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Il dizionario dei parmigiani
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Bibliografia
Credits
Dizionario biografico: Sanviti-Segrè [ versione stampabile ]

SANVITI DECIO
Parma 1822/1831
Conte. Fu implicato nei moti del 1831. La polizia, che lo sottopose ai precetti di visita e sorveglianza, redasse del Sanviti la seguente scheda segnaletica: Quest’uomo fu destituito sotto tutti i governi come lo fu anche sotto quello di S. M. Maria Luigia. Esso godeva della confidenza del Barone Werklein e ne abusava. Si sa per certa scienza che allorquando il governo di Parma trattava l’appalto della Ferma eravi fra gli aspiranti la casa Necker di Trieste. Sanviti trattava l’affare in Milano e fra le condizioni segrete eravi pur quella dello sborso di 100 mila franchi per altro personaggio di Parma, al dire di Sanviti Werklein ne fu fatto consapevole da persona amica e l’affare poi non ebbe luogo per altre ragioni. La delibera dell’appalto delle strade postali nella persona di Testa per la quale si pagano franchi dal governo, fu maneggiato da Sanviti il quale anche in oggi si dice che percepisce lire otto mila annue e che altra somma annua venga per lo stesso titolo percepita da Giovanni Marianelli che era segretario di Werklein e che ora fu dimesso. Cognito per raggiri ed estorsioni fatte in tempo che copriva la carica di Intendente Generale del Tesoro e che godeva la confidenza del Sup. Gov. Fu perciò non solo dimesso dall’impiego ma privato ben anco dalla croce di Cav.re dell’Ordine costantiniano. Non emerge però avere demeritato in politica.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Provincie Parmensi 1937, 209; M.Mora, in Archivio Storico per le Provincie parmensi 8 1956, 123-128.

SAPORITI TERESA
Parma-post 1796
Cantante, nel 1791 fu al Teatro Zagnoni di Bologna nel dramma musicale La morte di Semiramide di Giovanni Battista Borghi, mentre nella stagione di Fiera del 1796 fu la primadonna al Teatro di Reggio Emilia nella vendetta di Nino di Alessio Prati.
FONTI E BIBL.: Fabbri e Verti; Librettistica bolognese; G.N.Vetro, dizionario, 1998.

SARACCHI SEVERINO
Bibbiano 1875-Parma 1963
Fin da ragazzo mostrò viva passione per i fiori. A diciotto anni lasciò Bibbiano per raggiungere Milano, ove trovò occupazione presso il più importante stabilimento di floricoltura: venne assegnato al reparto serre per la coltivazione delle orchidee e piante verdi tropicali. chiamato a Parma dal fratello per essere assunto dalla Banca Cattolica, rifiutò l’impiego e fondò invece la ditta di floricultura Saracchi e Pasini. Venne premiato all’esposizione per i festeggiamenti verdiani e ottenne la medaglia d’oro all’Esposizione internazionale di Torino, nel 50° anniversario della proclamazione del Regno d’Italia.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario dei Parmigiani, 1997, 282.

SARASI DONNINO
Borgo San Donnino 23 marzo 1705-Bahia 31 marzo 1758
Frate cappuccino, dal 1743 fu missionario nell’aldea di San Fidelis, sul Rio do Una. Compì a Guastalla la vestizione (4 ottobre 1732) e la professione di fede (4 ottobre 1733).
FONTI E BIBL.: Anal. O.F.M. Cap. 21 1905, 184; De Primerio, Capuchinhos em Terras de S. Cruz, 150, 317; Metodio, Storia Cappuccini nel Brasile, 145; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 211.

SARASINI IPPOLITO
Parma 1389/XV secolo
Famosus homo, fu richiesto il 22 giugno 1389 dal Comune di Lucca per insegnare tutte e tre le arti del trivio. Il 25 dello stesso mese accettò l’elezione, che era stata fatta con le seguenti vantaggiose condizioni: il Comune gli doveva dare, fino a tre anni, cento fiorini d’oro per ciascun anno, senza alcuna diminuzione di gabella, in rate mensili o trimestrali; ogni scolaro latinante doveva pagargli due fiorini l’anno in due rate e ogni non latinante un fiorino; i forestieri dovevano poter seguire in Lucca le sue lezioni, senza subire molestie di sorta; dal Comune gli doveva essere pagata per la durata di tre anni la pigione di una casa per la sua famiglia e per gli scolari; per lo stesso termine di tempo doveva essere esente da ogni onere reale e personale; doveva poter introdurre in Lucca la sua mobilia senza pagare gabelle; il suo salario doveva aver inizio dall’ottobre; gli doveva essere concesso lo jus summarium, che facilitava la riscossione del compenso dagli scolari insolventi. Il Sarasini non restò comunque a Lucca più di nove mesi.
FONTI E BIBL.: P. Barsanti, Il pubblico insegnamento in Lucca, Lucca, 1913, 114, 115, 119, 240; A. codignola, Pedagogisti, 1939, 381.

SARDELLI
Parma 1757/1759
Fu cantore alla Cattedrale di Parma dal 25 dicembre 1757 al 14 giugno 1759.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

SARDI AGOSTINO
Parma 1734/1767
Cartografo e geometra. Realizzò nel 1734 una planimetria della città di Parma.
FONTI E BIBL.: F. Miani Uluhogian, Le immagini di una città, 1983, 46.

SARDI GIAN PIETRO
ante 1765-Parma 16 settembre 1793
Figlio, molto probabilmente, di Agostino, che nel 1734 realizzò una planimetria della città di Parma. Assunto dalla Corte di Parma nel 1765 come delineatore a 300 lire mensili (archivio di stato di parma, Decreti Sovrani, 8 ottobre 1765), nel 1779 fu nominato ingegnere ordinario (archivio di stato di parma, Patenti, vol. 44, 16, del 25 febbraio 1778) e aggregato con il grado di Sottotenente nel corpo degli ingegneri (archivio di stato di parma, Rescritti Sovrani, 19 febbraio 1779). Fu quindi destinato a insegnare ai giovani ingegneri la pratica e il disegno (archivio di stato di parma, Rescritti Sovrani, 7 dicembre 1780). Nominato capitano ingegnere (archivio di stato di parma, Rescritti Sovrani, 2 maggio 1787), divenne ingegnere capo (archivio di stato di parma, Rescritti Sovrani, 7 luglio 1791). Nel 1782 venne acclamato Accademico d’Onore nell’accademia Parmense di Belle Arti. Fu il primo cartografo a redigere un vero e proprio catasto della città di Parma che contava allora 31921 abitanti.
FONTI E BIBL.: Parma economica 10 1968, 42; Palazzi e casate di Parma, 1971, 65; Arte a Parma, 1979, 279; F. Miani Uluhogian, Le immagini di una città, 1983, 46; Disegni della Biblioteca Palatina, 1991, 163.

SARDI PIETRO
Parma prima metà del XVII secolo
Ingegnere attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 79.

SARDI PIETRO, vedi anche SARDI GIAN PIETRO

SARDINELLI BALDASSARRE
Parma seconda metà del XV secolo
Ricamatore attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 324.

SARMIENTO MARGHERITA, vedi PINELLI MARGHERITA

SARONI GIOVANNI BATTISTA
Parma-post 1763
Nel Carnevale del 1752 cantò al Teatro di Vercelli nella Faccendiera, mentre nell’autunno si esibì in Il mondo alla moda al Teatro Ducale di Milano.Fu attivo a Bologna al Teatro Formagliari nel Carnevale del 1755 nella Finta sposa, al Marsigli Rossi in quello dell’anno successivo in Don Trastullo, La pupilla e La finta schiava e nel Teatro Pubblico della Sala nel Carnevale del 1760 in Le stravaganze del caso.Il Teatro di via del Cocomero di Firenze lo ospitò in La cascina nel Carnevale del 1763.
FONTI E BIBL.: Librettistica bolognese; Sartori; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SARTI CESARE
Traversetolo 1924-Traversetolo 12 febbraio 1983
Nacque da una famiglia aderente al partito popolare, di salde tradizioni antifasciste, una delle poche nella zona che non si piegò alla soverchie delle squadre nere. Col nome di battaglia di Gim, appena ventenne, fu tra i primi ad andare sui monti del Nevianese per organizzare la lotta partigiana. Nell’inverno tra il 1943 e il 1944 si unì alla 47a brigata Garibaldi che operava in questa zona e divenne comandante di un battaglione chiamato l’internazionale perché formato da uomini di diverse nazioni, tra cui Polacchi, Russi e Francesi. Si segnalò particolarmente in un’azione contro il presidio delle SS di Ciano d’Enza dimostrando coraggio e sprezzo del pericolo, tant’è che il suo valore gli fu riconosciuto con l’assegnazione di una medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Comandante di distaccamento partigiano, nel corso di un attacco ad un presidio nemico, pur rimasto isolato dalle altre formazioni, lanciava audacemente i suoi uomini contro una colonna avversaria distruggendo un autocarro carico di truppe. successivamente attaccato alle spalle, mentre teneva sotto controllo un ponte, riusciva con fredda decisione e grande perizia, a controllare l’avversario e a riunirsi al grosso della sua formazione unitamente alla quale incalzava il nemico in ritirata, distruggendo un altro autocarro. Terminata la guerra, rientrò a Traversetolo dove riprese, senza mai ostentare i meriti partigiani, la sua attività di meccanico. Militante nell’Azione cattolica fin dalla gioventù, molto amico del parroco don Varesi, partecipò sempre in modo attivo alla vita della parrocchia e fu fondatore della locale sezione della Democrazia cristiana, della quale fece parte fin dall’inizio del consiglio direttivo. Fu eletto nel 1972 consigliere comunale di Traversetolo e dal 1973 al 1978 ricoprì la carica di assessore per i rapporti con la popolazione e il decentramento. Fu rieletto nel 1978 e nel 1979. Rinunciò a qualsiasi incarico nella giunta di centro-sinistra insediatasi nel 1982. Fu anche tra i soci fondatori dell’Assistenza pubblica e per parecchi anni attivo milite.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 13 febbraio 1983, 14; Gazzetta di Parma 2 marzo 1993; gazzetta di Parma 28 aprile 1996, 26.

SARTORI ANTONIO
Roncadello di Casalmaggiore 6 luglio 1878 -Cheng-Chow 5 novembre 1924
Fece le prime classi ginnasiali nel Seminario della diocesi di Cremona, poi passò nel Seminario Maggiore di Parma. Nel 1899 entrò nell’Istituto delle Missioni Estere, ove fu consacrato sacerdote il 29 luglio 1901. Fu cappellano del Riformatorio Lambruschini della Certosa di Parma e prestò la sua assistenza all’Educandato del Buon Pastore. Partì per la Cina il 18 gennaio 1904. Fu destinato successivamente alle sedi di cristianità di Può-Ceng, Wu-yang, Lu-shan, Zuchow e Honanfu. rientrato in Patria nel 1911, fu eletto Direttore Spirituale dell’Istituto Missioni Estere di Parma. Scoppiata la prima guerra mondiale, fu nominato nel 1915 cappellano militare nell’ospedale da campo 0,36. Poi passò a Parma negli ospedali militari del Seminario, dei collegi Maria Luigia e San Benedetto e della scuola Felice Cavallotti. Nel corso del 1919 fece le pratiche per la fondazione di una Scuola apostolica Missionaria a Vienna, di cui fu il primo Rettore fino al principio del 1922, quando partì di nuovo per la Cina. Quivi fu nominato Pro Vicario Generale della Missione da monsignor Luigi Calza. Morì di polmonite. Il Sartori fu una delle figure più rappresentative della sua Congregazione.
FONTI E BIBL.: Vita Nuova 15 novembre 1924; I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 169-170.

