, 1948; Marchesi; Melisi; V.Bolcato-A.Zanotelli, Il fondo musicale dell’archivio capitolare del duomo di Vicenza, Torino, EDT, 1986, 335.

RACHELLE PIETRO
Parma 8 maggio 1775-Parma 7 luglio 1837
Suonatore di violoncello dal 1790, nel 1794 ricevette la nomina di soprannumerario nella Reale Orchestra di Parma  e presto ne divenne il primo violoncello. Negli anni della dominazione napoleonica si trasferì a Milano, dove fu attivo in molti teatri. Nel 1816, ricostituitasi a Parma l’Orchestra Ducale, fu nominato primo violoncello in proprietà, gli fu concesso di rivestire l’uniforme decretata da S.M. e fu nominato socio onorario della Ducale Società Filodrammatica Parmense. Nel 1836 e 1837 fu docente di violoncello a titolo gratuito nella Ducale Scuola di musica di Parma: per questa attività scrisse il trattato Breve metodo per imparare il violoncello, pubblicato da Ricordi in diverse edizioni fino al 1868.
FONTI E BIBL.: L. Forino, Il violoncellista, 1905, 376; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 266; Enciclopedia di Parma, 1998, 562.

RACHELLI GERARDO
Parma 1409
Si laureò in legge. Fu eletto, assieme ad altri, a presentare la Bacchetta della Signoria di Parma a Nicolò d’Este quando a lui si sottopose la città il 27 giugno 1409.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 3.

RADICATI di PRIMEGLIO ISABELLA, vedi MELI LUPI ISABELLA

RADICI
Parma 1778/1779
Fu violinista alla Cattedrale di Parma dal 15 agosto 1778 al 15 agosto 1779.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

RADOS GIOVANNI
Parma 1775c.-
Fratello di Luigi.Fu incisore di ritratti.
FONTI E BIBL.: A.M.Comanducci, Dizionario dei pittori, 1973, 2630.

RADOS GIUSEPPE
Parma 1799 c.-
Figlio di Luigi. Coltivò nell’incisione la maniera a granito. Fu attivo soprattutto a Milano.
FONTI E BIBL.: A.M.Comanducci, Dizionario dei pittori, 1973, 2630.

RADOS LUIGI
Parma 19 ottobre 1773-Milano 1840 o 1844
Nobile parmense (conte), il Rados studiò alla milanese Accademia di Brera, assistente di Giuseppe Longhi e di Raffaello Morghen. Si dedicò prevalentemente all’incisione, praticando e sperimentando tecniche quali l’acquaforte, l’acquatinta e la maniera a granito. A essa affiancò, a detta dello Zani, l’attività di disegnatore e calligrafo, stimolato dalla grande tradizione tipografica parmense inaugurata dal Bodoni. Artista versatile, si impegnò nella traduzione di capolavori del passato, da Leonardo (L’ultima cena, 1829) a Raffaello (Madonna della seggiola) e affrontò una grande varietà di temi: celebri ritratti (Gian Domenico Romagnosi, L’imperatore Ferdinando I, Sismondo de Sismondi, Maria Luisa d’Austria), scene di genere, paesaggi e vedute urbane. Va ricordato inoltre l’importante contributo del Rados alla divulgazione delle effigi di artisti di teatro, tra cui la nota serie pubblicata da Giovanni Ricordi nel 1821. Ebbe una calcografia a Reggio Emilia nel periodo dal 1797 al 1801, dalla quale uscirono una serie di testate con emblemi, fregi e vignette della Repubblica Cisalpina utilizzate negli atti ufficiali. Relativamente a immagini legate al periodo rivoluzionario e a quello della dominazione napoleonica, si citano il Prospetto della piazza Virgiliana di Mantova e il Monumento a Virgilio (1801), le tavole all’acquatinta dai disegni dell’Antolini per Descrizione del Foro Bonaparte (Parma, 1806) e lo Spettacolo di naumachia dato dalla città di Milano il 9 giugno 1811.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli-Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, 1801-1850, ms. nella Biblioteca Palatina di Parma; Fuessli, Künstlerlexicon, 1806-1821; A.Pezzana, Memorie degli scultori e letterati parmigiani, 1833, VII; G.Ferrario, Le classiche stampe, Milano, 1836, 273; Würzbach, Biogr. Lexikon Oesterr., 1872, XXIV; Le Blanc, Manuel de l’amat. d’est., 1888, III, 269; L.Callari, Storia dell’arte contemporanea italiana, Roma, 1909; Thieme u. Becker, Künstlerlexicon, 1933, XXVII; L.Servolini, Dizionario illustrato degli incisori italiani moderni e contemporanei, Milano 1955; A.M.Comanducci, Dizionario dei pittori, 1973, 2630; Arte dell’incisione a Parma, 1969, 57; Enciclopedia di Parma, 1998, 562.

RAFFAELE DA BUSSETO
Busseto 1466
Fu maestro delle entrate ordinarie del Ducato  di Parma nell’anno 1466.
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 758.

RAFFAELE DA PARMA
-Roma 1699
Frate cappuccino, morì al ritorno dalla guerra in Dalmazia e nell’Egeo (1684-1699), combattuta tra Venezia e i Turchi, alla quale il Raffaele partecipò sulle galee papali.
FONTI E BIBL.: Imerio da Castellanza, Angeli delle armate, 1937, 135.

RAFFAELI FRANCESCO
Parma 1859
Fu deputato all’Asseblea dei Rappresentanti del Popolo di Parma nel 1859. Prese parte ai lavori dell’Assemblea.
FONTI E BIBL.: Assemblee del Risorgimento: Parma, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici, 1942, 29.

RAFFAELLO, vedi COEN REMO

RAFFI GAETANA
Bedonia 24 agosto 1887-Manubiola di Borgo Val di Taro 30 giugno 1944
Partigiana, fu fucilata per rappresaglia dai nazi-fascisti.
FONTI E BIBL.: T.Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 241.

RAFFI STEFANO
Metti 21 aprile 1784-Bedonia 23 giugno 1864
Dopo avere seguito studi privati, entrò al Collegio Alberoni di Piacenza e fu ordinato sacerdote nel 1809. Fu curato a Pianello e a Bedonia, ove rimase anche come parroco. La sua opera principale fu la realizzazione (su disegno dell’ingegnere Pietro Tagliasacchi) del Seminario di Bedonia, di cui pose la prima pietra nel 1841, collocandovi le reliquie di SanVincenzo de’ Paoli. Di tendenze legittimistiche, opposte a quelle del suo amico e collaboratore Giovanni Agazzi, concepì l’Istituto come un albergo, ove potevano essere ospitati i candidati al sacerdozio. Invece i Missionari di SanVincenzo, cui fu affidata la gestione dell’opera inaugurata il 25 luglio 1846, ne fecero un Seminario tridentino a pieno titolo. Del Raffi, come prezioso documento, rimane il Giornale di tutte le spese eseguite (Archivio parrocchiale di Bedonia), che è un autentico e minuzioso diario della costruzione del Seminario, da lui gestita e condotta a termine tra tante difficoltà. Fu sepolto nell’oratorio di SanMarco in Bedonia, vecchio santuario che il Raffi, nel 1850 aveva pensato di ampliare.
FONTI E BIBL.: A.Cavalli, Origine e fondazione del Seminario di Bedonia, Parma, Fiaccadori 1896; Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 349; L.Squeri, I cento anni del Seminario di Bedonia, Parma, 1946; numero unico dell’Araldo della Madonna di S.Marco, 1971; B.Perazzoli, Il Seminario di Bedonia: dalle origini all’espulsione dei Missionari Vincenziani (1846-1850), in Archivio Storico per le Province Parmensi 1895, 421-475; F.Molinari, in Dizionario Biografico piacentino, 1987, 224.

RAGAZZI GIACOMO
Parma 1766/1805
Fu professore di violino e suonatore di ballo per i paggi nel Reale Collegio di Parma tra il 1766 e il 1782. Negli spettacoli dati in occasione delle feste ducali del 1769 fu sottoripetitore ai balli, mentre nelle stagioni di Carnevale del 1775 e del 1778 fu ripetitore dei balli al Teatro Ducale di Parma (Archivio di Stato di Parma, Teatri e Spettacoli borbonici, bb. 4-5). Con Regio Decreto del 6 agosto 1774 il duca Ferdinando di Borbone gli aumentò il soldo da 27 lire al mese a 60 lire. Il 19 maggio 1780 lo stipendio fu portato da 720 lire all’anno a mille lire. Alla chiesa della Steccata di Parma suonò dal 1780 al 1805. Nel 1786 iniziò a lavorare nell’orchestra dell’Accademia Filarmonica di Parma.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruolo, B. l, fol. 84; Archivio della Steccata, Mandati, 1780-1805; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 207; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

RAGAZZI GIUSEPPE
Cereseto di Compiano 1818-post 1847
Organista, nel 1847 fu a Odessa, poi a Kiev, indi a Grodno.
FONTI E BIBL.: Varvartsev, Dizionario dei musicisti italiani in Ucraina; Kiev, Archivio Centrale, Fogli e biglietti d’ingresso degli stranieri, 1833.

RAGAZZO PAOLO, vedi RAGAZZONI PIETRO PAOLO

RAGAZZONI ANDREA
Parma 1447/1495
Mercante. Scrisse in volgare una Cronaca di Parma dal 1447 al 1495.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 27.

RAGAZZONI GIOCONDO
Parma 1819
Calcografo. Tra le sue stampe si ricorda una tavola per i Due carmi del padre T.Ceva (Parma, 1819).
FONTI E BIBL.: L. Servolini, Dizionario Incisori, 1955, 689; E.Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, IX, 235.

RAGAZZONI GIROLAMO
Parma 1572/1575
Figlio di Andrea e fratello di Vittore. Compose una favola pastorale, Aracne, recitata in Parma nel 1572 alla presenza del duca Ottavio Farnese e nel 1575 in Modena alla presenza di Alfonso d’Este.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1958, 34.

RAGAZZONI OTTAVIO
Parma 1590
Fu forse parente di Pietro Paolo Ragazzoni. Fu monaco carmelitano a Mantova. Curò la pubblicazione dell’antologia Liber primus Psalmorum ad Vesperas 5 v. ex variis excellentissimis viris desumptus (Venezia, 1590; contiene anche una sua composizione).
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musicisti in Parma, in Noted’Archivio, 1931; F. Bussi, Piacenza, Archivio del Duomo; catalogo del fondo musicale, Milano, 1967; Dizionario dei musicisti, Utet, 1988, VI, 209.

RAGAZZONI PIETRO PAOLO
Parma 28 giugno 1499-Parma ottobre/novembre 1580
Dal 1539 al 1564 fu, con alcune interruzioni, cantore della cappella della Steccata di Parma. Il 20 marzo 1564 fu nominato maestro di cappella e due anni più tardi lasciò la Steccata per dirigere la cappella del Duomo di Parma, dove fu attivo fino al 1580. Compose il Libro Primo di Madrigali a 4 voci (Venezia, Girolamo Scotto, 1544 e 1564), dedicato da Parma, 28 gennaio 1564, a Girolamo Vida vescovo d’Alba. Di questa pubblicazione un esemplare si conserva alla Biblioteca Ministeriale di Celle; contiene 32 madrigali.
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, 2, 1929, 335; Dizionario dei musicisti, Utet, 1988, VI, 209.

RAGAZZONI VITTORE
Parma 1562/1564
Figlio di Andrea e fratello di Girolamo. La sua famiglia esercitò la mercatura. Il Ragazzoni compose rime amorose. È spesso confuso col fratello.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3/4 1959, 187.

RAGAZZONO PIETRO PAOLO, vedi RAGAZZONI PIETRO PAOLO

RAGGI PIETRO
Parma-post 1833
Musicista girovago, nel 1833 arrivò a Kiev, in Russia, proveniente da Mogilev. Era, assieme allo zio Andrea Zaniboni, possessore di uno strumento musicale con figure meccaniche.
FONTI E BIBL.: Varvartsev, Dizionario dei musicisti italiani in Ucraina; Kiev, Archivio Centrale, Fogli e biglietti d’ingresso degli stranieri, 1833.

RAGGI VINCENZO
Parma seconda metà del XVIII secolo/1809
Attivo già nella seconda metà del XVIII secolo, fu tra i membri della Società Parmigiana dei Pittori ed Incisori all’acquarello (1807-1809). Passato a Milano dopo lo scioglimento della Società, entrò nella scuola del Longhi.
FONTI E BIBL.: Arte dell’incisione a Parma, 1969, 57.

RAGGIO VINCENZO, vedi RAGGI VINCENZO

RAGNI NINO
Parma 26 luglio 1894-San Giorgio di Nogaro 11 settembre 1917
Figlio di Antonio e Teresa Fusari. Direttore di un’azienda privata, fu tenente nel 86° Reggimento Fanteria. Fu decorato di medaglia d’argento al valor militare. Morì nell’Ospedale di guerra n. 8 della Croce Rossa Italiana, in seguito a ferita riportata in combattimento. Fu sepolto a  San Giorgio di Nogaro.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 15 settembre 1917 e 11 febbraio 1918; G.Sitti, Caduti e decorati, 1919, 205.

RAGUZZI FRANCESCO
Piacenza 1790-Parma 29 settembre 1834
Nato da agiata famiglia borghese, abbracciò la carriera delle armi, arruolandosi nel 1810 a Torino nelle guardie d’onore napoleoniche. Con il grado di luogotenente  combatté nelle campagne di Russia e di Prussia del 1812 e 1813 e fu fatto prigioniero. Liberato nel marzo 1814, rientrato in patria trovò che la sua fortuna economica non esisteva più. Non essendo stato ammesso con il suo grado nelle ricostituite milizie ducali, avendo studiato il flauto da dilettante con Pasquale Cavallero si dedicò professionalmente alla musica. Avendo dato prova di essere uno strumentista di notevole livello, fu chiamato a fare parte della Ducale Orchestra di Parma, dove ebbe modo di distinguersi per la squisitezza dello stile anche in concerti: vi furono dei compositori che scrivevano per il Teatro Ducale di Parma che usarono l’artifizio di innestarvi sul bel principio un a solo di flauto per mettere, come che siasi, il pubblico sull’applaudire; e non fallirgli l’intento. Fu anche primo flauto nelle stagioni del Teatro di Reggio Emilia dal 1823 al 1828 (si qualificava primo flauto e ottavino della Corte di Parma) Non avendo famiglia, morì all’Ospedale maggiore di Parma. Pietro Giordani gli compose la seguente iscrizione: Francesco Raguzzi Piacentino che militò per Napoleone poi si fece flautista visse anni XLV amato per l’eccellenza nell’arte e la sincera bontà ebbe dagli amici esequie straordinarie. Lo Stocchi scrisse che era di cara e indelebile memoria, mentre il suo allievo Giovanni Battista Mattavelli compose Otto grandi studi per flauto solo composti e dedicati al sig. Francesco Raguzzi, primo flauto della Ducale Accademia di S.M.la Duchessa di Parma dal suo allievo Gio. Batt. Mattavelli (Milano, Lucca). Partecipò ai moti del 1831, e fu per questo inquisito. La polizia ne compilò la seguente scheda segnaletica: Abita in Parma nel Borgo delle Colonne. Ha dato alloggio a certo Gialdini studente di Reggio che fece parte della spedizione Zucchi. Eravi col Gialdini altro innominato giovane Modenese, che dicesi facesse parte dei congiurati nella casa Menotti. Questi due, in unione ad altri tre, recavansi notte tempo nella casina di campagna fuori un miglio e mezzo dalla porta S.Barnaba di Parma, di ragione del Conte Bertioli, Giudice dimorante in Piacenza. Il figlio di lui caldo delle novazioni assisteva a tali unioni. Sembra che fra gli altri vi fosse il fuggitivo D’Escrivan. È da notarsi che il Raguzzi apparteneva alla milizia, e fu passato nell’orchestra, portando la Sovrana il di lui appuntamento di L.500 alle L. 1000 oltre di avergli accordato cinque gratificazioni. A fronte di tutto ciò si mostrò interamente avverso al Governo di S.M. ed alla sua persona. Fu uno dei quattro comandanti della Guardia nazionale e travagliò molto per la sollecita organizzazione della medesima.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 200: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

RAIMONDA DA COSTA , vedi AQUILA CELESTINA

RAIMONDI CARLO
Bocche di Cattaro 24 dicembre 1809-Parma 5 gennaio 1883
Il padre, che era capitano, si trasferì momentaneamente da Reggio Emilia a Bocche di Cattaro per motivi d’ufficio. Il Raimondi, comunque, tornò sicuramente a Reggio Emilia a pochi mesi d’età e vi rimase fino a 27 anni. Studiò a Reggio e fu allievo di ProsperoMinghetti. Si perfezionò poi nell’incisione alla scuola del conte Giovanni Rocca. Allievo di Paolo Toschi a Parma (1822-1828), poi suo maggior collaboratore e infine, dopo essere divenuto nel 1848 docente di incisione a Brera in Milano, successore del maestro nella direzione del famoso studio dopo che Luisa Maria di Borbone lo ebbe chiamato alla Scuola d’Incisione dell’Accademia parmense (8 novembre 1854), il Raimondi condusse pressoché a compimento il corpus incisorio correggesco iniziato dal Toschi, di cui ereditò la morbidezza del bulino. Si dedicò completamente all’intaglio in rame. Eseguì lavori per proprio conto e in collaborazione col maestro (Fiore della Ducale Galleria Parmense, La Reale Galleria di Torino, La Reale Galleria di Firenze). Devotissimo al suo maestro, il Raimondi si trasferì definitivamente a Parma e raccolse attorno a sé i più valorosi dei suoi allievi superstiti (alcuni di loro erano stati chiamati a coprire la cattedra d’incisione delle più importanti città d’Italia: Antonio Costa all’Accademia di Venezia, Tommaso Aloysio Juvara all’Istituto di Belle Arti di Napoli, Ludovico Bigola all’Accademia di Torino, Odoardo Eichens alla Scuola di Belle Arti di Berlino). Sotto il Raimondi la scuola seppe conservare l’antica fama cosicché, quando per il decreto di Luigi Carlo Farini del 6 marzo 1860, si ebbe l’unione delle tre accademie di Parma, Modena e Bologna con un posto di preminenza di quest’ultima sulle altre due, la Scuola d’Incisione di Parma venne riconosciuta, unica in Italia, per la qualifica di perfezionamento. Come detto, il Raimondi, sorretto da passione e costanza, poté così condurre quasi a compimento il corpus incisorio correggesco, al quale mancavano soltanto due lastre quando egli morì. Dall’esercizio riproduttivo degli affreschi del Correggio, espletato in decine di tavole completate per la trasposizione su lastra (come già era accaduto al Toschi) ebbe la possibilità di affermarsi come valoroso acquerellista: come il Toschi, possedette una tecnica ineccepibile, eccellendo nella produzione ritrattistica. Il suo iter pittorico, non indagato a fondo, inizia dal giovanile Autoritratto a olio (Parma, Pinacoteca Stuard) e si svolge attraverso prove significative come Paolo Toschi che ritrae gli affreschi del Correggio (Parma, Pinacoteca Nazionale), i due deliziosi acquarelli di composizione Canzone d’amore e Alla toilette (Parma, collezione privata), esposti alla mostra del 1952 all’Accademia di Belle Arti di Parma, per concludersi con il tardo Autoritratto (in deposito presso l’Istituto d’Arte di Parma). Si ricordano tra le sue stampe migliori il Ritratto del Toschi, La Baccante, dal dipinto di Annibale Carracci, e il Ritratto di Vittorio Emanuele II. Si conservano nella Galleria Civica di Reggio Emilia alcuni ritratti eseguiti in miniatura ad acquarello, tutti datati, di rara perizia. Presso la raccolta Menozzi di Reggio Emilia esiste un ottimo, piccolo Autoritratto a olio. Svolse la maggiore attività a Parma, sua città di adozione. Nel 1870, in occasione dell’Esposizione nazionale di Belle Arti, gli venne conferita una medaglia di merito, ove il suo nome è posto tra le effigi dei pittori Correggio e Parmigianino.
FONTI E BIBL.: P.Martini, L’arte dell’incisione in Parma, Parma 1873; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, Genova, 1877; C.Ricci, La regia Galleria di Parma, Parma 1896; Thieme-Becker, vol. XXVII, 1933; G.Allegri Tassoni, Mostra dell’Accademia parmense, catalogo, Parma, 1952; G.Copertini, La pittura parmense dell’Ottocento, Milano, 1971, 60 e 62; G. Copertini, Pittori dell’Ottocento, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1954, 146; Arte dell’incisione a Parma, 1969, 57; E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1801-1850, ms. nella Biblioteca Palatina di Parma; L’Annotatore di Parma 11 dicembre 1858; A.Caimi, Delle Arti del Disegno di Lombardia, Milano, 1862; P.Martini, L’Arte in Italia, Torino, 1869, I, 111 e seg.; Il Presente 4 novembre 1886; A. De Gubernatis, Dizionario degli artisti italiani viventi, Firenze, 1889; C. Ricci, La Regia Galleria di Parma, 1896; A.Melani, Nell’arte e nella vita, Milano, 1904, 276 e 298; L.Callari, Storia dell’arte contemporanea italiana, Roma, 1909; Catalogo della R.Calcografia di Roma, Roma, 1934, n. 780; L.Servolini, Dizionario illustrato incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955; A. Pariset, Dizionario dei parmigiani illustri; A.M.Comanducci, Dizionario dei pittori, 1973, 2642-2643; G.L.Marini, in Dizionario Bolaffi pittori, IX, 1975, 302; L’incisione reggiana dal Quattrocento all’Ottocento, Reggio Emilia, 1961, 97-102; N.Campanini, C.Raimondi e un suo ritratto di Gioberti, in Strenna Artigianelli, 1924; Reggio. Vicende e protagonisti, 454; La più bella di tutte, 1983, 176; A.V. Marchi, Figure del ducato, 1991, 280; M.Sacchelli, in Gazzetta di Parma 22 giugno 1998, 17; Enciclopedia di Parma, 1998, 562.

RAIMONDI DONNINO
Parma 1303 -Parma 6 febbraio 1369
Figlio di Jacopo. Fece il corso di studi di grammatica e di filosofia, dedicandosi poi alle Sacre Scritture. Ricevette gli ordini minori dal vescovo di Parma Simone Saltarelli. Si distinse nella pratica della carità, dimostrandosi particolarmente attento alle necessità dei poveri, delle vedove e degli orfani. La guarigione di un malato, operata nel corso di un viaggio a Milano, accrebbe la sua fama di santità e lo spinse ad erigere con i propri beni un oratorio a Porta Nuova in Parma e un ospedale in onore della Santissima Trinità, alla quale assegnò come dote 85 bifolche di terra. Diede, inoltre, nuova vita all’antica Società dei Disciplinati. È ricordato in due documenti del registro del notaio Bernabeo Aliotti, conservato nell’Archivio del Monastero di San Giovanni Evangelista di Parma: il 10 Febbraio 1336 Dñs Dompnus Doninus de Raymundis filius quondam Dñi Jacobi de Raymundis, qui nunc habitat in vicinia Sancti Ambroxii vendette una casa al medico Rainero Sigali e lo stesso giorno Perotto Cerati, giudice della vicinanza di San Silvestro in Parma, ricevette dal Raimondi 94 lire imperiali, prezzo ricavato dalla vendita della casa, per darle al Convento dei Servi di Maria di Parma, come ordinato in testamento da Vettore de’ Raimondi. Si dedicò con ogni sua forza al soccorso degli infermi, carcerati, orfani e vedove e fu al centro di diversi episodi ritenuti miracolosi (particolarmente per guarigioni d’infermi). Il Raimondi edificò una cappella in onore di SanRaimondo nella chiesa di SanMartino di Galegano a Parma. Fu trovato morto sui gradini dell’altare della chiesa della Santissima Trinità, con una candela in mano. Il Raimondi fu seppellito nella Cattedrale di Parma. Fu poi proclamato venerabile.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 56; A. Bresciani, Vite dei santi, 1815, 26-28; Epigrafi della Cattedrale, 1988, 101; Enciclopedia di Parma, 1998, 562.

RAIMONDI EDOARDO
Parma 26 luglio 1837-Reggio Emilia 12 aprile 1896
Figlio di Carlo. Fu sempre orgoglioso di essere parmigiano, come dimostra la sua lunga residenza in questa città. Ciò che lo avvilì e lo indusse poi a trasferirsi a Reggio Emilia, oltre al fatto che parecchi anni prima aveva sposato una Reggiana, fu anche lo scarso riconoscimento dei meriti del padre da parte dei suoi concittadini, tanto più che il Raimondi mosse i primi passi artistici proprio sotto la guida paterna. Figurò tra i membri della Società Promotrice di Torino dal 1865 al 1895. Fu paesista, pittore di scene di genere e di soggetti militari, fecondo e molto stimato in vita quanto immeritatamente dimenticato dopo la morte, anche per l’avvenuta dispersione delle sue opere. I suoi rilevanti meriti artistici attendono ancora un attento esame critico che sceveri, della sua produzione, le multiformi suggestioni tardoromantiche e latamente fontanesiane presenti in Paesaggio con figura (Parma, collezione privata) e in Paesaggio padano (Parma, Camera di Commercio), che evidenzi la sua parziale derivazione dal macchiaiolismo, di cui è traccia in Ulani austriaci annientati dall’artiglieria italiana a Villafranca e S.A.R. il principe Amedeo ferito a Monte Croce (Parma, Pinacoteca Stuard) e che definisca la sicura attenzione per l’impressionismo francese di molte opere, tra cui Caccia al cinghiale in San Rossore, esposta nel febbraio 1951 alla mostra dei pittori reggiani dell’ultimo Ottocento. Del Raimondi si ricordano ancora: Il viatico nei dintorni di Parma e I mandriani, esposte nel 1872 a Milano, Rivieraschi del Po fuggenti dall’inondazione e Le raccoglitrici di cicoria, inviate a Napoli nel 1877, Capraio, Giovane porcaro e Le rive del Po, esposte a Milano nel 1881, Un mattino d’ottobre sulle rive del Po eIn attesa del treno, presentate a Roma nel 1883, Corrida de toros e Pescatori del lago di Bieva al Giappone, esposte a Torino l’anno seguente, Bandiera nera in vedetta (scena della guerra del Tonchino) e Vecchio parco, inviate alla Mostra di Livorno nel 1886. Si citano inoltre i suoi dipinti Entrata del toro, Ricordi di San Rossore,  Paesaggio lombardo e Pianura e boscaglia. Nel 1889 De Gubernatis (Dizionario degli artisti italiani viventi, p. 402) ebbe a dire: È conosciuto come uno dei più valenti artisti d’Italia, ha eseguito, esposto e venduto un numero di quadri, che hanno destato l’interesse e l’ammirazione del pubblico in tutte le Mostre tenute da noi e all’estero. Lasciò anche tre saggi di incisione all’acquaforte.
FONTI E BIBL.: Pittori reggiani dell’ultimo Ottocento, catalogo della mostra, Reggio Emilia, 1951, 12; G.Allegri Tassoni, Mostra dell’Accademia parmense, catalogo, Parma 1952; A.M.Comanducci, Dizionario illustrato dei pittori e incisori italiani moderni, vol. IV, Milano, 1962; G.Copertini, La pittura parmense dell’Ottocento, Milano, 1971, 136; L’incisione reggiana dal Quattocento all’Ottocento, Reggio Emilia, 1961, 103 (con introduzione di A.Davoli); G.Capacchi-P.Martini, Arte e incisione a Parma, 1969; Reggio. Vicende e protagonisti, 454-455; C.Masini, Del movimento artistico in Bologna, Bologna, 1867; P.Martini, L’Arte in Italia, Torino, 1869, I, tav. 29, 1872, IV, tav. 18; U. Thieme-F. Becker, Künstlerlexicon, 1933, XXVII; L.Servolini, Dizionario illustrato incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955; A.M.Comanducci, Dizionario dei pittori, 1973, 2643; Dizionario Bolaffi pittori, IX, 1975, 302-303.

RAIMONDI GIOVANNI, vedi PALLAVICINO  FERRANTE CARLO

RAIMONDI LODOVICO, vedi RAIMONDI LUDOVICO

RAIMONDI LUDOVICO
Parma 1472/1493
Frate cistercense. Fu celebratissimo calligrafo e miniatore, ricordato con lode da diversi cronisti parmensi. Della produzione del Raimondi si conosce un salterio, tra i più rari e pregiati per bellezza dei caratteri e per finezza delle miniature, fatto per la Cattedrale di Ferrara e portante la seguente sottoscrizione: Ego Ludovicus de Raymundis de Parma hunc librum transcripsi, et notavi anno Domini 1472, procurante Venerabili Viro D.Xpophoro de Rodulphis Canonico et Massario fabbrice Episcopatus Ferrarie. Z.C. Inoltre un libro di Introiti, Graduali, Offertorii, scritto nel Convento di San Secondo, e così sottoscritto: Ego Ludovicus de Raymundis de Parma hunc librum scripsi et notavi 1479, die XX Septembris. Il Casapini attestò di avere copiato da uno dei libri corali membranacei di San Martino dei Bocci le seguenti parole: Iste liber est Monasterii Sanctae Mariae Vallisserenae alias Sancti Martini de Botiis vulgariter nuncupati Cisterciensis ordinis Parmensis dioecesis scriptus et notatus per me Mag.rum Ludovicum de Raymundis de Parma ad instantium R.di D.ni Sigismundi de Fulchinis suprascripti Monasterii Abbatis decimi anno Domini mcccclxxxxiij. die ultima mensis Julii.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 273; BeatoBuralli, 1889, 80.

RAIMONDI LUIGI
Monticelli d’Ongina-Soragna 1876
Assieme a Giuseppe Verdi partecipò al concorso per il posto di organista nella chiesa di Soragna, che era rimasto libero per le dimissioni di Angelo Frondoni. Il 29 novembre 1829 fu dichiarato vincitore e rimase in quella chiesa e negli oratori amministrati dalla fabbrica per quarantasette anni, cioè fino al decesso.
Fonti e Bibl.: B. Colombi, 8 secoli, 102; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

RAIMONDI ODOARDO, vedi RAIMONDI EDOARDO

RAINALDI ALBERTINO
Salsomaggiore 1333 c.-1377/1382
Dagli atti di Albertolo Griffio, notaio e cancelliere vescovile, si rileva che il Rainaldi intervenne quale professore in Pavia alla laurea del savonese Beltramino Gambarana il 20 Luglio 1374 e, da un’istanza fatta da suo figlio Cristoforo al duca Giangaleazzo Visconti nel 1387, che fu medico di quel principe. Il Rainaldi si oppose alla dottrina insegnata in Padova da Giovanni da Santa Sofia, contro il quale scrisse due trattati, l’uno nel 1370 e l’altro nel 1376. Un codice del primo, già posseduto dall’avvocato Sante Del Rio, professore dell’Università di Parma, e quindi da monsignor Luigi Sanvitale, porta il titolo Recollectiones super libro Tegni e ha in fine Expliciunt recollectiones super libro Tegni scripto ab excellente et famoso Doctore M.Albertino de Salso de Placentia Anno Domini MCCCLXX per me Tomax de Crema artium Doctorem, et complet. die sexta Madii in mane ante tertias.Amen. Un codice del secondo trattato è nella Biblioteca Vaticana. È intitolato Incipit tractatus secundus Magistri Albertini de Salso de Placentia defensivus opinionis Galieni, et plusquam concertatorius de corpore aegro simpliciter et reprobativus errorum Magistri Joannis de S.Sophia de Padua, et responsivus ad omnia dicta Magistri Joannis de S.Sophia quae ipse scripsit in suo Tractatu. Il Rainaldi mandò quest’ultimo trattato agli studenti di Padova, narrando loro come al suo primo il Santa Sofia ne aveva opposto un altro in quo conatur palliare et defendere errorem suum et opinionem suam falsam et erroneam de corpore aegro simpliciter, quod ipsum non est sanum, nec in latitudine sanitatis contentum et in tractatu suo multa superflua dicit, ut impleat cartas. Tra il Rainaldi e il Santa Sofia si arrivò a un vero e proprio scambio di ingiurie e villanie. Questo secondo codice ha in fine Explicit tractatus secundus de corpore aegro simpliciter defensivus compilatus per me Albertinum de Raynaldis de Salso de Placentia in anno 1376 de mense Februarii, et transmissus scholariorum Medicinae studentium in studio Paduae.Deo gratias, Amen. Scriptus per me Guadagninum de Lunisana secundum illudmet exemplum transmissus correctum et glossatum manu Domini Albertini, tunc Paduae existentem, scholarem in medicina sub Magistro Marsilio de Sancta Sophya in 1378 de mense Septembris Deo gratias. Existente tunc guerra inter Dominum Franciscum de Carraria de Padua, et Venetos; facta in liga ab ipso cum Rege Ungariae Dominis Veronae contra Dominum Bernabovem et exteros. Il Tiraboschi (Storia della letteratura, tomo V, parte 1, 247) attribuisce al Rainaldi un trattato medico sulla peste intitolato Modus praeservandi atque tuendi corpora a peste quantum est possibile, che da molti studiosi si ritiene invece fattura del figlio Cristoforo. Di un’altra opera che si può forse attribuire al Rainaldi si trova notizia nel libro di Siro Comi Memorie bibliografiche sopra la storia della Tipografia pavese. A pagina 129 è riportato un catalogo della biblioteca del medico Matteo Ferrari da Grado, dove figura Recollectae Alberti de Placentia super anforismis. Il Rainaldi ebbe un’esistenza errabonda e travagliata, insegnando medicina nelle più accreditate università italiane, tra cui Pavia, Bologna e Firenze.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II 1787, 111-112; G. Valentini, Guida storica di Salso e Tabiano, 1861, 13-15; L.Cerri, Appendice alle memorie, Piacenza, 1897, 5-8; L.Mensi, Dizionario biografico piacentino, Piacenza, 1899, 349; F.da Mareto, Bibliografia, II 1974, 894.

RAINALDI CRISTOFORO
Salsomaggiore 1359 c.-post 1393
Figlio di Albertino. Ebbe la laurea in medicina (come si rileva negli atti di Albertolo Griffio) in Pavia nel 1383. Nello stesso anno fu eletto professore di Fisica con lo stipendio di 30 fiorini. Ma nel 1387 ottenne dal Duca che il salario gli fosse cresciuto fino a 50 fiorini. La petizione inoltrata in tale circostanza si conserva nell’Archivio dell’Università di Pavia insieme al decreto favorevole del Duca.Del documento sono rimarchevoli queste parole: Illustri et excelsae Dominationi Vestrae humiliter supplicatur pro parte Magistri Christophori filii quondam Magistri Alberti de Salso de Placentia olim dilecti phisici Vestri. Nel Registro degli atti e privilegi dell’Università di Pavia pubblicato dal Parodi, sotto il 30 Gennaio 1392 è riportato un mandato di pagamento a favore del Rainaldi e di altri tre medici, per la visita da essi fatta, d’ordine del Governo, al cadavere di una donna morta improvvisamente e con sospetto di peste. Il Rainaldi, unitamente ai colleghi Silano Negri e Antonio Cusani, fu poi destinato a vegliare sul pericolo di una eventuale epidemia. Per questo motivo, il Bramieri e altri reputarono il Rainaldi l’autore del trattato sulla peste, dal Tiraboschi attribuito invece al padre Albertino. Nel 1393 il Rainaldi, come professore, ebbe l’esenzione da ogni pubblica gravezza.
FONTI E BIBL.: G. Valentini, Guida storica di Salso e Tabiano, 1861, 15-16.

RAINALDI UBERTINO,   vedi RAINALDI ALBERTINO

RAINALDO SANTO
Sambuceto 1233
Architetto. Sotto la sua direzione, il Duomo di Piacenza, cominciato l’anno 1122, ebbe termine nel 1233 con l’innalzamento della grandiosa cupola ottagonale di suo disegno. Il Poggiali poté consultare una scheda riportante le seguenti parole: Illoc opus Rainaldus nomine Sanctus De Sambuceto fuit illi scribae Joannes.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 349.