SARTORI ENRICO
Parma 4 febbraio 1831-Parma 25 ottobre 1889
Già dal 1844 risulta iscritto alla scuola di paesaggio diretta da Giuseppe Boccaccio, scuola che frequentò fino al 1859 sotto la guida del nuovo direttore Luigi Marchesi, successore del Boccaccio dal 1852. Pur avendo seguito anche la scuola di disegno, alla quale fu iscritto dal 1850, preferì dedicarsi esclusivamente allo studio del paesaggio, dove riuscì a conseguire i risultati migliori, come testimoniano i giudizi meritevoli e i premi acquisiti. Nel 1857 ottenne una menzione onorevole tra i premiati della medaglia di prima classe nella scuola di paesaggio e l’anno successivo ricevette il primo premio, che gli consentì di frequentare il perfezionamento a Roma, per la stessa classe, con l’esecuzione del Pontaccio di Valera (Parma, Galleria Nazionale, inv. 593), dove dimostra una buona conoscenza della costruzione prospettica della veduta ripresa dal vero. Durante gli ultimi anni di frequenza della scuola mostrò un interesse sempre maggiore per lo studio dal vero. Piuttosto frequenti furono, infatti, le sue richieste di passare periodi fuori dalla scuola per recarsi in campagna dove potersi esercitare nell’esecuzione di vedute en plein air. Intrapresa la carriera professionale, si dedicò quasi esclusivamente alla realizzazione di soggetti agresti che trovano espressioni di più ampio respiro proprio nelle ambientazioni di scene paesistiche. Manifestò, inoltre, una particolare attenzione per la rappresentazione di soggetti militari, sicuramente maturata grazie alla sua diretta presenza sul campo di battaglia (partecipò alle guerre di Indipendenza) ma probabilmente favorita anche dal contatto, certamente non irrilevante, con le opere di Giovanni Fattori (La battaglia di San Martino ed Episodio della battaglia di Custoza), viste all’Esposizione Nazionale di Parma del 1870, alla quale lui stesso presenziò con ben nove opere. Partecipò con assiduità alle esposizioni parmensi, in particolare a quelle promosse dalla Società di Incoraggiamento, e alle mostre nazionali di Torino nel 1880 e nel 1884, di Milano nel 1881, nel 1883 e nel 1886 e di Firenze nel 1884. In particolare, nel 1854 presentò alcuni paesaggi, l’anno dopo, a Piacenza e poi a Parma, una Veduta della piazza della Ghiaia presa dalla Pilotta e una Veduta d’un lato del Duomo di Parma preso dall’angolo del Troilo S. Giovanni, che venne sorteggiata al duca Roberto di Borbone. Nel 1856 espose La peschiera del Giardino di Parma, Parma vista dalla Baganza e Parma vista dal baluardo di San Girolamo, mentre l’anno seguente si aggiudicò una medaglia di prima classe presso l’Accademia, esponendo a Piacenza e a Parma interno del già convento di S. Caterina in Parma, sorteggiato alla contessa Albertina sanvitale, Veduta esterna dell’Arcadia nel R. giardino di Parma, Veduta delle colline di collec-chio, estratto a Giulio Bernini, e Interno di una stalla in villa. Nel 1858 mostrò Veduta dei burroni di Majatico, Interno di un mulino sul fiume Po, Veduta del fiume Po, sorteggiata al comune di Castel San Giovanni, ottenendo pure una medaglia d’oro. Nel 1859 espose L’interno di un mulino sul Po e Veduta del Torrente Parma, nel 1860 Truppe francesi nel Giardino reale e nel 1861 Veduta campestre d’Autunno, che fu sorteggiata al Comune di Fiorenzuola. Nel 1863 partecipò alla mostra triennale dell’Accademia bolognese con una Veduta di Basilicanova, mentre a Parma presentò un Campo di frumento e all’Esposizione Industriale Provinciale Interno dello stallo della Fontana in Parma e Strada della naviglia nei contorni di Parma. Nel 1865 espose La raccolta del fieno e nel 1866 a Milano Lavori campestri d’Autunno. Nel 1867, tramite la Società d’incoraggiamento, vennero estratti al Comune di Parma Fiera di bovini e Fazione di Cavalleria e nel 1869 al comune di Varsi un Incendio e un Accampamento. Alla mostra nazionale parmense del 1870 partecipò con vari dipinti: Fiera di bestiame nel Campo di Marte in Parma, La raccolta del fieno, Veduta del Ceno presso Varsi, Manovra dei lancieri di Novara nella Piazza d’Armi di Parma, Strada maestra S. Michele in Parma nel carnevale del 1870, Ritirata di Russia nel 1812, Veduta del Torrente Parma, La raccolta del fieno, Mercato dei bozzoli nel cortile della Pilotta di Parma, Manovra dei lancieri Nizza nella Piazza d’Armi di Parma e Manovra di sciabola del reggimento lancieri Nizza nella piazza d’Armi di Parma. In quello stesso anno la Galleria Nazionale di Parma si aggiudicò, tramite la Società dell’Incoraggiamento, la Fiera bovina nel campo di Marte. Nel 1872 il Sartori presentò alla seconda Nazionale di Milano Il torrente Parma, che fu comperato dal marchese Guido della Rosa, mentre la Pinacoteca parmense vinse le Rovine di Casalmaggiore nel 1872 e la Piazza d’armi di Parma coi lancieri Nizza. Nel 1874 venne poi estratto al Comune di Roccabianca Una corvé di artiglieria e l’anno dopo il Sartori partecipò alla Società d’Incoraggiamento di Firenze con Manovra di sciabola del reggimento Lancieri Nizza. Nel 1876-1877 espose a Parma rispettivamente Una manovra di bersaglieri nei dintorni di Parma e Una campagna romana e nel 1879 Accampamento di cavalleria, sorteggiato ad Agostino Ferrarini, e Fazione di cavalleria, al Comune di Torrile. Alla quarta mostra Nazionale di Torino (1880) partecipò con Passeggiata di uno squadrone di cavalleria monferrato presso Parma e ancora alla nazionale milanese del 1881 con Manovra di cavalleria Lodi nella Piazza d’Armi di Torino e passeggiata del 7° Fanteria. L’anno dopo a Firenze espose Manovra di cavalleria monferrato e Istruzioni militari, mentre la Galleria nazionale di Parma vinse dall’incoraggiamento il Pontaccio di Valera. Nel 1883 espose, ancora a Milano, Amore nello studio e uno studio dal vero. Infine espose a Torino nel 1884 Manovre tattiche e Cavalleria Monferrato in piazza d’armi a Par-ma, mentre nel 1887 venne sorteggiata alla pinacoteca di Parma Manovra di cavalleria a Parma e nel 1888 figurò in mostra a Vienna un suo dipinto. In un primo tempo si dedicò quasi esclusivamente alla scena agreste, che sempre ambientò nel più ampio respiro del dipinto di paesaggio. Gli esiti sovente non superano l’onesto mestiere. È tuttavia singolare lo spirito semplice e spontaneo, sincero e incantato che il Sartori rivela nella contemplazione della poesia georgica, sin dalla robusta stesura di bozzetti come Mercato del bestiame (Parma, proprietà privata), preparatorio della più vasta tela Fiera bovina nel Campo di Marte a Parma, che denuncia simpatie pasiniane. Il modo di accostare la scena rurale o quella ai margini della città è cronistico, quasi sempre sorretto dall’immediatezza della pennellata che ha sapore di spontaneo impressionismo e dal gusto naïf del particolare, come in Villa tedeschi e Strada verso la Cittadella sotto la neve (1881, Parma, collezione privata). Il Sartori abbandona invece il minuto descrittivismo d’impressione di scene come Il mercato dei bozzoli nel Piazzale della Pilotta (Parma, pinacoteca Nazionale) e il più dettagliato maniscalcia (Parma, Cassa di Risparmio), quando risolve le proprie tele in termini di paesaggismo puro. Rilevante fu il contatto con le opere di Giovanni Fattori, che induce una suggestione non solo tematica (perché il Sartori aveva già fornito prove di buon pittore di bovini e di cavalli nelle sue scene rurali) ma anche stilistica, con la più accurata costruzione disegnativa delle figure a larghe campiture cromatiche, nella sua pittura. Ne sono documenti l’olio Fattoria maremmana (1873, Fontevivo, palazzo Comunale) e tutta la successiva produzione di quadri di genere militare, in cui più scoperto è il riferimento ai soggetti preferiti dall’artista livornese: Una corvé di artiglieria e Lancieri Aosta (Parma, Palazzo Comunale). Manovra di cavalleria Lodi nella Piazza d’Armi di Torino costituisce l’esempio forse più tipico del consolidarsi di una caratteristica espressine della maturità, bilanciata sulla lezione fattoriana ma non dimentica di un’ambientazione scenica pasiniana, atta a conferire respiro epico alla scena.
FONTI E BIBL.: Archivio dell’Accademia di Belle Arti di Parma, Ruolo, 1837-1856, 1856-1859, Archivio Scuole, busta 1824-1860, fascicolo Giudizi 1824-1850, busta 1839-1869, fascicolo Giudizi, Atti, vol. VII, 1857-1863; A. Pariset, Dizionario biografico, 1905, 101; A. De Gubernatis, 1906, 455; G.Copertini, in Aurea Parma 2 1936, 68; E. Bénézit, 1957, vol. VII, 529; A.Rondani, Scritti d’arte, 1874, 463-465; A. De Gubernatis, dizionario artisti italiani viventi, 1889; C. Ricci, La R. Galleria di Parma, 1896, 387, 388, 390; A.M.comanducci, dizionario dei pittori, 1974, 2937; Gazzetta di Parma 20 febbraio 1854, 165, 31 maggio, 21 e 27 luglio 1855, 493, 663 e 683, 18 luglio 1856, 649, 18 agosto e 30 settembre 1857, 737 e 881; G. Panini, 1857, 945; X., in L’Annotatore, 1857, 147; l’annotatore 11 settembre 1858, 140; Esposizione delle opere, 1858, 13; F.G., in Gazzetta di Parma 1858, 869; Gazzetta di Parma 18 settembre 1858, 842; P. martini, 1858, 25; G. Panini, 1858, 885; C.I., in L’Annotatore, 1859, 162; G. carmignani, 1861, 18; Atto verbale, 1863, 28; gazzetta di Parma 13 luglio 1863, 620; Esposizione industriale provinciale, 1864, 92; Gazzetta di Parma 15 settembre 1865, 83; catalogo Delle opere esposte, 1870, 30, 31, 39, 40, 50, 55, 56; Gazzetta di Parma 10 settembre 1872; B., in Gazzetta di Parma 20 gennaio 1875; Il Fanfulla 17 settembre 1875; Gazzetta di Parma 26 ottobre 1875; A.C., in gazzetta di Parma, 1876; P. Bettoli, foglio volante, 1877; P. Bettoli, 8 ottobre 1877; Il Presente 23 ottobre 1877; L. Pigorini, 25 novembre 1879; Catalogo ufficiale generale, 1880, 96; Gazzetta di Parma 27 aprile 1880; Il Presente 27 maggio 1880; Esposizione nazionale in Milano, 1881, 87; Z., in Gazzetta di Parma, 1881; Gazzetta di Parma 6 marzo 1888 e 26 ottobre 1888; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, v. X, 133; L. Càllari, 1909, 362; A. Corna, 1930, II ediz., vol. II, 818; Inventario ms. Istituto P. Toschi, v. II, nn. 6149 e 3267; I. Da Valera, 1931, 238-240; N. Pelicelli, in Thieme-Becker, 1935, v. XXIX, 477; G. Battelli, 1939, 151-153; A.M. Comanducci, 1945, v. II, 736; G. Copertini, 19 agosto 1959, 3; Gazzetta di Parma 8 maggio 1960; G. Copertini, 10 novembre 1962, 3; R. Allegri, 1963, 49; G. Copertini, 1964, 58-61; G. Copertini, 7 dicembre 1967, 6; Mostra del paesaggio parmense dell’800, catalogo, Parma, 1936, 16, 39, 40, 41, 42, 43; G. Allegri Tassoni, mostra dell’Accademia parmense, catalogo, Parma, 1952, 56, 58, 62; G. Copertini, Il pittore Enrico sartori, in Parma per l’Arte, 1960, 118-125; G. copertini, La pittura parmense dell’800, Milano, 1971, 80-85; Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’800, catalogo della mostra, Parma, 1974, 80-81; G.L. Marini, in Dizionario bolaffi pittori, X, 1975, 169-170; Città latente, 1995, 91; M.Tanara Sacchelli, in Gazzetta di parma 22 novembre 1999, 27.

SARTORI GIUSEPPE
Parma 1836/1849
Nel 1849 fece parte della Commissione di Sanità e Soccorso di Solignano. Nello stesso anno diede le dimissioni da tale incarico. Nel 1836 fu decorato di medaglia d’argento per i Benemeriti della Sanità Pubblica, per l’opera prestata in occasione di un’epidemia di colera.
FONTI E BIBL.: U.A.Pini, Vecchi medici, 1960, 32.

SARTORI PIETRO
Fontanellato 1 agosto 1864-Ginevra aprile 1940
Nel 1882, nel Conservatorio di Parma, fu approvato con lode in violoncello e composizione. Percorse come professore di violoncello una splendida carriera, dedicandosi anche alla direzione d’orchestra.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 179.

SARTORI STANISLAO
Parma 1831
Impiegato di Finanza. Venne indicato dalla Direzione Generale di Polizia come cooperatore alla scoppio e propagazione della rivolta del 1831 a Parma. Figurò nell’elenco degli inquisiti di Stato con requisitoria.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 207.

SASSATELLI CARISSIMI GELTRUDE SAVERIA
Imola 3 settembre 1778-Parma 9 febbraio 1846
Nacque, primogenita, da Alessandro Sassatelli e da Teresa Manciforte di Ancona, famiglie di antica nobiltà entrambe. Il conte Alessandro, per testamento di una Carissimi Pallavicino di Parma, unì al cognome del suo casato quello dei Carissimi, trasmissibile al suo primo nato, maschio o femmina che fosse. Nel 1790, quando la Sassatelli Carissimi aveva già dodici anni, fu mandata, assieme alle sorelle minori Marianna e Giulia, a Parma nel Collegio delle Orsoline a compiervi la sua educazione.Dopo un ipotizzato breve ritorno in famiglia alla fine degli studi, ritornò in collegio per non più uscirne. La Sassatelli Carissimi conobbe bene la letteratura italiana, la storia, la geografia e la storia naturale, cui dedicò anche negli ultimi anni di vita molte ore di studio e di meditazione. Conobbe bene la lingua inglese, al punto da considerare la lettura dell’Observer, al quale era abbonata, il miglior diletto dei giorni di vacanza, ed ebbe anche facilità per il francese, tanto che spesso nelle sue lettere chiede il permesso di adoperare la lingua qui fait aller ma plume plus vite et couramment. Conobbe la musica e suonò il piano, per cui, rispetto all’educandato, ebbe la mansione di sorvegliare le puttine quando erano a lezione di musica col maestro Alinovi o col suo sostituto, il Savi, e finalmente tentò anche qualche poesia, fedele ai facili metri dei settenari e quinari rimati, ma anche componendo qualche saffica, allora di moda. Della sua passione per la lettura è testimonianza buona parte dei libri della biblioteca del convento, che furono suo acquisto e portano il suo nome. Esiste in quell’archivio il documento con cui papa Pio VII il 5 agosto 1805, probabilmente in una sua visita a Parma, le concesse la licenza per i libri proibiti. La Sassatelli Carissimi nel 1796 cominciò il suo noviziato e nel maggio del 1798 fu suora. La sua decisione trovò validi alleati nella consuetudine di molte famiglie aristocratiche di collocare le figlie nei monasteri, nella sua passione per gli studi (che, nella quiete propizia del collegio, le avevano già dato tante soddisfazioni) e finalmente nel timore di essere sposata non per amore ma per i miei soldicciuoli: le richieste che della sua mano furono fatte a suo padre, mentre ella era ancora in educazione, il padre gliele trasmise, avendone sempre un rifiuto. La Sassatelli Carissimi, donna vivace di temperamento, avida di sapere, esuberante e candida, rimase chiusa nel convento di Parma per quarantotto anni. Rimangono diverse sue lettere dal gennaio 1833 al gennaio 1846. Dei primi anni non vi è che il riflesso nelle sue lettere posteriori. Vi si indovinano la giovinezza piena di movimento, gli studi, le compagne cercate per quanto lo permetteva la regola, un’amicizia, soprattutto, per una giovane di Imola come lei, vivace, intelligente e imparentata con la sua famiglia: Geltrude Silvestri. La morte presto le tolse l’amica e poi la sorella Maddalena, anch’essa suora nello stesso convento. Morì all’età di 67 anni, dopo un lungo periodo di malattia.
FONTI E BIBL.: B.Camis, in Aurea Parma 4 1926, 191-194.

SASSETTI FRANCESCO
Parma 1706
Pittore attivo nella seconda metà del XVII secolo e ancora nel 1706. Viene citato nel passeggiere Disingannato (p. 39).
FONTI E BIBL.: P.Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVII, 1823, 69.

SASSI AUGUSTO
-Milano 5 marzo 1899
Prese parte ai moti insurrezionali del 20 marzo 1848. Nell’aprile successivo partì colla prima colonna dei volontari parmensi che, al comando del patriota Giuseppe Gallenga, diede prova di coraggio e di valore sui campi di battaglia.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 8 marzo 1899, n. 66; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 420.

SASSI GIUSEPPE
Parma XVIII/XIX secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XVIII secolo e ancora nei primi anni dell’Ottocento.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVII, 1823, 70.

SASSI LUIGI
Parma 1900 c.-post 1936
Figlio di Silvio. Conduttore di laboratorio fotografico, iniziò ufficialmente l’attività (matricola della Camera di Commercio di Parma) in borgo Roma 7 nel 1920, per poi trasferirsi due anni dopo in via Cavour 25. Nel 1926 il Sassi ebbe la licenza per vendita di apparecchi fotografici, ottica, fotografia e geodesia integrando così l’attività del laboratorio. Nel 1932 si spostò al n. 93 di via Cavour dove, dopo sedici anni, cessò per fallimento, il 29 settembre 1936. Il Sassi rappresenta il primo esempio di attività professionale limitata allo sviluppo e alla stampa, al servizio dei fotografi e dei dilettanti di fotografia. Gli studi fotografici parmigiani nel periodo in cui operò il Sassi erano quelli di Grolli, Lottici, Pesci, Pisseri, Vaghi, Zambini e Montacchini, ma era diffusa anche la pratica degli ambulanti, che si servivano in gran parte proprio dal Sassi: Ezio Mazza, valentino Stefanini & Carlo Neuhauser, giuseppe Saraceno, Giambattista Morini, Carlo Alfredo Bianchi, Ettore Ruozi, Dante De Pietri, Italo Cepollaro, Celeste Penuzzi ed Enrico Pozzi.
FONTI E BIBL.: R.Rosati, Fotografi, 1990, 296.

SASSI LUIGI
Firenze 1912-Parma 1987
Laureato alla facoltà di Architettura di Firenze nel 1937, entrò nel 1945 nel collegio dei docenti dell’Istituto d’Arte P. Toschi di Parma, che poi diresse in veste di preside dal 1974 al 1983. L’impegno didattico non lo distolse dalla professione, ciò che gli permise di costruire numerosi edifici a Parma e provincia, soprattutto nel campo dell’edilizia popolare (Ina-Casa). Portò a compimento numerosi restauri, iniziando dal riassetto di una torre nella chiesa della Steccata, sinistrata dai bombardamenti aerei del 1944. La costruzione di Santa Maria del Rosario (1960-1962) in via Isola a Parma, affiancata dal campanile, manca del proposto apparato decorativo a mosaico in facciata. Tra i progetti realizzati sono da ricordare le ville Del Bono, Salvi, Villicich, Bocchi e Sassi.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 613-614.

SASSI PIETRO
Parma 1514
Fu boccalaro e pittore, discepolo di Pier Ilario e Michele Mazzola nel 1514.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, vol. III, c. 364; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 364.

SASSOLI ADA, vedi RUATA ADA

SASSONI ANTONIO
Parma 1591/1598
Sacerdote. Fu cantore nella chiesa della steccata di Parma dal 1° gennaio 1591 al 10 aprile 1598. Il 4 luglio 1598 ottenne un beneficio nella Cattedrale di Parma e lasciò quindi la Steccata.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata, 36; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 80.

SASSONI LORENZO
Parma 1565/1598
Sacerdote. Fu cantore nella chiesa della Steccata di Parma dal 31 gennaio 1565 al 24 luglio 1598.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel sec. XVI, 25; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 21.

SASSONIA CAROLINA MARIA TERESA, vedi BORBONE PARMA CAROLINA MARIA TERESA

SATRIA
Parma II/I secolo a.C.
Figlia di Caius. Libera, uxor di T. Spedius Vibi f., compare in epigrafe (perduta) documentata dalla tradizione manoscritta come trovata fuori porta Santa Croce, a occidente della città di Parma. Nella riproduzione del ferrarini Satria è rappresentata di età di gran lunga inferiore a quella del marito. Satrius è nomen diffuso in Italia e in Occidente. Presente in tutta la Cisalpina, in particolare in Cispadana, è documentato nella Tabula Veleiate, dove quattro sono i fundi Satriani, tre in territorio Veleiate e uno in territorio piacentino.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 160.

SATRIUS CAIUS
Parma II/I secolo a.C.
Fu probabilmente libero. Padre di Satria, il cui nome compare in epigrafe, perduta ma nota nella tradizione manoscritta, che la dice trovata fuori da porta Santa Croce, a occidente della città di Parma.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 160.

SATURNINO GIAMPEPE, vedi MONTANARI GIUSEPPE

SATURNINUS
Parma II secolo a.C./V secolo d.C.
Fu probabilmente uno schiavo, dedicante documentato in una brevissima iscrizione ritrovata, secondo la tradizione manoscritta, nel centro cittadino di Parma (perduta). Saturninus è cognomen molto diffuso soprattutto in Africa e nelle province celtiche. Molto documentato in tutta la Cisalpina, è presente anche nella Tabula Veleiate e in questo solo caso a Parma. Data la brevità dell’iscrizione, non è possibile formulare, se non in modo approssimativo, una ipotesi di datazione.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 161.

SAUSSAT CARLO
Colorno-12 giugno 1796
Scolaro nell’Accademia di Parma di Benigno Bossi, si perfezionò poi a Parigi. Incise Il ripudio di Agar (1776), Madonna col bambino, dal Sassoferrato (1781) e S. domenico, dal Bossi.FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 1751-1800, 259; U. Thieme-F. Becher, XXIX, 495; A. Pelliccioni, Incisori, 1949, 161; P. Martini-G. capacchi, Incisione a Parma, 1969.

SAUSSATL CLAUDIO, vedi SAUSSAT CARLO

SAVANI PIETRO
Tornolo 16 novembre 1884-Aibonito 25 maggio 1964
Entrò come Figlio di Maria nel collegio San Benedetto di Parma su sollecitazione di don Baratta. Fu professore a Lombriasco dal 29 settembre 1905. Dopo i voti fu inviato in Argentina, a Viedma. Il 1 maggio 1914 fu consacrato sacerdote a La Plata. Lavorò molti anni come missionario nella Patagonia. Fu direttore a Bahìa Blanca (1921-1923), a Viedma (1923-1934) e poi parroco e vicario foraneo a Neuquén (1934-1937). Fu solerte compagno di viaggio e guida a don Pietro Berruti, che fece la visita straordinaria nella Patagonia. Poi fu nominato ispettore delle Antille-Messico (1937-1946). Ristabilì il noviziato, organizzò l’insegnamento del catechismo con gare annuali e fondò nuove case, a Matanzas, a Camaguey e a Moca. Diede fondamento all’opera salesiana anche a Porto Rico. Dedicò gli ultimi anni della vita alla casa di formazione di Arroyo Naranjo (Cuba) e poi di Aibonito (Porto Rico).
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico Salesiani, 1969, 254.

SAVANI PRIMO
Berceto 12 marzo 1897-Parma 15 gennaio 1977
Nato da famiglia di modeste condizioni, primo di sette fratelli, a soli 17 anni ottenne l’abilitazione magistrale con il concorso di premi e di borse di studio che seppe meritare grazie al naturale ingegno e alla ferma volontà. Dedicatosi all’insegnamento, affrontò contemporaneamente gli studi di giurisprudenza, anche per poter meglio contribuire all’azione politica socialista, da lui intrapresa nella prima giovinezza e che lo portò ad assumere la responsabilità di segretario della sezione di Parma. Tenace oppositore della nascente dittatura fascista, fu tra i fondatori del Circolo universitario antifascista (1924). Ne divenne segretario impegnandosi fin da allora a sostegno di una visione unitaria dell’iniziativa democratica. Fu tra i promotori, nel 1940, di un Comitato d’azione antifascista nel quale rappresentò il Partito Comunista, cui nel frattempo aveva aderito. Dopo l’8 settembre 1943 il Savani salì ai monti come partigiano, con il nome di battaglia Mauri. Ebbe i genitori arrestati. La moglie e le due figlie, per sfuggire alle persecuzioni, condivisero la sua vita di partigiano. Quando nel 1944 le formazioni parmensi decisero di costituire un comando unificato, sotto la denominazione di Comando Unico Operativo per la provincia di Parma, il Savani acquisì il grado di Commissario politico a fianco di Giacomo di Crollalanza, il leggendario comandante Pablo. Nel nuovo e delicato incarico si espressero tutte le doti di equilibrio e la chiara visione politica del Savani: gli è riconosciuto il merito di essere stato tra gli artefici della raggiunta unità delle forze partigiane. Il primo atto del Comando Unico operativo sull’organizzazione delle formazioni, sui loro rapporti e sul comportamento dei partigiani anticipa al riguardo le norme emanate nel marzo 1945 dal Comitato di Liberazione Nazionale-Alta Italia. Particolare cura fu prestata dal Savani anche all’amministrazione delle giustizia, a cui venne preposto l’avvocato Druso Parisi. Alla fine del conflitto il Savani rivestì per un biennio le funzioni di pubblico ministero presso la Corte d’assise straordinaria. Eletto nel 1946 sindaco di Parma, seppe essere un amministratore capace e scrupoloso, pur in un’epoca particolarmente difficile. Presidente della Provincia nel 1950, mantenne tale incarico per dieci anni. Sotto la sua guida furono intraprese diverse opere pubbliche: il ponte sul Po a Casalmaggiore e il progetto sull’autocamionale della Cisa, il piano di trasformazione della T.E.P. Inoltre furono attuate iniziative culturali ispirate alla lotta di liberazione e che suscitarono vasta eco in campo nazionale, come il premio Città di Parma per un’opera sulla Resistenza, vinto da Ubaldo Bertoli con La Quarantasettesima, il monumento al partigiano, progetto di alto livello artistico, vincitore alla Biennale di Venezia, realizzato da Marino Mazzacurati con la collaborazione dell’architetto Lusignoli. Di pari importanza artistica è l’affresco della sala del Consiglio provinciale, eseguito da Armando Pizzinato, che illustra i momenti salienti delle lotte per il riscatto sociale e per la conquista della libertà nel Parmense. Del Savani vanno ricordate la passione regionalistica e la cultura giuridica. Alcuni suoi scritti precorrono l’Ente regione e furono apprezzati per la visione differenziata degli aspetti delle autonomie. Presidente dell’associazione Nazionale partigiani Italiani provinciale fin dal suo sorgere, il Savani si prodigò con passione alla vita del sodalizio. testimonianza del suo legame ininterrotto con gli uomini e le idee della resistenza rimane il suo volume Antifascismo e guerra di liberazione a Parma, edito da guanda.
FONTI E BIBL.: P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 15 gennaio 1978, 8; T. Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 70-71.

SAVANI UBALDO
Berceto 6 marzo 1862-Sala Baganza 16 ottobre 1921
Figlio di Pietro Antonio e di Maddalena Foussereau, entrò nel Seminario di Berceto. A Parma il Savani compì gli studi teologici durante il rettorato del canonico Andrea Ferrari, che gli fu professore di teologia morale e pro-vicario generale dopo la consacrazione presbiterale avvenuta il 20 settembre 1884, per ministero del vescovo Giovanni Miotti. Il Savani, novello sacerdote, fu nominato coadiutore a Langhirano per pochi mesi, indi fino all’ottobre 1887 a Tizzano, dove, per circostanze speciali, si richiedeva l’opera di un sacerdote pio e di non comune prudenza (Fornari). Dopo essere stato arciprete a Mulazzano, fu designato a succedere a Pietro Ghironi, arciprete di Sala baganza, morto l’8 dicembre 1893. Fu lo stesso vicario capitolare della diocesi, Pietro Tonarelli, a immetterlo nel reale possesso della parrocchia, domenica 14 ottobre 1894. La comunità parrocchiale di Sala Baganza contava 2200 abitanti, distribuiti in 400 famiglie. Il capitale era in mano a pochi e la maggior parte dei capifamiglia era costituita da piccoli artigiani e operai giornalieri. Così il Savani descrive la parrocchia al vescovo: La parrocchia di Sala lascia a desiderare non poco sotto il lato morale e religioso. Sia la chiesa che i Sacramenti sono frequentati dalle donne nella grande maggioranza, ma non così dagli uomini, dei quali pochissimi sono i praticanti. Vi hanno società antireligiose: circolo anarchico, circolo socialista sindacalista. Tengonsi con una certa frequenza adunanze e si cerca di allontanare dal prete specialmente la gioventù. Alcune conferenze, tenute nel locale delle leghe, furono contro la Religione, il Clero, l’Autorità civile e religiosa. La stampa cattiva è purtroppo diffusa. Le copie dell’internazionale si vendono a centinaia ai sindacalisti del paese; pure le copie dell’Idea sono presenti assieme a quelle dell’Asino. È diffuso anche il Corriere della Sera (30 copie circa al giorno), alcune copie del Secolo e altri periodici anarchici di Milano, Spezia, Ancona. In parrocchia si leggono 10 copie dell’Avvenire, n. 15 copie della giovane Montagna, alcune copie del Giornale del Popolo, l’Unione di Milano, la Civiltà cattolica. Vi ha l’oratorio festivo per la Gioventù femminile presso le revv. Suore Figlie della Croce, presenti in questa parrocchia fin dal 1856. In apposito locale, separati dalle bambine, vi convengono anche i maschi, sotto la guida del Cappellano. Vi hanno alcuni matrimoni prettamente civili. Nelle scuole pubbliche non s’insegna il catechismo e ciò dietro proibizione dell’amministrazione comunale. Le Suore, però, che sono pure maestre comunali, continuano ad insegnare il catechismo, come per il passato. Il corpo degli insegnanti comunali, però, tutte maestre e un maestro, è buono. Nelle scuole non si fa proselitismo antireligioso, né in esse vengono distribuiti libri contrari alla fede e al buon costume. Pochissimi di Sala emigrano, giacché hanno qui mezzi di guadagno. Solo dopo lo sciopero del 1908 alcuni braccianti, specialmente muratori, andarono in Svizzera. Il giorno festivo è profanato, specialmente nei mesi estivi. La condotta dei notabili, in generale, è abbastanza buona. I dipendenti, facendo parte nella grande maggioranza del partito socialista sindacalista, sono irrequieti e non vogliono sapere di obbedienza. I disordini principali sono costituiti dai matrimoni civili e dai funerali civili, fatti però da povera gente allevata in famiglie senza fede. Nei primi mesi del suo servizio pastorale istituì la Pia Unione delle Madri Cristiane, che vide un numero elevatissimo di iscritte. Raggruppò la gioventù femminile nell’associazione delle Figlie di Maria. Fondò per i giovani il Circolo Giovanile Cattolico. Per opera del Savani, nel 1902 fu istituita la Cassa Rurale e come conseguenza immediata nel settembre 1903 fu costituita l’Unione Agricola tra Piccoli proprietari, della quale il Savani fu animatore a vantaggio della categoria interessata. Morì a 59 anni, consunto da cirrosi.
FONTI E BIBL.: G. Pelizzari, in Per la Val Baganza 2 1978, 60-62.

SAVAZZINI AMALIA
Parma-post 1793
Nel 1793 cantò in un’opera del giovane Paër (I pretendenti burlati) nel teatrino di medesano.
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario., 1998.