RAINALDO, vedi anche DA RAINALDO

RAINERI ANDREA, vedi RAINIERI ANDREA

RAINERI BARTOLOMEO
Parma 1443/1458
Figlio di Giovanni. Maestro di orologi, fu conosciuto anche sotto il nome di Rolando da Parma. Costruì l’orologio per il Comune di Reggio e passò, insieme ad Antonio da Ramiano, al servizio del duca di Milano Filippo Maria Visconti. È ricordato in tre documenti quattrocenteschi: 20 febbraio 1443, Litera exemptionis Magistri Bartolomeis de Rayneriis et Antonii de Ramiano. Dux Mediolani et Papie Anglerieque Comes ac Janue dominus. Ut beneficentia et liberalitate nostra complectarum dillectos cives nostros parmen. Bartolameum de Rayneriis Magistrum horologiorum et Antonium de Ramiano Cognatum suum quos ad servitia nostra noviter assumpsimus, Reddimus qr ipsos etiam ad obsequia ipsa nostra ferventiores ipsos Bartolameum cum Johanne genitore suo ac Antonium et filios et descendentes utriusque eorum pro se et bonis suis ubicumque sint et jaceant et ea esse ac iacere contingat. Nec non Massarios, fictables, Mezadros, Abraziantes, Collonos, Molendinarios et Reddituarios suos quoscumque respectu bonorum dumtaxat ipsorum Bartolameus et patris ac Antonii filiorum que et descendentium sacrum ab omnibus talleis, taxis, prestitis, mutuis, subscidiis, caregiis, Angariis, contributionibus, Ravarollis, focolaribus et omnibus aliis extraordinariis oneribus realibus, personalibus atque mistis tam per Nos et Cameram nostram quam Comunitatem Parme et aliter de retero quomolibet imponendis qualiacumque fuerint et quovis nomine nuncupate datiis, pedagiis, gabellis ac imbotaturis dumtaxat exceptis harum serie ex certa scentia et de nostra plenitudine potestatis immunes facimus et liberos reddimus penitus et exemptos, liberantes etiam ipsos ab omni solutione que venrit a se facienda vigore decreti nostri super huiusmodi exemptionibus de mense Junii anni Mcccxxxviiij editi, denique vero mandantes Magistris Intractarum nostrum ordinarium et extraord. Commissariis super exemptione decretorum huiusmodi officialibus et subdictis nostris ad quos spectat aut spectare possit quomodolibet in futurum quatenus has nostras Immunitates et exemptiones ac liberationis literas observent firmitar et faciant inviolabiliter observari. Datum Mediolani die vigesimo februari Mcccc quadragesimo tertio. Lanzalotus Johannes Antonius (Literae Decreta 1439-1443, a carte 271, Archivio del Comune di Parma in Archivio di Stato di Parma); 6 aprile 1458, Item datos Magistro Bartolameo de Rayneriis dicto de Orloliis qui iam diu promixit facere certa laboreria super turi Communis pro ornamento dicte turis, pro quo usque tunc satisfactus fuit, licet non fecerit ipsum laborerium quod facere non potuit, ut dixit, Eo quia sibi facti non fuerunt pontes et ad impleta certa aliaque sibi fieri debebant Communitatem ipsam pro quibus pontibus et aliis fiendis per ipsum facta fuit conventio cum prefectis dominis Antianis de libris octo imper. Et hoc per eius solutione in summa per Boletam factam die vj aprilis. L. viij. Item datos Magistro Bartolameo de Rayneriis civi parme deputato per Commune parme ad manutenendum et conservandum horologium Comunis super Turis Comunis pro eius salario et mercede sibi de publico constituto et deputato compatum librarum vj in mense in summa pro toto sallario anni presenti, Mcccclviij incepto in die primo Januarii dicti anni et finit die ultimo decembris anni predicti Mcccclviij in summa per Boletam factam die xx aprilis. L. Ixxij (carte 54 e 55 del Registro Rationem et Navilii, 1458, Archivio Comunale di Parma, in Archivio di Stato di Parma); Item dat Melchiorri de Claremondis spetiario in parma pro eius solucione sulfuris et aquevite per ipsum date nomine Communis Mag.stro Bartolameo de Raxneriis pro fatiendo pondus unum pulveris a bombardis pro schiopetis missis personis deputatis pro deffentione pontis Bastie Cantoni contra Reginos, in summa per bulletam die factam die xxiij maij L. v, s. iiij. Item suprascripto Magistro Bartolameo per mercede et labore ipsius pro fatiendo ipsam pulverem in summa ut supra s. xvj (a carte 59 del Registro Rationem et Navilii).
FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Storia di Parma, II, 1842, 484-485 e 647, III, 1847, 167; E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 63; Gazzetta di Parma 15 giugno 1981, 3.

RAINERI BARTOLOMEO
Parma XV/XVI secolo
Fu a Roma tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo. Venne definito orologiaio che contende la palma d’onore ai più grandi maestri d’Oltralpe.
FONTI E BIBL.: F. De Boni, Biografia degli artisti, 1840, 839.

RAINERI CARLO , vedi RAINERI GIOVANNI CARLO

RAINERI ENZO
Fontanellato 30 ottobre 1894-
Terminati gli studi prima dello scoppiare della prima guerra mondiale, fu arruolato nel 28° Reggimento da campagna di Parma quale soldato semplice. Fu in zona di operazioni dal 24 maggio 1915, partecipando a tutte le azioni che il reggimento, al comando del colonnello Nullo, sostenne nella zona Monte Nero-Merzl. Colpito da gravissima malattia contratta in servizio, dopo la convalescenza venne promosso ufficiale e rientrò in zona di guerra con il 57° Reggimento da campagna, del quale seguì le sorti fino alla fine della guerra, dal Grappa al Montello e a Col dell’Orso. Svestita la divisa militare alla fine del 1919, divenne nel dicembre 1920 un fervente fascista alla Sezione di Parma. Nei primi mesi del 1921 riuscì, dopo non lievi sforzi, a costituire la sezione di Borgo San Donnino del Partito Nazionale Fascista, della quale fu il primo segretario politico. Partecipò a tutte le cruente azioni che insanguinarono la provincia di Parma nel 1921: durante le giornate dell’agosto fu a Parma e a Langhirano al comando di una centuria di Borghigiani, luogotenente di Italo Balbo, che volle ricompensarlo con l’encomio solenne del Comando generale delle squadre di combattimento. La Marcia su Roma trovò il Raineri al comando di squadre che vennero citate all’ordine del giorno per la fulminea occupazione della Prefettura di Parma. Venne quindi assunto al comando della Legione Sinistra Taro, che presentò a Mussolini il 17 giugno 1922.Fu quindi segretario federale della Provincia di Parma e deputato per l’Emilia.
FONTI E BIBL.: E. Savino, Nazione operante, 1928, 525-526.

RAINERI FRANCESCO
Parma seconda metà del XVII secolo
Orefice attivo nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 225.

RAINERI FULVIO
Goito 7 aprile 1927-Soragna 1 febbraio 1992
Nato da Abele e Irma Armani. Giunse a Soragna nel 1929. Formatosi alla scuola musicale di monsignor Mario Dellapina, assunse nel 1945 la carica di organista della locale chiesa parrocchiale, curando poi, dal 1953, la direzione della Corale polifonica San Pio X (alla quale fece conseguire risultati ragguardevoli) nonché del corso di orientamento musicale organizzato dal Ministero della Pubblica Istruzione. A queste attività affiancò anche il suo interesse per la scultura in terracotta, nel cui settore, attraverso bassorilievi, composizioni e figure a tutto tondo, ottenne lusinghieri riconoscimenti sia in mostre personali e antologiche che in rassegne collettive. Sue opere, che come soggetto prediligono i motivi religiosi, del lavoro, della vita quotidiana e della terza età, si trovano in diverse chiese e in collezioni pubbliche e private.
FONTI E BIBL.: E. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 297.

RAINERI GIOVANNI
Borgo San Donnino 17 settembre 1858-Roma 29 novembre 194
Figlio del segretario del Comune, studiò prima a Borgo San Donnino e quindi a Parma. Si laureò nel 1879 alla scuola superiore di agricoltura di Milano, dedicandosi all’insegnamento delle scienze naturali e agrarie a Bologna e, nel 1884, a Piacenza. Contemporaneamente si diede all’attività giornalistica e agricola, in un primo tempo quale redattore capo del Giornale di Agricoltura, Commercio e Industria e quindi quale direttore, nel 1890, della rivista L’Italia Agricola e del Giornale di Agricoltura della Domenica fondato dal Raineri nel 1891. Nel 1892 contribuì alla costituzione del primo Consorzio Agrario Cooperativo Piacentino a cui era annessa la Cattedra Ambulante di Agricoltura, per insegnare in modo pratico e capillare il necessario rinnovamento agricolo. Da questi primi  modelli organizzativi sorse qualche anno dopo la Federazione Italiana dei Consorzi Agrari. Tenne per molti anni (1892-1906) la direzione della Federazione di tali consorzi (con sede a Piacenza) e quindi, per altri cinque, anche la presidenza. La sua attività politica iniziò nel 1904, quando venne eletto per il Partito democratico liberale deputato di Piacenza, e per vent’anni fu riconfermato alla Camera, nei Collegi di Piacenza e di Parma. Nel 1910 fu nominato Ministro dell’Agricoltura nel ministero Luzzatti (31 marzo 1910-29 marzo 1911). Dai colleghi politici fu considerato un luminare per i problemi dell’agricoltura e negli atti parlamentari è ricordato come colui che sostenne e fece varare dal Parlamento la cosiddetta legge agrumaria per la difesa obbligatoria degli agrumi. Dal 18 giugno 1916 al 29 ottobre 1917 fu nuovamente ministro dell’Agricoltura, nel ministero Boselli, e dovette cercare sia di risolvere il problema della deficienza della produzione agraria interna, determinata dalla guerra, sia quello dell’approvvigionamento di materie alimentari, e particolarmente di grano, attraverso importazioni dall’estero. Dal 15 giugno 1920 al 26 febbraio 1922 (nei gabinetti Nitti, Giolitti e Bonomi) resse il Ministero delle terre liberate, che organizzò sia amministrativamente che politicamente. Istituì così alcune cooperative operanti sotto la responsabilità tecnica e finanziaria dell’Istituto federale di credito per le Venezie, dipendente a sua volta dal Ministero del Tesoro. Nel 1924 il Raineri si congedò dai suoi elettori, che per cinque legislature gli avevano conferito il mandato di rappresentarli al Parlamento, e subito dopo fu nominato (18 settembre 1924) Senatore del Regno. Fece anche parte del Consiglio di Stato dal 1916 e presiedette l’Istituto Internazionale di Agricoltura e l’Ordine dei Cavalieri del Lavoro (1923-1944), della cui onorificenza fu insignito nel 1902. Fu presidente della giunta generale del Bilancio, membro della commissione d’inchiesta per i contadini del Mezzogiorno e di quella per il riordinamento delle ferrovie e presidente onorario della sezione del Consiglio di Stato. Lasciò diverse pubblicazioni, tra le quali I concimi chimici in Italia (Roma, 1901), Le affittanze collettive in Italia (Piacenza, 1906), Per un programma di legislazione agraria (Piacenza, 1914), L’agricoltura e la guerra (Roma, 1915) e Fertilizzanti e macchine (Bologna, 1933).
FONTI E BIBL.: Gli 80 anni del Senatore Giovanni Raineri, in La Scure 22 settembre 1938; necrologio in Bollettino Storico Piacentino XL 1945, 86; U.Rebecchi, Il piacentino professor Giovanni Raineri, in VC ottobre 1966, 177-178; Savino, Nazione operante, 1928, 140; V.Bonfigli - C.Pompei, I 535 di Montecitorio, Roma, 1921; Cimone, Gli eletti della Rappresentanza nazionale per la XXI, per la XXII e per la XXIV legislatura, tre volumi, Napoli, 1902 e 1906, e Milano 1919; Pangloss, Gli eletti della XXIV legislatura, Roma, 1921; C.Pompei e G.Paparazzo, I 508 della XXV legislatura, Torino, 1920; A.Tortoreto, I parlamentari italiani della XXIII legislatura, Roma, 1910; I deputati al Parlamento delle legislature XXIII, XXV e XXVI, tre volumi, Milano, 1910, 1920, 1922; Malatesta, Ministri, 1941, 42; Molossi, Dizionario biografico, 1957, 126; Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 368-369; Gazzetta di Parma 13 febbraio 1962, 4; R.L.Massa, in Dizionario biografico piacentino, 1987, 225; Grandi di Parma, 1991, 97.

RAINERI GIOVANNI CARLO
Parma 1493/1499
Figlio di Giovanni Paolo. Valente meccanico e maestro d’orologi, si stabilì a Reggio Emilia. Assieme al padre costruì l’orologio di Modena, il modello dell’orologio realizzato per Reggio Emilia e nel 1493 l’orologio nella torre di San Marco a Venezia. L’esemplare ideato per la Repubblica di San Marco su incarico del doge Agostino Barbarigo, una volta costruito dopo sei anni di lavoro (fu inaugurato il 1 febbraio 1499), risultò un tale capolavoro che la Serenissima sembra avesse ordinato di cavare gli occhi al Raineri affinché non ripetesse altrove simile meraviglia. Leggenda a parte, l’orologio, inserito nella Torre edificata da Mauro Codussi, l’architetto più attivo in città sullo scorcio del secolo, fu collocato in posizione strategica a fianco della Basilica, quale arco trionfale aperto sulle Mercerie da un lato e affacciato sulla piazza, quasi ad accogliere coi suoi rintocchi le navi giunte in Bacino, dall’altro. L’orologio marciano subì in cinque secoli rimaneggiamenti e restauri che solo in parte mantennero l’anima originaria di quella meraviglia della tecnica. Infatti a renderlo unico al mondo fu la straordinaria invenzione del Raineri di introdurre la rarissima dimostrazione dei moti planetari, purtroppo in seguito perduta. A essa si aggiunsero i Mori, due giganti in bronzo snodati all’altezza della vita per consentire la torsione a scandire le ore, fusi da Ambrogio delle Ancore nel 1497 su progetto, forse, di Antonio Rizzo. Inoltre ogni ora usciva la processione dei tre Re Magi lignei accompagnati da un angelo musicante, che si inchinavano davanti alla Madonna. Semplificato nei moti astrali in concomitanza di un restauro cinquecentesco, fu tra il 1753 e il 1757, a opera di Bartolomeo Ferracina, che il complesso meccanismo venne ridotto e sostituito con un sistema a pendolo. Venne introdotto un quadrante a tre settori concentrici: quello centrale con le fasi lunari, quello mediano con le ore del giorno e della notte indicate dal Sole, infine quello delle costellazioni, con i segni zodiacali, i giorni e i mesi. La suoneria venne modificata, così anziché ogni ventiquattro, i rintocchi si succedevano in due cicli da dodici. Mentre quello settecentesco fu un restauro inevitabile, come sostenne Giuseppe Brusa, consulente storico-scientifico dell’intervento di restauro operato nel 1998 da Alberto Gorla, quello Ottocentesco, a opera di Luigi De Lucia, si rivelò deprecabile. Fu introdotto uno scappamento a caviglie cilindriche, modificato il pendolo e furono proposti i due quadranti delle ore e dei minuti con illuminazione interna a gas, mentre venne parzialmente escluso il meccanismo dei Re Magi. Seguirono altri due interventi, prima di giungere a quello del 1998, che comportò il ripristino allo stadio settecentesco della meccanica, con la restituzione della suoneria meridiana a scandire il mezzogiorno e la mezzanotte, l’indicazione delle ore sul quadrante rivolte alle Mercerie, l’apparato digitale di ore e minuti e la processione dei Re Magi e l’angelo in occasione delle feste dell’Epifania e dell’Ascensione. Un patrimonio di arte e scienza, storia e tecnica, che fu definito al momento della sua inaugurazione dallo storiografo veneziano Marin Sanudo fato cum gran inzegno, e belissimo. Fu lodato anche dal Sansovino e da altri maestri.
FONTI E BIBL.: F. De Boni, Biografia degli artisti, 1840, 839; E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 295; M.Luce, in Gazzetta di Parma 11 febbraio 1999, 15.

RAINERI GIOVANNI LODOVICO
Parma o Reggio Emilia XV/XVI secolo
Figlio di Giovanni Paolo. Assieme al fratello Lionello costruì un nuovo orologio con artifizii per la torre pubblica di Reggio Emilia, dopo che l’orologio costruito dal padre ebbe a subire danni irrimediabili.
FONTI E BIBL.: F. De Boni, Biografia degli artisti, 1840, 839.

RAINERI GIOVANNI PAOLO
Parma 1481/1500
Presa stabile dimora a Reggio Emilia, vi costruì verso il 1481 un nuovo orologio pubblico, portentoso per novità. Il Raineri si firmò Zampaolo degli oeorologi. Unitamente al figlio Giancarlo realizzò l’orologio di Modena e ricevette l’incarico di costruire quello per la torre di SanMarco a Venezia, dove si trasferì. Ambrogio delle Ancore fuse i due Mori che battevano le ore. L’inaugurazione avvenne nel 1499. Sul fregio della torre, eretta da Mauro Coducci, fu apposta l’iscrizione Jo. Paul. et Jo. Carol Fil. Regien. Op. MID.
FONTI E BIBL.: F. De Boni, Biografia degli artisti, 1840, 839; Gazzetta di Parma 15 giugno 1981, 3.

RAINERI GIROLAMO
Parma XV secolo
Appartenne alla nota stirpe di orologiai. Il Raineri fu, in verità, piuttosto negligente rispetto ai parenti.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 15 giugno 1981, 3.

RAINERI GIULIO
Parma XV secolo
Orologiaio, operò a Mantova.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 15 giugno 1981, 3.

RAINERI GIULIO CESARE
Parma 18 febbraio 1601- San Secondo 30 luglio 1630
Frate cappuccino, fu vittima di carità presso gli appestati. Compì la vestizione l’11 ottobre 1626, ed esattamente un anno dopo, a Cesena, la professione di fede.
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 442.

RAINERI IPPOLITO
Parma 1569
Assieme al fratello Lorenzo costruì un orologio in ferro con il sole al centro per la torre comunale di Macerata, che fu inaugurato nel 1569. L’orologio costruito dal Raineri rimase in funzione fino all’anno 1860.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 15 giugno 1981, 3.

RAINERI LEONELLO, vedi RAINERI LIONELLO

RAINERI LIONELLO
Parma o Reggio Emilia XV/XVI secolo
Maestro d’orologi attivo nella seconda metà del XV secolo, figlio di Giovanni Paolo. Fu coautore di un ammirato orologio a Ferrara ed eseguì, insieme al fratello Giovanni Lodovico, un orologio pubblico per la torre di Reggio Emilia munito di varie indicazioni astronomiche, dopo che l’orologio costruito dal padre ebbe a subire danni irrimediabili.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 15 giugno 1981, 3.

RAINERI LORENZO
Parma 1569
Assieme al fratello Ippolito, costruì un orologio in ferro con il sole al centro per la torre comunale di Macerata, che fu inaugurato nel 1569. L’orologio del Raineri fu in funzione fino all’anno 1860.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 15 giugno 1981, 3.

RAINERI PAOLO
Parma XV secolo
Fu autore dell’orologio della chiesa di SanDomenico in Reggio Emilia.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 15 giugno 1981, 3.

RAINERI RAINERO
San Secondo 1765-Busseto 1805
Studiò privatamente medicina e filosofia (fu allievo di Remigio Crescini) in Parma. Quantunque non avesse ingegno acutissimo, né idee molto ordinate (secondo quanto attesta Pietro Rubini, che fu suo insegnante), in virtù di grande forza di volontà e di applicazione nello studio divenne buon medico pratico prima in Parma, al servizio della Congregazione della Carità, quindi in Busseto, ove successe nel 1798 a Buonafede Vitali. Prima di darsi alla medicina studiò più anni architettura e concorse tre volte al premio dell’Accademia di Belle Arti di Parma.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 646.

RAINERI REMO, vedi RANIERI REMO

RAINERI TADDEO
Parma 1450
Figli di Giovanni. Orologiaio ricordato in un atto notarile del 23 giugno 1450: Mccccl. Indictione xiij die xxiij Iunii. Iohannes Iacobus de Guidotis dictus de Sellis, f. q. Bernardi civis parme vicinie Sancti Michaelis de Archu porte Christine, sponte et ex certa animi scientia et non per errorem iuris vel facti motus, sed animo deliberato ductus per se suosque heredes et successores fuit confessus et in concordia cum Tadeo de Raineriis filio Magistri Iohanis dicto de Ferrariis cive parme dicte vicinie ibi presente, stipulante et recipiente ac deponente pro se suisque heredibus et successoribus et cui vel quibus dederit vel dabit et pecuniis ipsius Tadeo propriis et per ipsum aquisitis et industria p.e sue in diversis mondis partibus in faciendo artem horologiorum et similium ut ibidem dixit et protestatus fuit se Iohannem Iacobum a dicto Tadeo habuisse et recipisse ducatos viginti novem auri boni et iusti ponderis et quas promoxit penes se tenere et salvare omni suo rixigo et periculo, ac ipsus restituere predicto Tadeo suisque heredibus et habenti vel habentibus. Actum parme in vicinia sancti Syri in apotecha heredum quondam Illarii de Centonibus in qua fit ars et tor. presentibus Antonio de Costulis filio Iohannis vicinie Sancti Michaelis predicte. Et presente etiam Sigismondo de Peguliis (rogito di Pietro del Bono, Archivio Notarile, Parma).
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 63-64.

RAINERI UBALDO
Parma 1746/1785
Fu abate a SanVito di Mantova. Nel 1746 venne poi eletto abate della chiesa di San Sepolcro in Parma. Fu confermato nella carica nel 1748 e infine rieletto per il sessennio 1779-1785.
FONTI E BIBL.: V. Soncini, Chiesa S.Sepolcro, 1932, 92.

RAINERI VERONICA
Parma-post 1763
Nel Carnevale del 1760 cantò al Ducale Teatro Vecchio di Mantova nell’Antigone, nella primavera successiva fu al Teatro del Falcone di Genova in Bellerofonte e nella primavera 1761 a Livorno, al Teatro di San Sebastiano, nell’Almeria. Nella primavera 1763 cantò ancora al Ducale Teatro Vecchio di Mantova in La buona figliuola maritata, La scaltra lettera e Gli uccellatori.
Fonti e Bibl.: Sartori; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

RAINERIO DA SASSO
Bianello o Sasso di Neviano degli Arduini 1103/1115
Figlio di Sassone. Fu un grande dignitario della Corte canossiana e uno dei più noti vassalli matildici. Il suo nome compare in dodici atti notarili relativi alla contessa Matilde di Canossa.
FONTI E BIBL.: G.Bottazzi, in Studi matildici IV 1997, 189.

RAINERO
Parma 1777
Fu musicista alla Steccata di Parma nell’anno 1777.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, Mandati 1777; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

RAINERO DE CASULO, vedi CASOLI RAINERO

RAINFREDO
Parma 1286
Fu corriere (cursor) della Comunità di Parma nell’anno 1286.
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 760.

RAINI GIOVAN BATTISTA
Pellegrino 1516
Fu Commisario di Pellegrino nel 1516. Rogò molte investiture per il marchese Francesco Fogliani.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 7.

RAINIERI ANDREA
Parma aprile/dicembre 1632-Parma 17 agosto 1716
Professò nell’Ordine Benedettino il 10 luglio 1650. Pubblicò diverse opere di cultura e molte altre rimasero inedite. Nella Dieta di Milano del 1695 fu eletto abate.Diresse il monastero di SanGiovanni Evangelista in Parma dal 1698 al 1702, poi quelli di Reggio e di Cesena. Il Rainieri fu docente di Filosofia e Teologia nel monastero di Piacenza e in altre località. Fu eletto priore nei monasteri di Parma, Bobbio e Rimini. Colpito da paralisi a Cesena, rientrò a Parma, dove morì a 84 anni d’età. Il Rainieri, che fece parte dell’Accademia degli Elevati di Parma e di quella degli Offuscati di Cesena, ebbe la stima di letterati quali Mabillon, Bacchini e Armellini.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 308; A. Galletti, Monastero di S.Giovanni Evangelista, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1980, 69; Enciclopedia di Parma, 1998, 563.

RAINIERI ANTONIO FRANCESCO
Parma 1545/1553
Fu segretario del duca Pier Luigi Farnese. Si dedicò anche alla poesia, pubblicando alcune raccolte di sonetti.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 760.

RAINIERI FRANCESCO
Parma -1758
Fu pittore di buon valore.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 760.


RAINIERI GIAN CARLO, vedi RAINERI GIOVANNI CARLO

RAINIERI GIOVANNI, vedi RAINERI GIOVANNI

RAINIERI GIOVANNI BATTISTA
Parma 1 settembre 1640-Pontremoli 8 maggio 1682
Fratello di Andrea, che fu pure monaco benedettino e che ne piange la morte a f. 494 delle Parenesi con un sonetto, chiamandolo Filosofo, Teologo, Predicatore e Poeta, dotato delle lingue Italiana e Francese, Greca, e Latina. Ivi aggiunge che portatosi il Rainieri alla visita de’ Sig. Marchesi d’Olivola, restò sventuratamente percosso da una mula, e medicato sinistramente in Pontremoli, ivi morì, e fu sepolto in S.Colombano. Il che è confermato dall’iscrizione sepolcrale che gli fu posta (Parenesi, f. 494): d. Hieronymo de Rayneriis parmensi lvstrali Io: Bap.tae nomine ab an: XX. mens: VIII inter casinates exvto philos: theolog divinis literis insignito italice, gallice, latine ad svadelam, ad ornatvm, ad nvmervm tvm in sacris, tvm in hvmanis non imconcinnè loqvvto; constantia, pietate, prvdentia, ascesi morvm vtcvmque praestantia praecipvo; per ligvrvm saltvs ad svos redevnti, inelvctabili jvmentae ictv excvsso, svbdola febri solvto, e viatoribvs, praepropera ah, nimis clade! svbverso, occvrrentes fratres fratri praedilecto d. Andreas eivs consecranevs, et Pavlvs Felix natv maiores, pro casv inopino, intempesto, dolentes animitvs eternitatem avspicati, hic, vbi inter amicas dd. cvrinorvm manvs clavsit omnia,VIII. id. mai: mdclxxxii. aet: svae an: xli mens. viii die vii. hvmato parentantes nvptiis cvm Clavdia Tranchedina ab eo pro fratre compositis faces adhibitvri p. p. v. v. v.
FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 845.

RAINIERI GIROLAMO, vedi RAINIERI GIOVANNI BATTISTA

RAINIERI, vedi anche RAINERI

RAMAZZINI BERNARDINO
Carpi 1633-1714
È considerato il fondatore della medicina del lavoro. Laureato in Medicina a Parma, insegnò a Modena e a Padova. Fu autore del trattato Morbis artificum, basilare per la medicina del lavoro.
FONTI E BIBL.: T.Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 244.

RAMELIS ALESSANDRO, vedi BARDILI ALESSANDRO

RAMELLI GIROLAMO
Pellegrino 30 agosto 1718-Monticelli 8 giugno 1783
Frate cappuccino, fu predicatore, assistente agli infermi nell’Ospedale di Parma, raccoglitore di memorie storiche circa il servizio spirituale nello stesso Ospedale e guardiano. Compì  a Guastalla la vestizione (27 aprile 1738) e la professione di fede (27 aprile 1739). Fu consacrato sacerdote a Parma il 21 marzo 1744.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 343.

RAMENZONI GUSTAVO
Parma 1914-Uadi Tamet 13 marzo 1941
Figlio di Luigi.Sottotenente pilota del 149° Gruppo, fu decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione: Capo equipaggio di provata abilità eseguiva missioni nella oasi di Giarabub, da lungo tempo assediata dal nemico, portandole a compimento con felice risultato. Dopo lungo volo sul deserto, raggiunto l’obiettivo, si abbassava a pochi metri da terra sulle linee nemiche in modo da compiere con la massima precisione il compito affidatogli. Al ritorno dall’ultima missione, travolto da una tempesta di sabbia, trovava gloriosa morte nel tentativo di raggiungere la base di partenza.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale Aeronautica Militare, 1941, Dispensa 52a, 2566; Decorati al valore, 1964, 96.

RAMIANI GIOVANNI LODOVICO
-Parma 1591
Appare la prima volta, come musico, alla Corte del duca di Parma Ottavio Farnese il 31 dicembre 1577, con uno stipendio di otto scudi al mese. La Compagnia della Steccata, mentre ancora il Ramiani serviva a Corte, lo elesse il 27 novembre 1580 come organista in luogo di Ottobono Rondani (morto poco tempo prima), perché molto eccellente et virtuoso in simil professione. Cessò dal servizio ducale il 30 settembre 1586. Poiché C.Merulo fu eletto il 19 aprile 1591 (ma cominciò a servire alla Steccata sin dal 1° aprile), è da supporsi, come del resto lasciano intravedere varie circostanze, che il Ramiani si fosse ammalato in quel frattempo e poco dopo venisse a morire.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel secolo XVI, 37, 44; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 23.

RAMIANI NICCOLò, vedi NICCOLÒ da RAMIANO

RAMILDO, vedi GRASSI ISIDORO

RAMINZONI GIAN SISTO, vedi RAMINZONI GIOVANNI SISTO

RAMINZONI GIOVANNI SISTO
Parma-dicembre 1788
Abate. Fu autore di un modesto lavoro imitativo dell’Arcadia del Sannazaro: Prose, e Rime pastorali per la festività celebrata sul monte senario in onore di Partenide, opera dedicata a Vincenzo Pisani Secondo dall’Abate Gian Sisto Raminzoni Parmigiano (in Venezia, 1753, nella Stamperia Albrizzi). Il Raminzoni dimorò lungamente in Venezia, ove divenne amico del Baffo, di cui imitò qualche volta il genere scurrile, e al quale dedicò un sonetto in morte. Fu buon conoscitore della lingua francese. Ebbe diverse commissioni dal Governo borbonico: fu Economo del Collegio dei Nobili e dell’Università degli Studi di Parma. Fu anche maestro di geografia della marchesa Annetta Malaspina. Morì assai vecchio.
FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori, 1833, IV, 331.

RAMIS ANTONIO
Colorno 1752/1767
Fu suonatore di corno da caccia nelle recite di opere giocose a Colorno nell’autunno del 1752 al Teatro ducale. Dipendente della Corte di Parma come trombetto, il 25 agosto 1767 venne pagato in luogo de’ cessati proventi mensuali lire 40.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 193.

RAMIS BERNARDO
Parma 1745-Parma 26 agosto 1821
Nel Carnevale 1775 nel Teatro Ducale di Parma cantò ne La locanda, dramma giocoso di Giuseppe Gazzaniga. Nella primavera 1777 fu al Teatro dei fratelli Pini di Pisa in L’idolo cinese e Il principe di Lago Nero, mentre nel Carnevale 1779 fu raccomandato dal duca per cantare in una delle ultime parti (Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri Borbonici, b. 5): fu accontentato e fu presente in La contessina e in Il marito indolente. Nel 1783 lo si trova copista di musica per l’Accademia Filarmonica di Parma, pur continuando a esibirsi come cantante (Parma, Teatro Ducale, Carnevale 1787: Il Barbiere di Siviglia di Giovanni Paisiello; Carnevale 1790: La ballerina amante). Da giovane lo si trova tra i chierici della Steccata di Parma, e poi come cantore dal 1782 fino al 1791. Fu altresì cantore nella Cattedrale di Parma dal 7 aprile 1776 al 1800.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, Mandati 1782-1791; Archivio della Cattedrale di Parma, Mandati 1773-1782, 1783-1788, 1789-1794, 1795-1800; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 169; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

RAMIS CARLO
Parma 1769/1778
Suggeritore teatrale, fu attivo a Parma e a Colorno negli anni tra il 1769 e il 1778 (Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri Borbonici, b. 1).
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

RAMIS GIROLAMO
Parma 1690/1730
Fu suonatore di trombone dei duchi di Parma Francesco Maria e Antonio Farnese dal 25 gennaio 1713 al 20 dicembre 1730. Fu al servizio della Corte di Parma come trombetta dal 1° marzo 1690 con un soldo di 31,20 al mese. Dal 1° luglio 1691 ebbe un companatico di 13,20 al mese.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

RAMIS GIOVANNI
Pavia ante 1701-post 1750
Incisore in rame, fu attivo a Parma dal 1701 al 1750.
FONTI E BIBL.: P.Martini-G.Capacchi, Arte dell’incisione, 1969.

RAMIS NICOLA
Parma prima metà del XIX secolo
Incisore all’acquaforte attivo nella prima metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti, IX, 239.

RAMON, vedi BIGI FRANCO

RAMONEDA FRANCESCO
Parma 1756/1802
Doratore attivo alla Corte borbonica dal 1° gennaio 1756, la sua opera continuò a lungo, al punto da arrivare a gestire la bottega dei doratori all’epoca di Ferdinando di Borbone, quando rifiniva i mobili intagliati da Ignazio Marchetti insieme al figlio Ignazio. Ai tempi dell’Impero, nei ruoli del Garde meuble di Parma compaiono ancora il Ramoneda e il figlio. Alvar González-Palacios così sintetizza il suo lavoro: Sembra aver verniciato o colorato ogni singola cosa immaginabile nei palazzi ducali dai piani delle commodes alle bacchette di ferro per un letto (1756), alle spagnolette ai gruppi di ferro per le finestre (aprile-agosto 1759) a ogni tipo di mobile. Le cornici sono tra gli oggetti più volte nominati nei pagamenti conservati nell’Archivio di Stato di Parma.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 563.

RAMPALLI FRANCESCO
Castelnuovo di Parma fine del XVIII secolo-post 1821
Tenente. Fu rifugiato politico in Francia dopo il 1821.
FONTI E BIBL.: S. Carbone, Rifugiati Italiani in Francia, 1962.

RAMPINI LODOVICO
Parma 1924-Parma 3 agosto 1998
Apprezzato tintore, ebbe anche e soprattutto passione per la pittura, un’arte nella quale il Rampini non poté in realtà emergere come avrebbe forse meritato a causa del suo carattere estremamente riservato, refrattario a qualsiasi mondanità. Dopo i primi tentativi giovanili, realizzati su cartoni o compensati e riproducenti soggetti tratti da cartoline o da dipinti di altri autori, il Rampini affinò via via la tecnica, personalizzando sempre di più (dagli anni Settanta in poi) la scelta dei temi a lui più congeniali: i suggestivi paesaggi dell’Appennino Parmense (Lago Santo e Lagoni in primo luogo) nonché i boschi della Svizzera tedesca (assiduamente frequentati durante le ferie estive presso parenti), le cui suggestive gradazioni di verde lo colpirono in modo del tutto particolare. La sua pittura a olio, caratterizzata da una pennellata vivace e inconfondibile nonché da un estemporaneo, efficacissimo uso della spatola, eccelle soprattutto nella scelta dei colori, la cui ricca e raffinata tavolozza non ebbe nulla da invidiare a quella dei più quotati pittori professionisti.   L’attività pittorica non si interruppe neppure dopo un improvviso ascesso cerebrale che nel 1990 compromise pesantemente le sue facoltà intellettive: il Rampini continuò con commovente applicazione a interpretare i suoi soggetti di sempre, sostituendo però ai brillanti e insuperati colori degli ultimi anni, tenui e sognanti (ma non per questo meno suggestive) tinte pastello, avvicinandosi ancor di più a quel modello di pittura (Lilloni in particolare) cui idealmente si ispirò.
Fonti e Bibl.: Gazzetta di Parma 6 agosto 1998, 8.

RANDIGI GIULIO, vedi GIORDANI LUIGI UBERTO ANGELO

RANGONE ARGENTINA, vedi PALLAVICINO ARGENTINA

RANGONE LUDOVICO
Roccabianca XVI secolo-
Conte, feudatario di Roccabianca e Zibello, fu corrispondente di Pietro Aretino.
Fonti e Bibl.: F.da Mareto, Indice, 1967, 762; Aurea Parma 1969, 89 e 203.

RANGONE MICHELANGELO, vedi RANGONI MICHELANGELO


RANGONI ADRIANO
Parma 1589
Nell’anno 1589 fu insignito della Croce dell’Ordine Militare dei Cavalieri di Santo Stefano.
FONTI E BIBL.: L.Araldi, L’Italia nobile, 1722.

RANGONI ARGENTINA, vedi PALLAVICINI ARGENTINA

RANGONI BARBARA, vedi PALLAVICINO BARBARA

RANGONI CHIARA
Modena-1 aprile 1744
Marchesa. Sposò il conte Castelbarco. Coltivò la poesia: diverse sue rime furono stampate in raccolte varie e in quelle degli Arcadi, ai quali fu ascritta col nome di Idalia Elisiana.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia S. Angelo Custode, 1853, 55.

RANGONI CRISTFORO
Parma 1606 c.-Parma post 1650
Organaro e architetto teatrale, detto anche il Ficarello, Ficcarelli, Ficurello o Figarello. Iniziò a lavorare nel 1628 con il padre Michel Angelo. Nel 1629 mise a suo luogo l’organo che dal Teatro Farnese di Parma era stato ceduto alla chiesa di San Pietro a Piacenza e nel 1641 realizzò l’organo in Santa Croce a Parma. Nel 1643 riparò per dieci scudi l’organo del 1601 di Bernardino de’ Virchi, bresciano, che si trovava nella parrocchiale di Santa Margherita di Colorno, cui le soldataglie spagnole avevano trafugato le canne nel saccheggio del 1636. Tra il 1644 e il 1650 lavorò per la chiesa di San Giovanni in Parma. Come architetto teatrale dette magnifica prova con l’erezione di un teatro nel palazzo civico di Piacenza, il Gotico, che fu inaugurato la sera del 17 marzo 1646 con la rappresentazione de Il ratto di Elena. In quest’occasione ideò anche le macchine per le scene.
FONTI E BIBL.: Malacoda 37 1991, 8; Enciclopedia di Parma, 1998, 563.