SAVAZZINI ANTONIO
Parma 14 luglio 1766-Parma 3 giugno 1822
Scolaro di Pietro Ferrari, ricevette nel 1785 un premio per il pastello Edipo e la Sfinge. Dal 27 aprile 1816 divenne professore di disegno all’accademia di Parma, dove operò anche come restauratore. Di lui rimane un Ritratto di Maria Luigia nella sala delle lauree dell’università di Parma e una Sacra Famiglia, già nella chiesa di Santa Maria delle Grazie nella medesima città, poi trasferita nella Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: Archivio Accademia di Belle Arti, Atti, vol. I, 1770-1793; E. Scarabelli Zunti, documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, vol. VIII (1751-1800); U.Thieme-F. Becker, vol. XXIX, 1935; G. Copertini, Pittori dell’Ottocento, in archivio Storico per le Province Parmensi 1954, 150; dizionario Bolaffi pittori, X, 1975, 179-180; Arte a Parma, 1979, 198.

SAVAZZINI CAROLINA
Parma 17 gennaio 1828-Parma 2 aprile 1843
Figlia di Ferdinando, fu una precoce pianista e a tredici anni iniziò lo studio dell’arpa.Dette numerosi concerti: a otto anni fu al Teatro di Cremona (13 giugno 1837) e al Teatro ducale di Parma (2 e 14 ottobre), presente anche la duchessa Maria Luigia d’Austria. L’anno dopo dette accademie in diverse città della Lombardia (tra cui il 12 dicembre al Teatro Re di Milano).Fu ancora al Teatro Ducale di Parma: nell’intermezzo di uno spettacolo di prosa (23 febbraio 1839), nel ridotto in un concerto dell’Accademia filarmonica Ducale, nel quale si esibì a quattro mani con il fratello Federico (10 giugno 1842), e in un’accademia a suo beneficio, nella quale cantò anche il baritono Cosselli (1° marzo 1843).Morì un mese dopo questo concerto.
FONTI E BIBL.: Necrologio, in Gazzetta di Parma 5 aprile 1843; Stocchi.

SAVAZZINI ETTORE
Castell’Arquato 15 ottobre 1859-Parma 22 marzo 1944
Ancora fanciullo, seguì la sua famiglia a Soragna, dove il padre Federico fu chiamato a dirigere una scuola di musica e il concerto bandistico del luogo. Il Savazzini frequentò le scuole elementari a Soragna e compì gli studi ginnasiali presso il sacerdote Vincenzo toscani. Entrato nel Seminario di Parma nel 1876, percorse con lode le classi liceali e i corsi teologici, essendo rettore dell’Istituto il canonico Andrea Ferrari. Mentre il Savazzini era decano della disciplina, ebbe nella sua camerata Guido Maria Conforti, alunno delle scuole ginnasiali. Ancora studente di teologia, il Savazzini fu scelto dal vescovo Villa perché coadiuvasse il cancelliere della Curia nel disbrigo delle pratiche d’ufficio. Fu ordinato sacerdote il 4 marzo 1882 da monsignor Domenico Villa, che lo volle suo Segretario dal 1883 al 1886. Monsignor Miotti lo confermò nell’importante e delicato ufficio, nominandolo anche cappellano della Chiesa di Santa Lucia in Parma. Portato per natura al raccoglimento, allo studio e alla pietà, il Savazzini si portò poi nel Collegio dei Padri Gesuiti di Porto Re, presso Fiume. Richiamato in Diocesi dal Miotti, fu nominato Prevosto dell’importante Collegiata di Santa Margherita di Colorno (1886-1902). Essendo fornito di una solida cultura e di eccellenti doti oratorie, fu invitato molto spesso per predicazioni, specialmente nei grandi centri rivieraschi del Po. Durante il suo ministero a Colorno, fu nominato da monsignor Francesco Magani professore nel Seminario Maggiore di Parma. Inoltre il Savazzini istituì nella sua canonica un corso di lezioni elementari e ginnasiali. Il 18 dicembre 1901 monsignor Magani nominò il Savazzini parroco della chiesa del Santo sepolcro di Parma, dove rimase quarantadue anni e dove fondò il Circolo San Raffaele. Il Magani lo nominò nel 1902 Canonico onorario della Basilica Cattedrale di Parma. Fu professore nel Seminario di Parma di Sacra Scrittura, teologia fondamentale, Pastorale, Eloquenza e di Arte Sacra. Il Conforti lo nominò Rettore del Seminario Maggiore per gli anni 1919-1920. Dal 1927 al 1932 ricoprì la carica di Direttore Spirituale del Seminario. Insignito dell’onorificenza di Prelato Domestico di Sua Santità in occasione delle sue nozze d’oro sacerdotali (1932) e di Cavaliere Ufficiale del Santo sepolcro, fu nominato da monsignor Colli vicario vescovile per le religiose. Fu inoltre socio della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi. Morì a 84 anni di età, dopo avere servito ben cinque vescovi e avere ricevuto da essi sempre grande stima e fiducia.
FONTI E BIBL.: I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 182-184; R. Lecchini, Suor Maria Eletta, 1984, 8; Il seminario di Parma, 1986, 100.

SAVAZZINI FEDERICO
Parma 3 giugno 1830-Parma 9 febbraio 1913
Venne iniziato alla musica dal padre Ferdinando. Come alunno esterno presso il Regio conservatorio di Parma, riuscì egregio professore di tromba. Fu carissimo al Silva, che spesso sostituì al Teatro Ducale e nelle esecuzioni di messe e sacre funzioni. In composizione ebbe maestro il padre, che gli insegnò pure l’organo. Dal 1858 al 1876 fu organista, direttore della banda della guardia nazionale e docente alla scuola di musica di Castell’Arquato.verdiano appassionato, da Castell’Arquato si recava nelle feste solenni alle Roncole per suonarvi l’organo.Dal 1864 fu anche direttore della società filarmonica di soragna e dal 1876 all’aprile 1893 organista della parrocchia. Scrisse molte marce e ballabili, assai piacevoli, pur essendo contenuti in forma classica. Compose una Messa, vari inni sacri e una sinfonia, Adele, da lui dedicata al re Vittorio Emanuele II di Savoja, dal quale ebbe un rescritto sovrano di lode e di ringraziamento. La sinfonia fu anche eseguita dalla banda del 2° Reggimento Granatieri nella piazza garibaldi di Parma. Per molti anni (dal 1891 al 1913) il Savazzini tenne il posto di organista della Cattedrale di Parma, avendo sostituito il vecchio titolare Savi.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 179; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 138-139; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SAVAZZINI FERDINANDO
Parma 8 febbraio 1803-Parma 31 dicembre 1861
Nato da Carlo e Luigia Pescatori. Fece gli studi a Parma. Poi, come maestro e organista, si portò a Monticelli d’Ongina (1835), a Busseto (1855), a Borgo Taro (1831) e a Fiorenzuola d’Arda (1845). Di là fu richiamato a Parma (1858), come maestro al Collegio dei nobili, da Maria Luigia d’Austria. Tenne questo incarico fino alla morte. Fu valente organista e perciò fu invitato a suonare nelle feste più solenni e con orchestre celebrate alla chiesa della Steccata e in Cattedrale, tra l’altro in occasione dell’ingresso di monsignor Loschi, eletto vescovo di Parma (12 maggio 1831). nell’estate del 1830 e dal 15 luglio al 17 agosto 1831 fu maestro dei cori al Teatro ducale di Parma. Scrisse per il Teatro il ballo giocoso Il medico avaro, rappresentato il 20 febbraio 1840. Alcune sue composizioni furono date alle stampe, tra le quali una fantasia a grande orchestra composta per la celebre ballerina Fanny Cerreto, eseguita al Regio Teatro di Parma il 26 e il 30 gennaio 1844. Si ricorda ancora un suo Tantum Ergo per baritono di grande effetto, più volte eseguito in cattedrale, e una Messa da Requiem con orchestra, che fu eseguita alle sue esequie nella chiesa di San sepolcro. Negli ultimi anni di vita attese a comporre l’opera il Podestà, rimasta incompiuta.
FONTI E BIBL.: Archivio della Fabbriceria della cattedrale di Parma, Mandati 1831; P. Bettoli, I nostri fasti musicali, Parma, 1875, 148; P.E. Ferrari, Gli Spettacoli, Parma, 1884, 130 e 135; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 271.

SAVAZZINI GIOVANNI
Parma 1883-Parma 21 giugno 1948
Competente e appassionato dell’agricoltura e dei suoi problemi, fu per vari anni capo dell’ispettorato agrario della provincia di Parma. Continuò assai degnamente l’opera del grande pioniere e maestro Antonio Bizzozero. Scrisse di agricoltura su vari giornali con la competenza che gli derivava dalla vasta pratica della materia.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 139.

SAVI ALFONSO
Parma 29 dicembre 1773-Parma 8 maggio 1847
Compì studi letterari e filosofici all’Università di Parma e fu quindi allievo di violoncello e contrappunto di Gaspare Ghiretti. Fece parte dell’orchestra del Teatro Ducale di Parma e fu attivo come compositore. Il 1° luglio 1795 (era violoncellista già da otto anni) fu nominato violoncellista soprannumerario della Reale Orchestra, alternando l’attività strumentale con la composizione (Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri, 1802-1806, B. 6).Il 31 ottobre 1816 gli fu concesso di rivestire l’uniforme decretata da S.M. per i professori in proprietà della Reale Orchestra.Vice direttore della musica vocale della risorta Accademia Filarmonica di Parma, fino al 1831 suonò nelle cappelle della Steccata e della Cattedrale.Tra il 1826 e il 1829 fu insegnante di violoncello e di contrappunto al Collegio Lalatta e, con il decreto istitutivo del Collegio Maria Luigia (10 dicembre 1831), fu nominato docente dello strumento. Apprezzato anche come maestro di canto, poté vantare diversi buoni allievi. Nel 1832 concorse per il posto di insegnante della scuola di canto istituita nell’Ospizio delle Mendicanti, ma gli venne preferito Antonio De Cesari. Per la morte di Pietro Rachelle, dal Carnevale del 1837 prese nell’orchestra il posto di violoncello al cembalo, posto che un anno dopo lasciò a Carlo Curti. Il Savi compose le seguenti opere teatrali: La tazza incantata (Parma, 1811), La trombetta ossia I due mariti gelosi (A. Sarti; Parma, 1812), Luigia e Leandro o L’amante prigioniero (L. Romanelli; Parma, 1814); e l’astuzia di un amante, balletto (Parma, 1825). Inoltre scrisse messe, salmi, vespri (da segnalare la messa e il vespro a grande orchestra eseguiti in occasione dei funerali della duchessa Maria Amalia, 1802) e altra musica sacra, sinfonie (tra cui, Sinfonia Pastorale, 1822), quartetti, terzetti e duetti per archi e fiati.
FONTI E BIBL.: C. Gallico, Le capitali della musica, Parma, 1985, 133; Dizionario Musicisti UTET, 1988, VI, 593; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SAVI DEMETRIO
Parma 23 ottobre 1814-
Figlio di Alfonso, studiò violoncello con il padre, per dedicarsi poi al contrabbasso, con il quale suonò come aggiunto della Ducale Orchestra di Parma. Nel 1838 fu primo contrabbasso per i balli nella stagione di carnevale del Teatro Comunale di Reggio Emilia.trasferitosi a Piacenza, fu primo contrabbasso del Teatro Comunitativo e, in occasione del riordino del Teatro e della scuola di musica degli anni 1839-1843, per concorso venne nominato contrabbasso al cembalo e docente della scuola.Il 19 dicembre 1839 prestò giuramento per essere annoverato tra i dipendenti in organico del Comune.
FONTI E BIBL.: Censi, 20; Fabbri e Verti; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SAVI GIOVANNI
Vigatto 1899/1917
Figlio di Carlo. Soldato del 16° Battaglione d’assalto, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Porta feriti, dava costante prova di sprezzo del pericolo, preoccupato soltanto di portare in salvo i nostri caduti, colpito egli stesso al viso da una scheggia di granata nemica, rimaneva al proprio posto, continuando l’opera pietosa (Gallio, 10 novembre 1917).
FONTI E BIBL.: A. Coruzzi, Caduti di Vigatto, 1924, 54.

SAVI GIUSEPPE
ante 1826-Parma agosto 1860
Fu organista nella Cattedrale di Parma fino dal 1 febbraio 1826 in sostituzione del Giavarini. Il Savi fu anche organaro: pulì e accordò l’organo della Cattedrale nella primavera del 1828. Per molti anni esercitò la sua professione in Cattedrale: solo il 23 novembre 1858 venne eletto organista Giuseppe Frattini, come suo sostituto (ed effettivo alla sua morte).
FONTI E BIBL.: Archivio della Fabbriceria della Cattedrale di Parma, Mandati dal 1826 al 1860; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 249.

SAVI LUIGI
Parma 15 aprile 1803-Firenze 3 gennaio 1842
Nacque da Alfonso. Compì in Parma gli studi, ed ebbe a maestro il padre, violoncellista e compositore di musica sacra. Dal Carnevale del 1823 (dove nel programma della stagione di Fiera è indicato del Duca di Parma) fu primo violoncello al cembalo al Teatro di Reggio Emilia, tenendo l’incarico fino al 1830, anche quando, nel Carnevale del 1825, utilizzando il libretto già usato dal padre nel 1814, presentò al Teatro di Reggio Emilia Luigia e Leandro ossia L’amante prigioniero. Debuttò al nuovo teatro Ducale di Parma con una cantata, Il tempio della clemenza (parole di Marc’Antonio Molesini), la sera del 9 agosto 1831 in occasione delle feste dedicate alla duchessa Maria Luigia d’Austria che ritornava da Piacenza alla capitale dopo i moti rivoluzionari di quell’anno. Nella stagione di carnevale 1833-1834 si presentò (22 gennaio 1834) ai suoi concittadini con un’opera di genere grandioso, Il Cid, su libretto del poeta melodrammatico romano Jacopo Ferretti. La cantarono due interpreti famosi: la prima donna Schöberlechner e il tenore Moriani. Ebbe un successo clamoroso di pubblico: grandi applausi e pezzi bissati (specialmente un coro, quello dei saraceni, scrive il Ferrari, fu trovato lavoro grandioso, vario, di tinte originali, da non disdire a qualsiasi bella rinomanza). La critica invece non gli fu favorevole: sulla Gazzetta di Parma Luigi Torrigiani non esitò a esprimere acerbe critiche sia contro il librettista, sia anche, se pure in tono minore, contro la musica. Poco dopo (1836) il Savi se ne andò a Firenze. Nella città medicea, dove fu ben accolto e assai stimato, poté vedere rappresentata al Teatro alla Pergola il 31 gennaio 1838 (con esito ottimo) la sua Caterina di Cleves e nel 1839 il suo Salvini e Andelson. Tali opere furono poi messe in scena a Roma al Teatro Argentina, il che gli valse il 25 novembre 1839 la nomina di Accademico filarmonico Tiberino. Una sua quarta opera, L’avaro o Un episodio del San Michele, su libretto di Felice Romani, composta per il teatro Carlo Felice di Genova nell’anno 1840, fu per diciotto sere sempre applaudita. Ridatavi per ventidue sere nell’autunno del 1842 (con successo), ritornò sulle stesse scene per nove sere nel 1849. La Caterina di Clèves fu eseguita per dieci sere anche al Teatro alla Scala di Milano nell’autunno del 1841, dove ebbe a esecutori la Fink-Lhor, Marietta Brambilla, Carlo Guasco e Felice Varesi. Il Savi morì a soli 38 anni d’età. Firenze non esitò a decretargli onoranze solenni e lo volle sepolto nel tempio di Santa Croce, dove un’artistica epigrafe, poco discosta dal monumento a Rossini, lo ricorda con queste parole: Al parmense Luigi Savj di anni 38 nell’Arte Musicale compositore celebratissimo e dottissimo institutore da inopinata morte rapito alle speranze della patria all’amore dei suoi il 3 Gennaio 1842. I genitori e i fratelli inconsolabili posero. Il Savi compose le seguenti opere teatrali: Il Cid (libretto J. Ferretti; Parma, 1834), Caterina di Cleves (F. Romani; Firenze, 1838), Adelson e Salvini (J. Ferretti; Firenze, 1839) e L’Avaro ossia Un episodio del S. Michele (F. Romani; Genova, 1840). Inoltre compose Il Tempio della clemenza, cantata (Parma, 1834), quattro quartetti (opera 4 e 5), dodici duetti e un Capriccio per violino e contrabbasso, pezzi per pianoforte e romanze.
FONTI E BIBL.: R.Regli, Dizionario biografico Artisti, 1860, 492; G.N. Vetro, in Gazzetta di Parma 11 febbraio 1980, 3; M. Ferrarini, in Aurea Parma 1-3 1943, 47-48; N. Pelicelli, Musicisti in Parma, in Note d’Archivio, 1935 e 1936; dizionario Musicisti UTET, 1988, VI, 593; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SAVI LUIGI
Parma-post 1893
Forse figlio di Demetrio, fu docente di contrabbasso al Liceo musicale di Piacenza fino al 1879.Da quanto scrive il Billé, fu uno degli strumentisti che maggiormente si dedicò alla composizione e alla trascrizione di duetti assai utili per addestrare gli allievi alla musica d’assieme.Del Savi si conoscono: Studi progressivi per contrabbasso (Biblioteca del Conservatorio di Piacenza, ms. in tre volumi), 12 duetti ed un capriccio, per contrabbasso e violino (Milano, Ricordi), 3 duetti, per contrabbasso e violino (Milano, Ricordi), Studi per contrabbasso (biblioteca del Conservatorio di Parma, ms.), Duetti, per contrabbasso e violino (1893; biblioteca del Conservatorio di Parma, due volumi manoscritti).
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario., 1998.

SAVI MICHELE
-Parma 3 aprile 1848
Fu nominato organista della chiesa della steccata di Parma il 10 maggio 1823, ma solo dal 24 aprile 1829 sostituì effettivamente il suo predecessore, Pietro Giavarini. Il Savi venne giubilato nel luglio 1843. Dopo qualche tempo si ammalò e dal 14 febbraio 1848 ebbe un sussidio caritatevole.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata; Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 247.

SAVINI LUIGI
Cortile San Martino-post 1940
Tenore, allievo del Conservatorio di musica di Parma, nel 1919 debuttò negli spettacoli dell’estate Milanese e nel marzo 1940 cantò al Teatro Puccini di Milano in Bohème (Rodolfo) e nella Butterfly (Pinkerton).
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

SAVINI MARINO
Cortile San Martino 1946-Parma 1 luglio 1995
Visse fino ai venti anni a Milano e poi si trasferì nuovamente a Parma con i genitori Igino e Maria. Si laureò in Medicina nell’Ateneo di Parma nel 1973. Nel 1977 conseguì la specializzazione in radiologia e nel 1980 quella in tisiologia e malattie dell’apparato respiratorio. Dopo aver ricoperto, fino al 1976, l’incarico di assistente radiologo, divenne aiuto di radiologia diagnostica e, dal 1990, responsabile della radiologia pneumologica dell’Ospedale Rasori di Parma. Dal 1986 al 1991 svolse le mansioni di primario. Per diversi anni inoltre il Savini insegnò radiologia del torace, come professore a contratto, nelle scuole di specializzazione in Radiologia e Pneumologia della Facoltà di Medicina dell’Università di Parma. Con il suo lavoro diede continuità alla scuola di radiologia del torace di Mario Miglio, primario della radiologia del Rasori fino al 1986, ampliandola con l’acquisizione di nuove tecniche diagnostiche, come la Tac. Il suo studio si rivolse soprattutto alle interstiziopatie polmonari, malattie di varia origine che interessano il tessuto del polmone.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 2 luglio 1995, 6.

SAVIOLI ALESSANDRO
Parma 12 agosto 1544-post 1623
Fu attivo dal 1597 al 1600 in Sant’Alessandro a Bergamo come maestro di cappella e tenne analogo incarico nel Duomo di Salò sicuramente negli anni 1615 e 1616, probabilmente fino al 1621 (il 13 aprile venne nominato maestro Camillo Orlandi).Qui riordinò la cappella musicale, portò i cantori stipendiati a otto e riordinò l’archivio musicale, facendo acquistare alla Municipalità parecchie musiche per tutte le funzioni solenni. Fu autore delle seguenti composizioni: Madrigali a 5 voci libro I (Venezia, 1595), Madrigali a 5 voci libro II (Venezia, 1597), Salmi intieri a 5 voci (Venezia, 1597) e Madrigali a 5 voci libro III (Venezia, 1600). Inoltre cinque canzonette (quattro a 3 voci e una a 4) e 2 madrigali a 5 voci in raccolte dell’epoca.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musicisti in Parma nei sec. XV-XVI, in Note d’Archivio, 1932; C. Sartori, Giulio Cesare Monteverde a Salò: nuovi documenti inediti, in Nuova Rivista Musicale Italiana, 1967; Dizionario Musicisti UTET, 1988, VI, 595; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SAVJ, vedi SAVI

SAVOJA MARIA TERESA FERDINANDA
Roma 19 settembre 1803- San Martino in Vignale luglio 1879
Figlia di Vittorio Emanuele e di Maria Teresa d’Austria. Buona parte delle notizie che la riguardano sono tolte da una autobiografia che la Savoja scrisse dietro suggerimento di un suo confessore. Il giorno dopo la nascita fu battezzata dal pontefice Pio VII. Passò l’infanzia in Sardegna, dove i Savoja si erano rifugiati. Partecipò alle feste di Corte con l’entusiasmo e la gioia della fanciullezza, che però controbilanciava con penitenze: una tendenza a una scrupolosa religiosità che si alterò nell’età matura trasformandosi in vera e propria mania. Dopo il Congresso di Vienna, Vittorio Emanuele di Savoja, rientrato in possesso dei suoi Stati, tornò a Torino. Negli anni dell’adolescenza trascorsi nella capitale sabauda la Savoja provò (per sua stessa ammissione) una affettuosa simpatia per il cugino Carlo Alberto di Savoja. Andò sposa a diciassette anni a Carlo Ludovico di Borbone. Fu il padre a condurla a Viareggio dallo sposo. Il marito, definito dai suoi biografi una macchietta divertente e originale, stravagante ed estroso, grande amatore del bel sesso, non poneva limiti di alcuna convenienza al suo libertinaggio, non ebbe alcun rispetto né affetto per la Savoja, che visse la maggior parte della sua vita nello sgomento e nella solitudine della splendida villa di Marlìa. Malgrado l’estrema villania e i gravi difetti del marito, la Savoja gli fu fedelissima. Accorata per la sua freddezza, si chiuse in se stessa, trovando conforto solo nella sua religiosità. Un vero angiolo venne definita per la squisita signorilità e fresca leggiadria con cui si comportò nel 1829 alla corte di Dresda, dove era andata col marito. Chi la vide presso altre corti confermò questo giudizio. Col passare degli anni, i rapporti, apparentemente corretti, dei due coniugi subirono delle incrinature e si ebbero scoppi di malumore e sfuriate. A poco a poco la Savoja si estraniò alla vita coniugale e da quella di Corte, offesa dalla condotta del marito, i cui numerosi tradimenti sopportò con la massima dignità, e si dedicò sempre maggiormente alle pratiche religiose. L’isolamento quasi continuo nel quale la Savoja visse, dapprima a Marlìa, poi alle Pianore, ne alterò gradualmente l’indole e il carattere, di modo che la sua innata pietà accennò a diventare mania religiosa. Come sovrana di Parma non lasciò alcun ricordo: fu effettivamente duchessa solo per quattro mesi, dalla morte di Maria Luigia d’Austria al 18 aprile 1848, giorno in cui Carlo Ludovico di Borbone nominò una reggenza rinunciando ai suoi diritti di sovrano, poi abbandonò il ducato per trasferirsi a Weistropp, in Sassonia, da dove passò a Parigi, vivendovi come uno scapolo molto discolo. La Savoja, d’accordo con il marito, dopo la tragica morte del figlio Carlo, si ritirò in una sua villa presso Viareggio, nel parco della quale fece erigere una cappella e un monumento per il figlio. Visse senza dame né cavalieri: solo il cappellano confessore abitò con lei e le uniche visite che riceveva erano quelle del suo amministratore. Negli ultimi anni visse nella sua prediletta villa di San Martino in Vignale, sulle colline lucchesi, preda troppo prematura dell’arteriosclerosi cerebrale che ne attutiva con progressione anche troppo rapida la facoltà dell’intelletto. La Savoja fu priora emerita della Compagnia del sant’angelo custode di Parma. Quando si chiuse la sua infelice esistenza, fu rivestita delle candide lane del terzo ordine di San Domenico.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia S. Angelo Custode, 1853, 49; C. Artocchini, Padrone di Parma e Piacenza, 1975, 81-84.