RANGONI MICHEL ANGELO, vedi RANGONI MICHELANGELO

RANGONI MICHELANGELO
Parma 12 novembre 1580-post 1668
Nacque da Giovanni Maria e da Angelica. La famiglia viveva nella parrocchia di San Paolo, situata nel centro di Parma, vicino alla Cattedrale. Il Rangoni, che fu il primogenito, ebbe quattro fratelli: Lucia, Barbara, Paola e Gabriele Cristoforo. La famiglia Rangoni, nei primi anni del XVII secolo, ebbe il soprannome di Ficarelli e anche nei documenti ufficiali il Rangoni e il figlio Cristoforo vennero chiamati Ficarello. Non si sa da chi il Rangoni apprese l’arte di costruire gli organi.Si conosce soltanto il nome di un suo collaboratore: il sacerdote Giovanni Maria Seccardo di Parma. Il primo lavoro del Rangoni di cui si ha notizia è un restauro effettuato nel 1606 all’organo grande del Duomo di Parma, costruito alcuni decenni prima dagli Antegnati. Nello stesso anno i fabbriceri della Cattedrale lo incaricarono di fabbricare un nuovo strumento da collocare nella cripta. L’organo, della misura di sei piedi, venne realizzato con l’aiuto di un collaboratore tra il 1606 e il 1607. Lo strumento venne poi fatto periziare dall’organaro bresciano Bernardino Virchi, che dal 1599 curò la manutenzione dell’organo maggiore. Virchi riscontrò che il somiere e le canne di metallo non erano ben costruiti e giudicò necessario che il Rangoni li ricostruisse di nuovo. Espresse invece un parere positivo sulla qualità delle canne di legno e su altre parti dell’organo. I fabbriceri del Duomo ritennero opportuno che il Rangoni si riprendesse indietro l’organo e rimborsasse i soldi ricevuti. Dopo questa prima esperienza poco positiva, il Rangoni non ebbe più alcun contatto con gli organi della Cattedrale di Parma e cercò lavoro altrove. Nel 1610 fu a Modena a lavorare al restauro dell’organo della Compagnia di San Giovanni Battista e nelle chiese di San Biagio e Santa Maria del Carmine. L’anno successivo lo si trova a Fiumalbo, per costruire uno strumento nella chiesa parrocchiale insieme al socio Giovanni Maria Seccardo di Parma. Dal 1612 al 1614 effettuò dei restauri all’organo della chiesa di Santa Maria in Campagna a Piacenza. Nel 1614 costruì un organo per l’oratorio di San Rocco, nel castello di Montecchio Emilia, allora Diocesi di Parma, per la somma di 100 scudi. Nello stesso anno effettuò un restauro all’organo dell’oratorio della Madonna della Steccata in Parma. Sempre nell’anno 1614 i confratelli della Compagnia della Madonna della Steccata stipularono col Rangoni una convenzione per la manutenzione annuale dello strumento, con il compenso di 12 scudi, incarico durato fino al 1618. Costruì o restaurò l’organo della Silberne Kapelle di Innsbruck nel 1614. Nel 1615 fu incaricato di costruire un secondo organo in cornu Evangelii, nella chiesa di Santa Maria in Campagna a Piacenza. Il lavoro durò ben sette anni e il Rangoni fu più volte sollecitato dai fabbriceri che reclamavano la conclusione dell’opera. Dopo il collaudo, l’organo non venne giudicato della stessa bontà di quello vecchio in cornu Epistolae. Nel frattempo il Rangoni fu anche al servizio dei duchi Farnese di Parma e Piacenza come accordatore e riparatore dei numerosi organi, cembali, claviorgani, regali e viole che si trovavano nelle stanze dei palazzi ducali, nonché talvolta come suonatore. Nei Mastri Farnesiani risulta che nel 1628 si occupò degli strumenti della Corte assieme al figlio Cristoforo. Un altro documento descrive un organino a cinque registri con il somiere in noce incastonato all’interno di un scrittoio che i Farnese regalarono al re della China, trasportato probabilmente dai Gesuiti. Inserì nella fonica tradizionale, fatta da registri di ripieno e da una fiffara, un regale e un rosignolo, in modo da impreziosire lo strumento. Nel 1641 fu inaugurato a Parma lo strumento da lui costruito nella chiesa di Santa Croce e dal 1644 al 1650 lavorò nella chiesa di San Giovanni, mentre dal 1664 al 1668 ebbe la manutenzione dell’organo della Steccata. Si sa che nel 1628 il Rangoni, insieme al figlio Cristoforo, stipulò un rogito notarile per l’acquisto di un pezzo di terra lavorata e arborata e di un fabbricato situato nella località San Leonardo, nei pressi di Parma. Nel 1630 il Rangoni appare come testimone nell’atto testamentario di Agnese Righetti. L’attività della sua bottega organaria venne continuata dal figlio Cristoforo e dal sacerdote Aurelio Bottoni, che dal 1633 al 1643 curarono la manutenzione degli organi della Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: Malacoda 37 1991, 8; R. Giorgetti, in Aurea Parma 3 1994, 256-258; Enciclopedia di Parma, 1998, 563.

RANGONI OTTAVIA, vedi FARNESE OTTAVIA

RANGONI PIETRO FRANCESCO
Parma 1697
Organaro. Realizzò l’organo della Santissima Annunciata in Parma (1697).
FONTI E BIBL.: Malacoda 37 1991, 8.

RANIERI ANGELO
San Secondo 1515/1520-
Il Ranieri compose 63 sonetti, 24 ballate, madrigali e canzoni. Tra i suoi sonetti, uno è in morte del conte Federico Rossi, preside dell’Adunanza dell’Accademia di San Secondo (in Rime lugubri, Viotto, 1564), l’altro esalta la bellezza della donna amata con concetti del petrarchismo platonico del tempo.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3/4 1959, 184-186.

RANIERI BARTOLOMEO, vedi RAINERI BARTOLOMEO

RANIERI GIOVANNI
Parma 1665/1670
Fu suonatore di trombone alla Steccata di Parma nel 1665. Cessò di servire alla Steccata il 1° maggio 1670, intervenendo poi soltanto nelle maggiori solennità.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 101.

RANIERI REMO
Toccalmatto 30 ottobre 1894-Fidenza 30 ottobre 1967
Compì gli studi a Borgo San Donnino, dove quattordicenne si trasferì da Fontanellato con la famiglia, e li continuò a Parma diplomandosi in ragioneria. Iscrittosi alla facoltà di economia e commercio all’Università di Bologna, dovette interrompere gli studi perché chiamato alle armi alla vigilia dello scoppio della prima guerra mondiale, cui partecipò dapprima come semplice soldato e in seguito come sottotenente e tenente di artiglieria da campagna, meritando, per l’ardimento dimostrato sui fronti di battaglia, di essere decorato di due croci al valor militare e di una croce al merito di guerra. Congedato dall’esercito al termine delle ostilità, prese parte attiva alla vita politica militando nel Partito popolare, del quale fu candidato nelle elezioni provinciali amministrative del 1920. Aderì in seguito al Partito fascista, costituendo nel 1921 il fascio di Borgo San Donnino. Nel 1922 entrò in Consiglio comunale come rappresentante del Partito fascista, assumendo presto la carica di assessore. Nell’agosto 1922 partecipò alla spedizione fallita contro i quartieri popolari di Parma. Nel 1923 creò la 74ª Legione Taro, da lui comandata. Fu membro, parecchie volte, del direttivo nazionale, dal 1926 al 1929 fu federale di Parma e successivamente ispettore del partito e commissario delle federazioni di Massa, Alessandria e Lucca. Nel 1931, sempre sostenendo spavaldamente la sua linea di moderato, ricevette il grado e l’incarico di console generale della Mvsn. Deputato al parlamento per la 27a e 28a legislatura (1924 e 1928), divenne anche segretario federale del Partito Nazionale Fascista per la provincia di Parma (1927-1929), componente il direttorio e ispettore del partito a Roma (1927-1931). Fu uno dei principali esponenti della corrente moderata che fece capo ad Augusto Turati e contraria a Roberto Farinacci, dal quale fu espulso dal partito (1925), per esservi riammesso dallo stesso Turati allorchè questi assurse alla carica di segretario nazionale del Partito Nazionale Fascista. Quale deputato della provincia di Parma per il decennio 1924-1934, si interessò appassionatamente di tutti i problemi riguardanti il Parmense discussi e attuati in quell’epoca, quali il risanamento dell’Oltretorrente a Parma, la costruzione della strada di fondo Val Taro, iniziata in quegli anni partendo da Fornovo, e della colonia montana di Bosco di Corniglio dedicata alla memoria dei caduti di guerra. Dette inoltre il proprio contributo all’attuazione dei progetti riguardanti, a Fidenza, lo sventramento del vecchio quartiere Oriola e la costruzione della linea ferroviaria Fidenza-Salsomaggiore. Fu pure consigliere di amministrazione delle Terme salsesi e diresse per alcuni anni il settimanale Era Nuova, che si pubblicò a Fidenza. In seguito a gravi dissensi sorti tra il Ranieri e i dirigenti nazionali del  Partito fascista, nel 1934 lasciò spontaneamente l’attività politica per dedicarsi all’industria nel ramo caseario e conserviero. Coerente ai suoi ideali di amor patrio, nel 1940, quale capitano di artiglieria, partì volontario per la guerra, ritornandone nel 1941 in seguito a malattia contratta in Africa. Raggiunto il grado di tenente colonnello della riserva, riprese  poi a Fidenza l’attività industriale. Il Ranieri mantenne rapporti amichevoli con personaggi dell’antifascismo locale e provinciale, quali Adolfo Porcellini, Aroldo Lavagetto e Giuseppe Micheli. Per la politica contraria all’entrata in guerra, ebbe scontri con Italo Balbo ed Ettore Muti. Dopo l’8 settembre 1943 non volle aderire alla Repubblica Sociale Italiana, ma questa scelta non gli evitò il processo per atti rilevanti. Appassionato allevatore di colombi viaggiatori e studioso per diletto di zootecnia, nel 1930 fu chiamato dal Ministero della Guerra a reggere la Federazione Colombofila Italiana, dato che il colombo viaggiatore aveva all’epoca importanti impieghi bellici. Dal 1946 diresse Lo Sport Colombofilo e collaborò all’estero ad analoghi giornali: a Le Pigeon Voyageur di Tarbes (Francia) e a Le Vie Colombophile di Lessines (Belgio).
FONTI E BIBL.: 535 Deputati, 1924, 235; D.Soresina, Enciclopedia Diocesana Fidentina, 1961, 369-371; W. Pellegrini, in Gazzetta di Parma 30 ottobre 1994, 26; Enciclopedia di Parma, 1998, 563-564.

RANIERI GHELARDI VERONICA
Parma-post 1765
Nel 1759 cantò al Teatro di Corte di Parma come corista nella pastorale eroica Titon et l’Aurore. Nella primanvera 1765 al Teatro Pubblico di Pisa, fece parte del cast come cantante in Il signor dottore.
Fonti e Bibl.: Sartori; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

RANUCCIO FARNESE, vedi FARNESE RANUCCIO

RANUCCIO FRANCESCO DA PARMA, vedi COLOMBANI RANUCCIO FRANCESCO

RANZA TEODOSIO
Bedonia 1830-
Medico condotto. Seguì Giuseppe Garibaldi nel 1859 e nel 1860 come ufficiale sanitario. Nel 1864 fu sottoposto a sorveglianza perché considerato oltranzista.
FONTI E BIBL.: P. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964,190.

RANZANI DOMENICO
Parma 1782
Intagliatore. Nell’anno 1782, assieme a Nicolò Ranzani, realizzò l’ancona alla prima cappella a sinistra in San Paolo a Parma, su disegno di Gaetano Ghidetti.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti, VIII, 253; E.Scarabelli Zunti, Materiali, II, 108 v.; Il mobile a Parma, 1983, 261.

RANZANI NICOLÒ
Parma 1782
Intagliatore. Nell’anno 1782, assieme a Domenico Ranzani, realizzò l’ancona alla prima cappella a sinistra in San Paolo a Parma, su disegno di Gaetano Ghidetti.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti, VIII, 253; E.Scarabelli Zunti, Materiali, II, 108; Il mobile a Parma, 1983, 261.

RANZI ERSILIA
Parma ante 1819-post 1848
Soprano, non si hanno notizie dei suoi primi anni, in quanto la si trova già nel 1839 al Teatro Municipale di Piacenza nella stagione di primavera come primadonna nel Nuovo Mosè di Rossini e nella Gemma di Vergy di Donizetti. Nel maggio 1841 fu a Rovereto nella Beatrice di Tenda e nel Torquato Tasso, ripetendo le opere nel giugno a Bolzano. Nella stagione d’estate per la riapertura del Teatro di Biella ebbe successo nella Gemma di Vergy, in Chi dura vince e nell’Elisir d’amore. Fu poi a Venezia al Teatro Malibran (Chiara di Rosenberg) e all’Apollo (Gemma di Vergy), opera che ripropose ai primi di dicembre al Teatro della Fortuna di Treviso. Nel Carnevale 1841-1842 fu al Teatro di Pordenone nel Marin Faliero e ancora nella Gemma di Vergy. Nel marzo 1841 cantò al Teatro Ducale di Parma in un concerto per l’Accademia Filarmonica Ducale, nella quale fu nominata socio onorario. In questo teatro ritornò nell’autunno 1846 ne La cantante di Gualtiero Sanelli, in Columella di Vincenzo Fioravanti e La figlia del Reggimento. Nel 1847-1848 cantò al Reale Teatro Carolino di Palermo come primadonna in opere del grande repertorio, tra cui Orietta di Lesbo, titolo con cui venne presentata la Giovanna d’Arco. Dopo se ne perdono le tracce. Il Bettoli scrisse che come artista di second’ordine, percorse assai brillante carriera.
FONTI E BIBL.: P. Bettoli, I nostri fasti, 131; P. E. Ferrari, Gli spettacoli, 138 e 221; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 281; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

RANZI LUIGI
Parma 3 luglio 1787-post 1831
Figlio di Giuseppe. Nel 1805 fu cannoniere e poi furiere al servizo d’Italia, e nel 1813 aiutante tenente. Nel 1814 fu congedato e nel 1815 divenne sottotenente del reggimento Maria Luigia. Il Ranzi prese parte alle seguenti campagne militari: 1805 Italia, 1809 Germania, 1815 Napoli e Francia. Fu poi capitano della piazza di Parma e durante i moti del 1831 comandò la guardia nazionale e, credendosi di essere più accetto alla medesima e al partito dominante, si appigliò al sistema di comandarla in francese. Fu sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 31; Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio storico per le Province Parmensi 1937, 203.

RANZONI FRANCESCO
Parma 1818-
Fu patriota e letterato.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 134.

RAPACCIOLI SANTE
Piacenza 1820-Parma 19 agosto 1900
Ingegnere, partecipò ai moti d’indipendenza nel 1859. Fu tra i cittadini notabili aggregati al Consiglio degli anziani di Parma l’8 giugno 1859 e segretario generale del Farini a Modena. Incaricato delle funzioni di intendente generale nel 1859 e capo divisione al Ministero dei Lavori pubblici dell’Emilia (1860), divenne poi capo divisione al Ministero dei Lavori pubblici del Regno d’Italia e membro del Consiglio Superiore dei Lavori pubblici, di cui divenne nel 1883 presidente della 2a sezione. Ebbe moltissimi altri importanti incarichi quale ingegnere di detto Ministero. Fu varie volte consigliere comunale, assessore, consigliere degli Ospizi Civili e della Cassa di Risparmio. Fu sindaco di Parma (1895), in un breve e agitatissimo periodo, in cui il Consiglio Comunale era composto da 21 clerico-moderati contro 18 radicali e socialisti
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 9 dicembre 1920, 1-2.

RAPPACCIOLI SANTE, vedi RAPACCIOLI

RARIO GIOVANNI BATTISTA
Parma prima metà del XVIII secolo
Pittore copista attivo nella prima metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti, VII, 171.

RAS’CÉN, vedi ZERBINI OLIVIERO

RASCHI BRUNO
Borgo Taro 4 dicembre 1923-Milano 2 maggio 1983
Frequentò le scuole elementari nel paese natale. La tragica scomparsa del genitore (ferroviere, originario di Berceto) in un incidente ferroviario fu causa del suo collocamento in un collegio religioso, a Milano. Appena in età, entrò in un ordine laico dalle regole severe e con voto pieno. Quasi subito fu destinato dai superiori all’insegnamento, negli anni della seconda guerra mondiale, interrompendolo solo nel biennio conclusivo, allorché lasciò Milano per ricongiungersi alla famiglia. Da Borgo Val di Taro, con la sorella Anna e la madre, riparò poi ad Albareto, sfollato in attesa della fine delle ostilità. Dopo il 25 aprile 1945 fece ritorno a Milano per ottenere la laurea in lettere. Il primo incarico d’insegnamento (lettere e filosofia) gli venne concesso a Torino, al collegio dei Fratelli Cristiani: tra i suoi allievi ebbe Giorgio Tosatti e Umberto Agnelli. Approdò a Tuttosport alla fine del 1949 e cominciò a seguire il ciclismo e il Giro d’Italia. Alla Gazzetta dello Sport arrivò già professionista (lo divenne il 1° settembre 1952), per sostituire Guido Giardini (1° ottobre 1959; il giorno successivo uscì il suo primo servizio). All’incarico di redattore capo seguì, nel novembre del 1976, la nomina a vice-direttore su proposta di Gino Palumbo. Un ruolo di diretta responsabilità, che non gli impedì di accrescere la sua presenza di inviato e articolista (seguì ben diciotto Tour de France) né il suo carisma di conferenziere e di voce del ciclismo televisivo. Non per nulla i riconoscimenti si infittirono: Parma gli conferì nel 1972 il massimo premio cittadino, il Sant’Ilario, ebbe il prestigioso St. Vincent nel 1978, il premio Coni e il Bruno Roghi nel 1981. Accanto ai suoi scritti, assunsero rilevanza sempre maggiore i suoi interventi televisivi, maturati all’inizio all’ombra del programma Processo alla tappa allestito da Zavoli per il Giro d’Italia e via via fattisi sempre più puntuali e seguiti nel tempo e nelle dimensioni. Alle  prime avvisaglie della malattia che poi lo  stroncò, lasciò nel 1979 la vicedirezione operativa della Gazzetta dello Sport, continuando a garantire al giornale il suo appassionato contributo di  idee e di articoli. Fu sepolto nel cimitero di Borgo Val di Taro.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 5 maggio 1991, 16; Grandi di Parma, 1991, 98.

RASCHI FILIPPO
Parma 1854
Medico, fu assolto dall’imputazione di aver partecipato alla rivolta del 22 luglio 1854, dopo essere stato arrestato nel luogo dove i mazziniani stavano combattendo con le truppe austriache. Quel moto, subito spento, diede luogo a una feroce repressione delle truppe che coinvolse anche molti cittadini.
FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Medici nel Risorgimento, 1960, 12.

RASCHI LEONIDA
Borgo San Donnino 22 giugno 1831-Parma 16 giugno 1917
Compì gli studi a Parma. Conseguita brillantemente presso quell’Ateneo la laurea in scienze fisico-matematiche, fu preposto nella stessa Università all’insegnamento. Dal 1854 al 1863 insegnò introduzione al calcolo sublime e, dal 1863 al 1909 (anno in cui lasciò l’insegnamento per limiti d’età), algebra complementare e geometria analitica. Professore assai stimato per ingegno e non comune valore, fu per nove anni preside della sua facoltà (1869-1871, 1891-1893 e 1896-1898) e lasciò importanti studi e lezioni.
FONTI E BIBL.: B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 126; D.Soresina, Enciclopedia Diocesana Fidentina, 1961, 371.

RASCHI LORENZO
Borgo Taro o Parma 1833/1868
Architetto attivo a Parma durante il Ducato di Maria Luigia d’Austria. Nel 1833 il conte Luigi Sanvitale gli affidò la progettazione dei rinnovi decorativi di alcune sale del suo palazzo di Parma. Nel 1835 il Raschi realizzò il progetto della chiesa di San Vitale Baganza che, tra il 1835 e il 1841, venne eretta dall’impresa Carra sotto la direzione del Cocconcelli. Nel 1845 ne progettò la nuova sagrestia. Successivamente, negli anni 1866-1868, realizzò il progetto di una cappella che non venne tuttavia mai attuata.
FONTI E BIBL.: A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 282.

RASCHI VIRGINIA
Reggiolo 1843-Parma 23 novembre 1920
Fu prima vice-direttrice e poi direttrice del convitto dell’Istituto Magistrale di Parma. Il Convitto fu aperto all’inizio dell’anno scolastico 1864-1865, nell’ampio edificio di San Paolo, dato in uso gratuito dallo Stato e poco dopo acquistato dal Comune. Le alunne ammesse furono 31, di cui 10 sussidiate dal Governo e 16 dalle province di Parma, Piacenza e Reggio Emilia. Angiolina Ferretti, maestra assistente alla Scuola normale, fu la prima direttrice, coadiuvata dalla Raschi. Dopo un solo anno, tuttavia, la Ferretti si dimise lasciando il gravoso ruolo alla Raschi, che aveva soltanto ventidue anni. Provvista di carattere forte, di buona cultura e di fede, si impose subito alla stima generale e, dopo alcuni anni di prova, ebbe la nomina a direttrice, incarico che tenne fino al giorno della morte (causata da una caduta che le provocò una commozione cerebrale). La Raschi dedicò tutta la propria esistenza alle adolescenti.Profonda conoscitrice dell’anima giovanile, fu liberale nelle idee e nella fede: ebbe anche alunne ebree, protestanti e libere pensatrici. Nel Convitto non esisteva personale di servizio, tranne che per la cucina: a tutto attendevano le ragazze, così da entrare nella vita capaci di badare a se stesse. La Raschi fu ricordata da un’epigrafe, dettata da Enrico Bevilacqua per il ricordo marmoreo dedicatole dalle allieve, eseguito  dallo scultore Alessandro Marzaroli e collocato sotto il portico del riformato Istituto magistrale: Serbi questo recinto vivaio di educatrici future il ricordo perenne di Virginia Raschi nel reggere l’annesso Convitto per oltre un cinquantennio educatrice materna fervida pia e da la fredda pietra spanda ancora e sempre il suo nome un benefico tepor luminoso di cristiane e civili virtù. Reggiolo 1843 Parma 23-11-1920.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 2 gennaio 1989.

RASORI ANGELO
Parma 1702-post 1783
Scultore. Allievo del Petitot, si ispirò all’arte del maestro che spogliò degli ornamenti settecenteschi per adottare in maggiore copia quelli neoclassici. Modificò, su ordine dei conti Sanvitale, nel 1770, il Palazzo Sanvitale. La costruzione è grandiosa ma troppo compassata. Esistono nell’archivio delle Suore di San Carlo, provenienti dall’archivio Sanvitale, i disegni e le piante originali del Rasori relative al Palazzo Sanvitale. A Parma il Rasori fu anche autore del Palazzo Meli Lupi e della facciata della chiesa delle Cinque Piaghe. Fu a Roma nel 1783.
FONTI E BIBL.: Parma nell’Arte 3 1964, 218; M. Pellegri, Boudard statuario, 1976, 37; G.Godi, Soragna: l’Arte dal XIV al XIX secolo, 1975, 128-129.

RASORI ANTONIO, vedi RASORI ANGELO

RASORI GIOVANNI
Parma 20 agosto 1766-Milano 14 aprile 1837
Nacque da Francesco, direttore della Spezieria dell’Ospedale di Parma, e da Gaetana Vezzani. Ebbe i primi insegnamenti nei collegi parmensi e mostrò fin dall’inizio ingegno sveglio e precoce, tanto che, ancora giovanetto (1778), attesi i favorevoli riscontri del Magistrato de’ Riformatori alla di lui ristrettezza ed ai non volgari talenti ond’è fornito, dal duca Ferdinando di Borbone gli venne concesso un sussidio al fine di poter continuare gli studi (Archivio di Stato di Parma, Ruolo approvvigionamenti, 66). Il Monti, che è del Rasori uno dei biografi più equilibrati e imparziali, scrive che, ancora giovanissimo, all’Università di Parma, con la sua inestinguibile avidità di sapere, cercò di apprendere tutto lo scibile e perciò volle frequentare ogni sorta di lezioni e nelle ore libere si dedicò alla musica, alla pittura (frequentò la scuola del nudo all’Accademia di Belle Arti di Parma) e alla lettura di quanti libri poté trovare nella Biblioteca Ducale. In particolare studiò filosofia e medicina con passione, coltivò le matematiche col Gandolfi, la fisica col teatino Cozzali, che divenne poi professore all’Università di Padova, le scienze mediche e specialmente l’anatomia, sotto la direzione di Michele Girardi. Il Rasori conobbe, oltre a quelle classiche, diverse lingue moderne (francese, inglese, tedesco). Avendo fin da allora evidenziato e diretto la sua più grande passione sui problemi filosofici, che studiò principalmente sulle opere di Galileo, Newton e Descartes, anche nello studio della medicina egli si sentì naturalmente portato dal suo temperamento e dalla stessa sua preparazione filosofica a considerare i problemi più generali; la dottrina della costituzione della materia vivente, l’essenza della irritabilità come ragione della vita, la natura come causa di malattia. (A. Monti, Giovanni Rasori nella storia della scienza e della idea nazionale, Pavia, Arti Grafiche, 1929, 15). Questa tendenza è rivelata fin dalla tesi di laurea (conseguita a soli diciannove anni, nel 1785), nella quale studiò e discusse le origini del calore animale secondo la teoria chimica, problema che in quel momento era largamente studiato dai fisiologi. Anche della medicina tradizionale il Rasori fu largamente edotto, come dimostrò all’esame stesso dove fu interrogato sugli aforismi di Ippocrate, sull’azione dei medicamenti secondo Galeno, sulla medicina di Celso, sulle dottrine degli Arabi, sulle massime della Scuola Salernitana. Il sussidio già concessogli da studente, qualche anno dopo la laurea (1790) il duca Ferdinando di Borbone lo portò alla somma cospicua di 12 mila lire annue per dargli i mezzi di visitare a scopo di studio l’Italia, la Francia e l’Inghilterra, dove si fermò più a lungo, specie a Londra e a Edimburgo. Quando il Rasori partì da  Parma (1790), all’inizio di queste sue peregrinazioni scientifiche, si recò a Firenze, dove praticò la chirurgia ed entrò in servizio nell’Arcispedale di Santa Maria Nuova. Perché potesse più facilmente arrivare a compiere la pratica, gli venne dato un sussidio speciale (due zecchini di Parma al mese) da passare al chirurgo Nannoni, che lo aiutò in tale perfezionamento. Anche quando andò a Londra (1794), il viaggio doveva servire onde perfezionarsi nella chirurgia, come dice la motivazione dell’assegno. Il perfezionamento nella chirurgia fu dunque lo scopo dei viaggi del Rasori all’estero, al quale si applicò per i quattro anni (1790-1794) di assenza. Non è noto quanto a essa effettivamente si sia dedicato, certo dai suoi viaggi apprese molto ed ebbe occasione di conoscere personalità come Fontana, Gianetti, Vannoni e Chiarugi a Firenze, Volta, Spallanzani, Malacarne e Scarpa a Pavia, Brown a Edimburgo, Hunter, Wilson e Erasmus Darwin a Londra. Mentre era a Pavia (1792), ancora prima di andare in Inghilterra, si fece discepolo delle teorie del Brown, che più tardi cercò diffondere pubblicando il Compendio della nuova dottrina medica, dove tali teorie sono esposte. Allontanato da Pavia in seguito a vivaci polemiche con altri medici per i sistemi di cura da lui praticati, l’occupazione francese di Milano (1796) lo trasse nel capoluogo lombardo. Organizzò a Milano, con il Porro e col Salvador, la prima società popolare, con sede in Via Rugabella, che chiamò Società degli amici della Libertà e dell’Uguaglianza. Fondò il Giornale della Società degli amici della Libertà e dell’Uguaglianza (Milano, 23 maggio 1796 - 2 giugno 1797), foglio che diresse sino al n. 45, quando, irritato per la decisione del governo di sottoporre a censura preventiva qualsiasi pubblicazione periodica, abbandonò la redazione. Il giornale aveva per motto Concordia res parvae crescunt e, nonostante il Rasori fosse soprattutto vivace polemista, non fu tra i più accesi periodici dell’epoca. Tra le righe traspare evidente l’idea unitaria e anche per questo non ebbe vita facile (sin dal secondo numero fu costretto a cambiare titolo in Giornale degli amici della Libertà e dell’Uguaglianza) e non fu sempre   gradito all’autorità.  Fu in quel tempo (1796) che l’ostetrico Pietro Moscati, suo grande amico e direttore della Maternità di Milano presentò il Rasori alla nobile famiglia Rubini. Il Rasori,  trentenne, poco dopo sposò in Milano Mariella Rubini, che gli fu sposa affezionata (morì dopo otto anni lasciandogli una bambina). Ritornato a Pavia per l’insegnamento della teoria delle malattie e dell’azione dei rimedi, cattedra venuta libera per la partenza di Giovanni Frank, allontanatosi prima della venuta dei Francesi, venne nominato anche Rettore del Collegio Ghisleri (1796), tramutato allora in Collegio Nazionale. Accettando l’ufficio, il Rasori scrive il 6 dicembre all’Amministrazione generale di Lombardia: mi lusingo di poter contribuire a formare dei cittadini utili alla patria non solamente nell’esercizio  dell’arte loro, ma infiammati ancora d’amore per quella libertà della quale dovranno essere un giorno fermi sostegni (A. Corradi, Memorie e documenti per la storia dell’Università di Pavia, vol. 3, Epistolario, 212). Gli studenti, conquistati dalle idee e dalla facondia del Rasori, lo acclamarono Rettore Magnifico dell’Università, il che destò le ire e gelosie negli altri aspiranti, Carminati, Scarpa e Moscati. Per circa nove mesi (dalla fine del 1797 all’autunno del 1798) fu chiamato a Milano a coprire la carica di Segretario generale del Ministero degli Affari Interni. Ritornato poi a Pavia per assumervi la cattedra di clinica medica e medicina pratica (30 novembre 1798), vi rimase due mesi soltanto dovendosene allontanare perché rimosso dalla carica in seguito a oscuri maneggi. A quel periodo corrispondono i più feroci attacchi al Rasori, sotto forma di libelli, nei quali fu trattato da impostore, fanatico e propugnatore dell’ignoranza. Lo stesso Scarpa, allora Rettore, con una lettera in data 29 gennaio 1799 al conte Giuseppe Luosi, presidente del Direttorio esecutivo, dice del Rasori come la sua ribellione contro gli antichi da Ippocrate in poi ha indisposto tutti, mentre nella clinica è apparso non sicuro nelle diagnosi, incerto nei giudizi, poco felice nella cura e che scordatosi l’educazione medica regolare si è abbandonato a produrre per scienza medica dei giuochi di fantasia in quelle sue ipotesi, tendendo a singolarizzarsi per via di voli di immaginazione sprezzando tutto ciò che abbiamo di più certo in fisica anatomia, sulle quali basi posa la medicina (G. Bilancioni, Giovanni Rasori medico e patriota, Roma Serono, 5). La scarsa serenità di questo giudizio dello Scarpa è sicuramente dimostrata dall’esame di un’altra lettera, di pochi mesi precedente (15 gennaio 1798), scritta dallo stesso Scarpa e diretta al Ministro degli Affari Interni, nella quale dichiara che la cattedra di patologia era stata degnamente occupata dal Rasori. Il contrasto, fattosi in quel momento ardente perché attizzato dalle gelosie e da odio di parte, poggiò, come si legge nella lettera dello Scarpa, sull’indipendenza e irruenza con cui il Rasori andava abbattendo le vecchie credenze che ancora dominavano la medicina. Il Rasori stesso dice che, appena compiuti gli studi nell’Università, gli furono messe nelle mani dall’anatomico Girardi, affinché le studiasse e altamente se ne imbevesse, le opere di Ippocrate. Ma dopo avere rifrustati e postillati di sua mano quei libri (come afferma nell’opuscolo Sul preteso genio di Ippocrate del 1809) si convinse che in quell’opera poco vi era di reale e di vero in mezzo agli errori e alla cieca deferenza per l’antichità, cagione di ostacolo per la scienza e il suo progresso (A. Benedicenti, Malati, Medici e Farmacisti, U. Hoepli, Milano, 1925, pag. 1347). In quel tempo in cui tutto andava trasformandosi, il Rasori anche in medicina volle demolire, per poi ricostruire su nuove basi, come fece creando la teoria dei controstimoli, sostanze che, spiegando un’azione contraria a quella degli stimoli, diminuiscono l’eccitabilità. Ritornata l’Austria a Milano (1799), se ne allontanò rifugiandosi a Genova (1801), tenuta dal Massena, che lo fece medico delle truppe francesi. A Genova prodigò la sua energia e la sua scienza nella cura di una gravissima epidemia di tifo petecchiale che infierì nei soldati e nella popolazione. Dopo tale epidemia il Rasori scrisse una memoria, Istoria della febbre epidemica, nella quale descrisse quell’epidemia. In quest’opera, che ebbe quattro edizioni milanesi, una tedesca e una francese, abbozzò i principi della sua filosofia scientifica, abbandonò definitivamente il sistema di Brown e cambiò tutta la terminologia, sostituendo all’indicazione della stenia quella di diatesi di stimolo e alla astenia la diatesi di controstimolo. La diagnosi secondo il Rasori non può essere fatta con sicurezza che ex iuvantibus et nocentibus. Il tartaro stibiato e il salasso costituivano la base fondamentale della terapia rasoriana, che ebbe risultati addirittura catastrofici. Ritornato a Milano dopo la battaglia di Marengo, rifiutò l’offerta del Ministero dell’Interno, ma ebbe dal Governo il protomedicato dello Stato e fu medico dell’Ospedale Militare. A Milano pubblicò gli Annali di Medicina (1802 e seguenti) continuando a diffondere e illustrare il suo nuovo sistema di medicina, creandosi molti seguaci e guadagnandosi molti ammiratori. Insieme con Ugo Foscolo e Michele Leoni, parmigiano, divenne animatore degli Annali di Scienze e Lettere (1810-1813). Pure a Milano ebbe l’insegnamento della Clinica Medica nell’Ospedale Civico (dicembre 1807-maggio 1808) che era una scuola superiore per i laureati al fine di perfezionarsi, e nell’Ospedale militare (1808), scuola anche questa di tirocinio per laureati addetti all’Esercito. Il Rasori fu il primo ad applicare la statistica alla medicina, pubblicando il suo prospetto statistico delle cure fatte nel primo semestre alla Clinica Medica militare. Nello stesso anno gli uditori delle sue sublimi lezioni coniarono in suo omaggio una medaglia ornata dei versi: O parli, o scriva, o medichi Rasori egual non ha, Muta lo guarda invidia, Lo aspetta eternità. Nel 1812, avendo l’Ozanam denunciato in una memoria gli errori e i pericoli del sistema di cura praticato dal Rasori, questi venne esonerato, per disposizione del ministro dell’Interno, dalla direzione della Clinica Medica. Allora esercitò liberamente la professione e pubblicò articoli negli Annali di Scienze e Lettere, su vari argomenti. Nel 1814, dopo la caduta del Regno Italico e ritornata la Lombardia sotto il giogo austriaco, il Rasori prese parte alla prima cospirazione, i cui affiliati, per la maggior parte militari e pochi borghesi, si radunavano in casa del Rasori stesso. Un agente internazionale che si faceva chiamare Barone di Saint Agnan si guadagnò la fiducia dei congiurati per tradirli: il Rasori venne arrestato (4 dicembre 1814) con alcuni compagni e tradotto alla fortezza della Mainolda di Mantova, dove, dopo un lungo processo, fu condannato al minimo di pena di un anno di carcere, per grazia dell’Imperatore, pena che il Rasori scontò prima nella fortezza di Mantova poi nel Castello di Milano, rimanendo complessivamente in carcere più di tre anni: dicembre 1814-marzo 1818. (G. Bilancioni, 14). Ritornato alla libertà, il Rasori, riprese la sua opera  di medico e la sua attività di instancabile propugnatore delle idee sulla dottrina del controstimolo. Tradusse inoltre dal tedesco il racconto Agatocle della Rikaer, lettere di Engel, poesie di Schiller, Goethe e Wieland, e prese parte alla redazione del Conciliatore (3 settembre 1818), che fu poi soppresso dalla censura austriaca (17 ottobre 1818), compromettendo parecchi patrioti, tra i quali il Pellico (Bilancioni, 16). Nel 1818 ebbe la nomina a medico di Corte di Caterina di Brunswick, principessa di Galles, ma il Rasori preferì prendere definitivamente residenza a Milano. Mortagli la prima moglie (1804), sposò un anno dopo Annetta Vadori, già divorziata da Mattia Butturini, donna di dubbia moralità  (una vera Aspasietta, come la qualifica Rosini, citato dal Barbiera): il matrimonio durò meno di ventiquattro ore perché il  giorno dopo le nozze data l’incompatibilità di carattere, i due si lasciarono. Il Rasori morì a causa di un violento accesso di catarro polmonare. Pubblicò le seguenti opere: Compendio della nuova dottrina medica di Brown (Pavia, 1792), Lettera al Dott. Rubini (Pavia, 1793), Prolusione letta dal Citt. Rasori assumendo la scuola di Patologia (Milano, 1797), Rapporti sullo stato dell’Università di Pavia (Milano, 1797), Analisi del preteso genio d’Ippocrate (Milano, 1799), Osservazione sul prospetto dei risultati della clinica medica nel R. Spedal di Milano (Milano, 1808), Sul metodo degli studi medici (Milano, 1809), Annali di Scienze e lettere (Milano, 1824, vol. II), Opuscoli di medicina medica (Milano, 1830), Teoria della Flogosi (Milano, 1837), Opere complete (Firenze, 1837, volume unico), Principi nuovi di terapeutica (Parma, 1843, postumo).
FONTI E BIBL.: E.Casa, Prima cospirazione 1814. Il Medico Giovanni Rasori, parmigiano e la cospirazione militare, ms. Archivio Comunale di Parma; Per l’Arte 1 giugno 1902, n. 11; G.B. Janelli, Dizionario biografico, Genova, Schenone, 1877, 329-331; G.Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 417; G. Del Chiappa, Della via di Giovanni Rasori, Milano 1838; G. Frati, Ricordi di prigionia, memorie autobiografiche e frammenti poetici di Giovanni Rasori, Torino, IX, 1919 (ivi una compiuta bibliografia); A. Monti, Giovanni Rasori nella Storia della scienza e dell’idea nazionale, in Lezioni e conferenze, Pavia, 1929; M. Varanini, Salsomaggiore, 1939, 80-87; E. Michel, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1937, IV, 23-24; Perini, Cenni sulla mente di G. Rasori, Milano, 1837; F. Ercole, Uomini Politici, 1942, 37-38; Vita, ms. Parmense 1577, in Biblioteca Palatina di Parma; F. Freschi, Necrologia in Gazzetta di Parma 19 aprile 1837, n. 31; M. Menghini, Rasori G., in Enciclopedia Treccani, XXVIII, 1935, 851; G.Berti, Insegnamento universitario Parmense, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1960, 133; U.A. Pini, Medici nel Risorgimento, 1960, 7-8; G. Trombara, Memorie e documenti Cattedra d’Anatomia, Parma, 1958; G. Berti, Atteggiamenti del pensiero nei Ducati di Parma e Piacenza, 1962, II, 500-501; G. Pasetti, Giovanni Rasori, Milano, 1918; R. Barbiera, Voci e volti del passato, Milano, 1920; S. Fermi, U. Foscolo e Giovanni Rasori, in Gazzetta di Parma 30 agosto 1927; G. Castelli, Il centenario di un medico avventuroso e combattivo, Milano, 1937; Dizionario Enciclopedico Letteratura Italiana, 4, 1967, 509 e 511; Dizionario Storico Politico, 1971, 1049; E. Benedicenti, Malati, medici e farmacisti, Milano, 1925; G. Bilancioni, G. Rasori, medico e patriota, in Bollettino dell’Istituto Storico Italiano per l’Arte Sanitaria IX 1929; V. Lo Bianco, Giovanni Rasori medico insigne ed eroe dell’indipendenza italiana, in La Stirpe XV 1937; C. Monguidi, G. Rasori nel primo centenario della morte, in Aurea Parma 4/5 1937, 138-148; A. Ciavarella, Giovanni Rasori: il primo medico di Parma e di tutta Italia, in Archivio Storico per le Province Parmensi, s. IV, vol. XVIII 1966; Storia civiltà letteraria, 1993, II, 559-560; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 208; Storia del giornalismo VIII, 1980, 624.

RASORI GIUSEPPE
Parma 1772-post 1823
Del Rasori si conosce pochissimo: alcune citazioni del Martini (1862, 14) e del Ferrarini (1882, 7) e più congrui appunti dello Scarabelli Zunti (ms., Documenti e memorie, v. IX, 240) che informano essere il Rasori figlio di Angelo, anch’esso architetto. Il Rasori fu infatti architetto, incisore e disegnatore. Studiò nell’Accademia di Belle Arti di Parma vincendovi nel 1793 il concorso per la facciata della scuola di veterinaria. Al censimento del 1823 il Rasori contava 51 anni d’età e abitava insieme al padre in Borgo delle Colonne al numero 48-60. Tra gli altri lavori, il Rasori progettò e costruì la facciata dell’oratorio di Sant’Antonio a Soragna. I lavori di rammodernamento della vecchia facciata bibienesca dell’oratorio iniziarono nel 1805. Il 13 settembre venne pagato a mastro Ilario Ferramola per sua mercede in rifare la facciata dell’oratorio L. 1.300. I capitelli delle colonne, scolpiti a Parma, costarono 222 lire. Le sagome di legno servite per la forma dell’architrave, delle colonne e per altro furono fornite dal falegname soragnese Francesco Galli. Il 14 luglio 1806 venne pagato all’arch. Giuseppe Rasori per viaggi e disegni fatti per la facciata L. 360 (ms. Archivio parrocchiale di Soragna, E. 16). Il Rasori progettò ed eresse la non grande facciata con estremo rigore neoclassico particolarmente nella zona superiore dove il prospetto assume forme quasi da tempio greco quadristilo. Sobrie ed eleganti sono infatti le snelle colonne dal capitello jonico che sorreggono il dilatato ma proporzionato timpano. Il registro superiore appare contrapposto al disegno di quello inferiore, quasi completamente aperto da una grande sleriana sorretta da due grosse colonne col capitello dorico e fiancheggiata da due alte lesene. L’opera, pur nella razionalità dell’insieme, è dunque particolarmente vivificata dalla trama del disegno che trafora i recessi d’ombra con una sapiente maschera di purissime linee architettoniche diritte e curve. L’andamento della facciata rientra nello stile neoclassico maturato, dopo l’importante presenza a Parma dell’architetto Ennemonde Petitot, nella prima metà dell’Ottocento con la personalità di Nicola Bettoli, autore delle più importanti fabbriche del Ducato di Maria Luigia d’Austria, le cui rigorose architetture vennero di molto anticipate dalla facciata di Soragna.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia Metodica di Belle Arti, XVI, 1823, 38; G.Godi, Soragna: l’Arte dal XIV al XIX secolo, 1975, 128-129.

RASORI LIVIO
Parma 26 ottobre 1892-Lubiana 8 agosto 1915
Studente del secondo anno nella facoltà di Medicina presso l’Ateneo Parmense, nel gennaio 1913 fece il corso allievi ufficiali al 35° Reggimento Fanteria di stanza a Bologna. Nel luglio successivo fu sergente a Parma nel 61° Reggimento, quindi sottotenente nel 62°, pure a Parma, dal febbraio al novembre 1914. Nel dicembre dello stesso anno fu richiamato al 112° Reggimento Fanteria. Al principio delle ostilità passò col 112° nei pressi del Lago di Garda, trasferendosi poi sul Carso, a Monte Sei Busi. Il Rasori partecipò così alle cruente giornate di quella prima estate di guerra sul Carso, conteso al nemico più col valore e l’eroismo individuale che con efficaci mezzi tecnico-bellici. Il 25 luglio 1915, alla testa dei suoi soldati, occupò una trincea con magnifico valore e vi resistette nonostante la violenza del fuoco nemico. Il 30 luglio assunse il comando della 5ª Compagnia e mentre la guidava all’assalto con impetuoso ardimento cadde ferito alla fronte e alla gola, investito da brevissima distanza dal fuoco delle mitragliatrici austriache. Dapprima ritenuto morto, in seguito fu condotto in prigionia il 2 agosto. Il 4 agosto 1915 fu ricoverato nell’Ospedale di Lubiana e l’8 agosto spirò per emorragia. Al suo nome l’Università di Parma conferì la laurea ad honorem in medicina il 5 novembre 1917.
FONTI E BIBL.: Caduti Università Parmense, 1920, 37-38.

RASORI RICCARDO
Parma-America post 1888
Compositore. La Gazzetta di Parma riporta che il 17 aprile 1885 presentò al Teatro Carcano di Milano l’opera nuova Il conte di Raysor, su libretto di Attilio Catelli, e scrive che abitava in America. Il 21 novembre 1888 fu messa in scena al Teatro Carignano di Torino un’altra sua opera, Nerone, sempre su libretto del Catelli.
Fonti e Bibl.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

RASORI SABINA
Parma 1797/1804-post 1845
Figlia di Giovanni, professore di chimica medica all’Università di Pavia e patriota, e di Mariella Rubini. Fu apprezzata cultrice di lettere, collaboratrice di vari periodici e iniziatrice della collana di romanzi italiani, editi da Pompeo Magnaghi a Torino, intitolata Epidipnidi. L’opera della Rasori ha per titolo Ermellina, ossia la vera amicizia (1842).
FONTI E BIBL.: P.L. Ferri, Biblioteca femminile italiana, Padova, 1842; M. Bandini, Poetesse, 1942, 168.

RASTELLI ANTONIO
Parma 1780/1787
Tornitore. Verso il 1780 realizzò i tondelli in Sant’Antonio di Parma e nel 1787 sessanta fiocchi per il baldacchino di Francesco Galli e il fusto del lampadario, in collaborazione con Domenico Gianetti, in San Giacomo a Soragna.
FONTI E BIBL.: Colombi, 1975, 56; P.P.Mendogni, 1979, 80; Il mobile a Parma, 1983, 261.

RASTELLI CAIO MARIA
Ghiara di Fontanellato 25 marzo 1872-Taiyuenfu 28 febbraio 1901
Fu tra i primi alunni raccolti da Guido Maria Conforti, vicario generale della Diocesi di Parma, nella prima sede dell’istituto Missioni Estere di Parma, chiamato al suo sorgere Seminario Emiliano, posta in Borgo del Leon d’Oro n. 12. Il Rastelli, compiuti i corsi teologici nel Seminario di Parma, fu consacrato sacerdote da monsignor Francesco Magani il 24 novembre 1895. Fu poi nominato vice rettore del piccolo Istituto Missionario. Il 4 marzo 1899 partì missionario per la Cina, accompagnato dal francescano monsignor Francesco Fogolla. Giunto nel vicariato cinese dello Shan-si settentrionale, il Rastelli apprese rapidamente la lingua cinese e il 2 novembre dello stesso anno fu mandato per la prima volta a evangelizzare. Ben presto però si scatenò la persecuzione: il 9 luglio 1900 il Fogolla fu martirizzato, insieme a centinaia di fedeli, dai boxer. Il Rastelli fu allora avvisato di mettersi in salvo, dato che il prefetto del Dipartimento aveva posto sul suo capo una taglia e i soldati lo braccavano. Obbedendo all’ordine dei superiori, si allontanò dalla missione e si portò oltre il Fiume Giallo raggiungendo la Mongolia. Ben presto però poté ritornare alla sua missione, essendosi ritirati i boxer. Morì a soli 29 anni a causa del vaiolo. Le ossa del Rastelli, trasportate dalla Cina da un confratello nel gennaio 1932, sono custodite nella Casa madre dell’Istituto Missioni Estere a Parma. Poiché il Rastelli aveva trascorso la fanciullezza in un appartamento della canonica di Marore di San Lazzaro, a ricordo di questo fatto fu posta nel 1926 da Lamberto Torricelli, arciprete di Marore, una lapide marmorea con la seguente epigrafe: In pensieri forti e santi qui passò la sua fanciullezza Padre Caio M. Rastelli primo fiore e gloria dell’Istituto Missioni Estere Parma M. il 28 febbraio 1901 in Tal-juan fu vittima venerata di Fede e Civiltà.
FONTI E BIBL.: I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 162-163.

RASTELLI ERNESTO
Parma 17 dicembre 1863-
Si diplomò in flauto al Conservatorio di Musica di Parma il 2 agosto 1881. Fu primo flauto per diversi anni nel Teatro di Tiflis sul mar Nero. Tornato in Italia, fu primo flauto nelle principali orchestre.
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 96.

RASTELLI GIAN CARLO, vedi RASTELLI GIANCARLO

RASTELLI GIANCARLO
Parma o Pescara 25 giugno 1933-Rochester 2 febbraio 1970
Figlio di Vito. Conseguita la maturità classica al liceo Romagnosi di Parma nel 1951, si laureò in medicina all’Università di Parma, a pieni voti, nel 1957. Dopo la laurea fu assistente all’Ospedale Maggiore di Parma, dapprima con Bobbio e quindi con Goffrini, acquisendo le prime preziose esperienze nel campo della chirurgia cardiovascolare. Già negli anni del corso di laurea nacque il suo interesse per la chirurgia cardiovascolare e maturò la sua inclinazione per la ricerca sperimentale che, in questo settore della chirurgia, offriva prospettive vastissime. Bobbio, direttore della clinica chirurgica generale di Parma, conscio delle notevoli doti e del valore del Rastelli, convinse Vito Rastelli a finanziare l’attività scientifica del figlio, in attesa di un suo inserimento nell’organico dell’Università. Quando nel 1961 ottenne una borsa di studio per l’estero che gli diede la possibilità di scegliere tra vari centri degli Stati Uniti, il Rastelli scelse Rochester nel Minnesota e la sezione di chirurgia cardiovascolare della Clinica Mayo, perché lì operava John W. Kirklin, uno dei pionieri della cardiochirurgia. Il Kirklin riconobbe e apprezzò fin dall’inizio, accanto al valore del Rastelli come chirurgo e studioso, le sue doti umane, il suo entusiasmo per il lavoro e la sua forza morale. La  loro  collaborazione scientifica fu estremamente proficua. Negli anni 1962-1964 il Rastelli iniziò l’attività in cui le sue capacità tecniche e le sue doti di inventiva poterono pienamente realizzarsi: la ricerca sperimentale. Si dedicò a questo lavoro con entusiasmo e ne ebbe grandissime soddisfazioni. La malattia che cominciò a manifestarsi nel 1965 e che cinque anni dopo lo condusse a morte prematura (malattia di cui fu pienamente consapevole fin dall’inizio) non rallentò mai il suo lavoro. Quegli anni di studi e di sperimentazioni lo portarono a dimostrare la possibilità di correggere quelle alterazioni congenite che sono caratterizzate da un ostacolo grave o da una completa assenza della via di efflusso dal ventricolo destro ai polmoni. Impiegando un condotto valvolato inserito da un lato sulla parete del ventricolo destro e dall’altro collegato con le arterie polmonari, dimostrò la possibilità di correggere anomalie che fino ad allora erano ritenute inoperabili. Da quel momento innumerevoli bambini con queste cardiopatie congenite furono operati con successo alla Mayo Clinic e in tutti i maggiori centri cardiochirurgici del mondo e questo tipo di intervento, per unanime riconoscimento di cardiologi e cardiochirurghi, venne definito Intervento di Rastelli. Con i metodi di intervento cardiochirurgico frutto delle sue ricerche, la mortalità dei pazienti calò dal 60% a quote inferiori al 5%. Dal 1968 la Clinica Mayo lo nominò capo della ricerca sperimentale cardiochirurgica. Nel 1965 ottenne il premio con diploma riservato alle ricerche nel campo della chirurgia  cardiovascolare della Mayo Foundation, un diploma e un premio riservato ai laureati che si distinguevano in modo preminente, a cui occorreva essere presentati da illustri maestri. Venne chiamato, nel marzo del 1969, a far parte del comitato nazionale USA per la costruzione del cuore artificiale, ottenne dall’American Medical Association una concessione speciale di oltre centotrenta milioni di lire per ricerche cardiovascolari e fu chiamato a tutti i più importanti congressi medici negli Stati Uniti e nel Canada, in una ventina dei quali presentò suoi lavori. Il Rastelli non volle mai rinunciare alla cittadinanza italiana e poiché dopo sette anni di  permanenza negli Stati Uniti si era obbligati a lasciare il Paese se non si diventava cittadini americani, la Clinica Mayo (caso unico nella sua storia) ottenne per lui, per farlo rimanere, un decreto speciale che richiese l’intervento del Presidente degli Stati Uniti.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 3 febbraio 1970, 4; A. e U. Squarcia, Raccolti in due volumi gli scritti del cardiologo Gian Carlo Rastelli, in Gazzetta di Parma 2 febbraio 1972, 3; U. Squarcia, in Gazzetta di Parma 2 febbraio 1990, 3; Gazzetta di Parma 31 gennaio 1994, 5; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 874.

RASTELLI GIAQUINTO
Parma 1880/1904
Diplomato nel 1880 in clarinetto e contrabbasso alla Regia Scuola di musica di Parma, nel Carnevale del 1904 fu I contrabbasso dell’orchestra del Teatro alla Scala di Milano.
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

RASTELLI LINO
Polesine Parmense 9 maggio 1901-Parma 19 agosto 1985
Si diplomò in organo (1922) e in pianoforte (1924) al Conservatorio di Musica di Parma, dove fu incaricato di pianoforte complementare dal 1925 al 1939. Il 29 novembre 1934 il direttore del Conservatorio di musica A. Boito di Parma propose al ministro dell’Educazione, che il Rastelli, pianista e organista di eccezionali capacità e abilità, venisse nominato titolare della cattedra di pianoforte complementare del Conservatorio di Parma a seguito della nomina della professoressa Maria Maffioletti a titolare di pianoforte principale presso lo stessso Istituto musicale, e ciò senza alcun concorso essendo il Rastelli già in possesso di rilevanti titoli didattici. Il collegio dei professori e il direttore Ferrari Trecate sottoscrissero e appoggiarono all’unanimità tale richiesta. Così il Rastelli, appena trentenne, iniziò la sua rapida e brillante carriera artistico musicale. Parma fu la sua pedana di lancio nel mondo delle note musicali quale concertatore e preparatore di eccelse voci nel campo della lirica. Fu al pianoforte al fianco di Ebe Stignani, il celebre mezzo soprano degli anni trenta, in una serata memorabile a cui arrise un successo senza precedenti. Al Teatro Regio accompagnò l’altrettanto celebre violista Luigi Alessandri, la pianista Vallazza e Fernanda Buranello, violoncellista di fama internazionale. Furono per il Rastelli anni di una feconda attività  e di una lunga e ininterrotta catena di successi artistici nei vari teatri d’Italia. Del Rastelli si ricorda un concerto per una manifestazione d’arte a cui egli prese parte nel 1939 con Alessandri (viola) e Marchesi (violino), il grande concerto al Ridotto del Teatro Regio di Parma con la celebre Rosina Torri, il concerto del violinista Alberto Poltronieri e il concerto vocale al Teatro Regio di Parma con la partecipazione di artisti parmigiani come Virginio Alessandri (tenore), Otello Bersellini (baritono), Calideo Terzi (basso) e Laura Manghi (soprano). Il Rastelli fu anche accompagnatore del violoncellista Attilio Ranzato e partecipò al Festival de musique (1955) al Kursaal di Engelberg con altri solisti celebri: anche in quella occasione ottenne consensi e applausi. Nella stagione lirica di Carnevale 1928-1929 del Teatro Regio di Parma il Rastelli divise la responsabilità della stagione operistica (che comprese Falstaff, Salomé, Werther, Gioconda, Aida, Manon di Puccini, e Coppelia) con il maestro Giuseppe Podestà e Renzo Martini. Il Rastelli fu insegnante di Leone Magera e di Paolo Cavazzini, tra i migliori concertisti e solisti di pianoforte. Nel 1971 fu collocato in pensione per limiti di età.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 192; R. Baroni, in Gazzetta di Parma 21 agosto 1985, 3; Enciclopedia di Parma, 1998, 564.

RASTELLI VITO
Polesine Parmense 1907 c.-18 aprile 1991
Il Rastelli fu giornalista dal 1934 al 1991. Negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale sviluppò la sua attività in due principali settori: quello sindacale e quello socio-economico. Diede vita e diresse un periodico dal titolo Sindacalismo, diffuso in tutta Italia, con cui elaborò i principi e l’organizzazione del sindacalismo autonomo, apartitico, ispirato alle formule del movimento capeggiato da Filippo Corridoni.  Nel settore della stampa quotidiana trattò in particolare i problemi socio-economici del tempo. Imitando esempi già in atto all’estero, riuscì a legare un gruppo di quotidiani di provincia nella pubblicazione contemporanea di articoli di prima pagina. Fu fondatore, quindi, di una agenzia di stampa autonoma denominata Padania. Verso la fine degli anni Cinquanta organizzò a Reggio Emilia l’uscita della Gazzetta di Reggio di cui fu direttore per diversi anni. Collaborò anche ai giornali Il Sole 24 ore, Il Tempo di Roma e La Notte di Milano, oltre alla Gazzetta di Parma. Attivò tra l’altro una campagna giornalistica sulla ricerca del petrolio nella Pianura Padana, in parallelo con Luigi Sturzo, con cui fu in rapporti personali ed epistolari. Fu anche tra i fondatori e per diversi anni direttore della Cittadella Film, la società cinematografica di Parma che produsse documentari sul Correggio, di alto livello artistico, e il film Donne e soldati. Ebbe così occasione di frequentare e conoscere Bertolucci, Bianchi e Malerba.
FONTI E BIBL.: P. Melloni, in Gazzetta di Parma 18 aprile 1992, 16.

RASTELLINI ENRICO
Parma 19 aprile 1866-Parma 5 aprile 1908
Figlio di Carlo, tamburino prima della Guardia reale e poi della Guardia municipale al pubblico giardino, e di Luigia Maestri, massaia, nacque in strada Quattro Malcantoni 11. Dopo aver fatto il garzone-fotografo alle dipendenze di Carlo Grolli, iniziò l’attività professionale vera e propria nel 1894, socio di Aristo Lottici (stabilimento principale in strada Garibaldi 81, succursale in strada Massimo D’Azeglio 55). Ma la collaborazione durò solo un anno: dopo la separazione il Rastellini rimase nella sede di strada Garibaldi. Nel 1896, con un anonimo compagno, operò in strada dei Genovesi 21. Nel maggio 1899, con Giovanni Sanvitale fu presente al II Congresso Fotografico Italiano di Firenze: furono i soli fotografi parmigiani a partecipare. Un mese prima il Rastellini, evidentemente risentito per un lungo articolo elogiativo dell’arte di Eugenio Fiorentini, pretese che la Gazzetta Industriale pubblicasse una precisazione: Giacché parliamo d’arte fotografica è dovere nostro il rendere pubblico che mentre credevamo essere il solo Fiorentini che potesse dare un ritratto diretto nel formato 40 x 50, attestiamo con piacere, trattandosi anche di un nostro concittadino, che il fotografo, signor Rastellini, possiede esso pure la macchina, gli utensili per fare tali ritratti e che appunto ora ne espose quattro all’Esposizione di Firenze. Ciò per la verità. I redattori della Gazzetta Industriale, non mancarono di registrare, nel 1901, anche i successi del Rastellini: C’è caro constatare pubblicamente che l’egregio nostro concittadino Enrico Rastellini, ottenne all’Esposizione Internazionale di Parigi, pei bellissimi lavori da lui esposti, eseguiti secondo certi sistemi che pochi fotografi in Italia seppero applicare, la medaglia d’oro, il diploma d’onore e la Croce insigne di Francia. E ancora il 16 febbraio1902: Abbiamo ammirato nella vetrina del negozio-libreria Battei (cav.) tre meravigliose riproduzioni fotografiche di quadri esistenti nella nostra Regia Pinacoteca, e ci è grato constatare che quelle riproduzioni sono opera dell’intelligente fotografo della nostra città, sig. Rastellini. Questi utilizzando i Sensibilizzatoi ottici scoperti da Vogel, ha potuto creare le lastre Ortocromatiche riproducendo così perfettamente anche nei colori e nel disegno. Per questo va tributato non breve elogio all’opera intellettuale del Rastellini il quale ha saputo trovare il modo di conservare agli originali il pregio della inalterabilità col processo della stampa al pigmento. Le riproduzioni esposte sono il Giobbe del Murillo, una testa Leonardesca e un S. Giovanni Battista del Ferrari. Quindi, il 7 maggio dello stesso anno, apparve il resoconto dell’Esposizione di Roma: Il distinto Fotografo E. Rastellini è stato testé onorato Gran Premio d’Onore (massima onorificenza) all’Esposizione Internazionale d’Arte fotografica Artistica di Roma per i suoi splendidi lavori esposti, eseguiti coi più recenti sistemi della scienza fotografica. L’attività continuò a gonfie vele fino al 1907, quando il Rastellini si ammalò gravemente e si vide costretto a cedere lo studio. Lo rilevarono i suoi dipendenti Marcello Pisseri e Giuseppe Bricoli. Morì appena quarantaduenne e la Gazzetta di Parma ne ricordò nel necrologio le doti. Il Rastellini sposò Maria Pellegrini.
FONTI E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 188-189.

RATTI EMILIO
1839-Parma 14 luglio 1894
Capitano di cavalleria, fu soldato valoroso nelle battaglie risorgimentali. Fece la campagna del 1866.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 17 luglio 1894, n. 195; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 178.

RATTONE GIORGIO
Moncalieri 25 aprile 1857-Parma 20 dicembre 1929
Fu eletto deputato di Aosta nelle legislature XXIII e XXIV (marzo 1909-settembre 1919). Nominato senatore del Regno il 6 ottobre 1919 per la 3ª categoria, fu convalidato il 9 dicembre dello stesso anno. Si laureò in medicina e insegnò dal 1886 patologia generale all’Università di Parma, di cui fu Preside della facoltà medico-chirurgica dal 1892 al 1895 e Rettore (1895-1896). Insegnò anche a Genova. Insieme con A. Carle dimostrò sperimentalmente la natura infettiva del tetano (1884). Nel 1892 fu mandato dal Governo in missione a Marsiglia a portare soccorsi agli operai italiani decimati dal colera. Alla Camera sedette a  sinistra con i costituzionali. A Parma il Rattone fu presidente degli Ospizi Civili (1904-1907), consigliere comunale (1896-1899) e ispettore della Cassa di Risparmio.
FONTI E BIBL.: Cimone, Gli eletti della Rappresentanza nazionale per la XXI, per la XXII e per la XXIV legislatura, tre volumi, Napoli, 1902 e 1906, e Milano, 1919; A.Tortoreto, I parlamentari italiani della XXIII legislatura, Roma, 1910; Treves, I deputati al Parlamento delle legislature XXIII, XXV e XXVI, tre volumi, Milano, 1910, 1920, 1922; Senatori parmigiani, in Gazzetta di Parma 17 ottobre 1924, 3; A. Malatesta, Ministri, 1941, 48; Dizionario Utet, X, 1960, 822; G.Gonizzi, in Gazzetta di Parma 13 febbraio 1962, 4; Enciclopedia di Parma, 1998, 564.

RATTONI GIUSEPPE
Parma seconda metà del XVII secolo
Pittore figurista attivo nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 226.

RAUSCHENFELS ANDRE VALENTIN JOSEPH
Lientz febbraio 1828-Noceto 21 maggio 1915
Figlio di Candidus, medico e notabile cittadino, e di Crescenz Mayr von Innichen. Il Rauschenfels si trasferì a Parma quale ufficiale dei Cacciatori tirolesi dell’impero austriaco ai tempi di Carlo di Borbone, che aveva militarizzato la città e che venne poi assassinato  nel 1854. A Parma i disordini e gli scontri si succedevano in continuazione. Probabilmente ferito in uno di questi conflitti a fuoco, il Rauschenfels venne ospitato e curato in casa di Elisa Brasetti, vedova del conte Bondani e proprietaria di un palazzo in pieno centro storico. Nell’aprile del 1859, al tramonto del Ducato, i due si sposarono. Nel 1865 nacque a Parma la loro figlia Teodolinda. Rimasto vedovo nel 1874 e persa anche la figlia nel 1900, il Rauschenfels per vivere si dedicò interamente all’attività di apicoltore e scrisse saggi e articoli per riviste italiane ed estere. Negli ultimi anni di vita il Rauschenfels venne ospitato a Villa Galvana dai Cotti (più volte sindaci e podestà di Noceto). Alla sua morte, fu proprio la famiglia Cotti, insieme ad altri estimatori e ammiratori, che provvide a far erigere il piccolo monumento collocato nel riquadro del cimitero di Noceto, ad onorare la memoria di uno scrittore geniale, maestro insigne d’picoltura e carattere nobilissimo.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 7 agosto 1996, 15.

RAVÀ EUGENIO
Reggio Emilia 1840-Parma luglio 1901
Volontario garibaldino e fervente repubblicano, salpò da Quarto con i Mille e seguì sempre Garibaldi. Si batté in America nelle file del generale Grant col grado di maggiore. Nel 1870 accorse al fianco di Garibaldi e combatté in Francia, nei Vosgi e ad Autun. Disertò in seguito dall’esercito italiano e prese parte al fatto di Aspromonte. Emigrò poi in Inghilterra. Fu consigliere comunale di Parma nel 1889. Il sindaco Giovanni Mariotti, commemorandolo nella seduta del Consiglio comunale del 19 luglio 1901, lo ricordò tra i più valorosi combattenti delle patrie battaglie.
FONTI E BIBL.: D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 191; T. Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 246.

RAVACALDO ANTONIO
Parma 1381
Fu vicario generale del vescovo Rusconi succedendo a Gregorio Berenghi. Nell’anno 1381 fu canonico della Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: M. Martini, Archivio Capitolare della Cattedrale, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1911, 125.

RAVACALDO NICCOLÒ
Parma 1448/1477
Figlio del nobile Paolo. Il Ravacaldo fu celebrato da Filippo Beroaldo e da Francesco Maria Grapaldo, che lo reputarono eruditissimo e di sapienza ricolmo. Nel 1465 fu eletto canonico della Cattedrale di Parma. Il Ravacaldo fu anche arciprete della pieve di Santa Maria di Fornovo. Fu incaricato dalla Sede apostolica di giudicare una causa sorta nel Monastero di Santa Maria di Chiaravalle della Colomba (1465) e da papa Sisto IV di procedere all’unione del priorato di Sant’Armanno alla canonica di Santa Felicola e San Sepolcro in Parma (1474). Nel 1476 il Beroaldo, fatta eseguire da Stefano Corallo una superba edizione della Storia naturale di Plinio e raccolto un buon numero di correzioni da lui fatte a quell’opera, le diresse con una lunga lettera ad venerabilem et ornatissimum virum Nicolaum Ravacaldum Canonicum Parmensem, che in quel tempo si tratteneva ai bagni di Lesignano (quae cum bajanis, sinnuessanisque salubritate contendum): Caeterum hoc omne negotium eo seuscepimus libentius, ut tibi, optime mi Nicolae, qui eruditissimus, atque omni laude dignissimus es, praesertim ita monenti morem gererem, teque mei amantissimus, et de me optime meritum pleniore obsequio demererer. Cui enim potius hasce meas lucubrationes dicare debui, quam illi, qui me diligit ut filium, quem ego perinde ac patrem benivolentia singulari, observantiaque summa complector? Nullus profecto nullus, suavissime Nicolae, te hoc munere dignior inveniri poterat, qui cum reliquorum latinae linguae Scriptorum sis curiosissimus, tum Plynianae eruditionis lector assiduus, et pensiculator acerrimus esse voluisti. Nec immerito. Haec enim te ex polito politissimum, ex ornato reddidit ornatissimum. Ita Plyniana dicta ex ore tuo tamquam domestico pomario deprompta licet audire saepissime. Tu itaque, amantissime Nicolae, facile judicabis numquid emendata a nobis, castigataque obelisco perfodienda sint, an asterisco decoranda. Questo è invece il breve ma succoso elogio fattogli dal Grapaldo: Non inurbane Nicolaus Ravacaldus mihi avunculus sapietiae vir compositissimae dicere solebat, litteras homini praestare quod aqua lupinis (De partibus Aedium, libro II, cap. XI). Il Ravacaldo è nominato nel Diario Parmense tra coloro che nel saccheggio fatto in Parma dai ribelli nel 1477 ebbero danni e si dovettero, per sentenza ducale, risarcire (Rerum Italicarum, tomo XXII, col. 270).
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 272-274.

RAVACALDO NICOLò, vedi RAVACALDO NICCOLO'

RAVASI ADA
Parma 1905-post 1926
Scrittrice. Dopo una prima scialba prova giovanile, fu autrice di saggi che, pur in una forma ondeggiante tra modelli diversi (con prevalenza del modernismo), rivelano un’attenta sensibilità e un’anima aperta al senso lirico.
FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Poeti secolo nuovo, 1926, 106; Aurea Parma 6 1925, 337.

RAVASINI ALDO
Parma 1895-Sagrado 25 ottobre 1915
Figlio di Lodovico. Geometra, Sottotenente di Complemento nel 12° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare e di Encomio Solenne. Morì nell’Ospedaletto della 30ª Sezione di Sanità  in seguito a ferite riportate nel combattimento (22 ottobre) di Monte San Michele. Fu sepolto nel sacrario di Redipuglia. Nei mesi passati al fronte il Ravasini scrisse molte lettere, che furono poi studiate e raccolte in un libretto uscito nel 1975 a cura di Massimo Grillandi, nel tentativo di individuare la strada che aveva portato il Ravasini a sacrificare eroicamente la propria vita per la patria. Il Ravasini scrive sempre dominato dall’eccezionale esperienza che stava vivendo e non usa le parole semplici di tanti commilitoni per raccontare le cose ai familiari lontani, le parole usuali che probabilmente accompagnarono dentro di lui la sua veloce e forzata maturità e la sua scelta di finire con coraggio. Di questo le lettere non spiegano  molto,  perché tutto ciò avvenne in silenzio, in mezzo ai morti e al fango delle trincee. Però spiegano come il Ravasini cercasse di non dimenticare di essere un uomo anche in mezzo al macello di quel conflitto, scrivendo delle sue giornate come se fosse un letterato che dipingeva la guerra in punta di penna, dal tavolino di casa sua (all’interno della propria trincea si costruì anche uno scaffale di fortuna per metterci la Divina Commedia): ci volle sicuramente una volontà di ferro e una grande nobiltà di sentimenti per alzare il muro oltre il quale l’orrore della situazione non poteva e doveva passare.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma, 30 ottobre  e 3 novembre 1915, 22 e 23 settembre 1916, 26 maggio 1917; Aurea Parma 3-4 1915; Rivista eroica I 1917; Per la Riscossa 17 febbraio 1918; G.Sitti, Caduti e decorati, 1919, 207; Gazzetta di Parma 21 ottobre 1985, 3.

RAVASINI ARNALDO
San Michele Tiorre 20 giugno 1893-Parma 23 settembre 1972
Di famiglia contadina, insieme al fratello Attilio mostrò evidente inclinazione per tutte le cose che hanno a che fare con la meccanica. Fu un lettore vorace e si procurò con sacrificio libri, giornali e riviste. Negli anni intorno alla prima guerra mondiale riuscì, compiendo uno sforzo economico eccezionale, ad acquistare un proiettore cinematografico Pathé Frères, modello 1907. All’inizio degli anni Venti (e fino al 1935 circa) batté la campagna del Felinese e nei dintorni proiettando pellicole per allietare le domeniche dei contadini. Il Ravasini fu impresario di se stesso e si occupò di ogni aspetto delle proiezioni: luce elettrica, affitto delle sale, uso del grammofono per diffondere musica operistica negli intervalli, affissione e cassa. Gli spettacoli serali duravano dalle 19,30 alle 22,30 e il prezzo era di due lire. Ma accanto al cinema il Ravasini coltivò anche la fotografia, al servizio soprattutto della povera gente, per la quale eseguiva a prezzo bassissimo ritratti di famiglia o di bambini morti. Granatiere durante la prima guerra mondiale, prigioniero per oltre due anni in Boemia, il Ravasini incarnò il modello dell’ingegno contadino versatile: progettò e costruì macchine agricole e fu pronto a risolvere ogni problema di ordine pratico con straordinaria intuizione. Appassionato anche di musica, suonò nella banda di San Michele Tiorre e partecipò frequentemente alle feste di matrimonio come strumentista. Con l’avvento del sonoro nel cinema, cedette l’attività al Cotti, di Langhirano, pur continuando a collaborare con lui per qualche anno.
FONTI E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 292.

RAVASINI EMILIO, vedi RAVASINI EUSEBIO

RAVASINI EUSEBIO
Parma 1660
Monaco certosino, fu vicario e priore dell’Ordine. Assai erudito, compose parecchie opere sacre, molte delle quali stampate, ma tutte perdute. Del Ravasini furono inviate le seguenti notizie dai Certosini di Parma alla casa madre di Chartreuse in Francia: Eusebius Ravasinus Parmensis ingenio, virtute praestans, et tam in humanis quam in divinis litteris longe eruditus, ut merito describi possit inter illustres Professos Domus Parmae, summopere vacavit lectionibus, ex quibus gratissima reddebatur ejus conversatio. Loquebatur enim semper nova et varia. Composuit quoque Opera varia, quae hic recenseo, et apud nos sunt, idest: Vita S. Brunonis; Sermones in Solemnitatibus more Carthusianorum, tam latino idiomate, quam vernacula lingua; Heroica Mulier, alio modo la Juditta; Magna Virgo Sacratissimi Rosarii de Fontanellato Poema lyricum; Obitus Serenissimi Principis Almerici Estensis Generalis Castrorum Christianissimi Regis in Creta Poema lyricum; praeter elucubrationes alias permultas heroice compositas ad honorem multorum Sanctorum. Et illa quidem, cum in iis multum floreret, saepe de eisdem requirebantur, et continuo ad Typographum deferebantur. In sacris quoque Statutis nostris adeo exercebatur, ut omnia de verbo ad verbum haberet ad memoriam. Fuit etiam pius et devotus Religiosus, sutinuitque multo tempore cum decore dignitates Vicarii et Prioris, confectusque senio antiquior Domus et Provinciae post annos 78, quos laudabiliter vixit in Ordine quievit in Domino. Fa menzione del Ravasini anche Maurizio Zappata nelle sue Notizie latine delle Chiese di Parma chiamandolo però Emilio invece di Eusebio.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 87-88; A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 726.

RAVASINI NINO
Parma-post 1953
Ragioniere in una acciaieria a Milano, dette le dimissioni per dedicarsi alla musica. Nel 1928 lanciò la sua prima canzone, Rosellina, che incontrò un fulmineo successo, cui seguirono centinaia di altre. Nel 1953 ebbero un grande successo Per un bacio d’amor, Il tamburo della banda d’Affori e Avanti e indrè. Auore delle colonne sonore di numerosi film, molte sue canzoni furono successi discografici.
Fonti e Bibl.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

RAVASINI PIETRO
Parma 1829/1830
Falegname, lavorò, assieme ad altri e diretto dall’architetto Paolo Gazola, ai serramenti, parquet e invetriate gotiche nel Casino del Ferlaro.
FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 263.