SBRAVATI GIUSEPPE
Parma 1743-Parma 29 ottobre 1818
Nato da Pietro Paolo, plastico anch’egli, e da Angela Folli. Sposò Angiola, più giovane di circa dieci anni. Forte del primissimo insegnamento paterno, lo Sbravati si trovò nel 1760 (come dichiarò un quarto di secolo più tardi) nell’orbita ducale della Corte di Parma, probabilmente per merito del ministro Du Tillot, del quale infatti ebbe la protezione ch’eragli di grandissimo vantaggio (Bertoluzzi). Servì per almeno cinque anni nella nuova Fabbrica della Maiolica impiantata dal Piacentini. Nel giugno 1766 questi annotò che in passato addirittura sonosi spedite in Ispagna varie Casse di Figure formate in questa stessa Fabbrica. In mancanza di altre informazioni, si può supporre trattarsi di una collaborazione con la famosa Manifattura del Buen Retiro, ex Capodimonte, che cominciò a produrre proprio nel 1760. Sembra probabile che la manifattura di Parma (e quindi lo Sbravati), più che partecipare alle decorazioni con scene cinesi e classiche nei gabinetti dei palazzi reali di Aranjuez e Madrid, realizzasse lotti di quei sontuosi servizi da tavola o di quelle numerosissime figure, gruppi e rilievi con soggetti mitologici, religiosi e di genere (pur sempre legati ai modelli partenopei) ben noti agli studiosi e al pubblico. Lo Sbravati alla metà del 1765 era presente nella classe di Jean-Baptiste Boudard in Accademia di Belle Arti a Parma, avendo forse già lasciato la Fabbrica. Ciò potrebbe sorprendere un poco, vista una certa concorrenza che sembrò esserci tra suo padre e il francese al momento di collocare sei statue in terracotta nella facciata della chiesa di San Vitale. L’inedito cronista Sgavetti, infatti, sottolinea il 22 settembre 1761 che Pietro Paolo Sbravati queste ce le a fate per sempre più farsi conoscere dal Figurista di Corte Monsieur Dubudar. In Accademia lo Sbravati vinse il 24 giugno 1765 il primo premio per il bassorilievo con Galatea ammirata dal pastorello Aci, avendo osservato un disegno leggerissimo e di giusta proporzione nelle figure, con buon gusto negli accessori. Da una sua lettera all’abate Frugoni si apprende che si ripresentò il 2 ottobre 1766 con un rilievo allegorico rappresentante il progresso della Pittura. Nel frattempo aiutava a giornata il Boudard nei suoi lavori. Questi morì il 17 ottobre 1768, cioè poco dopo che, tra aprile e agosto, Cousinet e lo Sbravati (pagato a metà dal maestro e dalla Corte) realizzassero in piccolo i modelli dei quattro obelischi istoriati previsti dal Petitot ai fianchi degli ingressi dell’utopico e mai costruito Palazzo Ducale. Esiste al riguardo, oltre a due contratti col Boudard, un foglietto volante (relativo a conti posteriori dello Sbravati) con indicato il Palazzo del Giardino come sede del nuovo atelier e la notizia che lo Sbravati dopo l’anno 1768 non ha più conseguita alcuna giornata, venendogli pagati di mano in mano i lavori che ha fatti. Anche senza l’appoggio boudardiano, nel 1770 si aggiudicò in Accademia il premio per il Nudo in modello e di lì a poco maturò l’importante commissione decorativa per l’oratorio ducale di Copermio, presso Colorno. Lo Sbravati venne iscritto nei ruoli annuali sopra la Cassa segreta del Duca e quindi non appare quasi mai in modo diretto nei minutissimi pagamenti riguardanti l’impresa. Fu presente a Copermio al tempo della partenza da Parma del Du Tillot (che fu avverso all’erezione dell’edificio), dal novembre 1771 (quando negli elenchi dei giornalieri gli risulta assegnato per la prima volta un muratore come aiutante) al 17 settembre 1772, vale a dire anche dopo l’inaugurazione dell’oratorio costruito affrettatamente. Oltre ai pasti consumati presso l’oste del luogo, i documenti restituiscono i materiali usati dallo Sbravati: dalle padelle di scagliola cotte nel forno del panettiere alle sagome per cornici e ornati e agli utensili in acciaio (eseguiti espressamente dal fabbro ducale) per modellare i rilievi della cupoletta, nel tamburo e nel cornicione sottostanti. Va notato che la fornitura di tela greggia servì per realizzare le parti troppo aggettanti ovvero gli angioletti che mascherano le quattro lunette nella cupoletta e quelli che stanno seduti sul tamburo, che infatti risultano vuoti. Gli stucchi infine vennero patinati e lucidati con olio d’oliva e cera bianca e gialla. Le varie figure componenti i gruppi degli Evangelisti nei pennacchi sono in terracotta e quindi attuate con comodo dallo Sbravati e poi applicate. Agli accurati altorilievi sono pertanto da collegare i pagamenti di fine giugno, luglio e agosto 1772 per i fornaciai Bussani di Parma, Sanini e Gandolfi, e Gerbella di Colorno, per cottura di Statue di Terra ad uso dell’O.rio di S.A.R. in Copermio ossia per ordine del Sig. Sbravati. Alla fine di agosto venne retribuito pure Nicola Piacentini (il direttore della Fabbrica della Maiolica) per la Terra manipolata, e somministrata per lo Stuccatore. Accanto allo Sbravati vi fu come aiuto il padre Pietro per almeno diciassette giornate lavorative, ma non è facile discernere il frutto di questa partecipazione. Nella facciata dell’oratorio sono in terracotta, oltre alla testa femminile che sormonta la tabella dedicatoria e ai festoni fiorati che contornano le due nicchie, anche i busti dei Santi Ferdinando e Amalia, così come lo fu la statua della Vergine del Buon Cuore per la nicchia dietro l’altare maggiore, ove fu adattata provvisoriamente a causa della sproporzione che derivò da misure mal prese. Un diarista contemporaneo ascrisse lo stile petitotiano che connota la partitura decorativa eseguita dallo Sbravati all’architetto progettista Pietro Cugini, definendolo ingegnoso assai ma mal condotto, e non conveniente alla santità del luogo, avendovi intrecciati profani simboli che servivano d’ornamento agli antichi templi delle favolose Deità. Evidentemente si riferisce al fregio nel cornicione, dove si alternano curiosamente teste di ariete classiche e sorridenti faccioni maschili entro ghirlande. Sempre secondo il diarista, altre mancanze si trovano ne’ quattro Pennachi della Cupola. Il linguaggio dello Sbravati non procede dai secenteschi Reti ma dall’espressivo barocchetto di giuliano Mozzani, con la mediazione del padre Pietro. Su Boudard è attualizzata la modellazione fremente dei panneggi, mentre l’incipiente neoclassicismo di fisionomie e pose dipende senz’altro da Gaetano Callani. La promozione ducale improntò anche la carriera dello Sbravati insegnante. Il 21 giugno 1772, proprio mentre stava ultimando la prestigiosa impresa di Copermio, venne eletto in Accademia professore aggiunto, poiché non risparmia fatica per acquistarsi un nome distinto nella Plastica. Un esposto del 1785 informa inoltre che, terminato il suo operato nella R. Chiesa di Copermio (quindi verso metà settembre 1772), fu mandato a Parma dal ministro de Llano (decaduto dalla carica il 25 ottobre) per allestire una scuola di scultura nel Palazzo del Giardino, attendibilmente nei medesimi locali che lo videro attivo durante gli ultimi mesi di vita del Boudard. Nel 1807 lo Sbravati venne censito come abitante ancora nel Palazzo. Il conte Castone della Torre rezzonico, segretario dell’Accademia, ebbe l’incarico il 20 febbraio 1773 di far stimare dai professori alcuni lavori dello Sbravati eseguiti per servizio ducale, dei quali non restano altre notizie. Dai manoscritti dello Scarabelli Zunti, le cui fonti documentarie restano ignote, si ricava invece che circa nello stesso anno lo Sbravati pensò di realizzare di propria iniziativa i ritratti a mezzo busto della coppia ducale ferdinando e Amalia di Borbone, facendosene inviare da Carrara i marmi abbozzati da Giovanni Cybei, senza però retribuirlo. Questi pazientò due anni, ossia sino al 1774-1775, quando, accortosi che le sculture ultimate erano già state accolte e pagate dalla Corte, risolse di denunciare lo Sbravati, ottenendone l’incarcerazione in Cittadella. Le opere in questione vanno identificate senz’altro con quelle citate in una lista di lavori parte Ordinati e parte acetati a fine di asistermi compilata dallo Sbravati verso il maggio del 1780: Due ritrati che sono in Academia Presi dal fu Marchese Canosa ed auto a Conto L. 2.400 che sara cinque ani e giudicati molto. In origine i rilievi si trovavano nel refettorio del convento dei domenicani annesso alla chiesa di San Liborio a Colorno. Presso l’Istituto Toschi è identificabile il solo ritratto in bassorilievo tondo (recante ancora la cornice originale) della Duchessa vista di profilo, ascritto ad anonimo accademico del 1774 circa. Da una lettera del 4 maggio 1775 del Rezzonico (la cui preoccupazione era salvaguardare i privilegi goduti comunque dai membri dell’Accademia), si apprende che in carcere lo Sbravati aveva contratto nuovi debiti. Il mediatore chiese una dilazione di due mesi per il saldo, dato che lo Sbravati, traslocato in Pilotta nelle stanze delli Galeotti dove per ordine di Madama deve travagliare, stava realizzando un busto a tutto tondo del duca Ferdinando di Borbone che si conservava provvisoriamente nel gabinetto della duchessa. Secondo lo Scarabelli Zunti, fece parte della commissione caritatevole anche il busto della medesima Amalia: per il primo è certo comunque che il Duca si limitò a far somministrare il materiale. Era previsto che l’opera venisse terminata appunto nel mese di luglio, ma sembra sicuro trattarsi del marmo che fu giudicato in Accademia (assieme a una terracotta) tra il 24 e il 30 maggio 1776, allo scopo di ammettere lo Sbravati al corpo dei consiglieri con voto. Dovrebbe essere quindi il busto, firmato e datato 1776, conservato nella Galleria Nazionale di Parma, ove reca erroneamente l’attribuzione collaborativa col detto Cybei: ne connotano lo stile il moto naturale della testa, la politezza delle superfici e il marcato tondeggiare dei volumi. Nel secondo Ottocento il marmo si trovava presso la seconda galleria della Biblioteca Palatina. A Colorno nel 1777 stava per essere terminata la prima versione della chiesa ducale dedicata a san Liborio, ove lo Sbravati intagliò dall’anno prima elementi del coro (compreso un bassorilievo sopra la porta di mezzo) e del portone d’ingresso. L’Ufficio delle Fabbriche gli ordinò, come si evince dall’incipit di una memoria autografa stesa alcuni anni dopo, un gruppo di statue lignee da realizzare nel mese di giugno, oppure alla metà di luglio. Avvenne però che a conto già saldato, col relativo ribasso, le opere furono riordinate con dimensioni maggiori, sostituendosi a due angeli panneggiati le figure dei Santi Domenico e Caterina da Siena complete dei loro attributi iconografici. Il gruppo finale venne composto, oltre che da queste, dalle statue più semplificate della Fede, Speranza, Carità e Giustizia e da otto Puttini per l’ancona principale, da quattro Cherubini (di due diverse dimensioni) per la mensa e da due Puttini per il tabernacolo dell’altare maggiore (sopravvivono nella sagrestia i Santi Domenico e Caterina da Siena, ridotti a busti sicuramente dal medesimo Sbravati nel 1792, mentre la Fede e la Carità sono nell’abside della chiesa parrocchiale). L’accentuata stilizzazione neoclassica delle due figure dorate richiama all’istante lo straordinario portacero pasquale, sempre in legno dorato, in San Giuseppe in Parma, strutturato coi simboli degli Evangelisti. L’originale ideazione spetta con certezza a Gaetano Callani, ma potrebbe non essere remota la probabilità che lo Sbravati ne sia stato l’esecutore materiale. Dal canto suo, il Duca in persona commissionò allo Sbravati per San Liborio, presumibilmente verso la seconda metà del 1777, un busto portatile della Madonna del Rosario con Gesù Bambino, in sostituzione del gruppo a figure intere previsto in un primo tempo, i busti grandi più del vero delle Sante Caterina Romana e Margherita sopra le porte ai lati dell’altare maggiore e la Cena in Emmaus, con architettura, nella portella del tabernacolo. La Santa Margherita nella prima metà del novecento era presso la collezione di Glauco lombardi a Colorno, come attesta una foto d’archivio. Appare di pretto gusto boudardiano la modellazione fremente della corona di fiori, dei capelli e dei panni. Probabilmente vennero dopo il 1777 un’altra Madonna, che il Duca regalò, e il Davide che suona l’arpa per il letturino del coro (la statuetta, in legno naturale, è stata ascritta anche a Giovanni Prati), nonché altri due Puttini non richiesti per il tabernacolo. Nella lista di lavori parte Ordinati e parte acetati dal Duca per San Liborio appaiono pure i tre bassorilievi ovali con Santi domenicani che decorano il pulpito della navata, forse iniziati il 17 agosto 1779, e un Cristo spirante quasi al Naturale per il refettorio dell’annesso convento domenicano, terminato prima del settembre 1780. L’opera va identificata con quella realistica, in legno dipinto (in San Liborio), ritenuta proveniente da San Pietro Martire a Parma e ascritta al Guiard, pur se in modo dubitativo. I pagamenti dilazionati per tale complesso servizio ducale, in parte compiuti da Antonio Furlani, architetto della fabbrica liboriana, vennero curati in Accademia (i cui professori fornirono le perizie) dal segretario Castone Rezzonico e dal direttore Ascanio Scutellari tra il maggio e l’ottobre del 1780. Le pressioni del sempre più indebitato Sbravati furono mitigate dalla clausola che gli imponeva la contemporanea soddisfazione dei suoi vari creditori, mentre il computista Garnier, il 20 e il 21 ottobre, contestò specialmente il tabernacolo coi due angeli non richiesti. Tra il 12 e il 15 ottobre 1780 e il 19 febbraio 1781 rimase nel palazzo di Colorno a disposizione del duca Ferdinando di Borbone per ritrarlo sia in medaglione (forse quello che appare nel ritrattino dello Sbravati eseguito dal Collina verso il 1783/1786), sia in busto, entrambi di terracotta: opere che il Duca conservò nel proprio appartamento. Infatti, in un inventario del 1802, il busto venne citato come esistente, sopra apposito piedistallo, nella sala da pranzo. Di una Medaglia di cera non restano invece ulteriori notizie. Tornato a Parma, tra il 20 febbraio e il 15 novembre del 1781, lo sbravati trasse da questi originali dei controstampi per ricavarne quattro coppie di multipli in scagliola. All’operazione sono collegabili quattro richieste di pagamenti datate nel mese di maggio. La prima coppia restò naturalmente nell’appartamento del Duca a Colorno, la seconda in quello della Duchessa, probabilmente nel palazzo di Parma, la terza venne ritirata dal ministro Prospero Manara e l’ultima dal direttore dell’azienda Girolamo Obach, il quale donò il busto al Collegio ducale di Parma. Non si conosce la destinazione di altri due busti, sempre in scagliola, mentre un terzo in terracotta andò al Pretorio di Colorno. Forse quest’ultimo è identificabile con quello, patinato a bronzo, conservato presso la Pinacoteca Stuard e indicato come di scuola del Boudard. Terminati i multipli, tra il 15 novembre 1781 e il 14 dicembre 1782 lo Sbravati si occupò della decorazione nella facciata di Santo Stefano a Colorno. Come nel caso dei pennacchi dell’oratorio di Copermio, optò per la non usuale tecnica della terracotta applicata, attuando con comodo nel suo atelier di Parma le due figure della Fama, in seguito mutilate, reggenti lo stemma ducale per il timpano curvo, e un medaglione con testa femminile e ghirlande per la cimasa della finestra sottostante. Anche in queste figure volanti la modellazione marezzata sembra più fedele al tardo barocchetto di Boudard che al precoce neoclassicismo del Callani. contemporaneamente, nella primavera del 1782, lo Sbravati realizzò attrezzi in tela stuccata e particolari dei costumi per l’opera Alessandro e Timoteo, allestita dallo scenografo Pietro Gonzaga nel Teatro Ducale. Si