RAVASINI TOMMASO
Parma 7 marzo 1665-Parma 26 giugno 1715
Figlio di Pier Francesco, giureconsulto, e di Angela Roncagli. Molto presto rimase orfano del padre. Gracile e spesso malato, pure si dedicò con ardore agli studi, frequentando le scuole di Gesuiti, dove apprese le lettere avendo quale precettore di rettorica Francesco Grandi, che stimò in modo particolare e che in seguito ricordò in alcune sue poesie. Il Ravasini sposò Angela Ambanelli, che morì un anno dopo il matrimonio. Il dolore provato per l’evento luttuoso spinse il Ravasini a comporre la raccolta poetica Amori Virginei (1697), dedicata a Tirso Gonzales, generale dei Gesuiti. Avendo perduto anche la madre nel 1694, il Ravasini si ritirò in solitudine in una villa di famiglia a San Michele Tiorre, dedicandosi ai suoi scritti (1698). Ne fu però ben presto distolto perché, stante la situazione di guerra che ormai coinvolgeva buona parte dell’Italia settentrionale, il Ravasini fu chiamato alle armi, come si apprende da una lettera scrittagli dal Grandi, da Piacenza, il 2 novembre 1699: Intendo dal suo foglio, che sia Soldato a cavallo, e che le convenga cambiar le cetre di Parnaso in pistole da Marte. La compatisco di cuore, né mi sarebbe mai caduto in cuore una stravaganza così impensata. Ma si consoli; mentre potrà aver al suo cenno o Bellerofonte dalle Muse, ovvero l’uno dè quattro Corsieri del sommo Apollo. Successivamente il Ravasini ottenne dal duca Francesco Maria Farnese di essere esentato dalla milizia e poté quindi ritornare ai suoi studi e alle sue composizioni. Ebbe un fitto scambio epistolare col Bacchini, che gli fu prodigo di consigli. Ammalatosi nuovamente, nell’estate dell’anno 1700 ritornò a San Michele Tiorre, dove poi compose il primo dei suoi Dialoghi Critici. Risposatosi con Angela Becchetti, nel 1704 ne ebbe un figlio che però morì l’anno successivo. Dopo aver dato alle stampe altre raccolte poetiche (sempre e solo in latino), si conquistò una certa fama e la stima di un numero considerevole di letterati: Magliabecchi, Apostolo Zeno, Anton Francesco Bellati, Gianettasio, Cocconato, Gian Giuseppe Orsi, Giovanni Campelli, Charles Dauchez, Jacques Vaniere e, soprattutto, Ludovico Antonio Muratori, col quale strinse amicizia. Il Ravasini ricusò costantemente ogni ricompensa e si astenne sempre, per una forma di ritrosia personale, dal comparire in pubblico. Scrivendo al medico Giuseppe Cervi, gli disse: Scis enim quam in cavendo externo decore sim negligens. Nonostante ciò il duca di Parma Francesco Maria Farnese, con privilegio del 12 aprile 1706, lo creò nobile coi suoi discendenti (privilegio registrato negli atti del Comune di Parma il 17 aprile dello stesso anno). Nel 1712 il Ravasini raccolse tutte le poesie ancora inedite e le unì a quelle già pubblicate, che uscirono così in un’unica edizione. Morì per tabe e fu sepolto con onore nella chiesa della Steccata di Parma, ove sul suo sepolcro campeggia la seguente iscrizione: Qui nunc funerea pulvis iacet horridus urna virginei quondam scriptor amoris erat. Thomae Ravasinio nobili parmen. poetae praeclarissimo inventionis copia imitationis facilitate latini eloquii puritate eruditorum saniore iudicio veteribus facile comparabili qui aquas prata vineas sed in primis parthenii adeo cognomine sibi asserto suos erga virginem deiparam amores cecinit quod vivens ipse epitaphium paraverat Angela Becchetti Ravasina uxor moestiss. Obiit ob animi candorem morum integritatem et selectissimam eruditionem aulae patriae exteris omnibus ingenii sui desiderio relicto anno r.s. MDCCXV mensis augusti die XXVI aet. L.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 311-319; Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice II, 1935, 520; C.M.Piastra, in Aevum 24 1950, 72-80, e 29 1955, 85-87 e 145-158; M.Pellegri, Il poeta Ravasino nel 1711 salì sullo Sporno e sul Caio, in Gazzetta di Parma 24 agosto 1965; L.Grandinetti, L’iter montanum del poeta Tommaso Ravasini tradotto in versi italiani, in Parma nell’Arte 1 1970, 99-119.

RAVASINO, vedi RAVASINI

RAVATI
Parma 1782
Fu musico alla Steccata di Parma nel 1782.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata di Parma, Mandati 1782; Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

RAVAZZONI ALFREDO
Casola di Tizzano 1 febbraio 1859-Parma 14 aprile 1936
Nel Conservatorio di Parma studiò pianoforte, composizione, tromba e trombone. Si esercitò poi privatamente nello studio del violino, del flauto, del clarinetto e dell’organo. Dal 1877 al 1893 partecipò come pianista a vari concerti dati a Parma e in altre città d’Italia e collaudò, con appositi concerti, ben venticinque organi. Fu pure, per alcuni anni, istruttore e direttore di bande musicali. Nel 1896 vinse, dietro regolare concorso, il posto d’insegnante di pianoforte complementare nel Regio Conservatorio di Parma, carica che occupò sino al suo collocamento a riposo per limiti d’età (1° ottobre 1929). Scrisse diverse composizioni per canto, pianoforte, organo, violino, orchestra e banda, tra le quali Berceuse, per violino e pianoforte (Bologna, Venturi).
FONTI E BIBL.: Alcari, Parma nella musica, 1931, 168; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

RAVAZZONI AMEDEA
Parma 30 marzo 1906-Parma 14 agosto 1991
Diplomata in pianoforte nel 1926 e in organo nel 1927 al Conservatorio di Parma, insegnò in quell’istituto dal 1947 al 1976.
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

RAVAZZONI CESARE
Langhirano 1943/1945
Da molti anni a contatto con le organizzazioni clandestine antifasciste parmensi dirette da Ferrari, Gorreri e Porcari, dopo l’8 settembre 1943 si prodigò nell’aiutare i soldati di stanza a Langhirano e nel recuperare armi e munizioni che sarebbero poi servite nel corso della lotta di Liberazione. Sospettato e fatto arrestare dai fascisti nel novembre del 1943, dopo un mese di detenzione e prima di venire processato, riuscì a fuggire dal carcere mandamentale con l’aiuto del maresciallo dei carabinieri lngravalle. Ritornato nel Parmense nel febbraio del 1944 dopo alcuni mesi trascorsi nel Bresciano, si recò nella zona di Rusino, dove, assieme a Ilio Cortese, organizzò i primi reparti della 47ª brigata Garibaldi. Prima di essere nominato intendente della brigata, prese parte al vittorioso combattimento di Traversetolo. Partecipò agli scontri armati di Langhirano (24 agosto 1944), a Capoponte, Madurera e in vari altri luoghi. Nel gennaio del 1945 venne chiamato come ufficiale addetto al Comando Unico Est Cisa, ove svolse incarichi di rilievo, ricoprendo anche le funzioni di giudice relatore al Tribunale militare di zona. Dopo avere contribuito alla preparazione delle fasi dell’attacco decisivo contro le forze armate nazifasciste, il Ravazzoni sfilò per le vie di Parma con il grado di comandante di brigata. Leonardo Tarantini, comandante unico della zona Est Cisa, dopo averne ricordato la rettitudine morale, lo sprezzo del pericolo dimostrato nei combattimenti, dice in un rapporto informativo: Cesare Ravazzoni ha dato la sua opera con grande spirito di sacrificio ed alto senso del dovere, mai smarrendosi o indugiando quando anche la sua famiglia era in pericolo e la sua casa distrutta. Subito dopo il 25 aprile 1945 il Ravazzoni venne nominato direttore provinciale dell’Ente Autotrasporto Merci. Fu inoltre gestore dell’Albergo della Posta di Langhirano. Colpito da infarto, si spense all’età di 47 anni.
FONTI E BIBL.: C. Melli, Langhirano e la sua memoria, 1982, 137-139.

RAVAZZONI DOMENICO
Parma 1892-1972
Durante la prima guerra mondiale fu tenente della 121a Squadriglia e si distinse nel cielo del Trentino: fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare. Libero professionista, poi professore di diritto dei trasporti nella facoltà di economia e commercio dell’Università di Parma, fu segretario di Giuseppe Micheli nel periodo in cui questi assunse incarichi ministeriali.
FONTI E BIBL.: Dall’intransigenza al governo, 1978, 480; Aviatori parmigiani, in Gazzetta di Parma 15 maggio 1978, 3.

RAVAZZONI EVANGELISTA
Parma 2 aprile 1543-ante 1587
Figlio di Andrea e Antonia.Scrisse l’opera Stanze in forma di dialogo di M. Evangelista Ravazzoni Parmegiano. Ove con stil  piacevole, e familiare s’insegna l’Arte del nuotare in acqua. Al molto Illust. Sig. Conte Oratio Scotti (In Parma, appresso Erasmo Viotto, 1587), che fu pubblicata postuma dal fratello Francesco. Quest’ultimo, nella dedica (che ha la data del 5 giugno 1587), informa di aver trovato gli anni passati a sorte tra le scritture di M. Evangelista Ravazzoni mio fratello la presente Operetta fatta l’anno 1565, che la morte la quale avea tolto immaturamente da’ vivi Evangelista è in colpa dell’essere incolto ed imperfetto questo lavoro, che d’altra maniera ei lo avrebbe accomodato, se fosse vissuto, perché invero questa fu la prima bozza. L’opera consta di 17 carte non numerate, l’ultima faccia delle quali è bianca. Manca dell’ultima carta. Si tratta di un libro estremamente raro: l’unica copia conosciuta è quella che il Pezzana acquistò nel 1807 per la Biblioteca Ducale di Parma. Il poemetto, in ottava rima, è diviso in due parti. Il verso è scritto con grandissima agevolezza, ma spesso pedestre, e talvolta trascurato nelle rime (Pezzana). Da alcuni versi (So quel ch’ io dico, già due volte stato Sendo ne le Tirene onde bagnato) si ricava la notizia che il Ravazzoni navigò in almeno due occasioni nel Mar Tirreno.
FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 657-658.

RAVAZZONI GIOVANNI FRANCESCO
Parma ante 1676-Parma 1702
Fu accolto nel Collegio dei Giudici di Parma nell’anno 1676, depositario della Camera dei pegni. Insegnò diritto romano all’Università di Parma. Fu giubilato nel 1702.
FONTI E BIBL.: Archivio dell’Università di Parma, Mandati 1619-1675; Registro dé Mandati 1684-1701; F.Rizzi, Professori, 1953, 32.

RAVAZZONI GIUSEPPE
Cornia di Tizzano 1 ottobre 1904-Parma 16 febbraio 1944
A Cornia di Tizzano la famiglia del Ravazzoni possedette casa e terreni. Fu medico dotto e stimato, specializzato in tisiologia. A Parma ebbe una fittissima clientela: si prestava gratuitamente un giorno la settimana per i malati più poveri. Fu sepolto nel cimitero di Talignano.
FONTI E BIBL.: F. Barili, Tizzano, 1970, 90.

RAVAZZONI GUIDO
-Parma 25 novembre 1895
Prese parte alla guerra del 1870-1871 combattendo valorosamente a Pasques, a Prenois e a Digione, ove fu ferito e fatto prigioniero.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 27 novembre 1895, n. 327; G.Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 418.

RAVAZZONI LOMBARDINO
1587-Parma febbraio 1641
Fu sacerdote e consorziale. Fece parte della Congregazione della fabbrica del Duomo di Parma, i cui reggenti, a ricordo dei meriti di benefattore del Ravazzoni, innalzarono un monumento funebre nella Cattedrale.
FONTI E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 44.

RAVAZZONI MARIA vedi MONTANARI MARIA

RAVAZZONI MARINO
Tizzano Val Parma 1910-Tizzano Val Parma 7 giugno 1999
Figlio di Attilio e di Carmela Codonici.1° Caposquadra del 4° Reggimento Camice Nere, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Comandante di Squadra esploratori, in giornate di duri combattimenti, assolveva il suo compito con perizia ed ardimento. Ferito gravemente, mentre la sua squadra era impegnata ad uno scontro con un forte nucleo nemico, continuava a combattere finché non sopraggiungeva un altro reparto ad impegnare il nemico. Bell’esempio di valore e senso del dovere (Alcañiz, Ermita di SantaBarbara, 19-20 marzo 1938).
FONTI E BIBL.: G.Sitti, Eroismo dei legionari, 1940.

RAVAZZONI PELLEGRINO
Parma 1782/1798
Raccoglitore di notizie sugli artisti parmigiani, compilò alcune Notizie di artisti parmigiani (nel codice ms. n. 1599 della Biblioteca Palatina di Parma).
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 764.

RAVAZZONI VINCENZO
Parma 1831
Figlio di un parrucchiere, durante i moti del 1831 fu rimarcato per uno dei maggiori perturbatori. Portava e seminava notizie false onde incoraggiare i deboli a sostenere la rivolta. Fu inquisito ma non subì alcun processo.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 200.

RAVAZZONI VITTORINA, vedi DAZZI VITTORINA

RAVENET CARLO ANTONIO
Parma 18 aprile 1773-Villafranca sul Bierzo 1810
Figlio di Jean François, del quale fu anche allievo. Pur essendo inclinato alle arti figurative, si avviò alla carriera militare sotto la corona di Spagna. A Madrid giunse nel 1797 e si sistemò provvisoriamente presso il fratello Giovanni. Nel 1806 risulta presente nel Regno d’Etruria (sicuramente giuntovi con le sue milizie al seguito del generale Gonzales O’Farril) e trascorse un periodo di licenza con i familiari (nota del nipote Luigi Casapini, a margine della lettera del Ravanet al padre, da Livorno, 12 marzo 1806, in Archivio di Stato, Parma, serie Casapini). Fu cadetto delle guardie Vallone per quattro anni e, dopo la riforma di tale corpo, passò al Reggimento di Zamora col grado di sottotenente. Morì da eroe quattro anni dopo nel Leòn, in battaglia.
FONTI E BIBL.: Arte a Parma, 1979, 198; D. Manfredi, Giovanni Ravenet, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1989, 389.

RAVENET EQUES o FILIUSFo LE FILS o FRANCESCO o FRANCESCO SIMONE o FRANÇOIS o GIAN FRANCESCO, vedi RAVENET SIMON JEAN FRANÇOIS

RAVENET GIOVANNI FRANCESCO
Sala 27 marzo 1766-Madrid 1821 c.
Nacque da Simon Jean François e da Angelique Bunel. Fu battezzato due giorni dopo nella chiesa parrocchiale dei Santi Stefano e Lorenzo dall’arciprete Cesare Leone Barozzi e fu sua madrina Marie Binet, moglie di Jean Bunel, ambedue di nazionalità francese. Frequentò l’Accademia di Belle Arti di Parma, della quale il padre era professore, e si può supporre che abbia frequentato l’ambiente degli artisti fin dai primi anni di scuola. Nel 1784 ottenne il primo premio, per il disegno e la composizione, all’Accademia di Belle Arti di Parma (F. Razzetti). Il Ravenet partecipò, in qualità di disegnatore e ritrattista, alla spedizione navale spagnola, guidata dal Malaspina, del 1791. Lasciò Parma il 22 marzo di quell’anno e si portò a Genova. Qui, presso Carlo Longhi, si unì al pittore Fernando Brambilla e con costui, il 4 aprile, proseguì il viaggio, per via marittima, alla volta di Barcellona. Giunti nella città catalana, i due artisti si trasferirono a Madrid in carrozza. Nella capitale, il segretario di Greppi procurò loro un lasciapassare per il porto della Coruña.Là si imbarcarono sulla fregata postale El Cortés. La nave salpò il 14 giugno e giunse a Veracruz il 10 novembre di quel medesimo 1791. A Madrid i due avevano ricevuto una lettera di presentazione per il conte di Revillagigedo, viceré della Nuova Spagna, perciò da Veracruz si diressero a Città del Messico,  dove il viceré comunicò loro che dovevano portarsi ad Acapulco, ove le corvette avrebbero sostato fino a dicembre. Per mettersi all’opera, il Ravenet non attese di essere effettivamente incorporato nella spedizione. Già a Città del Messico disegnò alcune vedute della città. Però la prospettiva non era il suo forte e ciò lo indusse ad abbandonare quel genere figurativo (lasciando che se ne occupasse Fernando Brambilla, che, viceversa, vi eccelleva) e a dedicarsi esclusivamente alla ritrattistica e agli aspetti etnografici. La prima occasione per cimentarsi nella rappresentazione di alcuni tipi umani gli si presentò proprio nella capitale del Messico: vi eseguì una veduta di una pulqueria. Tale disegno ha valore più storico che artistico, trattandosi di rarissimo documento concernente quell’aspetto di vita quotidiana novo-ispana. Il Ravenet si cimentò ancora in una rappresentazione della città messicana di Queretaro, disegnò (con una certa grazia) un palmipede e quindi si indirizzò risolutamente verso i tipi umani. L’efficace ritratto di due indigeni nord-americani è la sua prima opera conosciuta in questo genere. Giunto ad Acapulco, nell’attesa della partenza per l’Asia, il Ravenet lavorò a rifinire (o a ridisegnare) lavori eseguiti in precedenza da altri disegnatori. Appartengono a questo periodo la coloritura di una veduta del Puerto del Desengaño e, probabilmenbte, alcune figure di creoli e indigeni messicani e peruviani. Questi lavori sono tra i meno rappresentativi delle capacità del Ravenet, in quanto egli risentì del non aver personalmente osservato i personaggi raffigurati. Il meglio di sé il Ravenet sicuramente lo diede dopo la partenza dal Messico, che avvenne il 20 dicembre 1791. I primi ritratti di indigeni furono eseguiti nell’isola di Guam (Marianne). Vi fu ritratto pure un indigeno delle Caroline, che si trovava su quell’isola. La tappa successiva della spedizione fu alle Isole Filippine, ove le corvette sostarono o si mossero tra un’isola e l’altra, dal 26 marzo al 15 novembre 1792. Manila, capitale del possedimento spagnolo, in quel momento attraversava una certa crisi economica ma non mancavano mercanti di varie razze. Così il Ravenet ebbe agio di sfoggiare le sue capacità di ritrattista. Ritrasse creoli, indigeni, meticci, cinesi e perfino un mercante armeno. Particolarmente interessante è una veduta del quartiere cinese di Pariàn, ove si svolgeva un animatissimo mercato. Anche in questo caso il disegno ha un notevole valore storico poiché non molto tempo dopo il Re di Spagna ordinò la demolizione dell’intero quartiere. Il gruppo più interessante dei disegni filippini fu eseguito dal Ravenet sulle montagne attorno a Manila, ove viveva una tribù non ancora assoggettata. Quegli uomini non appartenevano al gruppo etnico della popolazione della costa e avevano tratti somatici spiccatamente negroidi. Il Ravenet entrò in dimestichezza con Andahuat, capo di quella tribù, e ciò lo facilitò nel compito di ritrarre molti personaggi. Rilevanti, in particolare, appaiono un busto di giovane indigena e una scena di ballo. Quella tribù in seguito si estinse e ciò conferisce immenso valore etnologico alle testimonianze grafiche del Ravenet. Un’opera di preminente interesse storiografico è quella in cui viene illustrata la morte del naturalista Pineda: essa fu eseguita sulla base della descrizione di un testimone oculare. La spedizione si diresse quindi alla costa orientale dell’Australia (dopo una breve puntata alla Nuova Zelanda) e sostò a Port Jackson, presso Botany Bay. Le corvette vi giunsero il 12 marzo 1793. Gli Inglesi avevano fondato la loro colonia da pochi anni. Essa era popolata essenzialmente da forzati britannici ma, naturalmente, non mancavano i funzionari governativi e gli ufficiali del distaccamento, e costoro fecero un’ottima accoglienza agli Spagnoli. Gli Inglesi, presto avvedutisi delle notevoli capacità del Ravenet, a gara gli chiesero di ritrarli, per poi inviare alle famiglie i disegni. Il Ravenet accontentò certamente molti Inglesi, ma non uno di tali lavori ha potuto essere rintracciato. Invece è rimasto qualche suo schizzo di indigeni, ma non sono tra i suoi migliori. Abbandonata l’Australia, la tappa successiva fu alle Isole del Vavao. In quello sperduto arcipelago i navigatori vissero certamente le più felici giornate di tutto il loro viaggio. Per i disegnatori, quelli furono anche giorni d’intenso lavoro. Il Ravenet ritrasse capi e popolani, fissò scene di balli e costumi indigeni. Appartiene a questa fase anche il più curioso ritratto conosciuto del Malaspina: il comandante è colto dal Ravenet in un momento di riposo, mentre si lascia pettinare da due giovani indigene. Al Vavao fu eseguito anche il più singolare, oltre che uno tra i più belli, dei disegni del Ravenet. Esso raffigura una fanciulla europea, abbigliata alla panamense, distesa su un’amaca. Approssimandosi infatti il giorno della partenza, gli indigeni cominciarono a insistere affinché gli stranieri la differissero. I viaggiatori replicarono che desideravano riunirsi alle famiglie e, soprattutto, alle compagne lasciate in patria. Per mostrarne concretamente le fattezze, il Ravenet disegnò la fanciulla distesa, colta in espressione di pensosa attesa. Il ritratto ebbe grande successo: narra il Malaspina che il re Vuna, ammirato, gli chiese di accettare a bordo uno dei suoi congiunti affinché sposasse alcune europee e le conducesse quindi al Vavao. La spedizione lasciò le Isole del Vavao il 1° giugno 1793, diretta al Callao, ove giunse il 23 luglio. Nel Perù, probabilmente, il Ravenet eseguì alcuni schizzi di creoli. Le corvette, dopo aver doppiato Capo Horn, si trovarono nel gennaio 1794 alle Isole Malvine. A Port Egmont, il Ravenet fissò in due disegni, quasi uguali, Alessandro Malaspina e José Bustamante intenti alle misurazioni di gravità con il pendolo semplice: tali lavori, da cui nel 1885 fu tratta un’incisione, sono tra i più noti del Ravenet. La spedizione Malaspina, dopo aver sostato alquanto a Montevideo, attraversò nuovamente l’Oceano Atlantico e giunse a Cadice il 21 settembre 1794. Terminato il viaggio, un gravoso compito attendeva il Malaspina: quello di coordinare la raccolta, il riordino e il perfezionamento dei materiali riportati, nonché la stesura delle relazioni che, con la cartografia, avrebbero dovuto essere pubblicate quanto prima. Per far ciò, il comandante chiese al ministro Valdés che rimanessero a sua disposizione alcuni ufficiali e i due disegnatori, Brambilla e il Ravenet. Questi ultimi, in particolare, dovevano completare i disegni che poi, incisi su lastra, avrebbero corredato la pubblicazione. La richiesta del Malaspina fu accolta e il Ravenet, con gli altri, si portò a Madrid e iniziò prontamente il lavoro. Il comandante però ritenne che i risultati non fossero adeguati alla qualità che lui intendeva imprimere alla pubblicazione, cosicché chiese che al Ravenet venisse affiancato un altro artista, più abile e più calligrafico nel tratto. L’autorizzazione fu concessa il 20 luglio 1795: in tal modo Luis Clavet, professore presso l’Accademia di San Fernando, si aggregò all’équipe e il lavoro fu sostanzialmente concluso in circa tre mesi. Il Malaspina si ritenne soddisfatto delle prestazioni del Ravenet e si preoccupò affinché, con l’esaurirsi dell’incarico, egli non si trovasse disoccupato e a mal partito. In effetti il contratto legava il Ravenet alla Real Armada per il solo periodo della spedizione. Tuttavia nelle trattative che ne avevano preceduto la stipulazione era stata prospettata al Ravenet la possibilità che, in seguito, venisse trovato per lui un altro confacente impiego, sempre in Spagna. Il comandante propose quindi al ministro che al Ravenet venisse riconosciuto il grado di Alfiere di Fregata o di Vascello e che venisse aggregato al corpo degli Ingegneri della Marina. Questa volta la richiesta del Malaspina fu respinta (11 novembre 1795). Si è voluto vedere in tale rifiuto un giudizio negativo sulle capacità del Ravenet. In realtà, il ministro Valdés stilò la sua risposta negativa appena due giorni prima di essere allontanato dal governo per opera del primo ministro Manuel Godoy. Nella notte tra il 23 e il 24 di quello stesso mese anche il Malaspina venne arrestato, con l’accusa di aver ordito un complotto contro la corona di Spagna. Indipendentemente dal giudizio professionale sul Ravenet, non è azzardato supporre che il Valdés, conscio della precarietà della propria posizione e avendo inoltre già percepito (come tutti, a Corte, del resto) la situazione ancor più compromessa del Malaspina, abbia preferito non indebolirsi ulteriormente attraverso un’ennesima adesione ai desideri dell’ufficiale. Sta di fatto che, con l’arresto del Malaspina, fu accantonato il progetto di pubblicare le relazioni della spedizione, gli ufficiali furono rinviati ai rispettivi dipartimenti e il Ravenet rimase per un certo tempo praticamente inoperoso. Tuttavia non gli fu sospeso lo stipendio convenuto. Nel gennaio del 1798 il governo dispose che il Ravenet, Brambilla e il botanico Louis Neé dessero l’ultima mano ai rispettivi lavori, però con la retribuzione ridotta a 12000 real annui in luogo dei 27000 pattuiti per il tempo del viaggio. I due artisti inoltrarono una supplica affinché quella decurtazione venisse revocata e il 26 febbraio essa fu accolta. In quello stesso anno il Ravenet si ammogliò. La sposa, Maria Josefa Marentes y Bebiàn, era vedova di un intendente della Marina. Al matrimonio, che avvenne il 30 marzo, assistette anche Carlo, fratello minore del Ravenet, che da qualche tempo si era trasferito in Spagna. Il Ravenet, evidentemente preoccupato per le nuove responsabilità familiari, lasciò che la moglie supplicasse la Regina affinché gli venisse concesso un impiego non distante dalle residenze reali. Il Re concesse che il Ravenet potesse continuare a lavorare ma non si conosce quali istruzioni, concretamente, gli siano state date, nè in che cosa potesse consistere quella prosecuzione del lavoro, dato che i lavori di perfezionamento del materiale relativo alla spedizione erano sostanzialmente già terminati fin dal 1795. In definitiva, si ha la sensazione che il governo preferì continuare a retribuire il Ravenet, lasciandolo di fatto quasi inoperoso, anziché affrontare con risolutezza il problema dalla sua destinazione. Attorno al 1802 dovette nascere Pepita, sua primogenita, Carlotta nacque verso il 1806, due anni dopo vide la luce il primo maschio, Juanito, e ancora una femmina nacque successivamente (prima del 1816). Nell’aprile del 1804 il Ravenet informò il padre che il fratello Carlo era stato nominato ufficiale del reggimento di Zamora. In quell’anno, probabilmente a causa delle cattive condizioni dell’erario, al Ravenet fu sospeso il salario. Egli inviò allora una seria di suppliche attraverso le quali fu nuovamente esposta la sua difficile situazione. Anche la moglie ebbe una parte in quell’azione. Nel 1810 al Ravenet toccò il compito di comunicare al padre la notizia della morte di Carlo, avvenuta durante la battaglia di Espinosa, a Villafranca del Bierzo (Leòn). Qualche anno dopo il Ravenet fu colpito dal decreto reale che ordinava a tutti gli stranieri residenti a Madrid di lasciare il paese. Nel 1816, scrivendo al padre dal campo profughi di Alais, in Francia, lo aggiornò sugli ultimi avvenimenti, che non erano affatto lieti (tra altre disavventure, vi fu anche il tentativo, da parte di una parente della moglie, di defraudarla di un’eredità). Nel 1821 il Ravenet rientrò nuovamente in Spagna e da Madrid scrisse alla sorella Sofia. Il padre nel frattempo era morto. Il Ravenet chiese alla sorella una copia del contratto del 1791. Si ignora per quale motivo il documento gli servisse, ma si può immaginare che egli intendesse allegarlo a un’ennesima supplica. Tale lettera costituisce l’ultimo documento conosciuto del Ravenet. Dato che l’atto gli fu spedito, si crede che il Ravenet sia morto in quello stesso anno, prima di potersene servire.
FONTI E BIBL.: Arte a Parma, 1979, 198; D. Manfredi, Giovanni Ravenet, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1989, 392-402; Gazzetta di Parma 26 gennaio 1998, 5.

RAVENET GIOVANNI FRANCESCO, vedi anche RAVENET SIMON JEAN FRANÇOIS

RAVENET JEAN FRANÇOIS o SIMONE o SIMON FRANÇOIS, vedi RAVENET SIMON JEAN FRANÇOIS

RAVENET SIMON JEAN FRANÇOIS
Parigi 18 maggio 1737-Parma 16 aprile 1821
Figlio di Simon François. Dopo aver seguito il padre, anch’egli incisore, a Londra (dal 1745), ricevendone la prima formazione artistica, si trasferì a lavorare a Parigi, da dove giunse a Parma nel 1759 su segnalazione del Caylus, diventando insegnante all’Accademia di Belle Arti. Consigliere con voto dell’Accademia di Belle Arti, fu anche incisore di Corte e insegnante di lingua inglese di Filippo e Ferdinando di Borbone. Il primo lavoro di un certo impegno che vide occupato il Ravenet alla Corte parmense fu l’incisione delle tavole per il volume celebrativo delle nozze tra Ferdinando di Borbone e Maria Amalia (1769), a fianco di Ennemond Petitot, preparatore dei disegni, e di altri incisori, tra i quali Giovanni Volpato e Benigno Bossi. L’altra grande impresa del Ravenet iniziò nel 1778 con la serie di stampe tratte dalle opere del Correggio conservate a Parma, lavoro portato avanti lentamente fin quasi alla fine del secolo. Su pressioni del Flavigny, sottoscrissero l’iniziativa sia la Corte di Francia che quelle di Spagna e di Napoli. Inizialmente Parigi dispose l’acquisto di quattro esemplari di ogni incisione, ma poco dopo, adeguandosi al numero richiesto dalla Corte di Spagna, elevò il quantitativo a sei. La prima di tutta la serie fu l’incisione della cosiddetta Madonna della scodella, di cui il Flavigny annunciò l’invio alla Corte di Francia già in data 10 gennaio 1779. L’operosità del Ravenet continuò, lentamente ma regolarmente, negli anni successivi, così come continuarono regolarmente gli invii alle corti.  Dalla periodicità di queste spedizioni si ha un preciso indizio della sollecitudine con la quale il Ravenet attese, al di fuori di altri impegni, alla riproduzione del ciclo correggesco. Un interessamento che non superò una stampa all’anno, se si esclude il 1782, in cui portò a termine anche le portrait de l’Infant, lequel doit être mis à la téte de la collection des oeuvres du Corrège. Allorché, in seguito alla morte del conte di Vergennes, nel 1787 il ministero degli affari esteri francese fu occupato dal conte di Montmorin-Saint Hérem, il Flavigny trattò con il nuovo dirigente la continuazione della sottoscrizione alle incisioni del Correggio del Ravenet, prospettando che l’operosità dell’artista avrebbe potuto continuare con la riproduzione delle opere del Parmigianino. Nel 1797 la serie delle incisioni del Correggio, iniziata nel 1778, non risultava che di quindici stampe. È evidente che le vicende politiche influirono sulla laboriosità del Ravenet. Con la decapitazione dei monarchi e la costituzione della Repubblica, fu anche disattesa la sottoscrizione della Corte francese. Nell’estate dell’anno 1797 il Ravenet chiese al governo francese l’autorizzazione di continuare a soggiornare a Parma per condurre a termine l’opera iniziata su commissione di Ferdinando di Borbone, senza dover rinunciare à la qualité de citoyen français. Al di là di questo spirito patriottico, la petizione del Ravenet tendeva anche a riallacciare i rapporti di sottoscrizione alle sue incisioni da parte del governo repubblicano. Tenuto conto della situazione politica in cui in quell’anno versava il Ducato di Parma e Piacenza, non sorprende che, per ottenere quanto chiedeva, il Ravenet si rivolgesse al ministro plenipotenziario francese presso la Repubblica ligure, anziché a Giuseppe Bonaparte, rappresentante francese a Parma. Avute informazioni lusinghiere (soprattutto da un esposto del ministro parmense Cesare Ventura), in data 25 agosto 1797 il Faipoult le trasmise al ministero degli esteri a Parigi. Nel suo dispaccio non solo appoggiò la richiesta del Ravenet in merito alla questione della cittadinanza, ma sottolineò anche la sua comprensibile ambizione di vedere acquistate le sue incisioni, tramite il direttorio, dalla sua nazione. Dopo il 1797 il Ravenet avrebbe inciso soltanto altre cinque stampe del Correggio, se è esatto il computo che vuole composta di dodici incisioni la serie da lui ricavata dal ciclo pittorico della Cattedrale e di otto quella dalla chiesa di San Giovanni di Parma. Ma l’elenco non è probabilmente esauriente. Oltre che non tenere conto che delle incisioni correggesche, trascura gli esiti della nota e tribolata vertenza intercorsa nel 1803 tra il vescovo Adeodato Turchi e Moreau de Saint-Méry, quando si trattò, per ordine di  Napoleone Bonaparte, di curare una nuova serie di incisioni (dopo quelle del Rosaspina, pubblicate nel 1800 dal Bodoni) dei famosi affreschi del Correggio nella cosiddetta Camera di San Paolo. Una controversia nella quale il Ravenet si schierò a favore dell’équipe incaricata dell’esecuzione. Nel 1782 il Ravenet fu nominato capitano di cavalleria per meriti artistici (il titolo decadde dal 1791). La sua attività fu valorizzata (e la sua influenza crebbe) durante il periodo napoleonico: essendo di nazionalità francese, godette in particolare della fiducia di Moreau de Saint Mery (G.Allegri Tassoni, La vertenza fra il governo francese e il vescovo di Parma per la Camera di S. Paolo, Aurea Parma XXXI 1947, 88-94). Si sposò tre volte: nel 1765 con Angelica Bunel, nel 1777 con Maria Elisabetta Ortalli e nel 1798 con Antonia Caro Idrogo. Collaborò con il Giornale del Taro dal 1812 al 1813 con articoli di astronomia e curiosità.
FONTI E BIBL.: Basan, 1767, 406; Gori Gandellini, 1771, III, 143; Fuessli, 1779, 538; Strutt, 1785, II, 260; Huber-Rost, 1804, III, 130-133; Basan, 1809, II, 118; A. De Angelis, 1814, XIII; De Angelis, Notizie degli Intagliatori, XIII, 1814, 231-232; Arte incisione a Parma, 1969; Stanislao da Campagnola, in Aurea Parma 1 1978, 25-29; M.Dall’Acqua, Terza pagina della Gazzetta, 1978, 313; Arte a Parma, 1979, 368-369; A. Musiari, Neoclassicismo senza modelli. L’Accademia di Belle Arti di Parma tra il periodo napoleonico e la Restaurazione (1796-1820), Parma, Zara, 1986; G.Manfredi, Giovanni Ravenet, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1989, 389; Parma nell’Arte 1989-1990, 125; Enciclopedia di Parma, 1998, 565.

RAVENNA PIETRO
Parma 1560-Bologna 14 luglio 1630
Entrò nei Gesuiti, con sede a Bologna, nel 1585. Fu Coadiutore temporale. Morì all’età di settanta anni.
FONTI E BIBL.: P. Alegambe, Heroes Societatis Jesu, 1658, 308.

RAVENNA SAMUEL ZECHARJA
Busseto XVIII secolo
Rabbino e scrittore israelita. Visse a Busseto nel XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: M. Mortara, Rabbini e scrittori israeliti, 1886, 53.

RAVINI LUIGI
1842-Parma 20 gennaio 1891
Avvocato, fu Maggiore garibaldino e prode combattente dei Mille. Fu insignito di medaglie al valor militare, avendo combattuto da eroe nelle campagne risorgimentali del 1859, 1860, 1866 e 1867.
FONTI E BIBL.: G.Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 135.

RAZZA CARLO
Parma seconda metà del XVII secolo
Intagliatore attivo nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 227.

RAZZABONI GIOVANNI
Pisa 1880-Parma 1953
Medico. Si trasferì a Parma nel 1921, dopo un tirocinio a Bologna e a Camerino. A Parma il Razzaboni fu dapprima chiamato a dirigere l’Istituto di Patologia chirurgica e dal 1932 al 1951 (anno in cui, per raggiunti limiti di età, fu costretto ad abbandonare l’insegnamento) tenne la cattedra di Clinica chirurgica. Preside di Facoltà e Rettore Magnifico dal 1938 al 1942, ebbe fama di ottimo chirurgo e godette di una popolarità notevole. Fu autore di una vasta opera scientifica che ne attesta il valore (l’opera principale è il Trattato di prognostica medica).
FONTI E BIBL.: B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 126-127; Enciclopedia di Parma, 1998, 565.

RAZZETTI ERMANNO
Parma 4 aprile 1868-Contrada Basco 1 luglio 1916
Figlio di Giovanni Antonio e Filomena Barilla. Maggiore nel 162° Reggimento Fanteria, comandante del 1° Battaglione, fu decorato di medaglia d’argento e di bronzo al valor militare. Morì in combattimento sul Monte Interrotto colpito al cuore. Fu sepolto sul Monte Interrotto.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Mantova 9, 11 e 20 luglio 1916, 22 e 23 giugno 1917; La Provincia di Mantova 9 luglio 1916; Il Cittadino 9 e 11 luglio 1916; G.Sitti, Caduti e decorati, 1919, 208.

RE CLAUDIO
Parma prima metà del XVIII secolo
Pittore attivo nella prima metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 169.

RE FRANCESCO
Soragna 1757-post 1802
Falegname. Seppe distinguersi nella sua professione con opere di buona ed elegante fattura: il confessionale che eseguì nel 1802 per l’oratorio di Santa Croce ne è un valido esempio.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, 1975, 208; Il mobile a Parma, 1983, 262; B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 298.

RE GIUSEPPE
Soragna-1840
Falegname, appartenne alla stessa famiglia di Francesco. Fu autore degli inginocchiatoi del coro e della balaustra nella chiesa di Castellina San Pietro (1806-1807) e del letturino per la chiesa di Carzeto (1813).
FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 262; B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 298.

RE PAOLO
Soragna ultimi decenni del XVIII secolo
Intagliatore, appartenente alla stessa famiglia di Francesco. Operò a Soragna negli ultimi decenni del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 298.

RE, vedi anche DEL RE

REALI COSIMO BATTISTA
Parma-post 1667
Fabbricatore di sordine attivo a Parma nell’anno 1667. A Berlino è conservata una sua pochette in palissandro, datata 1667.
FONTI E BIBL.: H.Vercheval, Dizionario del violinista, 1924; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

REBALDO, vedi ALCIATI ARIALDO

REBOLIA CRISTOFORO
Lugagnano 19 ottobre 1816-Parma 20 novembre 1891
Compiuti gli studi matematici all’Università di Parma con ottimi risultati, ebbe l’incarico dell’insegnamento del calcolo infinitesimale e differenziale presso la stessa Università, dove rimase per trent’anni. Nel corso della sua lunga e operosa carriera, il Rebolia fu Preside della facoltà di matematica e cancelliere dell’Università. Gli eventi politici del 1859 non gli furono favorevoli: esonerato dall’insegnamento ed espulso dall’Università, si ritirò a vita privata continuando sia gli studi di matematica sia gli studi classici.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 24 novembre 1891; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 352-353; P. Marchettini, in Dizionario Biografico Piacentino, 1987, 226.

REBUCCI AUGUSTO MARIO
Novi di Modena 1873-novembre 1941
Giunse nel 1900 a Salsomaggiore per assumere l’incarico di segretario comunale. Si appassionò ai problemi della stazione termale e ne fece motivo di studi e di ricerche che gli permisero di portare a livello di stampa e di pubblica opinione (da oratore efficacissimo e giornalista pungente ed elegante quale fu) tenaci e aggiornate battaglie per la statizzazione dell’industria termale e per il coinvolgimento del Comune di Salsomaggiore allo sviluppo di un modello di stazione termale sull’esempio delle villes d’eau europee. Fu abilissimo a conquistare alla causa l’impegno di uomini di governo, che tenne aggiornati con le sue relazioni, le proposte e i progetti. Nel 1910 fece approvare la legge sull’introduzione della tassa di soggiorno di cui beneficiarono tutti i Comuni a economia turistica, ma fin dal 1906 e forse ancor prima iniziò a tessere quegli intrecci politici che portarono nel 1913 al varo della legge speciale per Salsomaggiore e quindi alla costruzione delle Terme Berzieri. Per questa azione fu appoggiato in Parlamento dal deputato socialista Agostino Berenini, ma riuscì a coinvolgere anche la Casa Reale. Godette infatti della stima personale di Margherita di Savoja, ospite assidua di Salsomaggiore, e a lei si rivolse in più occasioni anche per sollecitare provvidenze sociali e strutture termali gratuite per le classi povere e i fanciulli scrofolosi che necessitavano della cura salsoiodica. Come giornalista, il Rebucci elesse a sua tribuna preferita il Salsomaggiore, giornale che egli stesso diresse per quasi venti anni: da quelle pagine condusse quelle accese battaglie che contribuirono a creare una coscienza termale. Ma collaborò anche a riviste e quotidiani nazionali, dalla Illustrazione Italiana al Corriere della Sera, al Resto del Carlino e al Giornale d’Italia. Fu anche un appassionato cultore di arte: dei suoi amichevoli rapporti con artisti, tra cui lo scultore Leonardo Bistolfi e il direttore d’orchestra Cleofonte Campanini, si conserva documentazione nell’archivio di famiglia. Dopo la costruzione delle Terme Berzieri, che furono un segno tangibile del suo lavoro e per le quali il Rebucci ricevette molti elogi pubblici, i rapporti con i gestori dell’industria termale si incrinarono. Nel 1923 si trasferì a Roma, chiamato a incarichi superiori grazie all’indiscussa competenza tecnica che Mussolini stesso gli riconobbe. Fondò nel 1924 la Rivista delle Stazioni di Cura, Soggiorno e Turismo e venne nominato dapprima ispettore per i Comuni delle stazioni di cura e di soggiorno, poi presidente della Federazione nazionale degli stessi. In questa veste ispirò nel 1926 la legge che prevedeva l’ordinamento urbanistico delle stazioni di cura e di soggiorno. Da Roma tuttavia continuò a occuparsi della situazione salsese e in particolare seguì le vicende per la costruzione della chiesa di San Vitale intrattenendo con l’arciprete Giulio Razza un dialogo epistolare che è documentato nell’archivio della parrocchia. Chiamato anche alla direzione generale del turismo nel Ministero della cultura popolare, promosse l’istituzione della cattedra d’idrologia presso la facoltà di medicina dell’Università di Roma. Morì durante un viaggio di ritorno dalla Libia, dove era stato chiamato ad assolvere l’incarico di commissario per l’amministrazione straordinaria dell’Ente Turismo in Libia.
FONTI E BIBL.: V. Lischi, Un pioniere dello sviluppo termo-climatico e balneare italiano, in Terme e Riviere ottobre 1924; E. Savino, Nazione operante, 1928, 726; La morte di Augusto Mario Rebucci  (articoli di V. Lischi, A. Bussi, A. Valenti), in Terme e Riviere novembre 1941; Augusto Mario Rebucci, in Salsomaggiore Illustrata dicembre 1941; Augusto Rebucci ha chiuso la sua vita operosa, in Salsomaggiore (numero speciale) 4 dicembre 1941; Tra Liberty e Déco: Salsomaggiore, 1986, 166-168.

REDENTI ALBERTO
Parma 1 ottobre 1835-Parma 19 gennaio 1899
Compiuti gli studi giuridici, si laureò il 26 luglio 1856. Nell’anno accademico 1862-1863 fu incaricato dell’insegnamento della Statistica nell’Ateneo di Parma e dal 1865 al 1867 coprì la carica di professore straordinario d’Introduzione allo studio delle scienze giuridiche e Storia del diritto. Nell’ottobre del 1867, essendosi proceduto al riordinamento degli studi affini nella facoltà di legge, il Redenti, essendo il più giovane dei docenti, dovette abbandonare l’insegnamento. Nel 1873 fu nominato a succedere al Bianchi nell’insegnamento del Codice civile, incarico che mantenne poi tutta la vita. Non lasciò molti scritti perché ogni sua cura fu rivolta all’insegnamento, all’amministrazione della cosa pubblica e all’esercizio di avvocato, ma i suoi principi si ritrovano nei discorsi pronunciati nei pubblici consigli (fu consigliere comunale, consigliere e deputato provinciale, Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, Presidente del Consiglio dell’Orfanatrofio, membro del Consorzio universitario) e in molte memorie forensi. Nello studio Intorno alle riforme del codice civile, il Redenti sollecitò delle riforme a una legislazione incompatibile con le condizioni dello Stato italiano.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1905, 91-92.

REDENTI ENRICO
-Parma 11 dicembre 1909
Fu volontario nelle campagne risorgimentali del 1859 e 1860.Seguendo la carriera delle armi (raggiunse il grado di Colonnello), prese parte anche alla guerra del 1866.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 14 dicembre 1909, n. 344; G.Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 418.

REDENTI ENRICO
Parma 15 dicembre 1883-Parma 2 gennaio 1963
Nacque da Alberto, avvocato e professore di diritto civile, e da Lidia Bissoni. Studiò nella città natale e a Roma, dove si laureò, non ancora ventunenne, in giurisprudenza. Dopo la laurea continuò gli studi, specialmente in diritto processuale civile, sotto la guida di Simoncelli e Chiovenda, e in quella materia conseguì giovanissimo la libera docenza: a soli ventitré anni venne chiamato all’Università di Camerino. Dopo una parentesi di studi presso l’Ateneo di Berlino, passò a insegnare a Perugia, a Parma e, infine, nel 1916 fu chiamato dall’Università di Bologna, dove per quasi quarant’anni tenne la cattedra di diritto processuale civile. Dell’Università di Bologna fu nominato Rettore dopo il 25 luglio 1943. Nell’anteguerra e poi dal 1954 al 1959 ricoprì la carica di Direttore dell’Istituto di applicazione forense.In precedenza, contemporaneamente al magistero bolognese, dal 1928 all’inizio della seconda guerra mondiale, aveva insegnato diritto commerciale all’Università Bocconi di Milano. Fu membro di tutte le numerose commissioni ministeriali che si succedettero dopo il 1919 per la riforma della legislazione sul processo civile, nonché della commissione ministeriale per la riforma del codice civile e della commissione per il codice italo-francese delle obbligazioni. Le prime esperienze forensi del Redenti risalgono agli anni precedenti alla laurea, nello studio di Cesare Vivante. Poi, sempre a Roma, esercitò la libera professione in collaborazione, tra gli altri, con il senatore Antonio Scialoja. Esercitò anche a Parma, a Bologna, dove ebbe a collaboratore per un decennio Arturo Carlo Jemolo, e contemporaneamente a Milano e a Roma. A partire dal 1954 fu Presidente del Consiglio degli Ordini Forensi di Bologna, sua patria di elezione, e tale carica ricoprì fino alla morte. Portò nell’esercizio della professione non solo la profondità della sua dottrina, ma anche la limpida acutezza del suo ingegno, un raro equilibrio e una rettitudine esemplare. Durante la prima guerra mondiale fece parte del corpo della giustizia militare come addetto al Ministero delle Armi e Munizioni, raggiungendo il grado di Tenente colonnello: per i suoi meriti fu insignito dal governo francese delle Croce di cavaliere della Legion d’Onore. La produzione di scienziato del Diritto del Redenti è vasta e va dalla fondamentale monografia su Il giudizio civile con pluralità di parti (1911) al completo trattato di Diritto processuale civile (1947), basilare per intraprendere tali ordini di studi, passando per altri non meno pregevoli volumi su I contratti nella pratica commerciale (1931), Profili pratici del diritto processuale civile (1938), Legittimità delle leggi e corte costituzionale, Storia semantica di causa in giudizio, oltre a una messe assai cospicua di articoli, note, commenti e recensioni, le cui pagine più belle furono raccolte dallo stesso Redenti nei due volumi degli Scritti e discorsi giuridici di un mezzo secolo. Va ricordato che il Redenti diresse dalla fondazione la Rivista Trimestrale di Diritto e Procedura Civile e presiedette l’Associazione fra gli studiosi del processo civile. Dal 12 al 15 aprile 1963, a Venezia, presso la Fondazione San Giorgio, il Redenti presiedette il Congresso Internazionale di diritto processuale civile.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia Italiana, Appendice, II, 1948, 674; Gazzetta di Parma 3 gennaio 1963, 3.

REDI LUCA, vedi RETI LUCA

REGAGLIA FILIPPO, vedi REGALIA FILIPPO

REGALIA ETTORE
Parma 6 giugno 1842-Genova 11 dicembre 1914
Nacque da Priamo, magistrato, e da Dafne Malpeli. Dopo gli studi classici al Collegio Maria Luigia di Parma, cominciò il corso di matematiche, ma nel 1864 fu costretto a interrompere gli studi e a impiegarsi come scrivano straordinario presso il Ministero di Grazia e Giustizia in Torino e poi in Firenze. Alcuni suoi versi giovanili, composti appunto a Torino, ebbero l’encomio del Prati. Cominciò inoltre a farsi una notevole cultura osteologica, colpito (secondo quanto racconta il Papini) dall’affermazione del Cuvier che da un solo osso è possibile riconoscere il genere o la specie zoologica alla quale è appartenuto. Nella carriera giudiziaria il Regalia raggiunse, nel 1874, il grado di Vice Cancelliere di prima categoria. In una escursione nell’isola di Palmaria, il Regalia scoprì in una grotta resti animali e umani dell’età della pietra. Successivamente, cercando materiale osteologico di studio e di confronto nel Museo di Storia Naturale in Firenze, diretto da Enrico H. Giglioli, il Regalia fu da questi consigliato, per lo studio particolareggiato di alcune ossa umane, di rivolgersi al Museo Nazionale di Antropologia, dove ebbe occasione di conoscere Paolo Mantegazza, che da poco aveva fondato e dirigeva quell’Istituto. Il Mantegazza non tardò a riconoscere nel Regalia rare qualità di naturalista e riuscì a convincerlo ad abbandonare il suo impiego, proponendolo invece come Aiuto alla cattedra di Antropologia nel Regio Istituto di Studi Superiori, della quale il Mantegazza fu titolare fino al 1869. La prima nomina ministeriale fu fatta nel gennaio 1876 e riconfermata di anno in anno fino al 1908. Il posto di Aiuto e la libera docenza ottenuta nel 1881 per titoli (sebbene il Regalia non fosse laureato) furono i soli riconoscimenti ufficiali dati dall’Italia al suo valore scientifico. Nel 1908, abbandonato il suo posto di Aiuto, si ritirò a Cornigliano Ligure, vicino alla sorella Pia. Colpito da paralisi cerebello-spinale (per caduta), passò gli ultimi anni in Genova. Il Regalia fu Segretario della Società Italiana di Antropologia ed Etnologia dal 1875 al 1907, Vice Presidente nel 1907-1908 e infine socio onorario dal 1913. Fu membro corrispondente della Società Antropologica di Parigi, dell’isola di Cuba, della Società Veneto-Trentina di Scienze Naturali di Padova e della Société Linnéenne di Lione e cavaliere dell’Ordine della Rosa del Brasile. L’attività principale del Regalia e la sua passione dominante furono lo studio delle ossa umane e degli animali. La sua prima memoria, del 1873, è appunto intitolata Resti animali e umani dell’età della pietra della Palmaria. Osteologo profondo, cominciò nel 1883 a raccogliere una collezione importantissima di scheletri di vertebrati terrestri (mammiferi, uccelli, rettili, anfibi), con lo scopo preciso di riunire un materiale abbondante, atto ai confronti per lo studio dei fossili quaternari. Nel 1901, quando il Regalia ne pubblicò una prima notizia nel volume commemorativo del XXX anno di vita della Società Italiana di Antropologia ed Etnologia, vi erano già rappresentati, della pensiola italica e delle sue isole, tutti i mammiferi, meno uno (il Sorex alpinus Schinz), 389 su circa 460 uccelli, quasi tutti i rettili e tutti gli anfibi, e del resto d’Europa e degli altri continenti 132 mammiferi e almeno 119 uccelli. Il Regalia continuò tuttavia a lavorarvi e a raccogliere nuovi materiali fino negli ultimi anni di vita, quando la collezione, nel 1913, fu venduta all’Istituto di Paleontologia umana di Parigi. Su questo importantissimo materiale il Regalia poté compiere molte ricerche, soprattutto sull’osteologia dei chirotteri e degli uccelli e la classificazione delle faune quaternarie, che, affidate a una notevolissima serie di memorie speciali, formano forse la parte più importante della sua opera scientifica, giacché il Regalia fu tra i primi in Italia a conoscere quale valore ha la paleontologia nello studio dei giacimenti preistorici che, rimasti per lungo tempo nel campo d’interesse dei soli archeologi, non furono mai esaminati con metodo scientifico naturalistico. I risultati che gli studi del Regalia dettero per la fauna della Grotta Romanelli, per quanto sconvolgessero le vedute dei preistorici ufficiali, furono, per l’Italia, una delle prime e più potenti affermazioni che il metodo naturalistico ebbe nel campo della Preistoria. Vivendo a fianco di Paolo Mantegazza, il Regalia si occupò, naturalmente, anche di antropologia e di etnologia: restano notevoli le ricerche sull’orbita, sulla sutura metopica, sulle anomalie numeriche delle vertebre e sulla craniologia dei Fuegini e dei Papuani, queste ultime compiute appunto in collaborazione col Mantegazza. Ma si occupò anche di psicologia con vera genialità fino dal 1883 e fu un precursore animoso di tendenze e di reazioni che soltanto negli ultimi anni si son potute affermare. La parte positiva dell’opera psicologica del Regalia consiste nella sua legge sul rapporto costante fra dolore e azione, che si può enunciare così: il dolore è l’antecedente costante e immediato dell’azione. Questa legge, e in questo è il suo gran merito, fu trovata dal Regalia indipendentemente da tutti e la sviluppò, la protesse, la dimostrò e la difese con più larghezza e vigore di tutti i suoi precedessori (Papini). Ma dove il Regalia riuscì forse a produrre il meglio di sé per acume critico e autonomia di pensiero, fu nelle discipline speculative. Oltre alle obiezioni sull’evoluzionismo materialistico dello Spencer e del citato Giuseppe Sergi, espresse in una serie di articoli sulla Rivista di Filosofia Scientifica (1893), formulò il suo pensiero filosofico nel trattato Dolore e azione. Nell’opera, uscita postuma (1916) con la prefazione di Giovanni Papini, il Regalia respinge la tesi che riduceva i fatti psichici a un puro movimento meccanico, sostenendo per converso che essi sono costituiti da ciò che nella realtà viene direttamente sperimentato e che i veri movimenti che ne propiziano la formazione sono la rappresentazione e il sentimento. Ed è proprio quest’ultimo, secondo il Regalia, a spingere l’uomo all’azione, soprattutto il sentimento di dolore, al contrario del piacere che tende naturalmente all’inazione. La sua concezione patogenetica è comprensiva di ogni forma di dolore, anche il più tenue, sino ad arrivare al fastidio e alla noia. Il Regalia estende a tutta la realtà la sua tesi, sino a fondare una metafisica pampsichistica, in cui la patologia di cui soffrono gli atomi nel loro processo formativo, contagerebbe le stesse aggregazioni di materia. Il Regalia visse e morì in disparte, apprezzato soltanto dai pochi che ebbero la fortuna di conoscerlo e trascurato dalla scienza ufficiale italiana, che non ne seppe riconoscere l’alto valore, così che le sue preziose raccolte, offerte dal Regalia a diversi musei italiani, vennero rifiutate per mancanza di spazio.
FONTI E BIBL.: A. De Gubernatis, Diction. Intern. Ecrivains du Jour, 1891, II, 1662; Deganer, Wer ist’s?, II, 1906, 947; G. Papini, Ventiquattro cervelli, Ancona, 1913 (il capitolo XX è intitolato Ettore Regalia ed è lo stesso studio che fu pubblicato di nuovo come prefazione del volume Dolore e azione; A. Mochi, Commemorazione di Ettore Regalia, in Rendiconti delle adunanze della Società Italiana di Antropologia Archivio per l’Antropologia e la Etnologia XLIII 1913, 344-345; Necrologio, in Bullettino di Paletnologia Italiana 4 1914, 188; M. Boule, E. Regalia, in L’Anthropologie XXVI 1915, 168; Ettore Regalia psycologue, in L’Antrhopologie XXVIII 1917, 309; N. Puccioni, in Scienzati italiani, 1921, I, 196-202; Aurea Parma 2 1926, 86-87; G. Papini, Gli amanti di Sofia, Firenze, 1932, 7-29; G.S., in Enciclopedia Italiana, XXVIII, 1935, 985; B.Molossi, Dizionario biografico dei parmigiani, 1957, 127; S. Congia, in Gazzetta di Parma 21 marzo 1994, 5.

REGALIA FILIPPO
Parma 14 novembre 1775-post 1852
Figlio di Giovanni. Entrò nel 1800 al servizio del duca di Parma, Ferdinando di Borbone, col grado di Sottotenente nel corpo del genio. Passò nel 1805 al servizio della Francia come Aggiunto al comandante del genio a Parma e fece le campagne del 1809 in Italia, Austria e Ungheria come Tenente dello Stato maggiore del genio e quelle dal 1810 al 1818 come Capitano degli zappatori e di Stato maggiore. Combatté a Raab nel 1809 rimanendovi ferito e a Cattaro ove cadde prigioniero degli Inglesi. Nominato nel 1814 Conservatore delle fortificazioni e poco dopo Capitano ispettore del genio e artiglieria nel Ducato di Parma, nel 1831, all’inizio dei moti rivoluzionari, ebbe il grado di Maggiore. Compromessosi per i suoi sentimenti nazionali, fu cancellato dai ruoli, perdendo il grado e il diritto di portare la divisa. Li riebbe non prima del 1834, ma soltanto dalla Suprema reggenza dello Stato del 1848 fu chiamato a servizio in piena attività come Maggiore incaricato del genio, dell’artiglieria e dei pionieri. Salì poco dopo al grado di Tenente colonnello. La reazione del 1849 gli tolse nuovamente i gradi, ma dopo pochi mesi gli furono restituiti. Quando nel 1852 fu posto in ritiro, ebbe ancora la promozione a Colonnello onorario, col titolo di Ispettore del genio e di artiglieria.
FONTI E BIBL.: C. Di Palma, Parma durante gli avvenimenti del 1848-1849, in Bollettino Ufficio Storico Comando Stato Maggiore 1 aprile 1930, 16; E. Loevison, Gli Ufficiali Napoleonici Parmensi, Parma, Tipografia Parmense, 1930, 31; E. Loevison, in Dizionario Risorgimento, 4, 1937, 39; A. Del Prato, L’anno 1831, 1919, XXIII; E. Loevison, Ufficiali, 1930, 31.

REGALIA GIAMPIETRO, vedi REGALIA GIOVANNI PIETRO

REGALIA GIOVANNI PIETRO
Chambery marzo 1739-Parma 16 agosto 1815
Colonnello. Per cinquanta e più anni fu al servizio della Regia Corte di Parma (operò presso gli uffici dei Lavori pubblici e dei Cavamenti). Si rese celebre in varie città d’Italia per operazioni d’idraulica e di architettura militare. Il Regalia perse la vista verso il 1785.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1815, 278; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 331-332; Enciclopedia di Parma, 1998, 566.

REGAZZI CESARE
Parma 14 agosto 1862-Adua 1 marzo 1896
Figlio di Giovanni e di Maria Galluzzi. Il Regazzi compì gli studi elementari in una scuola dell’Oltretorrente e quelli secondari, fin quasi al termine del liceo, nel Collegio Maria Luigia di Parma. Nel 1880 decise di entrare nel Collegio Militare di Modena. Venne nominato Sottotenente dei Bersaglieri il 5 gennaio 1882 e Tenente il 13 aprile 1884. Alla fine del 1891 fu promosso Capitano. Dopo i fatti di Amba Alagi, chiese di essere inviato in Africa. Fu subito imbarcato quale Aiutante maggiore nella Brigata Arimondi, del 1° Reggimento Fanteria Africa. Cadde da eroe nella battaglia di Adua. La sua memoria venne onorata con la medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Con molto coraggio e calma disimpegnò le sue funzioni durante il combattimento, lasciando valorosamente la vita sul campo. Il Comune di Parma lo ricordò in una lapide sotto l’atrio del Palazzo civico.
FONTI E BIBL.: Ai prodi parmensi, 1903, 58-59; Parmensi nella conquista dell’impero, 1937, 82; Decorati al valore, 1964, 96.

REGAZZONI GIOCONDO, vedi RAGAZZONI GIOCONDO

REGGI ROBERTO
Parma 1923-Parma 14 maggio 1990
Fu ordinario di Esegesi delle fonti del diritto romano presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Parma, dove era già stato titolare del corso di Storia del diritto romano. Insegnò anche Istituzioni e diritto romano. Cominciò l’attività di ricerca a fianco di Guido Donatuti, Lo accomunò a Donatuti il carattere riservato, espressione di grande dignità e modestia insieme. Di Donatuti fu, fin da giovanissimo, assistente, prima volontario poi di ruolo, percorrendo via via tutti i gradini della carriera accademica, dalla libera docenza del 1956 fino all’ordinariato del 1973. I suoi interessi di studioso, oltre che alla letteratura antica, di cui fu cultore appassionato, si rivolsero specialmente al diritto privato di Roma, esperienza giuridica cui egli guardò come a un modello sempre valido per la formazione di giovani destinati a diventare giuristi completi e non solo tecnici del diritto. In questa prospettiva si collocano i lavori sull’uomo libero, erroneamente considerato come schiavo (1966). Affiora in questi e in altri studi una costante attenzione al dato terminologico, attraverso cui il Reggi verifica l’aderenza della categorie giuridiche contemporanee alle concezioni antiche, che sono impresse nella lingua. In relazione a ciò svolse anche un’attività propriamente lessicografica, sfociata nell’indice delle novelle giustinianee, lavoro gravoso che completò nel 1977. Il riconoscimento della sua attività di studioso, oltre che dalle recensioni di studiosi italiani e stranieri ai suoi lavori, fu testimoniato dagli inviti a redigere voci per importanti enciclopedie sul mondo romano. Il Reggi fu per molti anni direttore dell’Istituto di diritto romano dell’Università di Parma.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 15 maggio 1990, 4.

REGGI TEMISTOCLE
Sissa 1893/1911
Soldato del 26° Reggimento fanteria, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Ad un’ala della compagnia maggiormente battuta dal fuoco nemico, tenne con calma e coraggio il proprio posto, finché cadde gravemente ferito (Sidi-Abdallah, 16 dicembre 1911).
FONTI E BIBL.: G.Corradi-G.Sitti, Glorie alla conquista dell’impero, 1937.

REGGIANI FRANCESCO
Parma 1672
Falegname. Nell’anno 1672, insieme ad Angelo Borella, realizzò un armadio nella chiesa parrocchiale di Parola.
FONTI E BIBL.: G.Cirillo, 1977, 2; Il mobile a Parma, 1983, 255.

REGGIANI GIUSEPPE
1846-Collecchio 21 ottobre 1901
Veterinario condotto, fu il fondatore e il presidente della Società di mutuo soccorso tra gli operai e i contadini di Collecchio e di numerosi altri sodalizi collecchiesi, tra i quali la Societè d’al gozén, il Carnevale e il Corso dei fiori, ai quali collaborarono i figli di Galaverna. La Societè d’al gozèn fu una specie di compagnia di assicurazione che, dietro il pagamento del premio di una lira, rimborsava i suini che per ventura venivano a morire anzitempo. I contadini furono così protetti dalle epidemie che colpivano spesso i loro animali. Le iniziative promosse e materialmente sostenute dal Reggiani furono tra le prime a sorgere in Italia. L’associazione di mutuo soccorso nacque infatti in Consiglio comunale a Collecchio il 17 ottobre 1871. Successivamente, nel 1883, il Comune iniziò a pagare alla Società di mutuo soccorso (che condusse sempre una vita autonoma) una stanza da riservare come sede del sodalizio. Il Reggiani fu veterinario comunale e possedette terreni a Collecchio e Talignano. Nonostante ciò morì indebitato a causa delle sue generose elargizioni alle società da lui fondate.
FONTI E BIBL.: U.Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 7 marzo 1960; F. Botti, Collecchio, Sala Baganza, Felino, 1961, 43; U.Delsante. Ampliamenti di Collecchio, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1975, 361.

REGGIANI LORENZO
Parma 29 agosto 1888-Modena 3 settembre 1969
Nato da nobile famiglia di professionisti, il Reggiani fu collaboratore della Gazzetta di Parma ed esordì in ancora giovane età in campo letterario con due libretti di versi: Ritmi audaci (1906) e Nuove poesie (1910). Dopo gli studi classici, entrò all’Accademia militare di Modena e nel 1911 ottenne il grado di Sottotenente di fanteria entrando così nella carriera militare. Fu valoroso ufficiale nella prima guerra mondiale, alla quale partecipò al comando di reparti della brigata Mantova e che terminò con il grado di Maggiore, conseguito per meriti eccezionali. Nel corso della campagna ottenne anche quattro medaglie al valor militare. Disimpegnò successivamente, dopo una brillante parentesi alla Scuola di guerra di Torino, ove conseguì il brevetto di Ufficiale di Stato Maggiore, il suo servizio con il grado di Tenente colonnello di Stato Maggiore al comando del corpo di Armata di Bologna. Presso quella Università tenne anche la cattedra di docente di storia bellica dal 1926 al 1931, per passare poi, fino all’8 settembre 1943, all’Accademia militare di Modena quale insegnante di storia militare, alternando periodi di comando alle truppe, fino a raggiungere il grado di Generale di Brigata. Andato in pensione dopo un periodo di prigionia, riprese la sua attività letteraria collaborando a molti quotidiani italiani. Tra le sue opere, sono da ricordare: Potere militare e potere politico, La battaglia come opera d’arte, Le dodici offensive dell’Isonzo, L’Accademia di fanteria e cavalleria, La battaglia olocausto dell’Ortigara, La riabilitazione militare del generale L. F. Marsili. Numerosi suoi saggi critici di arte militare sono sparsi in varie riviste tecniche. Nella vita pubblica modenese ricoprì importanti cariche, quali la presidenza provinciale del comitato orfani di guerra, la presidenza della federazione provinciale del Partito liberale italiano, la presidenza provinciale del Nastro azzurro, la carica di delegato delle tre forze armate per il Touring club e la presidenza dell’Associazione modenese della stampa.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 7 settembre 1969, 7.

REINA FILOTEA, vedi BENASSI FILOTEA

REINACH RITA
Parma XIXsecolo-post 1911
Soprano, nell’autunno del 1909 debuttò al Teatro Dal Verme di Milano nella Germania. Nell’aprile 1911 cantò al Teatro Reinach di Parma nel Matrimonio Segreto di Cimarosa.
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Reinach, 1995.

REMIGI GIOVANNI
Parma seconda metà del XVI secolo
Fonditore attivo nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 265.

REMONDINI VITTORIO
Parma 10 dicembre 1863-Bosco del Cappuccio 19 luglio 1915
Figlio di Giovanni Battista e Marianna Vergani. Maggiore del 19° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Diresse con intelligenza ed energia l’azione del suo battaglione per l’attacco e l’occupazione del Bosco del Cappuccio. Penetrò nel bosco con le sue truppe, le guidò ed incitò nella difficilissima e molto ostacolata avanzata, incuorando i suoi soldati. Cadde colpito a morte incitando tutti all’azione per l’onore d’Italia e del Reggimento.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1915, Dispensa 98a, 3290; Decorati al valore, 1964, 96.

RENAUD GIANNI
Parma 1916-1979
Fu Presidente dell’Associazione reduci della Divisione Acqui, impiegato alla Vetreria Bormioli Rocco & Figlio di Parma e maestro del lavoro. Fu promotore nel 1970 del monumento alla Divisione Acqui nel cimitero della Villetta di Parma, di una lapide presso la chiesa dei Rossi e dell’intitolazione di una scuola in strada Montanara, sempre a Parma.
FONTI E BIBL.: F..e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 260.

RENAULT ARMANNO
Parma 1812
Fu Consigliere di prefettura a Parma nell’anno 1812.
FONTI E BIBL.: G. Bodoni, 1990, 310.

RENCI ANTONIOLO
Parma 1519
Pittore documentato nell’anno 1519 con l’iscrizione: Opus I. F. Antoniolus de Renciis 1519, die prima idest Ianuarii. Lo Zani scrive che esiste una sua opera a Cortemaggiore.
FONTI E BIBL.: P. Zani, vol. XVI, 71 e 282; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, vol. III, c. 355; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 360.

RENUALDO DA MONTECCHIO, vedi ROMUALDO DA MONTECCHIO

RESETTI T.
Parma 1748
Detta La Parmigianina, nel Carnevale del 1748 danzò al Teatro Nazari di Cremona.
FONTI E BIBL.: Santoro, 136; G.N.Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

RESPIGHI EMILIO
Parma 23 dicembre 1860-Milano 22 aprile 1936
Studiò medicina all’Università di Parma. Nel 1893, quando ormai si era affermato come uno dei più valenti professionisti di Parma, conseguì in quell’Ateneo la libera docenza in dermosifilopatica (fu allievo del Maiocchi). Fu il primo a individuare e descrivere, nel 1891-1892, la ipercheratosi centrifuga atrofizzante, poi comunemente conosciuta sotto il nome di porocheratosi di Mibelli e Respighi. Le sue ricerche e i suoi lavori furono apprezzati sia a Parma che a Pisa, dove fu nominato aiuto del Ducrèy. Fu anche all’Università di Perugia dove seguì e studiò con profitto quella tricofizia del capillizio che infierì particolarmente in un collegio convitto degli orfani dei sanitari italiani. Si sa per certo che il Respighi fu il primo in Italia ad applicare i raggi X in tali malattie. Nel 1888 il Respighi preferì, poiché l’Università di Perugia non era ancora completata, passare all’Idrologia, dedicandosi particolarmente alle Terme di Tabiano, dove successe a Lorenzo Berzieri come direttore dello stabilimento. Gli studi fatti sulle acque solforose di quelle fonti furono rilevanti. In modo speciale va ricordato il lavoro fatto sulla crenologia sulfurea in dermatologia e in vari altri campi, compresa la sifilide. Per la sua competenza fu chiamato perito nel processo Cagno-Modugno, che ebbe risonanza nazionale, e in altri casi analoghi. Già nel 1887 assunse la direzione delle Terme di Tabiano, incarico che ricoprì fino al 1912, contribuendo in modo considerevole allo sviluppo della stabilimento balneare, del quale, dal 1924, fu consulente. Lasciò numerosi scritti scientifici sulla solfoterapia, nelle varie forme dermatologiche, sulla Roëntgenterapia e su altre argomentazioni, caratterizzati da originalità e acume critico, congiunti a vasta cultura medica. Al Respighi fu intitolato il grandioso stabilimento delle Terme di Tabiano, dotato delle più moderne attrezzature, inaugurato il 7 maggio 1959.
FONTI E BIBL.: D.Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 372-373; C.D. Faroldi, in Gazzetta di Parma 11 settembre 1989, 3.

RESPIGHI TOMMASO
Borgo San Donnino 1855
Fu organista della Cattedrale di Borgo San Donnino nell’anno 1855.
FONTI E BIBL.: A. Aimi-A. Copelli, Storia di Fidenza, 1982, 282.

RESTA ALESSANDRO
Parma XV/XVI secolo
Fu ingegnere militare del Duca di Savoia. Lavorò in Vinadio e lasciò una pianta di Chivasso.
FONTI E BIBL.: Promis, XII, 472; Enciclopedia militare, VI, 1933, 486; L.A. Maggiorotti, Dizionario architetti e ingegneri, 1934, 383.

RESTALDO
Parma-Pistoia 1023
Monaco. Fu Vescovo di Pistoia dal 1012 al 1023.
FONTI E BIBL.: A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 270.

RESTORI ANTONIO
Pontremoli 10 dicembre 1859-San Donato d’Enza 30 giugno 1928
Figlio della francese Corinne. Trasferitorsi a Parma nel 1870 o 1871, studiò al Liceo Romagnosi di Parma, avendo a compagni di studi, tra gli altri,   Agostino Berenini, Egberto Bocchia e Annibale Capella. Vi tornò poi come professore: dalla sua scuola uscirono discepoli come Umberto Benassi, Giulio Coggiola, Carlo Capasso, Mario Longhena, Arnaldo Barilli, Camillo Pariset, Luigi Buglia, Antonio Boselli, Carlo Cantimori, Teodosio Marchi, Glauco Lombardi, Ezio Molesini, Gustavo Ghidini, Giuseppe Melli, Ildebrando Cocconi, Alessandro Martelli e Ugo Tedeschi. Non ancora ventenne, compì il suo primo lavoro letterario pubblicando nel 1878 sulla rivista Prime Armi un coraggioso e acuto articolo sullo Stecchetti, dove proclama la poesia del Guerrini ammalata o, peggio ancora ridicola, e ne rintraccia lo scolasticismo, preludendo in certo modo, a distanza di oltre trent’anni, al giudizio che dettero tanto più tardi il Croce e il Missiroli. Studiò a Bologna (fu allievo di Carducci) filologia moderna e fu maestro ginnasiale a Modica, Siracusa, Cremona e Parma. A Bologna il Restori ebbe amici e compagni di studi Tommaso Casini, Giovanni Pascoli, Severino Ferrari, Guido Mazzoni, Angelo Solerti, Tincani, Vittorio Rugarli, Albicini, Picciola e Lodovico Frati. Il Restori rimase a Parma sino al dicembre 1897, ossia fino al momento della sua assunzione alla cattedra universitaria di letterature neolatine di Messina, ove ebbe colleghi il Pascoli, il Mancini, il Barbi, il Ciccotti, il Dandolo, il Ricchieri, il Salvemini, il Savignoni e Benedetto Soldati, e dalla quale si allontanò solo nel 1909, dopo il terremoto calabro-siculo, per assumere la cattedra genovese, che tenne (per cinque anni, insieme colla presidenza della Facoltà) sino al giugno 1928, pochi giorni prima della morte. Giunse a Parma da Cremona, dopo aver peregrinato a Sansevero, a Matera (collega del Pascoli), a Cagliari, a Modica e a Siracusa. Tenne corsi liberi a Bologna, ove sostituì più di una volta il Carducci. L’insieme della sua operosità nel campo degli studio medievalisti è troppo vasto per un semplice cenno: si ricordano i poderosi lavori sul Cid, quelli su Pier Jacopo Martelli, la Storia della letteratura provenzale (Hoepli, 1891), tradotta poi in francese dal Martel (Montpellier, Hamelim, 1894), i numerosi studi critici di letteratura provenzale e spagnola, le pubblicazioni di carattere musicale e teatrale, tra cui La musique des Chansons françaises, e le ricerche abbondanti e varie sulla letteratura comica spagnola, durate pressoché fino agli ultimi tempi della sua vita. Le sue Note fonetiche sui parlari dell’alta Val di Magra (Livorno, Fr. Vigo, 1892) permettono di rilevare come il Restori fu il primo a studiare, con metodo scientifico, i dialetti e la poesia popolare nella alte vallate della Magra, con riferimenti alle parlate delle contigue vallate del Parmigiano. Scrisse la memoria su La battaglia di S. Pietro e i primi documenti del vernacolo parmense, pubblicata negli Atti della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi del 1893, la recensione su Il dialetto di Parma di Egidio Gorra, pubblicata sulla rivista filologica tedesca Literaturblatt. Für Germ. u. Rom. Philogie (1893, fasc. VI), la recensione ai Testi dialettali parmensi di Antonio Boselli (Giovane Montagna, 1907, n. 20) e La Fodriga da Panocia. Studio dialettale e ricordi storici parmensi, pubblicato in Per l’Arte del 17 maggio 1901. Inoltre fu autore degli articoli, tutti pubblicati nel periodico Per l’Arte, su Don Juan de Villamediana (4 marzo 1894), su Jaufrè Rudel (25 marzo 1894), su Una Società di studi italiani a Parigi (8 e 22 aprile 1894), sui Félibres italiani (4 novembre 1894), sul Secondo congresso nazionale di musica sacra tenutosi in Parma nel 1894 (25 novembre 1894), su la leggenda de L’ebreo errante, a proposito di una conferenza di Corrado Ricci (31 marzo 1895) e sui Versi di Luigi Buglia (29 novembre 1896).Pubblicò inoltre un articolo su Abdelkader Salza a Parma (Aurea Parma 1920, 83) e lo scritto dettato come prefazione a Poeti parmensi dell’ultimo cinquantennio (Aurea Parma 1920, 220). Nel campo storico musicale, scrisse tra l’altro: Notazione musicale dell’antichissima Alba bilingue (1892), Musica allegra di Francia nei secoli XII e XIII (1893), Un codice musicale pavese (in Periodico p. Filologia Romanza VIII 1894), La musique des Chansons françaises (1895, nel Petit de Julevilles: Hist. de la langue et de la littérature française I, 370), Per la storia musicale dei trovatori provenzali (Rivista Musicale Italiana II-III 1896), Poesie spagnuole di Ginevra Bentivoglio con tavole musicali (Madrid, 1889, in Menendez y Pelayos, Miscell.), Il canto dei soldati di Modena del 1899 (in Rivista Musicale Italiana VI 1899), La gaité de la Tor, aubade del sec. XIII (1904), e vari altri articoli di tenore musicale nel Bollettino della Società Dantesca (vol. X e XI) e nella Rivista Musicale Italiana (vol. V, VIII, IX e X).
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario Universale Musicisti, 2, 1929, 360; J. Bocchialini, Dialetto vivo, 1944, 87; B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 127; A. Gasparetti, Antonio Restori, in Colombo III 1928, f. 5; G. Bertoni, Antonio Restori, in Giornale storico della letteratura italiana XCII 1928, 115-116; A. Mancini, In memoria di Antonio Restori, in Aurea Parma luglio-agosto 1928; Dizionario Enciclopedico letteratura italiana, 4, 1967, 534; L. Gambara, in Gazzetta di Parma 20 marzo 1967, 3; Bocchialini, Antonio Restori, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1929, XLIII-L; C.Cantimori, in Aurea Parma XLIII 1959, 217-218; L.Farinelli, Il filologo Antonio Restori incrementò la Palatina, in Gazzetta di Parma 12 giugno 1968.