trattava delle serpi recate dalle Furie, di fiaccole, di dodici vasi e altrettante coppe e della celata per l’elmo di alessandro, nonché degli ornati, zampe di tigri e teste per i costumi. I pagamenti per questo lavoro furono contrastati, protraendosi almeno dal dicembre 1782 alla fine di marzo del 1783, previo l’interessamento dei periti Luigi feneulle, architetto, e Benigno Bossi, stuccatore. Appena terminate le terrecotte per la facciata di Santo Stefano a Colorno, cioè alla fine del 1782, lo Sbravati intraprese il suo lavoro ducale più prestigioso, ovvero la colossale Statua rappresentante il Sig.r Infante nostro R.I. Sovrano vestito da Eroe alla foggia di quella di Ludovico il Grande. L’opera venne spesso citata tra il 1783 e il 1785 nelle richieste di acconti dirette al ministro Manara (10 e 27 settembre e 22 ottobre 1784, nonché quelle del 4 e 18 febbraio 1785). Nelle carte si nota la costante recriminazione dello Sbravati nei confronti della Corte per non avergli concesso una pensione fissa, paragonando continuamente la sua paga saltuaria a quelle regolarmente percepite dai colleghi Guiard e Bossi e dall’architetto Petitot. Il Duca andò a visitare lo studio dello Sbravati il 18 febbraio 1785, restando assai contento della somiglianza, come pure ammirò altri lavori suoi e dei suoi allievi. La grande statua in terra cruda venne collaudata il 6 luglio, oltre che da Feneulle e Bossi, dal pittore Pietro Melchiorre Ferrari e poi esposta al pubblico. Lo Sbravati nei quattro mesi successivi, ossia fino al novembre 1785, trasse da solo da questo modello, che era di una mole non indiferente, un controstampo composto di quarantatré pezzi ben ripuliti e assemblati, dal quale uscì un secondo modello in scagliola, evidentemente in previsione di un marmo finale. Annunciando direttamente al Duca la riuscita di tale modello, lo Sbravati rilevò con orgoglio (esternando nel contempo, pur se in modo sgrammaticato, la sua fede nello stile neoclassico) che certamente o procurato d’impiegare tutti li miei talenti e le magiori mie premure, al fine di darci il caratere di statua Colosale a la fogia dei primi maestri Greci per cui ne studio le tracie considerando una semplice testa Grecha o del famoso Michelangelo unico imitatore conoscho se campai li Ani di Nestore non sarei mai Scultore e studio sempre e studiero per fare qualche cosa di pasabile perche l’arte e lunga e la vita breve. Del capo d’opera così scrisse lo Scarabelli Zunti nel secondo Ottocento: Nella prima Sala dell’Archivio segreto del Comune si vede la statua maggior del vero del Duca D. Ferdinando I vestito di clamide guerriera e manto ducale con appiedi l’elmo e la spada nella guaina, fatta qui collocare dal Co. Antonio Ceretoli il 21 ottobre del 1802, come sta scritto sulla base del monumento onorario (trasloco avvenuto quindi quattordici giorni dopo la morte improvvisa del Sovrano). Lo Sbravati fu attivo contemporaneamente per la Zecca di Parma: presentò il conto il 17 settembre 1784, ma cinque mesi dopo (22 febbraio 1785) stava ancora attendendo il denaro per un ritrattino originale del Duca, che nel frattempo era stato rubato. Una supplica non datata, che lamenta i mancati pagamenti per la versione in creta della grande statua, rivela poi che lo Sbravati di buon grado sofrì avendo tra le mani il Busto di Marmo di V.A.R. per li Padri Domenicani di Colorno e che stava eseguendo un Cristo policromo, forse in terracotta, per gli agostiniani, probabilmente quelli di Parma, la cui chiesa venne rinnovata nel 1786. Infine, prima del novembre 1785, offrì in dono alla Corte, sempre per agevolare l’ottenimento di acconti, un Ecce Homo grande al naturale, forse identificabile col mezzo busto su base, colorato e caratterizzato da un ruvido realismo, già nella collezione Glauco Lombardi a Colorno (proveniente, secondo una nota autografa, dal Monte di Pietà di Parma) e poi nei depositi dell’omonimo museo. Dopo il duplice modello per la grande statua del Duca mai realizzata, i rapporti dello Sbravati con la Corte si ridussero a ulteriori prestazioni per la Zecca. Nel 1786 fornì una piciola medaglia del Ritratto di V.A.R., il cui prezzo venne contestato, trattandosi di un Ritratto già vecchio, ed imperfetto, cioè spezzato. Come annotò Glauco lombardi, esisteva però una supplica del 30 marzo 1787, con allegata lista di scolari, relativa al saldo di servizi e lavori non meglio identificati. Le otto statue degli Dèi poggianti sulla balaustra nella facciata del Palazzo del Governatore a Piacenza dovrebbero aggirarsi tra il 1784, data che appare su una lapide dedicata al Duca (probabile donatore delle opere) con incorniciatura tipica dello Sbravati, e il 1787, anno (non sicuro) del completamento dell’edificio. Tra le figure un poco malriuscite (forse lo Sbravati ne diede solo i disegni) e ancora di gusto barocchetto, si nota la copia quasi esatta della Flora Farnese nell’Istituto Toschi di Parma, che il suo maestro Boudard aveva tratto dall’esemplare ellenistico. Nella rinnovata chiesa di San Liborio a Colorno lo Sbravati realizzò delle altre teste di leone nell’aggiunta ai precedenti stalli del coro, fornendo, entro giugno 1792, i modellini in cera per la fusione dei due piccoli Angeli adoranti l’Agnus Dei nella cimasa e della Fede e Speranza (nello stile del Boudard) ai lati dello sportello nel tabernacolo dell’altare maggiore. Prima di settembre eseguì in legno dorato i due angeli che reggono la mitria e i due adolescenti seduti nella cimasa dell’ancona principale, il cui neoclassicismo appare meno sentito di quello che appiomba la Fede e la Carità, già decoranti l’ancona del 1777. Il 5 giugno 1795 lo Sbravati chiese acconti al ministro Ventura per un lavoro che avrebbe concluso a fine mese, assieme a due allievi: È lungo tratandosi di Molti Modeli e Molte Forme di già fate come pure tute le Cere. Da una lettera del 18 novembre si apprende che per questo lavoro lo Sbravati non era ancora stato saldato. Le fusioni in bronzo implicarono l’architetto Feneulle e gli argentieri Froni, Bonani e Vighi. Intanto lo Sbravati minacciò di cessare la fornitura dei modelli successivi. Con l’avvento di napoleone Bonaparte le ordinazioni ducali dovettero ben presto esaurirsi, ma si sa che lo Sbravati godette di una sovvenzione annuale di milleduecento lire tra la riapertura dell’Accademia, nel maggio 1797, e la morte del duca ferdinando di Borbone, nel 1802. Tra i lavori andati perduti va ricordata la decorazione della facciata e dell’interno di Sant’Ambrogio (verso il 1778), il Ritratto del conte Antonio Bertioli e il Busto del medico Giuseppe Ambri (quest’ultimo lavoro venne riprodotto dai Bacchini in una litografia Vigotti). Pure se non esiste prova documentaria che venisse tradotto in marmo, presso la Galleria Nazionale di Parma s’identifica con quello del Bertioli un busto di uomo maturo abbigliato molto semplicemente, la cui ascrizione allo Sbravati sembrerebbe comunque corretta grazie alla volumetria tondeggiante e alla politezza del modellato. Tra i lavori perduti primeggia l’apparato plastico della macchina funebre eretta per commissione civica in onore del Duca dall’architetto Donnino Ferrari il 15 dicembre 1802 nella chiesa della Steccata. A testimonianza dell’importante impresa effimera, realizzata dallo Sbravati in poco più di due mesi, rimane un’incisione di Paolo Bernardi allegata all’edizione bodoniana dell’Orazione del Giordani (1803). Un ultimo, notevole progetto rimase irrisolto, proprio come la statua del Duca vestito all’antica. Lo Sbravati presentò il 1° dicembre 1811 all’esposizione di oggetti d’arte in Accademia une statue en terre cuite, qui represente, mais tout-a-fait en petit, le Grand Napoleon en habit Impérial. La mossa promozionale sortì il suo effetto il 3 aprile 1812, quando il sindaco Leggiadri Gallani comunicò al direttore Pietro De Lama di avergli commissionato un Buste colossal de Napoléon le Grand, en marbre statuaire de Carrara, da porsi appunto nell’istituto entro apposita nicchia. Dal preventivo, vergato sette giorni dopo, si evince che avrebbe dovuto essere preceduto da un modello in argilla e da un calco in gesso, per ricavarne due copie, nonché dalla decorazione a stucco della nicchia, col manto imperiale, rami di palme, allori e targhe, una delle quali rappresentante Parma. Lo Sbravati, anche se sprovvisto del formale contratto, approntò il modello molti mesi prima dell’8 dicembre, giorno in cui supplicò di avere la prima delle rate convenute, ma neppure dopo il 17, e nonostante l’apprezzamento mostrato dal publico, il sindaco andò ad approvarlo. Negli atti dell’Accademia relativi al 1806 (in Archivio di Stato di parma) dello Sbravati è scritto a titolo esemplificativo: On voit de lui une foule d’ouvrages en bois et en terre cuite. Tralasciando alcune opere minori (perlopiù mezzi busti di Ecce Homo) che gli vengono attribuite, si può ricordare il notevole gruppo, forse databile verso il 1782, sopra l’altare maggiore in San Giuseppe con Dio Padre in una gloria d’angeli, eseguito in altorilievo in tela stuccata e dipinta, e la Sacra Famiglia, composta da distinte statue a tutto tondo in terracotta colorata, una tecnica mista già adottata nella decorazione di Copermio. Consuete le fisionomie tondeggianti ed espressivamente ironiche e i panneggi marezzati di gusto boudardiano-callaniano. Le prime si ritrovano nel grazioso altorilievo con la Divina Pastora, sempre in terracotta dipinta, in San Pietro d’Alcantara, cui giunse nel 1800 da una cappelletta. In Santa Maria delle Grazie il policromo Cristo morto con un putto piangente, forse la miliore opera in terra cotta dello Sbravati (Malaspina), pare sia pervenuto nel 1790 da una nicchia esterna. La tipologia drammatica e il modellato naturalista rammentano strettamente il Cristo spirante del 1779 in San Liborio a Colorno. Anche per questo vi è il sospetto che si tratti del ben documentato Cristo deposto dalla Croce di Grandeza Naturale e di intero rilievo, eseguito dallo Sbravati in terracotta policroma, tramite diciotto sedute dal vero, tra l’ottobre-novembre del 1775 e il 10 aprile del 1776 per il vano sotto l’altare nella cappella dell’Addolorata che le ducali Guardie del Corpo possedevano nella chiesa della Trinità dei Rossi. La realizzazione della commissione fu tormentata, proprio come per quelle ricevute dal Sovrano. Dopo i primi dissapori, lo Sbravanti, volendo essere ammesso tra i consiglieri con voto, ne approfittò per mostrare il Cristo morto in Accademia tra il 24 e il 30 maggio 1776, insieme al busto in marmo del duca Ferdinando (Galleria Nazionale), meritando publici sufragi. L’opera però rimase nell’atelier per ben undici anni, finché il 4 aprile 1787 l’incaricato Guido Meli Lupi chiese all’autorità ducale di poterla rifiutare definitivamente. Il Ritratto di Mederico Moreau de Saint-Mery, in terracotta, della collezione Gambara (esposto alla mostra dell’accademia nel 1952), va identificato senza dubbio col busto del presidente dell’istituto, che stava per essere acquistato nel 1806, come attestano gli atti in Archivio di Stato di Parma. La datazione al 1789-1790 per la più importante impresa pubblica dello Sbravati, le cinque statue e gli altorilievi in pietra nella grande facciata di Sant’Agostino a Piacenza, è ricavabile da memorie manoscritte locali. La supervisione architettonica toccò all’accademia, la quale probabilmente ebbe modo di raccomandare lo Sbravati, figura ormai emblematica della scultura nel Ducato, fors’anche per le statue nel Palazzo del Governatore affacciantesi sulla centralissima Piazza Cavalli. Vista la molte dei lavori, sembra plausibile che lo Sbravati si sia valso di allievi e collaboratori. Si nota comunque il passaggio dalle nostalgie barocchette dei Santi Ubaldo e Leandro, ai lati degli ingressi, alle forti stilizzazioni neoclassiche delle soprastanti figure angeliche. Lo stipendio di tremila lire percepito dallo Sbravati in Accademia in qualità di professore emerito venne confermato come carico del Comune da Maria Luigia d’Austria il 16 aprile 1816. Attendibilmente l’emolumento fu tramutato poco dopo in pensione annuale di settecento franchi, anche perché il biografo Bertoluzzi rammentò, ancora vivo lo Sbravati, il colpo appopletico da cui fu colpito tre anni fa, che lo rese di peso a se stesso e oggetto di duolo continuo alla famiglia e agli amici. Fu sepolto nel nuovo cimitero pubblico detto della Villetta. Nonostante la sua notevole carriera pubblica, lo Sbravati è ricordato soprattutto per la produzione di piccole terrecotte caricaturali, frutto a evidenza dell’esperienza giovanile nella Fabbrica della Maiolica. L’originale specializzazione, collegabile ai mondi figurativi di Callot e Ceruti, non trova paragoni facili, se si escludono i soggetti popolari che animano i presepi napoletani, genovesi o bolognesi.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma: A. Sgavetti, Cronaca, 1746-1771, Raccolta manoscritti, n. 23, al 22 settembre 1761; Computisteria farnesiana e borbonica, Spese di Colorno 1771, busta 897, documenti del 25 novembre e del dicembre (1 e 31); Spese di Colorno 1772, busta 898, documenti del novembre e 17 dicembre 1771; aprile-settembre 1772 (30 aprile, 30 giugno, 6-24 e 31 luglio, 26-28 e 31 agosto, 17 settembre); Epistolario scelto, busta 24, fasc. Sbravati Giuseppe, 42 documenti (alcuni in più fogli e senza data) raccolti non in ordine cronologico ma scalabili tra il marzo 1772 e il 5 giugno 1795; Istruzione pubblica, R. Accademia di Belle Arti (1766-1785), busta 30, documenti del 20 febbraio 1773, 4 e 5 maggio 1775, 10 aprile 1776, fine 1786-inizio 1787, inizio e 4 aprile 1787; Atti dell’Accademia Imperiale, 1806 (due segnalazioni di Guglielma Manfredi); Ruolo dei provvigionati borbonici, vol. 41, 1766-1805, f. 720, voce Marianna Sbravati; Corti borboniche di Lucca e Parma, inventario dei Mobili, Utensiglj, Arredi, ed Altro, che esiste nel Regio Ducale Palazzo di Colorno, 30 novembre 1802, busta 2, fasc. 11, f. 12 r.: Archivio del comune, Belle Arti, busta 4149, documento del 30 settembre 1773; Autografi illustri, busta 4402, fasc. 35 (Sbravati Giuseppe), documenti del 1° giugno 1783, 18 novembre 1795, 8 e fine dicembre 1812; Archivio Accademia di Belle Arti, Parma: busta anno 1765, al 24 giugno; Carteggio, vol. 1764-1768, f. 3, documento del 2 ottobre 1766; Atti, vol. 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Lombardi, Schede, primi decenni del Novecento circa (copie da documenti già in Archivio di Stato a Parma: Ruolo delle persone soddisfatte dei loro assegni annuali sopra la Cassa segreta a tutto il 1771, Decreti e rescritti sovrani, vol. 16, 1772, n. 58; Carteggio d’azienda, busta 295, settembre 1784, ai giorni 10, 17 e 19, busta 296, ottobre 1784, ai giorni 15 e 22, busta 300, febbraio 1785, ai giorni 1, 4, 18 e 22, busta 305, luglio 1785, ai giorni 6 e 15, busta dicembre 1786, al giorno 18, busta 323, marzo 1787, ai giorni 20, 21, 27 e 30, busta settembre 1787, al giorno 21; Archivio privato: G.B. Gabbi, Storia antica e moderna di Parma, circa 1819-1824, vol. I, f. 71; P. Donati, Nuova descrizione della città di Parma, Parma, 1824, 92, 105,127, 138; P. Martini, La scuola parmense delle Arti Belle e gli artisti delle provincie di Parma e di Piacenza dal 1777 al 1862, Parma, 1862, 10; G.B. 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Pellegri, testimonianze delle vicende umane intercorrenti dal 1773 al 1788 dello scultore Laurent Guiard al servizio della Real Corte di Parma, in Parma nell’Arte 1988, 70, 71-72, 75-76, 87; M. Pellegri, Concorsi dell’accademia Reale di Belle Arti di Parma dal 1757 al 1796, Parma, 1988, 19, 61, 91; Faenza 1931, IV e V; A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 378; Bertini, 1975, 223; Po 3 1994, 31-50.