RESTORI FRANCESCO
Pontremoli o Parma 1870-1928
Figlio della francese Corinne. Si laureò in medicina e fu tra i primi specializzati in odontoiatria di Parma, ove esercitò la professione. Durante gli anni 1925-1928 fu pure incaricato dell’insegnamento all’Università di Parma.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 20 marzo 1967, 3.

RETI DAVIDE
Laino 1599 c.-post 1627
Fratello di Luca e di Giovanni Battista. Fu stuccatore e plastico. Nel 1627, assieme ai fratelli, venne retribuito per lavori eseguiti per conto del duca Ranuccio Farnese e della Comunità di Parma.
FONTI E BIBL.: Proposta 3 1973, 21.

RETI DAMIGELLA
Parma prima metà del XVII secolo
Fu disegnatrice di ritratti, attiva nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVI, 1823, 80.

RETI DAMIJELLA o DAMISELLA, vedi RETI DAMIGELLA

RETI DOMENICO
Parma 1666/1687
Figlio di Giovanni Battista, lavorò (come bene intende il Riccòmini) in stretta collaborazione col fratello Leonardo, al punto che risulta difficile discernere compiutamente le due diverse personalità. Il primo lavoro noto a Parma del Reti è visibile nelle statue del monumento sepolcrale a Rodolfo Tanzi e nei capitelli figurati nella navata, entrambi nella chiesa di Sant’Ilario. Tra il 1666 e il 1669, con Leonardo approntò per il conte Carlo Beccaria l’eclatante apparato in stucco della cappella dedicata alla Madonna di Costantinopoli in San Vitale, che ne è l’ineguagliabile capolavoro. In questo stesso periodo dovette attendibilmente cadere anche l’esecuzione degli stucchi nella cappella della chiesa di Colorno. Lo confermerebbero alcune vicende documentarie della Confraternita del Santissimo Sacramento proprietaria della cappella. Questa documentazione risale al 1735 e venne ricopiata il 15 giugno 1853 in un manoscritto che si conserva localmente, il quale informa pure della ragione circa l’irreperibilità di più precisi e utili libri contabili: per essere smarriti i libri, scritture antiche in tempo di guerra e saccheggio, sofferto anche da questa Chiesa ultimate nell’anno scorso 1734 con la perdita di molte cose d’argenteria, ed anche Danaro. Il periodo in cui fu ingaggiato il Reti e il fratello Leonardo, in quel mentre attivi nella vicina Parma, verrebbe pure confermato dall’epoca del dipinto, raffigurante l’Ultima Cena, che decora l’altare della cappella, firmato e datato 1668 dall’artista Giovanni Venanzi, un pittore pesarese anch’egli lavorante in quel tempo a Parma. Un particolare problema comporta l’ancona, sempre in stucco, che incornicia il quadro sopra l’altare, occupando l’intera parete di fondo della cappella. L’esecutore non è da ricercare in nessuno dei due Reti ma in un altro ignoto modesto plasticatore che modellò artificiosamente e senza rilievo le modanature e gli imbambolati e statici angeli di corredo. Questa rozzezza potrebbe far pensare a un’epoca precedente la restante partitura retina, la quale, ipoteticamente, risparmiò il primitivo dossale, che, sempre successivamente, forse venne completato dalla tela del Venanzi, espressamente ordinata su misura. Ma non si può neppure scartare l’ipotesi che questa parte incongrua possa costituire solamente un infelice completamento posteriore alla fatica dei Reti, i quali potrebbero averla lasciata interrotta. In questo secondo caso non si spiegherebbe la completa finitura delle altri pareti eseguite dai Reti fino al terreno e la mancanza di altri particolari non finiti, per cui la soluzione più attendibile sembra quella che all’arrivo dei Reti sussistesse già il dossale d’altare in questione. La tappezzeria plastica approntata a Colorno dai fratelli Reti risulta particolarmente appropriata, sottolineando questa le membrature architettoniche della non grande cappella, senza soverchiarne l’ordine delle linee e dei volumi. Nella cupola lo spazio viene illusionisticamente dilatato da lesene sovrapposte poggianti sull’anello conformante il basamento e rimpicciolendosi all’estremità dei capitelli con un efficace effetto prospettico. Tra le lesene sono comprese le quattro finestre fonte di luce, incorniciate e coronate in cimasa ad angeli stilisticamente morazzoniani, che recano i simboli della Passione. Assai preziosa comincia a farsi la decorazione nel tamburo sottostante dove sono incastonati dei cammei in bassorilievo istoriati da allegorie delle Virtù Cristiane (La Fortezza, la Giustizia, la Carità), intervallati da originali capitelli che si trovano posti ciascuno sotto la base di ogni lesena scendente dalla cupola. Da questi capitelli occhieggiano busti di putti scherzosi e ammiccanti, simili a quelli nei capitelli di Sant’Ilario a Parma. Le quattro figure ad altorilievo degli Evangelisti occupano i sottostanti pennacchi, iscritti dalle cornici delle arcate a tutto sesto che sono stampigliate da motivi alternati di gigliotti farnesiani e aquile, che molto significativamente verranno ripresi, dal Reti, nella grande cupola e nelle arcate della navata sopra l’accesso a cinque cappelle laterali nell’oratorio della Santissima Trinità dei Rossi a Parma, lavori datati dal Riccòmini all’ottavo decennio del Seicento, ma forse da anticipare leggermente. Proprio con i quattro grandi Evangelisti negli spicchi della cupola parmense, legano maggiormente quelli di Colorno, anche se sono meno arrovellati e incisi tecnicamente. Ma ciò per la diminuita dimensione dei quattro colornesi, che non permise ai Reti un eguale corteggio di creature celesti ai personaggi e nemmeno la messa in opera di telamoni che li sorreggano assieme a una gran massa di nubi, incuneati nell’estremità inferiore dei pennacchi: a Colorno questi sono sostituiti da aquile con le estremità a racemi vegetali. Identica però è la pastosa volumetria della nuvolaglia nella quale affondano o emergono esagitati puttini, quali si ritrovano nei pennacchietti delle cappelle laterali sempre alla Trinità dei Rossi (specialmente nella terza a sinistra), con maggiore soluzione di continuità per le similari proporzioni materiali, al contrario di quelli nella cupola grande intorno agli Evangelisti. Già nello stile degli Evangelisti colornesi è ben ravvisabile il fondamentale carattere lombardo dei due Reti che affonda le sue radici nella pittura di inizio secolo dei pestanti milanesi Cerano, Morazzone, Giulio Cesare Procaccini e Francesco del Cairo (come ha acutamente stigmatizzato il Riccòmini), per le esasperate torsioni e i languori controriformistici che improntano le figure retiane, indubbiamente prospettivate su quella probante tradizione pittorica di lega tardomanierista. Per esempio, si veda come nel pennacchio colornese l’angelo si accosta al S. Matteo, per comprendere in effetti l’attualità dell’arte del Procaccini e del Morazzone. In particolar modo si osservi il foglio di schizzi col medesimo soggetto di Giulio Cesare Procaccini nella collezione Meli Lupi di Soragna e vi si troveranno significativamente anticipate le notevoli soluzioni dinamiche dello stucco in oggetto. Alcune finezze fisionomiche prettamente procaccinesche sono pure latenti nel S. Giovanni di Colorno obliquamente a cavalcioni sulle nubi, il quale tra l’altro precede le ampie declamazioni del suo gemello alla Trinità dei Rossi, e anche fortemente somiglia a una figura della seconda cappella laterale a sinistra. Sempre a Colorno, un germe figurativo manierista lo si trova nel S. Marco, paludato, quasi come un profeta antico, da un cappuccio e da un manto a pieghe plasticamente cordonate che ne sottolineano la possanza fisica e pure nella veste fermata da cinture e strisce di cuoio. Né da meno è il sobrio filosofico S. Luca dalla lunga barba inanellata, quasi sprofondato nel suo aereo seggio. Nel frattempo (1674) il Reti fu a Reggio Emilia, dove compì alcune statue per gli apparati predisposti dai confratelli dell’Invenzione della Croce, oltre al gruppo statuario con il Compianto sul Cristo morto conservato in una cappella radiale della chiesa di San Francesco a Piacenza (attribuito dal Riccòmini dubitativamente al Reti oppure al fratello Leonardo): è tutto ciò che si conosce di questi abili artisti nella zona parmense, assieme all’importante ciclo eseguito dal Reti in collaborazione col figlio Pietro tra il 1682 e il 1687 nella Collegiata di Monticelli d’Ongina, concernente la stuccatura del presbiterio e dell’abside nella cappella di San Giovanni Battista e in quella del Santissimo Sacramento.
FONTI E BIBL.: Proposta 3 1973, 21-25; M.Pellegri, Boudard statuario, 1976, 27.

RETI FRANCESCO MARIA
Parma 16 ottobre 1624-post 1682
Figlio dello stuccatore Luca. È documentato come attivo alla Corte farnesiana nel periodo di tempo compreso tra il 1651 e il 1682. Dal 1653 fu maestro di disegno della famiglia ducale e dal 1657 è indicato come custode del palazzo della Fontana. Con G. M. Conti e A. Lombardi decorò tra il 1664 e il 1666 il soffitto della chiesa di Sant’Ilario. Nel 1670 disegnò un apparato pirotecnico per l’incoronazione papale di Clemente X (il disegno si trova nell’Archivio Comunale di Parma). Fu anche copista.
FONTI E BIBL.: U.Thieme-F.Becker, vol. XXVIII, 1934; Dizionario Bolaffi pittori, IX, 1975, 358.

RETI GIAMBATTISTA, vedi RETI GIOVANNI BATTISTA

RETI GIOVANNI BATTISTA
Laino 1601 c.-1671
Fratello di Luca e Davide. Assieme a Luca nel 1627 si adoperò intorno alla fontana, al Palazzo ducale e alla fontana comunale e nel 1632 eseguì le decorazioni interne della chiesa dell’Annunziata in Parma.
FONTI E BIBL.: M.Pellegri, Boudard statuario, 1976, 26-27.

RETI GIOVANNI DOMENICO
Parma 1663
Stuccatore, nell’anno 1663 fu pagato 2421 lire per lavori eseguiti per il sarcofago di Rodolfo Tanzi e per alcune statue nell’oratorio di Sant’Ilario a Parma.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 138v.

RETI LEONARDO
Parma 1666/1709
Figlio di Giovanni Battista. Lavorò in stretta collaborazione col fratello Domenico, tanto che risulta difficile discernere compiutamente le due diverse personalità. Istoriò la voluminosa cornice marcapiano con un saporoso festone di ogni sorta di frutta e fiori nella cappella della Madonna della Cintura nella chiesa di San Lorenzo a Piacenza (verso il 1670) e una simile decorazione portò a termine anche nel soffitto della cappella dedicata a San Pietro d’Alcantara nella chiesa parmense della Santissima Annunziata, che è opera forse in collaborazione col fratello Domenico. Sempre in collaborazione col fratello, plasmò le belle decorazioni figurative nella cappella della Madonna di Costantinopoli in San Vitale (1666-1669), all’interno dell’oratorio dei Rossi a Parma e nella chiesa di Colorno. A Colorno, sui cornicioni sono abbarbicati angeli quasi a tutto tondo, che dolorosamente esibiscono i simboli del martirio di Cristo, posati collateralmente alle plastiche volute che affiancano un vaso fiammato, che insieme compongono come una cimasa sulle scorniciature attorno alle grandi finestre aperte nelle pareti della cappella. A fianco delle luci, negli spazi vuoti sono tesi dei lenzuoli increspati legati agli angoli, proprio come attorno alle nicchie ospitanti le statue nella cappella della Santissima Annunziata. Il contrasto coloristico ottenuto dai Reti a Colorno incastonando cammei neri, di sapore cinquecentesco, sulle pareti sopra le finestre, è un accorgimento poi sfruttato dallo stuccatore Antonio Ferraboschi, forse conoscente dei Reti, nelle sue opere del 1714 in San Pietro Apostolo a Parma. Dopo i lavori colornesi, nel 1668, il Reti fu impegnato in alcuni lavori per il teatro del Collegio dei Nobili a Parma (abitò nella parrocchia di Santa Cecilia).Poi più nulla di lui si conosce, eccetto gli stucchi del 1671 in San Lorenzo a Piacenza. Forse, come ipotizza il Riccòmini, è il medesimo che dal 1672 al 1709 esplicò importanti commissioni a Roma. Un’ulteriore opera di collaborazione tra i due fratelli viene indicata dallo Scarabelli Zunti in un bassorilievo, perduto, che ornava la porta d’ingresso della chiesa maggiore a San Secondo.
FONTI E BIBL.: Proposta 3 1973, 21-25.

RETI LUCA
Laino 1598 c.-Parma 1657
Le prime tracce che si hanno a Parma del Reti sono i pagamenti del 1612 relativi ad alcuni lavori, perduti, fatti per la chiesa dei Servi, e ad alcune statue di stucco (poi ridotte allo stato frammentario) che furono eseguite nel 1618-1619 per il grande Teatro Farnese. Della serie, uniche superstiti dopo le distruzioni della seconda guerra mondiale, sono i monumenti equestri di Ranuccio e Alessandro Farnese. Realizzò anche il proscenio corinzio, ricco di colonnati e di un doppio ordine di nicchie colle statue della Guerra e della Pace a destra, dell’Arno e del Parma a sinistra. Le altre statue rappresentano l’Amore congiunto, la Fede maritale, la Vittoria e l’Abbondanza. Inoltre il Riccòmini, attendibilmente, riconosce al Reti la partitura di stucco con Storie mitologiche attorno ai pannelli dipinti da Agostino Carracci nella volta di una saletta nel Palazzo del Giardino di Parma. Nel 1627 il Reti, con i fratelli Davide e Giovanni Battista, venne retribuito per lavori eseguiti per conto del duca Ranuccio Farnese e della Comunità di Parma. Nel 1632 circa approntò le decorazioni interne della chiesa dell’Annunziata, sempre insieme al fratello Giovanni Battista. Il Reti si accasò a Parma e abitò presso il Palazzo del Giardino, dove gli nacquero due figli (Francesco Maria e, forse, Giovanni Domenico). A Parma il Reti rimase sino alla fine dei suoi giorni alle dipendenze della Corte. Diresse tra il 1651 e il 1657 i lavori della chiesa di San Vitale e partecipò alla fabbrica del Teatro Farnese, eseguendo le statue equestri in stucco di Ottavio e Alessandro Farnese che poggiano sulle porte a foggia d’arco di trionfo ai lati del proscenio. Suoi sono gli stucchi della Sala dell’Amore in Palazzo Ducale, che rappresentano gli Amori di Giove: Danae e la pioggia d’oro, Europa in groppa al toro, Semele morente alla vista del dio, Leda e il Cigno. Lo Zani lo dà ancora attivo nel 1660.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVI, 1823, 53; Proposta 3 1973, 21; M.Pellegri, Boudard statuario, 1976, 26; Enciclopedia di Parma, 1998, 568.

RETI PIETRO
Parma 1682/1687
Figlio di Domenico. Modellò le quattro Virtù e la statua della Vergine nell’oratorio di San Quirino. In collaborazione col padre, tra il 1682 e il 1687 eseguì un importante ciclo nella Collegiata di Monticelli d’Ongina, concernente la stuccatura del presbiterio e dell’abside nella cappella di San Giovanni Battista e in quella del Santissimo Sacramento.
FONTI E BIBL.: M.Pellegri, Boudard statuario, 1976, 27.

RETTI DAMIGELLA, vedi RETI DAMIGELLA

REVERBERI
Parma seconda metà del XIX secolo
Architetto civile attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 120.

REVERBERI ERMENEGILDO
Parma 15 aprile 1886-1964
Figlio di Camillo e Corina Monardi. Laureato in Giurisprudenza, notaio per dodici anni, combatté nella prima guerra mondiale, conseguendo il grado di Capitano e ben cinque decorazioni: due medaglie d’argento al valor militare e tre croci di guerra. Fece parte di quel manipolo di Italiani che combatterono a Bligny e venne decorato anche con la Croce di Guerra francese: con grave rischio personale, riuscì a salvare il tesoro della Cattedrale di Reims. Combatté come volontario in Africa orientale e venne inviato con un battaglione di granatieri in Cina. La seconda guerra mondiale lo vide ancora combattere in Africa, dove cadde prigioniero. Rientrò a Parma nel 1946 e si dedicò ai reduci della prigionia.
FONTI E BIBL.: F.e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 260-261.

REVERBERI PIETRO
Felino-Cefalonia settembre 1943
Appartenne alla Divisione Acqui. Morì durante la strenua difesa dell’isola dalle truppe tedesche che ne avevano intimato la resa.
FONTI E BIBL.: Comune di Felino, Ufficio toponomastica.

REVERBERI RICCARDO
Parma 1887/1907
Tinteggiatore. Lavorò nell’atrio e nell’Aula Magna del Palazzo dell’Università di Parma (1907).
FONTI E BIBL.: Gli anni del Liberty, 1993, 157.

REVERBERI ROMEO
Parma 7 settembre 1915-Parma 16 febbraio 1945
Appartenne al Comando Provinciale SAP. Fu decorato di Medaglia di Bronzo al Valor Militare.
FONTI E BIBL.: Caduti Resistenza, 1970, 88.

REZZESI FRANCESCO DOMENICO
1900 c.-Reggio Emilia 23 giugno 1990
Iniziò la carriera accademica nel 1926 all’Università di Bologna in qualità di assistente, giungendo presto alla libera docenza. Nel 1935 si trasferì a Parma come professore incaricato di Microbiologia. Nel 1938 ricevette l’incarico di insegnamento della Patologia generale presso l’Università di Cagliari e l’anno successivo fu nominato professore straordinario di Patologia generale all’Università di Perugia. Rientrò nell’Ateneo di Parma nel 1943 come professore ordinario assumendo la direzione dell’istituto di Patologia generale, ufficio che mantenne per oltre trent’anni, sino al termine della carriera. Il Rezzesi fu eletto membro della commissione di selezione per il premio Nobel, ebbe il conferimento del diploma di prima classe della scuola, della cultura e dell’arte e fu nominato professore emerito nel 1979. L’attività di ricerca del Rezzesi spaziò in numerosi campi della biologia e della medicina. Un cenno particolare meritano i suoi lavori di argomento oncologico. Ma i suoi interessi superarono i confini scientifici. Appassionato di letteratura, d’arte figurativa e di antiquariato, il Rezzesi fu considerato un vero scienziato rinascimentale, capace di affascinare con la sua cultura e la sua dialettica (tra l’altro parlava correntemente numerose lingue) chiunque lo frequentasse.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 23 luglio 1990, 6.

REZZONICO, vedi DELLA TORRE DI REZZONICO

RIANI GUIDO
Bazzano 1873 c.-Bazzano 3 ottobre 1964
Nelle elezioni del 1923 fu eletto a larghissima maggioranza consigliere comunale di Bazzano nella lista del Partito Popolare. L’onorevole Giuseppe Micheli lo onorò della sua stima e amicizia. Per diversi anni fu tesoriere dell’Opera parrocchiale di Bazzano e deputato dal Comune di Neviano alla manutenzione delle strade, molti tronchi delle quali, come quella che porta al Molino di Bazzano, furono tracciate dal Riani e aperte a colpi di piccone dai Bazzanesi sotto la sua responsabilità e direzione. Pur non avendo fatto studi specifici e senza alcun diploma, fu stimato e valente agrimensore, chiamato quale consigliere e intermediario nelle controversie dei confini, nelle divisioni delle eredità, nella stesura dei contratti dell’affittanza e della mezzadria, molto diffuse e praticate a Bazzano e nel Nevianese. Morì ultranovantenne.
FONTI E BIBL.: F. Barili, Arcipreti di Bazzano, 1976, 113.

RIARIO BIANCA
Savona 1481/1490-
Figlia di Gerolamo e di Caterina Sforza. Sposò Troilo Rossi, restauratore del prestigio della propria famiglia, marchese dal 1521 di San Secondo e conte di Berceto. Appartenendo a famiglie illustri (tali erano tanto quella d’origine quanto quella acquisita), poté circondarsi di fasto, preferendo però a ogni distrazione mondana il dotto conversare e l’erudita disquisizione. Si dilettò anche di poesia ma non risulta che esistano alla stampe suoi scritti.
FONTI E BIBL.: G.V. Verzellino, Delle memorie particolari e specialmente degli uomini illustri della città di Savona, Savona, 1885, vol. 1, 427; M. Bandini, Poetesse, 1942, 176.

RIBALDO
Parma 1081
Fu avvocato del Vescovado parmigiano nell’anno 1081.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 772.

RIBOLDI ANTONIO
Parma-1439/1441
Figlio di Giovanni. Pittore ricordato in alcuni rogiti notarili: Mccccxlij Indictione quinta die tercio mensis Iulij. D. Antonia f. q. Anzelini de Alamania domicela et sponsa ac uxor futura et promissa Dominici de Brisia habitatrix civitatis parme in vicinia Sancti Steffani, sponte et ex certa scientia et non per errore prose et suos heredes et successores fuit confessa et in concordia cum nobile viro Nicolao de Balduchinis f. q. nobilis viri D. Francisci cive et habit. Civitatis parme in vic.e Sancti Alexandri fidecommissario et executore testamenti et ultime voluntatis quondam Magistri Antonii de Riboldis pictoris olim civis et habitator civitatis parme in vicinia Sancte Marie Templi, ibi presente, dante et solvente ac arrogante ex et de denariis et pecuniis per ipsum Nicolaum tamquam fideicommissarium et executorum predictum habitis et receptis ex et de precio nonullorum bonorum dicti quondam Magistri Antonii per ipsum Nicolaum dictis nominibus venditorum et tradditorum in et pro ausilio eam maritandi et in executione nominationis et ellectionis per eum dictis nominibus de eum dictis nominibus de ea factam et secundum formam vim et tenorem ac dispositionem testamenti predicti dicti quondam Magistri Antonii rogati per Ilarium de Gerarduciis notarium parmensem M.o Indic.e et die contentis in eo se ab eo dictis nominibus, dante, solvente ut supra; habuisse et recepisse libras decem imper. de quibus. Actum in Civitate parme in domo habitationis Egregij viri Marci de la rosa in qua habitat dictam dominam Antoniam sita in vicinia predicta sancti Steffani presentibus Marco predicto de la roxa f. q. D.ni Matheij vic.ae predictae Santi Steffani noto (rogito del notaio parmense Gaspare Zampironi, Archivio Notarile, Parma); 18 dicembre 1441, Bertolino de’ Curti abit.e nella villa degli Orti Cistelli presso Parma confessa di aver ricevuto dalla Masina de Venturis sposa del figlio suo Giovanni della vic.a di S. Maria del Tempio, per conto delle 60 lire imperiali della dote promessa, lire 20 simili, de denariis sibi domine Maxime datis et errogatis per Nobilem virum Nicolaum de Baldachinis civem parme, tamquam fidei comissarium et executorem relictum per quondam Antonium de Riboldis pictorem civem parme in eius testamento et ultima voluntate ricevuto già del notaio Ilario Gherarduzzi (rogito di Gaspare Zampironi, Archivio Notarile, Parma); 7 aprile 1438, Testimonii Jacopino di Bernazonibus f. q. Iohannis Magistro Antonio f. q. Iohannis ambobus vic.ae S. M. Templi (rogito di Antonio Baroni, Archivio Notarile, Parma).
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 64.

RIBOLDI FELICE
Roccabianca 1831
Durante i moti del 1831 fu tra i promotori della rivolta in Roccabianca. Figurò nell’elenco degli inquisiti di Stato. Fu sottoposto a sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 203.

RIBOLDI GIOVANNI
Roccabianca-1890
Laureatosi giovanissimo in medicina e chirurgia, esercitò la professione nel paese di origine, facendosi apprezzare dalla popolazione per la perizia e la sollecitudine con cui attese alla cura degli infermi. Fu volontario nella guerra del 1848 nella 1a Colonna Parmense. Poco prima della morte, dispose per testamento l’apertura in Roccabianca di un Orfanatrofio femminile destinato alle bambine povere del Comune, dando mandato a Vittorio Emanuele di Savoja, che istituì erede, di attuare la sua volontà. Il Riboldi fu sepolto nel cimitero di Roccabianca, accanto alla moglie Clementina Olivieri.
FONTI E BIBL.: R. Giuffredi, L’Istituto Vittorio Emanuele II, 1962, 145.

RIBOLDI LUIGI FRANCESCO
Parma-Trento febbraio 1794
Fu pretore di Trento nel 1792. Compiuto l’anno, ebbe conferma per un altro trimestre.
FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Storia di Parma, I, 1837, Appendice, 56.

RIBOLI FRANCESCO
Parma seconda metà del XVIII secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 15.

RIBOLI GIULIO
-Parma 11 settembre 1886
Fece le campagne risorgimentali del 1859-1860 e 1866.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 12 settembre 1886, n. 247; G.Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 418.

RIBOLI TIMOTEO
Colorno 24 gennaio 1808-Torino 15 aprile 1895
Figlio di Luigi e di Giustina Andrighetti. Si trasferì nell’infanzia con la famiglia a Parma, dove, nel 1817, perdette per febbre petecchiale un fratello, una sorella e il padre, restando con la madre e altri quattro fratelli in una estrema povertà. Dopo aver fruito dei soccorsi della principessa Maria Antonietta di Borbone, con la partenza di questa per Roma (vi si ritirò come religiosa Orsolina) ritornarono le angustie, e per poter vivere e continuare gli studi il Riboli si diede per nove anni (con l’appoggio del sacerdote Domenico Varanini, cappellano dell’Università) a eseguire preparati in cera per il Gabinetto Anatomico. Frequentando le scuole universitarie, il Riboli ebbe modo di conoscere le idee liberali che si erano infiltrate nell’ambiente intellettuale, infervorandosi a esse. Considerato dopo i moti del 1831 come sospetto, riuscì ugualmente a conseguire nel 1832 la laurea in Medicina e poi quella in Chirurgia, iniziando subito dopo la sua attività professionale. Negli anni successivi (1839-1845) partecipò alacremente, come Segretario e anche come Relatore, alle diverse riunioni degli Scienziati Italiani: tali congressi annuali, più ancora che al progresso delle scienze, mirarono a irradiare le idee liberali, collegando tra di loro gli esponenti rivoluzionari dei vari stati italiani. Il Riboli presentò in diversi congressi alcuni interessanti lavori di anatomia comparata e di frenologia. Scrisse pure una craniografia di Garibaldi, molto lodata da Biagio Miraglia. Ma fu durante la sommossa del 1848 a Parma che emerse la sua figura di organizzatore dell’insurrezione prima e poi di sostenitore del Governo provvisorio parmense, attraverso un giornale da lui fondato: L’Indipendenza Nazionale. Fece anche parte della Commissione per la riforma della legge comunale. Dopo l’armistizio Salasco si recò in Piemonte.  Al Riboli, Carlo Alberto di Savoja, con decreto del 9 gennaio 1849, affidò la missione di convocare i collegi per l’elezione dei deputati parmensi al Parlamento piemontese. Essendo impedito nel suo compito dagli Austriaci che occupavano una parte del territorio, inviò da Fiorenzuola (presidiata dai Piemontesi) un proclama al popolo della provincia di Parma per convocare i collegi elettorali in alcune località del Piacentino, dove avrebbero dovuto recarsi gli elettori parmigiani il 12 febbraio successivo. Quattro collegi su dieci elessero in tale occasione i loro rappresentanti al Parlamento piemontese. Sopraggiunta però la sconfitta di Novara, anche il Riboli dovette necessariamente trasferirsi a Torino, dove riprese la sua professione di medico e costituì, con altri esuli, una Società dell’Emigrazione Italiana che ebbe lo scopo di sostenere e di aiutare gli emigrati che affluivano negli Stati Sardi, mantenendo viva la fede patriottica in attesa di migliori eventi. Nel 1859, dopo un aspro diverbio col sindaco di Torino, Carlo Notta, circa le misure igieniche che si dovevano adottare per far argine a un’epidemia colerica che infieriva nella città, rispose prontamente all’appelo di Giuseppe Garibaldi e si arruolò, a fianco di Agostino Bertani, nell’Ambulanza del Corpo dei Cacciatori delle Alpi, partecipando alla seconda guerra d’Indipendenza. Raggiunge il grado di Colonnello Medico e anche nella campagna dei Vosgi si segnalò per i servizi resi, tanto da ottenere il plauso dello stesso Garibaldi, che gli donò la sua sciabola da campo. Avvenuta, dopo la battaglia di Magenta, la fusione del Corpo garibaldino con l’Esercito regolare (tra il palese scontento dei volontari), il Riboli rinunciò al suo grado di medico militare e tornò a riprendere la sua professione a Torino, dove tenne anche un corso di frenologia e si dedicò a pratiche umanitarie fondando in quella città la Società protettrice degli animali. Entrò in rapporti cordiali e affettuosi con Garibaldi, che gli affidò l’incarico di far recapitare a Biagio Caranti la lettera del 5 maggio 1860 nella quale annunzia la partenza dei Mille da Quarto. Il Riboli fu ad Aspromonte (29 agosto 1862) e si prodigò per Garibaldi ferito, portandogli aiuto e assistenza. Nelle campagne del 1866 e del 1867 organizzò soccorsi per i feriti, per i reduci e le famiglie dei caduti. In quella dei Vosgi (1870-1871) assunse la direzione dell’Ambulanza del piccolo esercito garibaldino che lì operò. Molto bella, affettuosa e di grande significato è la lettera a lui indirizzata dal Garibaldi (29 novembre da Commarin, Borgogna): Mio carissimo Riboli ho bisogno della vostra vita come della mia. Vivete sempre per l’umanità e per me. Ve ne supplico e soprattutto non badate ai medici che non vedono dentro. Voi siete mio Chirurgo in capo e io sono per la vita V.ro fratello, G. Garibaldi. E ancora, a dimostrazione del suo ingegno e della sua operosità, è questo eccezionale certificato di servizio, sempre a firma del Garibaldi (Caprera, 5 maggio 1873): Mio carissimo Riboli, a Monterotondo e Mentana voi foste compagno mio e mi è grato ricordarlo, giacchè pegno di squisita amicizia da Voi prodigatami e che vi ricambio col cuore. Nella campagna di Francia (1870-1871) più che compagno voi adempiste all’incarico di Capo Medico con tutta l’arte di cui siete maestro illustre e coll’affabilità verso i sofferenti che vi distingue. Sempre V.ro Gen.le G. Garibaldi. Al Riboli infine Garibaldi affidò l’incarico di curare la stampa de I Mille, da lui scritto intorno al 1870-1872. Nel 1879 si ritirò a vita privata occupandosi principalmente delle malattie mentali, in specifico di frenologia.
FONTI E BIBL.: I. Cantù, Italia scientifica, 1844, III, 71-72; Illustrazione Italiana 1895, 270; A. Pariset, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri e benemeriti, Parma, L. Battei, 1905, 92; G. Cauda, Una vita bene spesa, Timoteo Riboli, in La Lettura 1 dicembre 1917, 1117-1118; numerose lettere del Riboli si trovano nella Biblioteca Museo e Archivio del Risorgimento di Roma, manoscritti, buste, 86, 87; E. Michel, in Dizionario Risorgimento, 4, 1937, 53; F. Ercole, Uomini politici, 1942, 51; U.A. Pini, Medici nel Risorgimento, 1960, 8-9; Aurea Parma 1 1960, 176-177; A. Ciavarella, Faustino Tanara, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1984, 276; Enciclopedia di Parma, 1998, 568.

RICCARDI ANGELO
San Martino Sinzano 1831/1852
Dotato di notevole censo, fece costruire la villa Riccardi di San Martino Sinzano. Sindaco del comune di San Martino Sinzano dal 31 agosto 1849 e Luogotenente delle truppe ducali di Parma nel 1852, fu anche consigliere anziano del Comune di Collecchio nel 1831.
FONTI E BIBL.: L. Gambara, Le ville parmensi; Almanacco di corte per l’anno 1852, Parma, 1852; U. Delsante, Collecchio, ville e residenze, Parma, 1979; Indice analitico ed alfabetico della raccolta generale delle leggi per gli Stati Parmensi degli anni 1846 al 1850, IX, Parma, 1854; Malacoda 10 1987, 71.

RICCARDI ANGELO
Borgo San Donnino inizi del XIX secolo-post 1850
Fu autore di vari scritti di storia borghigiana, che lasciò alla Cancelleria vescovile di Borgo San Donnino. Tra gli altri, sono degni di nota i seguenti: Fascicoli di Cronache Borghigiane e Parmensi sino all’anno 1512, Copie di documenti per servire alla storia della Città di Borgo San Donnino 1481-1840 e Notizie patrie raccolte dall’anno 339 sino al 1840, tratte dal libro delle delibere della Comunità. Una Narrazione breve e succinta delli casi successi in Borgo San Donnino dal 1545 al 1557 è conservata in manoscritto nell’Archivio di Stato di Parma, mentre cenni storici su Borgo San Donnino e il suo circondario furono pubblicati su Le cento città d’Italia, supplemento illustrato de Il Secolo, nell’annata 1891.
FONTI E BIBL.: D.Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 373.

RICCARDI ANTONIO
Parma 14 dicembre 1789-post 1837
Cuciniere, sposò nel 1809 Lucia Pezzarossa, dalla quale ebbe due figli. Fu in servizio alla Corte di Maria Luigia d’Austria dal 1826 come sottoaiutante di cucina in seconda e dal 1832 come aiutante di cucina. Rimase in servizio almeno fino al 1837.
FONTI E BIBL.: M.Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 314.

RICCARDI BERNARDINO
Parma 19 maggio 1814-Roma 8 o 20 ottobre 1854
Allievo di Giambattista Borghesi e di Giovan Battista Callegari all’Accademia di Parma, ottenne il favore e le commissioni ducali sin dal 1835, quando eseguì, per incarico di Maria Luigia d’Austria, Il sacrificio d’Isacco (Berceto, Duomo). L’opera è ancora vicina ai modi del Borghesi, ma già il robusto Autoritratto (1838, Parma, Pinacoteca Nazionale) rivela forti caratteri di nazarenismo che non è facile giustificare solo come mediati attraverso la lezione di quel maestro, ma fanno sospettare più precoci contatti culturali con i Tedeschi operanti in Roma. Anche se il Riccardi giunse a questa nuova caratterizzazione solo a seguito della vittoria, nel 1840, del concorso accademico per il pensionato romano, ottenuta con il quadro Socrate che fa scudo in battaglia ad Alcibiade (Parma, Pinacoteca Nazionale, ma in deposito presso l’ambasciata italiana di Amsterdam). Nel 1838 partecipò alla mostra del Palazzo del Giardino di Parma, esponendo un bellissimo Autoritratto, alcuni ritratti e San Sebastiano, che, con La morte di Patroclo (1837), venne poi ereditato da Leopoldo d’Austria. Nel 1839 venne consegnato alla chiesa di Santa Maria del Quartiere Sant’Ilario che calpesta l’eresia. A Roma il Riccardi allacciò amicizia con Johann Friedrich Overbeck e Peter von Cornelius, si formò una famiglia, aprì uno studio fortunato e non ritornò più in Parma, anche se soddisfece ancora alcune commissioni di quadri per Maria Luigia d’Austria, come la Madonna Addolorata ai piedi della Croce (1840), per la cappella ducale di San Lodovico (Parma, Pinacoteca Nazionale), un vero pezzo di bravura, purista ma di raffinato slancio romantico, e inviò il saggio Adamo meditante (Parma, Pinacoteca Nazionale), di osservante nazerenismo, da ambientare nello stesso filone di ricerca sviluppato dal Minardi e dal Mussini. Da Roma l’artista soddisfece ancora alle commissioni venutegli dalla duchessa Maria Luigia nel 1844, 1846 e 1847, rispettivamente per i Ss. Cipriano e Giustina (donato alla chiesa di Cattabiano nel Comune di Langhirano, dopo essere stato esposto al pubblico nel 1846), per la Ss. Annunziata alla chiesa di Ronchetti nel Comune di San Secondo, e per la Vergine assunta alla parrocchiale di Fornovo. Alle mostre parmensi più nulla comparve di suo, anche se l’Accademia di Belle Arti ben presto lo nominò professore consigliere con voto. Si acquistò anche fama di ritrattista, di disinvolto narratore di storie romantiche (1847, Giulietta e Romeo, Paolo e Francesca) e di figurinista (Costume romano e Costume napoletano; Parma, Museo Lombardi). Tuttavia il suo maggior lavoro romano è nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva, di cui eseguì le decorazioni nelle volte e nella tribuna, i quattro piccoli tondi delle navate laterali con le figure degli apostoli e i cartoni per le vetrate delle finestre dell’abside e del coro. Il Riccardi morì in modo repentino di colera.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, Genova, 1877, 332; C. Ricci, La Regia Galleria di Parma, catalogo, Parma, 1896, 7, 184, 259; N. Pelicelli, Guida storica, artistica e monumentale della città di Parma, Parma, 1906, 185; Berthier, L’église de la Minerve, Roma, 1910; G. Allegri Tassoni, Mostra dell’Accademia parmense, catalogo, Parma, 1952, 40 e 58; G. Copertini, Pittori parmensi dell’800, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1954, 158-161; I. Petrolini, Museo Glauco Lombardi, catalogo, Parma, 1972, 56; G. Godi, Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’800, catalogo della mostra, Colorno, 1974, 40; G. Negri, Il parmigiano istruito, X, 183; Nibby, Itinéraire de Rome, 1877, 207; N. Pelicelli, Guida di Parma, 1910; Roma descritta ne’ suoi monumenti, s.d.; A.M.Comanducci, Dizionario dei pittori, 1973, 2700; Gazzetta di Parma 11 febbraio 1837, 47, Gazzetta di Parma, supplemento, 5 maggio 1838, 164-165, Gazzetta di Parma 1 maggio 1839, 154, Gazzetta di Parma 27 maggio 1840, 181, 1 maggio 1841, 155; C. Malaspina, 1841, 148-189; Il Giardiniere 23 maggio 1846, 78; Checchetelli, 1847, 8; G. Negri, 1850, 142, 184, 1851, 23, 119, 1852, 53, 55-57, 62, 65-66; Gazzetta di Parma 4 novembre 1854, 1013; Rufini, 1858, 130; P. Martini, 1862, 24; P.Martini, 1871, 86-87, 134, 170; P.Martini, 1873, 21-22; A. Ferrarini, 1882, 7; Memorie intorno, 1886, 37; E.Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, v. IX, 241-242; L. Càllari, 1909, 195; Berthier, 1910, 40-43, 237; N. Pelicelli, in Thieme-Becker, 1934, vol. XXVIII, 241; A. Santangelo, 1934, 68; Inventario ms. Istituto P. Toschi, v. I, n. 1655; G. Copertini, 1954, 159-161 f. 13; G. Copertini, 24 novembre 1967, 6; G.P. Bernini, 1973, 68; G.L. Marini, in Dizionario Bolaffi pittori, IX, 1975, 370; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 284; Enciclopedia di Parma, 1998, 568 e 570; M.Tanara Sacchelli, in Gazzetta di Parma 25 maggio 1999, 13.

RICCARDI CARL'ANTONIO
Parma ante 1663-post 1696
Soprano, dal duca di Parma Ranuccio Farnese fu accettato a Corte il 18 aprile 1663 e licenziato il 15 febbraio 1695. Fu cantante di camera e di teatro. Sostenne la parte di Cibele nell’opera Il Giove d’Elide fulminato di D. Marco Uccellini, di Anfitrite in Amore riconciliato con Venere di G.B. Policci, di Amalasunta regina dei Goti in Amalasonta in Italia di G.B.Policci e di Perseo nel Favore degli dei di B. Sabadini. Per più di venti anni fu attivo in Emilia: Reggio Emilia (Teatro della Comunità, 1668: La Dori), Piacenza (Teatro Ducale, 1669: Il Coriolano), Mantova (Nuovo Teatro, 1669: L’Eudosia; Teatro Fedele, maggio 1670: Il gran Costanzo), Bologna (Teatro Formagliari, aprile 1673: Antioco), Parma (Teatro del Collegio dei Nobili, 1677: Gli eventi di Filandro et Edessa; Teatrino di Corte, 1677: Il Giove d’Elide fulminato, introduzione al balletto della duchessa; Teatro del Collegio dei Nobili, 1679: Ottone in Italia; 1681: Amalasonta in Italia; Teatrino di Corte, 1681: Amore riconciliato con Venere), Reggio Emilia (Teatro della Comunità, Fiera del 1683: Il talismano preservato dalla fedeltà di Eudossa). Nel 1690 nelle grandi feste di Parma per le nozze ducali cantò ne Il favore degli dei. Il Riccardi servì anche nella Cappella della Steccata di Parma dal 4 febbraio 1668 al 30 aprile 1696.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruoli Farnesiani, 1658-1671, 1683-1692, fol. 88, 406, 1693-1701, fol. 102; Archivio della Steccata, Mandati 1668-1673, 1695-1698; L. Balestrieri, Feste e spettacoli, 1909, 121, 122; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 134; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

RICCARDI CESARE
Collecchio 1832/1879
Fu sindaco del Comune di Collecchio fino al 25 agosto 1832. Nel 1859 fu membro della commissione comunitativa di statistica. Con decreto del principe Eugenio di Savoja-Carignano datato da Firenze, capitale d’Italia, il 12 settembre 1866, fu nominato delegato straordinario del Comune di Collecchio in seguito alla malattia del sindaco Lodovico Dalla Rosa Prati, con il preciso incarico di preparare le elezioni per il nuovo sindaco, in conseguenza anche dell’aggregazione di parte del soppresso Comune di San Martino Sinzano. In seguito fu membro della giunta e del consiglio comunale fino al 1879. Partecipò alla riunione di giunta del 9 aprile 1872 quando fu decisa la soppressione delle risaie di Talignano a Giarola, che diffondevano la malaria tra i contadini della zona. Fu consigliere anziano del Comune di Collecchio dal 1853 al 1857, e deputato d’acque e strade nel periodo 1858-1859.
FONTI E BIBL.: Indice analitico ed alfabetico della Raccolta generale delle leggi per gli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla degli anni 1814 al 1835, I, Parma, 1837; Almanacco di corte per l’anno 1859, Parma, 1859; U.Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 7 marzo 1960, 3; U. Delsante, Gli ampliamenti territoriali del Comune di Collecchio dopo l’Unità, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1975, 329 sgg.; Malacoda 10 1987, 71.

RICCARDI FERDINANDO
Sala 1839-Collecchio 14 settembre 1911
Tenne negozio di chimico e farmacista in Collecchio. A lui successe nel lavoro il figlio Adelfo. Il loro negozio, la sera, diveniva il salotto del paese, riempito dai discorsi mondani della nobiltà e delle persone altolocate del luogo. Il Riccardi fu consigliere comunale di Collecchio dal 1870 al 1887 e poi, con una interruzione di un anno, ricoprì ancora la stessa carica fino al 1904.
FONTI E BIBL.: U.Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 7 marzo 1960, 3.

RICCARDI FRANCESCA
Parma 1778-Bologna 1845
Dotata di bellissima voce di soprano e di una spiccata attitudine per la musica, giovanissima venne istruita nel canto dal maestro Francesco Fortunati. Esordì a soli sedici anni al Teatro di Brescia a fianco del tenore Giacomo David. Nel 1795 cantò alla Scala di Milano, a Firenze e a Cremona, l’anno dopo fu a Venezia al Teatro San Benedetto, alla Scala e ancora a Cremona nelle Gelosie Villane del Sarti e nel Tempo fa giustizia a tutti di Paër. Nel Carnevale 1796-1797 si presentò al Teatro Ducale di Parma nell’Indolente di Gnecco e nel Principe di Taranto di Paër. Con questo compositore si creò un sentimento che, dopo la stagione che la cantante fece alla Scala e alla Canobbiana di Milano nel 1798, li condusse al matrimonio. La Riccardi seguì il marito, uno dei compositori più rinomati del momento, che fu chiamato alla Corte di Vienna prima, a quella di Dresda poi e, infine, per volere di Napoleone Bonaparte, a Parigi (1807). La Riccardi restò, malgrado le maternità, in carriera e calcò le scene dei teatri di Corte (tra il 1810 e il 1813 fu anche maestra di canto dell’imperatrice Maria Luigia) dove il marito fu impiegato. Quando però il Paër si legò sentimentalmente alla cantante Angelica Catalani, la Riccardi tornò in Italia. Riprese con successo la carriera che non aveva mai completamente interrotto, tornando a cantare nei maggiori teatri, nei quali, a volte, si trovò a cantare anche in opere del volubile consorte, delle quali fu una delle più applaudite interpreti: nel 1811, infatti, al Comunale di Bologna, interpretò il Sargino del Paër. Nel luglio fu a Brescia nella stagione di Fiera in Gauri di Mellara e nell’Aspasia e Clearco, opera di cui si ignora l’autore. Finì l’anno alla Pergola di Firenze in un’altra opera del Paër, Griselda, dove rivestì con tanta dignità e bravura il title role. Nello stesso teatro fu chiamata l’anno dopo sia nella prima assoluta della Maria Stuarda di Pietro Casella che nella famosa Leonora del Paër. Nel 1814 la si trova ancora a Firenze nel Tancredi di Rossini, nel 1816 primadonna al Teatro di Terni, mentre nel 1819 fu al Teatro di Piacenza nell’Aureliano in Palmira di Rossini e nella Griselda del Paër. Le ultime notizie della Riccardi sono del 1824: fu al Teatro dell’Aquila di Fermo nella stagione di agosto in tre opere rispettivamente di Ricci, Mercadante e Rossini, e al Teatro Comunale di Rimini (in una locandina è scritto che l’introito di una corsa di cavalli sarà dedicato per un presente alla primadonna Francesca Paër).
FONTI E BIBL.: Cerquetelli; De Angelis; Papi; Santoro; Trezzini; Valentini; Wiel; C. Gervasoni, Nuova teoria di musica, Parma, 1812, 246; P. Bettoli, I nostri fasti musicali, Parma, 1875, 132; P. E. Ferrari, Gli spettacoli musicali, Parma, 1884, 46 e 326; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 243; G.N.Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 20 febbraio 1983, 3; Enciclopedia di Parma, 1998, 570.

RICCARDI GIOVANNI
Parma-post 1804
Nella stagione di Fiera del 1783 suonò il corno inglese nell’orchestra del Teatro di Reggio Emilia, dove fu presente anche in quella del 1801. Nel 1804 venne ascritto tra i soci dell’Accademia Filarmonica di Bologna, indicato come suonatore.
FONTI E BIBL.: Fabbri e Verti; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

RICCARDI PELLEGRINO
Cattabiano 1905-Parma 20 novembre 1995
Dopo la laurea in giurisprudenza conseguita a Parma, entrò in magistratura. Come primo incarico fu nominato pretore a Codigoro. Negli anni Trenta fu a Cortina e poi, durante la seconda guerra mondiale, a Fornovo Taro (1943). Nel 1946 il Riccardi tornò a Parma, in tribunale, prima come giudice della sezione penale e poi come presidente della stessa. Per un anno fu anche a Milano come giudice di Corte d’appello. Nel 1970 il Riccardi andò in pensione lasciando la magistratura ordinaria. Fino al 1980, però, lavorò come dirigente della Commissione tributaria di primo grado. Il Riccardi fu al centro di un bell’episodio avvenuto durante la seconda guerra mondiale, che gli valse nel 1989 il conferimento della Medaglia dei Giusti, riconoscimento che lo Stato di Israele attribuì a chi si era particolarmente prodigato a favore degli ebrei. Dopo l’8 settembre 1943 anche a Parma cominciarono i rastrellamenti delle famiglie ebree. Il Riccardi tra quelle persone aveva parecchi amici, tra cui l’avvocato Rolando Vigevani e la sua famiglia. Inizialmente diede rifugio ai suoi amici, poi però capì che la salvezza era oltre confine. Per aiutare i suoi amici ebrei si trasformò allora in ladro e falsario di documenti d’identità: trafugò dall’ufficio dello Stato civile alcune carte d’identità in bianco e, facendosi aiutare da un amico tipografo, falsificò i documenti e li consegnò ai Vigevani. Poi, con la collaborazione di altri conoscenti, il Riccardi riuscì a far arrivare in Svizzera la famiglia Vigevani, ponendola definitivamente al sicuro.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 22 novembre 1995.

RICCERI GIOVANNI BATTISTA
Brescia 1600-San Lazzaro 15 maggio 1630
Visse a Parma fin dall’adolescenza e vi compì gli studi di Filosofia. Entrò nella Società di Gesù nel 1623. Insegnò a Novellara, Bologna e Parma. Morì a  trent’anni nell’Ospedale di San Lazzaro durante l’epidemia di peste, dopo che si era prodigato in modo egregio per frenarne la diffusione.
FONTI E BIBL.: P. Alegambe, Heroes Societatis Jesu, 1658, 293-294.

RICCI, vedi BANZOLA EUGENIO

RICCI AGOSTINO
Parma 1831
Studente. Fu detenuto nel forte di Compiano con altri suoi colleghi già prima dello scoppio dei moti del 1831 a cagione dello spirito sedizioso da loro manifestato. Fu poi sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1937, 202.

RICCI BARTOLOMEO
Tornolo 8 dicembre 1819-Acqui 31 agosto 1899
Fin dai primi anni del sacerdozio acquistò fama di valente oratore. Fu curato in Santa Brigida a Piacenza, poi parroco a Rivergaro e quindi, fino alla morte, prevosto in Santa Maria in Gariverto. Appartenne alla corrente patriottica del clero e fu chiamato dal Moruzzi a insegnare filosofia in Seminario a Piacenza. Ricoprì varie cariche ecclesiastiche (fu, tra l’altro, Procuratore Fiscale presso il Tribunale ecclesiastico della curia Piacentina) e scrisse innumerevoli operette, riguardanti vari argomenti di diritto ecclesiastico, tra cui la congrua del clero (Delle congrue parrocchiali nelle ex provincie Parmensi, Solari, Piacenza, 1888).
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 355; F. Molinari, in Dizionario biografico Piacentino, 1987, 227-228.

RICCI ELIO
Parma 7 febbraio 1885-Parma 20 dicembre 1969
Il padre del Ricci, Stefano, godette fama di sarto valentissimo e la madre, Gentilia Rosselli, era figlia della temeraria popolana che ospitò il sellaio Antonio Carra, giustiziere del duca Carlo di Borbone (1854). Il Ricci, dotato di un’eccezionale attitudine al disegno, frequentò l’Istituto di Belle Arti di Parma, dove ebbe in Edoardo Collamarini, docente di architettura, il suo primo estimatore. Dopo che il Ricci ebbe ottenuto il diploma (1908), il Collamarini lo volle come collaboratore nel suo studio a Bologna. Il noto architetto stava in quel tempo ultimando il monumentale progetto del Tempio del Sacro Cuore: scrupoloso sino alla pignoleria e sempre insoddisfatto dei suoi aiutanti, decise di servirsi anche del Ricci, che ebbe l’incarico di studiare e definire alcuni particolari architettonici e decorativi della grandiosa opera. Tornato a Parma qualche tempo dopo, il Ricci ebbe un’offerta inaspettata da Pietro Guizzetti, titolare di Anatomia Patologica nella facoltà di Medicina dell’Università: eseguire i disegni di tutta una serie di particolari anatomici, che sarebbero serviti al docente come materiale illustrativo nel corso delle lezioni accademiche. Frequentando per lungo tempo il laboratorio anatomico, il Ricci disegnò in ordinata sequenza tutte le tavole richieste, riproducendo le innumerevoli parti del corpo umano con tale icastica perfezione da imporsi all’ammirazione dei più qualificati specialisti. Il Guizzetti riunì i fogli sparsi in una pregevole pubblicazione, che suscitò grande interesse in campo medico. Col sorgere della facoltà di Architettura, seguì la soppressione dei corsi di disegno architettonico presso gli Istituti di Belle Arti e la dequalificazione professionale dei vecchi diplomati in tali corsi. Furono ammessi a esercitare la professione di architetto i laureati nelle Università e, in via eccezionale, i diplomati in disegno architettonico negli Istituti di Belle Arti che fossero in grado di produrre un solido curriculum di attività edilizia. Al Ricci, che di opere ne aveva disegnate molte ma costruite poche, venne così preclusa per sempre la strada della libera professione. La sua attività successiva si limitò quindi alla progettazione di piccole strutture architettoniche, ricorrendo, per lavori più impegnativi, alle benevola compiacenza di colleghi che accettarono di buon grado di firmargli i progetti. Le opere realizzate dal Ricci, pur essendo non numerose e di tipologia scarsamente variata, portano chiaramente il segno di un’indiscutibile padronanza del mestiere, rivelando la sua spontanea e vivacissima estrosità, che, in una più fortunata carriera, avrebbe prodotto sicuramente opere di ben maggiore valore. Nel campo dell’architettura residenziale rimane particolarmente significativa villa Gina (1934), a Cesenatico. L’edificio, circondato da un insieme di basse costruzioni, domina il paesaggio con l’austerità della sua torre quadrata, addossata frontalmente alla parte più bassa. Una scalinata di marmo bianco, che spicca chiaramente sulla muratura faccia a vista, conduce all’ingresso principale, protetto da un ampio porticato. Nella costruzione si fondono, con scenografica solennità, stili di varie epoche, dal Bizantino al Quattrocento toscano, quest’ultimo particolarmente evidente nell’ampia sporgenza dei cornicioni. Con la sistema interna di villa Maghenzani (1946), tangente alla via Emilia a San Pancrazio, dalla elegante struttura rimaneggiata nell’Ottocento, il Ricci ebbe modo di mettere in luce le sue notevoli capacità di arredatore. Nel campo funerario il Ricci trovò il modo di esprimere compiutamente le sue tendenze di progettista, rigorosamente aderente alle formule classiche. Sono da ricordare: nel cimitero La Villetta di Parma la tomba Grassi, il cippo Donatuti (1951) e la cappella Ricci (1961) e a Guastalla la tomba Paralupi. Nella sua lunga esistenza il Ricci assistette al sorgere quasi ininterrotto di innumerevoli edifici progettati dai suoi vecchi compagni di corso (Morestori, Chiavelli, Vacca, Mora, Leoni e Uccelli), per i quali ebbe sempre frasi di lode e di approvazione, senza che gli sfuggisse mai una parola di rammarico per la sua forzata inattività. Rimase sempre a Parma, dedicandosi saltuariamente alla progettazione di edifici irrealizzabili, evitando sempre di apporvi la firma. Legato da stretta amicizia al gruppo scapigliato degli artisti di Parma, frequentò assiduamente gli studi dei pittori Paolo Baratta, Renato Brozzi, Cornelio Ghiretti, Romano Di Massa e soprattutto Amedeo Bocchi, che gli fu vicino negli ultimi anni di vita e ne ebbe altissima considerazione.
FONTI E BIBL.: G. Capelli, Architetti del primo Novecento, 1975, 147-150.

RICCI FRANCESCO
Parma 1870-1914
Medico, fu tra i fondatori del movimento costituzionale giovanile a Parma insieme col Sanvitale e col Cattaneo. Fu collaboratore de La Scintilla, combattente tenace e generoso, e partecipò con molta vivacità alle lotte politiche del suo tempo. Ricoprì con onore varie cariche pubbliche: a Parma fu amministratore della Cassa di Risparmio e degli Ospizi Civili, vice presidente dell’Associazione Agraria, assessore del Comune di Parma, consigliere dei comuni di Sorbolo e Langhirano e Sindaco di quello di Cortile San Martino.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 127-128.

RICCI GAETANO
1894 c.-Parma novembre 1971
Sottotenente, iniziò la carriera nel Corpo degli Alpini nel 1914, raggiungendo il Battaglione Feltre in Libia, da dove rientrò per partecipare col 7° Alpini, fin dall’inizio delle ostilità, alla prima guerra mondiale. Conseguite rapidamente per merito le promozioni a Tenente e poi a Capitano, sempre inquadrato in reparti operanti a contatto col nemico, si distinse particolarmente alle Tofane e in val Costeana guadagnando una medaglia di bronzo al valor militare e due croci di guerra e animando poi la resistenza all’offensiva nemica nell’autunno 1917 col V Raggruppamento alpini. Alla fine del conflitto, frequentata la scuola di guerra, prestò servizio quale ufficiale di Stato Maggiore e poi quale insegnante all’Accademia di Modena, ritornando quindi ai reparti a Ivrea, San Candido, Belluno, Trento e Brunico. Allo scoppio del secondo conflitto mondiale, partecipò alle operazioni sul fronte occidentale, al termine delle quali, avendo già raggiunto il grado di Colonnello, assunse il comando dell’11° Alpini, che tenne per quasi tutta la durata del conflitto italo-greco e comunque durante il periodo saliente e più impegnativo delle operazioni cui il Reggimento partecipò. Fu proprio durante tale periodo che nuovamente emersero le sue doti di soldato, in circostanze quanto mai avverse, dovendo il Reggimento fronteggiare preponderanti forze avversarie. Dal contenimento manovrato dell’avversario, l’11° passò all’azione di arresto e poi all’offensiva, culminata nelle sanguinose giornate dell’attacco al Mali-Spadarit, durante il quale vennero ancora una volta confermati coraggio e tenacia dell’11° Alpini, valorosamente condotto dal Ricci. Con un alto tributo di sangue l’11° Alpini s’impose al nemico in un combattimento durissimo, che resta tra le gesta maggiori della storia del Reggimento. Rientrato in Italia e nominato Generale, comandante la Scuola d’applicazione di Parma, il Ricci tenne tale incarico fino all’8 settembre 1943, portando l’istituto a un alto livello di organizzazione ed efficienza. A Parma lo raggiunse l’armistizio. Fu proprio in quei giorni che il Ricci, quale assertore di una tradizione di culto dell’onore militare e della religione del dovere da lui sempre professata e quale comandante di una scuola che tali valori coltivava negli ufficiali allievi, fu protagonista di un altro memorabile fatto d’armi che resta nel patrimonio dei più alti valori morali e militari della Scuola. Alla Scuola fu conferita poi per quel fatto d’armi la medaglia d’argento al valor militare. Intimata infatti da parte germanica, nella notte tra l’8 e il 9 settembre 1943, la resa incondizionata della Scuola, il Ricci, pur conscio dell’enorme inferiorità delle forze a sua disposizione e del grave rischio personale cui andava incontro insieme ai suoi familiari alloggiati nella Scuola stessa, respinse sdegnosamente l’intimazione e organizzò e animò coi pochi ufficiali allievi presenti e cogli uomini dei servizi l’impari resistenza. Reparti avversari di una divisione SS, pur subendo perdite, accerchiato l’istituto, costrinse il Ricci e i pochi difensori ad asserragliarsi nei locali del comando, dove un colpo dell’artiglieria nemica uccise un ufficiale. Imposta dal Comando italiano superiore la cessazione di ogni resistenza, per evitare il minacciato bombardamento della città, il Ricci tenne nei confronti degli avversari che lo catturarono, un fierissimo comportamento. La motivazione della medaglia d’argento al valor militare conferita al Ricci per quel fatto d’arme è la seguente: Comandante di un istituto militare all’atto dell’armistizio, si schierava decisamente contro i Tedeschi aggressori. Intimatagli la resa, la rifiutava sdegnosamente e si impegnava con indomito valore in cruenta impari lotta che protraeva, animato da elevato spirito di sacrificio, fino all’esaurimento di ogni mezzo di offesa. Cessata l’azione per ordine superiore, manteneva di fronte ai Tedeschi stoico contegno in difesa dei suoi dipendenti. Chiaro esempio di salde virtù militari. Rifiutato qualunque compromesso, il Ricci fu quindi deportato in Germania, dove restò prigioniero per oltre venti mesi, fino al termine del conflitto. Rientrato in Italia e lasciato il servizio attivo, il Ricci assunse importanti mandati direttivi nella vita civile.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 22 novembre 1971, 3.

RICCI GHERARDO
Parma seconda metà del XV secolo
Architetto e ingegnere attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, II, 302.

RICCI GIUSEPPE
Borgo San Donnino XVII secolo-post 1728
Pittore ritrattista attivo nella seconda metà del XVII secolo e almeno fino al 1728.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di Belle Arti, XVI, 1828, 101.

RICCI LUIGI ANTONIO
Parma-Digione 21 febbraio 1871
Prode soldato, combatté tutte le guerre del Risorgimento italiano dal 1859 al 1867, raggiungendo per merito e valore il grado di Tenente. Nel 1870 accorse in Francia, vi combatté eroicamente e trovò la morte nel fatto d’armi di Digione.
FONTI E BIBL.: Parma a Garibaldi, 28 maggio 1893, Parma, Battei, 1893; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 418; E. Massa, Medaglioni parmensi: Luigi Ricci e Luigi Maestri, in Corriere Emiliano 22 dicembre 1925; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 905.

RICCI MARCO
Parma 1443/1444
Fu professore all’Università di Bologna di Rettorica e Poesia durante l’anno scolastico 1443-1444. Non figura tra Li Dottori forestieri che in Bologna hanno letto Teologia, Filosofia, Medicina e arti liberali dell’Alidosi e il Corradi (Notizie sui professori di latinità nello studio di Bologna, Bologna, 1886, 416) lo dice da Padova. Ma nei Rotoli (t. I., 19) è testualmente detto: ad lecturam Rhetorice et Poesis diebus festivis m. Marcus de Ricijs de Parma. Fu tra i primi insegnanti della Poesia, la quale fu aggiunta alla Rettorica nello Studio bolognese non prima dell’anno 1426 (cfr. G. Zaoli, Di alcuni Rotuli dello Studio della prima metà del secolo XV, in Studi e Memorie per la Storia dell’Università di Bologna, IV, 222).
FONTI E BIBL.: R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 5 1929, 5.

RICCI OTTAVIO
Parma 28 aprile 1925-Passo di Ticchiano 20 novembre 1944
Figlio del marchese Luigi. Giovane studente universitario, nell’estate 1944 decise di unirsi alla formazione autonoma partigiana Fiamme Verdi. Nel corso di un duro rastrellamento nazista del novembre dello stesso anno, il distaccamento di cui faceva parte si scontrò con reparti tedeschi. Morì sotto i colpi nemici per dare il tempo di ripiegare ai propri compagni. A lui fu intitolata la Divisione partigiana Ricci (costituita nella zona Est della provincia di Parma nella primavera 1945) che ebbe il compito di liberare Parma dai reparti tedeschi e fascisti. Fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Giovane studente universitario, animato da vivo amore di Patria, partecipava alla lotta di liberazione combattendo nelle file partigiane. Nel corso di un duro rastrellamento, scontratosi, unitamente al proprio distaccamento, con forze tedesche postate in posizione dominante, mentre la maggior parte dei compagni ripiegava in disordine sotto lo schiacciante fuoco del nemico, in piedi e allo scoperto rispondeva con la sua arma alle armi tedesche, dando ai suoi il tempo per ripararsi, ma cadendo da prode sul campo.
FONTI E BIBL.: Decorati al valore, 1964, 97; Caduti Resistenza, 1970, 88; T. Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 260; Enciclopedia di Parma, 1998, 570.

RICCI PIETRO
Parma 30 maggio 1870-Parma 17 giugno 1929
Entrò nel Conservatorio di Parma il 5 novembre 1881 e ne uscì nel 1888 come clarinettista, iniziando subito la carriera di strumentista. Viaggiò nell’America, in Egitto e in Russia, facendo parte delle migliori orchestre. Più avanti negli anni, abbandonato il commercio in strumenti ad arco, cui si era dedicato, seppe formarsi, essendo dotato di spiccato temperamento musicale e sorretto da ferma volontà, una solida cultura che gli permise di conseguire ragguardevoli livelli professionali. Diresse concerti orchestrali a Parma e in varie città d’Italia. Fu compositore apprezzato ed eseguito. Il Ricci fu autore di un quartetto in la minore ad archi, che venne eseguito dal quartetto Capet di Parigi, di una Sonata per pianoforte e violino, Arcaica (sinfonia), per grande orchestra, Danza infantile, per orchestra e del poema sinfonico Ego, eseguito la prima volta nel 1912 al Teatro Regio di Parma. All’apice della carriera, una grave malattia lo stroncò dopo dieci anni di penose sofferenze.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 168-169; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 128; G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 98.

RICCI UMBERTO
Cortile San Martino 1904-Parma 1967
Dopo aver esercitato per breve tempo la libera professione (era laureato in Agraria), iniziò l’attività nel campo assicurativo, divenendo agente principale della Reale Mutua di Assicurazioni. Nel 1960 diventò presidente della Banca Emiliana: sotto la sua presidenza i depositi aumentarono da 3 a 17 miliardi di lire.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 263.

RICCIO DA PARMA, vedi MARENGHI DOMENICO

RICCIO DA SORAGNA, vedi MARENGHI PIETRO

RICCO, vedi SANVITALE UGO

RICCÒ GINA
Lesignano de’ Bagni 24 luglio 1930-San Michele Cavana 16 aprile 1945
Partigiana della 3a Brigata Julia (con il nome di battaglia di Luisa), cadde in combattimento.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 263.

RICCÒ GIOVANNI
Parma 24 marzo 1817-Parma 1873
Figlio di Gaetano e Marianna Barani. Allievo di Giovan Battista Borghesi, vinse nel 1834 la terza medaglia per il nudo disegnato all’Accademia parmense, continuando poi gli studi e la carriera quasi come autodidatta. Nel 1838 espose nel Palazzo del Giardino di Parma Otto ritratti che furono molto lodati. L’anno dopo Maria Luigia d’Austria iniziò una serie di commissioni con l’Ecce Homo (1839), che donò alla chiesa di San Pancrazio, e il S. Giovanni Battista, donato a quella di Lemignano, nel comune di San Martino Sinzano. Il secondo dipinto fu pure esposto al pubblico assieme a un Ritratto di singolar bellezza nel Palazzo del Giardino. L’Ecce Homo rivela agganci ritardatari al Cigoli ma una cultura d’immagini tutt’altro che provinciale, tanto da far supporre viaggi d’istruzione (di cui peraltro non si hanno documenti) a Firenze e a Roma. Tali contatti meglio giustificherebbero anche la personale adesione del Riccò al dettato nazareno, rilevabile nel San Giovanni Evangelista ai piedi della Croce (1840, Comune di Parma, olio su tavola di cm 189¥108), ma altresì in opere mature come il San Paolo predica davanti all’Areopago (1847, olio su tela, cm 140¥200; Parma, Pinacoteca Nazionale), capolavoro del Riccò per la complessità del costrutto scenico e per la smaliziata conduzione pittorica. Le committenze ducali continuarono nel 1840 col S. Giovanni ai piedi della croce per la cappella di San Lodovico. Inoltre il Riccò espose anche un Nazareno in mezzo a due altre figure che si può identificare con l’Ecce Homo di San Pancrazio. Ancora, nel 1841 la Duchessa gli ordinò un S. Nicolò di Bari per la chiesa di Reno nel Comune di Tizzano e nello stesso anno espose in pubblico un Ritratto di cacciatore a mezza figura, Tre ritratti e una copia della Madonna del S. Girolamo del Correggio. Nel 1842 il Riccò terminò un quadro incompiuto del proprio maestro Borghesi, la Madonna col Bambino della chiesa di Sant’Andrea, ritrasse la duchessa Maria Luigia (l’opera venne ereditata da Leopoldo l’Austria) ed espose alcuni ritratti. Nel 1842 la Sovrana gli allogò il S. Michele Arcangelo per la chiesa di Nociveglia nel Comune di Compiano ed espose pure nel Palazzo del Giardino alcuni ritratti e il Bevitore. Nel 1844 per Maria Luigia eseguì i Santi martiri Ippolito e Cassiano (poi ereditato da Leopoldo d’Austria) che venne esposto l’anno dopo assieme a un Ritratto. Ancora nel 1845 così come negli anni immediatamente seguenti gli vennero ulteriori commissioni ducali: la Beata Vergine di Caravaggio per la chiesa di Calice nel Comune di Bedonia, esposta nel 1846, il S. Pietro Apostolo per la pieve di Tizzano (1846) e il S. Giovanni Evangelista per la chiesa di Vigolante nel Comune di San Pancrazio (1847). Nel 1846 il Riccò completò Un episodio della strage degli Innocenti, commemorato da un componimento di Luciano Scarabelli ed esposto in quell’anno nel Palazzo del Giardino. Deceduta la Sovrana, il Riccò continuò con una ricca produzione a presenziare a molte delle mostre indette dalla nascente Società d’Incoraggiamento. Nel 1855, su commissione della medesima Società, espose a Piacenza la Parabola del buon Samaritano, poi sorteggiato al duca Roberto di Borbone. Trasportatasi l’iniziativa a Parma nella Galleria Ducale, per le premiazione e relative estrazioni, vi aggiunse un Ritratto e tre quadretti di genere. Nel 1856 presentò La Samaritana al pozzo, mentre nel 1857, sempre a Piacenza nel Palazzo Costa e poi a Parma in Galleria, espose una Sacra Famiglia, in stile fiammingo antico, e un Gesù Bambino dormiente, in stile francese. Nel 1858 partecipò alla mostra parmense con Quattro ritratti e un Povero suonatore di violino (quest’ultimo sorteggiato a Rodolfo Rapaccioli). Nel 1859 partecipò con La vecchia addormentata e l’anno dopo con l’Annunzio di Morte a Socrate, nel 1861 con La carità al frate cercatore, estratto al Comune di Zibello, e nel 1863 con Un suonatore, Un ritratto, il Ritratto del Re d’Italia e il Ritratto di Giuseppe Garibaldi. Inoltre presentò all’esposizione industriale parmense Due ritratti, di uomo e di giovane donna. Infine nel 1870 il Riccò completò un’altra copia della Madonna del S. Girolamo del Correggio, la quale, secondo alcuni suoi ammiratori, regge appunto al confronto del preziosissimo originale, tanto che avrebbe addirittura potuto far cambiare parere al Mengs circa una riproducibilità soddisfacente del capolavoro.
FONTI E BIBL.: M. Leoni, 1834, 361; Gazzetta di Parma, supplemento 5 maggio 1838, 165, 1 maggio 1839, 154, 27 maggio 1840, 181, 28 aprile 1, 8 e 12 maggio e 2 giugno 1841, 151, 155 e 163; C. Malaspina, 1841, 141, 149-150 e 189; Gazzetta di Parma 7 giugno 1842, 181, 1843, 223, 7 giugno 1845, 18; Il Giardiniere 16 e 23 maggio 1846, 74 e 78; L. Scarabelli, 1846; G. Bacchi, 1847, 101; C. Malaspina, 1851, 85; G. Negri, 1852, 57, 59, 61, 63-66; Gazzetta di Parma 31 maggio, 18 e 27 luglio 1855, 494, 652 e 683, 16 luglio 1856, 641, 18 agosto e 8 ottobre 1857, 737 e 909; X., in L’Annotatore 1857, 143; Gazzetta di Parma 18 settembre 1858, 842; F. G., in Gazzetta di Parma 1858, 857-858; G. Panini, 1858, 885; Esposizione delle opere, 1858, 12; C.I., in L’Annotatore, 1859, 162; A. Billia, 1860, 1247; G. Carmignani, 1861, 18; P. Martini, 1862, 24; Gazzetta di Parma 11 e 13 luglio 1863, 615 e 619-620; Catalogo Esposizione Industriale, 1864, 92; C. Malaspina, 1869, 71; Il Presente 5 luglio 1870; P. Martini, 1873, 21; P. Grazioli, 1877, 33; P.Grazioli, 1887, 138; E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, v. X, 122-123; N.Pelicelli, in Thieme-Becker, 1934, v. XXVIII, 265; A. Santangelo, 1934, 9; E. Bénézit, 1955, v. VII, 219; G. Ponzi, 1973, II, 27; N. Pelicelli, Guida storica, artistica e monumentale della città di Parma, Parma, 1906, 134; G. Copertini, Pittori parmensi dell’800, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1954, 167; G. Godi, Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’800, catalogo della mostra, Colorno, 1974, 38; G.L. Marini, in Dizionario Bolaffi pittori, IX, 1975, 397-398; M.Tanara Sacchelli, in Gazzetta di Parma 21 dicembre 1998, 13.

RICCÒ GUIDO ANTONIO
Parma 1711/1717
Falegname. Fu attivo in San Pietro Apostolo a Parma nel 1711-1717.
FONTI E BIBL.: E. Guerra-A. Ghidiglia, 1948, 27; Il mobile a Parma, 1983, 257.

RICCO MARCO
Parma XV secolo
Fu maestro di logica reputato e di valore.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 101.

RICHER FRANCESCO
Parma 1766/1773
Violinista della Reale Orchestra di Parma, con la riforma del 1° aprile 1766 venne retribuito con 3600 lire di soldo più 2400 lire di pensione.Dal 25 ottobre 1773 il soldo fu aumentato di altre 2000 lire (Archivio di Stato di Parma, Ruolo dei provigionati, dal 1766).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

RICORDA PIETRO
Pellegrino 1592
Dottore e Commissario di Pellegrino, nel 1592 rogò delle investiture (esistenti dell’archivio Fogliani).
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 10.

 
 
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