SBRAVATI PAOLO
Parma 1831
Tenente aiutante, durante i moti del 1831 fu il primo che andò a incontrare il generale zucchi fuori di Porta Santa Croce e passò all’albergo Gambero per complimentarlo a nome dell’ufficialità. Fu processato ma non condannato.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831 in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 208.

SBRAVATI PIETRO PAOLO
Parma 1721 c.- Parma gennaio 1792
Fu passabil intagliatore in legno al servizio della Corte di Parma dall’ottobre 1784.
FONTI E BIBL.: Bertoluzzi, 316 r. (ediz. 1980, 86); Janelli, 1877, 407; Il mobile a Parma, 1983, 261.

SBRUZZI CRISTOFARO
Parma 1859
Fu deputato all’Assemblea dei rappresentanti del popolo di Parma nel 1859. Fece parte del 2° ufficio.
FONTI E BIBL.: Assemblee del Risorgimento: Parma, Roma, 1911; F.Ercole, Uomini politici, 1942, 149.

SBRUZZI LICINIO
San Secondo Parmense 31 ottobre 1868-Chidane Meret 1 marzo 1896
Figlio di Aristide e di Tommasina Rossi. Tenente dell’Esercito italiano, chiese di lasciare il 14° Reggimento fanteria e di arruolarsi nel Regio Corpo Truppe Coloniali: sbarcò a massaua il 4 novembre 1894. Dai Cacciatori d’Africa fu trasferito, dietro sua richiesta, alle Truppe Indigene già operanti, raccolte frettolosamente dal Baratieri per far fronte alle minacce di Bas Mangascià e di Batà-Agos. Lo Sbruzzi venne dapprima incaricato di presidiare Saati poi il 3 gennaio 1895 assunse il comando del Forte di Ghinda, con funzioni anche di giudice. A Ghinda rimase sino alla fine della prima e breve campagna tigrina. Lasciata Ghinda, passò a Cheren. Da Cheren lo Sbruzzi (attraversando quasi tutta la Colonia col 2° Battaglione Indigeni) raggiunse il 20 giugno 1895 Càssala, continuamente soggetta alle scorrerie dei Dervisci. nell’ottobre 1895 fu destinato, con pochi ascari eritrei e una banda d’irregolari, al comando del fortino di Ela-Dal, in pieno deserto, a tre giorni di marcia da Càssala verso Agordat, a vigilanza e protezione delle comunicazioni contro i colpi di mano dei Dervisci. Poco tempo dopo fu chiamato verso i confini sud della Colonia, dove conversero tutte le forze armate etiopiche. La 1a compagnia del capitano Barbanti (VIII Battaglione Indigeni agli ordini del Maggiore Gamerra, che faceva parte della Brigata Albertone) alla quale fu assegnato lo Sbruzzi, con un lungo tragitto raggiunse Mai Mafalès, presso Adi Ugri. Incendiò e distrusse parte di Adua per rappresaglia dopo Amba Alagi, occupò, dopo un breve ripiegamento su Adrigat, le dominanti posizioni di Hedagà Hamùs e Mai Uegheltà e si trovò, infine, sulle alture del colle di Chidane Meret all’alba del 1° marzo 1896. Appena arrivati sul colle, vi trovarono il 1° Battaglione Indigeni seriamente impegnato: le truppe italiane compirono prodigi di valore, ma il nemico, venti volte superiore per numero, incalzava e premeva da tutte le parti. Per frenarne l’impeto aggressivo e allentare la stretta, il maggiore Gamerra comandò un disperato contrattacco. Fu durante tale azione che il tenente Annibale Sori, compagno di combattimento dello Sbruzzi, vide il Tenente Sbruzzi, che fino a quel momento aveva comandato e diretto il fuoco con la massima calma, slanciarsi e guidare per ben due volte all’assalto i suoi ascari; precipitare dal muletto uccisogli sotto; rialzarsi e continuare a piedi il combattimento, eccitando, trattenendo, disciplinando l’azione dei suoi; salire, sfinito di forze, sul mio muletto, proseguendo insieme sullo stesso muletto la terribile lotta, finché lo Sbruzzi stramazzò a terra una seconda volta. Lo Sbruzzi poté rialzarsi quasi subito, per gettarsi di nuovo nella mischia furibonda. Cadde poco dopo crivellato di proiettili al capo e al fianco sinistro mentre, riuniti i pochi ascari superstiti, tentava ancora di arginare l’irrompente nemico. Morì a 28 anni d’età. Alla sua memoria venne concessa la Medaglia d’Argento al Valor Militare con la motivazione: Combatté valorosamente alla testa del suo reparto, lasciando la vita sul campo.
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie parmensi nella conquista dell’Impero, Parma, Fresching, 1937, 91-92; Decorati al Valore, 1964, 115.

SBUTTONI LUIGI
Gravago 5 marzo 1816-Savona 1894
Iniziò gli studi nel Seminario di Piacenza e nel 1835 entrò nel collegio Alberoni. Fattosi prete delle Missioni, fu assunto all’insegnamento delle matematiche, nelle quali eccelse. trascorse gli ultimi anni di vita nel collegio dei Missionari in Savona, ove morì all’età di settantotto anni.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 392.

SCACCABAROZZI LUIGIA
1823 c.-Parma
Figlia di Francesco e di Angiola Giuseppina Brumani. Nel 1843 sposò il marchese Guido dalla Rosa Prati: dal matrimonio nacquero Francesco e Paola. Il 29 dicembre 1846 venne nominata Dama di palazzo: la marchesa Litta Modignani, dama d’onore della duchessa Maria Luigia d’Austria, le comunicò l’avvenuta nomina precisandole in una lettera del dicembre 1846 che l’Augusta Sovrana con motu proprio 10 dicembre 1846 n. 4491 la nomina sua Dama di Palazzo per le rare doti onde Ella è adorna.
FONTI E BIBL.: A.V.Marchi, Figure del Ducato, 1991, 30.

SCACCAGLIA ARNALDO
Corcagnano 1913-4 aprile 1997
Compì gli studi all’Istituto d’arte Paolo Toschi di Parma. Poi eseguì vari lavori di decorazione e restauro, partecipando a mostre provinciali, regionali e nazionali. La sua fu una pittura robusta, dai colori caldi, giocati sulle terre e sui rossi arancio accesi, mentre nella scultura (che portò avanti parallelamente) amò forgiare ritratti di amici e personaggi di Parma. Il suo post-cubismo elaborato e il suo impegno sociale lo portarono subito al successo: nel 1945 vinse il Premio Suzzara, nel 1951 il Premio provinciale di Parma per la scultura, nel 1954 il Sant’Ilario d’Enza, nel 1955 ancora il Premio Suzzara, poi il Premio Rinascente alla Biennale di Milano, il San Martino di noceto, il regionale di Fidenza e il parmigianino a fontanellato. Dopo una decina d’anni di silenzio, dedicati a diversi interessi (lo Scaccaglia, con Zoni, Corradini e Tosi creò il sindacato pittori, mentre nel 1980 fu tra i fondatori dell’associazione parmense artisti), alla fine degli anni Sessanta tornò alle mostre nella Galleria del Teatro di Parma. Lo scaccaglia organizzò il centro culturale comunale di Parma, prima nelle stanze accanto al Ridotto del Teatro Regio e poi in via Mameli. Inoltre curò con intelligenza e meticolosità l’illuminazione del castello di Fontanellato. In occasione del ritorno dello scaccaglia alla Galleria del Teatro, Marcheselli scrisse tra l’altro: Queste tele rigogliose accusano Scaccaglia, per non aver impegnato, in particolare nel momento di splendore del neo-naturalismo, le sue doti secondo un filone che costituisce la linfa di tutta la produzione dell’artista. Sono le vive pannocchie le pietre miliari di questo discorso di pittura a piene mani, di vegetazione carnosa, di rossi e di bruni impastati, di luci blu, materia più che luce vera e propria. E, attraverso le pannocchie, Scaccaglia racconta di sé, del proprio bisogno di affondare le mani in una pittura di qui e senza tempo, anche se si potrebbero ricercarne le origini in certa cézanniana maniera di essenzializzare e inquadrare. Quadri freschi, brulicanti di elementi, anche se su temi limitati; quadri padani, ma non abbandonati alla sensibilità larga degli oggetti deformati, bensì colti, avvertiti e mescolati in misura giusta. Dello Scaccaglia, oltre a una mostra antologica, ancora alla Galleria del Teatro, e a una selezione di periferie realiste degli anni cinquanta alla Bottega di Giovati a Parma, va ricordata una mostra tenuta nel 1977 alla calleria Giordani di via Cairoli, sempre a Parma, per la quale fu scritto: È il caso di Arnaldo Scaccaglia, dalla pittura apparentemente chiara, forte, sanguigna, quasi istintiva; una pitture che, invece, a osservarla e a gustarla lentamente, sorprende con una miriade di citazioni culturali, di sensazioni, di trasparenze poetiche: una pittura di pensiero, quindi, e cioè l’opposto dell’impressione primitiva. Una pittura tutta da scoprire, dove sorprende soprattutto il fatto che esistano tanti evidenti agganci storici e che tuttavia non vengano minimamente toccate unitarietà di stile e coerenza ideologica: da Paolo Uccello al futurismo, dall’impressionismo di certi interni ai fauves, all’astratto geometrico, al realismo padano. Sono pagine chiare, legate tra di loro, di un discorso fluido, privo di compiacimenti e velleitarismi, per l’esclusivo gusto della pittura, attraverso un colore sempre terso e una composizione armoniosa (marcheselli).
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 6 aprile 1997, 11.

SCACCAGLIA ENEA
Talignano 1922-Noceto 19 marzo 1945
Fu tra i primi ad aderire al movimento partigiano. Le vessazioni continue cui fu fatta oggetto la sua famiglia dalla brigata nera di Collecchio lo indussero nei primi mesi del 1945 a rientrare a Sala Baganza abbandonando la lotta in cambio dell’incolumità personale e dei familiari. Dopo pochi giorni fu però arrestato e, senza alcun processo, condannato a morte. Fu poi fucilato per rappresaglia assieme ad altri partigiani.
FONTI E BIBL.: F. Botti, Talignano, 1973, 91-92; Gazzetta di Parma 22 dicembre 1988, 20.

SCACCAGLIA FERDINANDO PIETRO
Beneceto 5 dicembre 1823-Fontanellato 29 marzo 1894
Figlio di Antonio. Muratore, si arruolò volontario nel 1859 per combattere nella seconda guerra d’indipendenza. L’anno successivo fece parte della gloriosa schiera dei Mille sbarcati a Marsala.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Il Risorgimento italiano nelle epigrafi parmensi, Parma, Off. grafica fresching, 1915, 345 e 356; E. Michel, in Dizionario Risorgimento, 4, 1937, 225.

SCACCHINI ALBERTO
1596-Parma 26 ottobre 1676
Carmelitano, fu teologo esimio nonché filosofo e predicatore. Per le sue qualità, fu elevato alla carica di Superiore del Convento di Parma (1631) poi di Ferrara (1640). Fu Teologo del duca Ranuccio Farnese e del principe alessandro Farnese, e nel 1640 fu Vicegerente del vicario generale della Congregazione mantovana del suo Ordine. Fu eletto dai vescovi di Parma e Ferrara Esaminatore Sinodale e dagli inquisitori delle due città Consultore del Sant’Uffizio. Scrisse varie opere di soggetto religioso. Venne inumato nella cappella di famiglia ubicata nella chiesa del Carmine, nel cui chiostro gli fu dedicata la seguente epigrafe: Alberto Scacchinio Hieronymo Droghio carmelit s t mm de aevo familiaq bb mm impietatis profligandae consvlt hvivs coenobii moderat opt libr ab altero compositis ab altero biblioth dedicata post pvb mvn optim cvrata an rep sal ille mdclxxiv hic mdcl xxxvi defunctis Gavd Rob carmelita.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 198-199; A. Pezzana, memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 793; palazzi e casate di Parma, 1971, 705.

SCACCHINI GIACOMO FRANCESCO
Parma 25 luglio 1596-post 1642
Figlio di Adriano e Sulpitia. Si laureò in legge nell’anno 1616. Fu tenuto in gran credito a Parma sia per le capacità professionali che per la bontà e l’integrità della persona. Si occupò soprattutto dell’amministrazione degli affari pubblici.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 83.

SCACCHINI SEMPRONIO
Parma 1594
Dottore in ambo le leggi. Fu pretore di Trento nel 1594. Fu mandato come Residente in Napoli dal duca Ranuccio Farnese, che lo tenne sempre in molta considerazione. ritornato in seguito a Parma, attese alla sua professione. Morì in età assai avanzata.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 49; A; Pezzana, Storia di Parma, I, 1837, Appendice 56.

SCACCHINO SEMPRONIO, vedi SCACCHINI SEMPRONIO

SCACCIA ALESSANDRA
Parma 1697/1712
Cantante, probabilmente figlia di Giuseppe, cantò quasi sempre nelle opere interpretate da lui: piacenza (Nuovo Teatro Ducale, 1697, La virtù trionfante dell’inganno), Mantova (1698, nel divertimento pastorale Gli amori infelici felici), Genova (Teatro del Falcone, autunno 1700, Gerone tiranno di Siracusa), Mantova (1701, Il duello d’ammore e di vendetta), Firenze (1701, Partenope; Teatro di via del Cocomero, Carnevale del 1702, L’Analinda o Le nozze con l’inimico), Torino (Teatro Regio, 1703, Arsiade), Casale Monferrato (Teatro nuovo, 1703, Gli equivoci del sembiante, Il più fedel tra vassalli), Genova (Teatro di sant’agostino, 1705, L’Armindo), Piacenza (Piccolo Teatro Ducale, 1707, La fortezza al cimento; Carnevale del 1708, La Griselda), Parma (Nuovo Teatro Ducale, 1708, Gli equivoci amorosi), Bergamo (1709, L’Alcibiade o L’eroico amore, L’alciade o la violenza d’amore), Genova (Teatro del Falcone, autunno 1709, Dafni) e Piacenza (Piccolo Teatro Ducale, Carnevale del 1712, L’Alarico).
FONTI E BIBL.: Sartori; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SCACCIA GIUSEPPE
Parma o Mantova ante 1677-post 1716
Fu tenore alla Corte dei duchi di Parma dal 31 agosto 1677 al 4 agosto 1698 (nel quale giorno venne licenziato), come pure alla cattedrale di Parma dal 3 maggio 1709 al 22 giugno 1716 e alla Steccata di Parma dal luglio 1690 a tutto il settembre 1694. Calcò le scene per moltissimi anni.La carriera ebbe inizio a Mantova (Nuovo Teatro, 1669, L’Eudosia) e proseguì poi a Mialno nel 1670 (Teatro Ducale, L’Ippolita reina delle amazzoni).Dopo una lunga assenza ritornò a Parma (Teatro del Collegio dei Nobili, 1681, Amalasonta in Italia; Piccolo Teatro di Corte, 1681, Amore riconciliato con Venere, introduzione al balletto della duchessa), per proseguire poi nel 1684 a Venezia nel Teatro Vendramino di San salvatore (Publio Elio Pertinace), Piacenza (Nuovo Teatro Ducale, 1687, Zenone il tiranno, e 1688, L’Ercole trionfante), di nuovo a Venezia (Teatro Grimano dei Santi Giovanni e Paolo, 1689, Il gran Tamerlano) e Genova (Teatro del Falcone, 1689, Il Giustino, e 1690, Antioco principe della Siria, Massimo Pappieno). Cantò a Parma nelle grandiose feste nuziali del 1690 (Il favore degli dei, L’idea di tutte le perfezioni) e proseguì la carriera a Crema (1692, Il pausania), Piacenza (Nuovo Teatro Ducale, 1692, Circe abbandonata da Ulisse, e 1693, Talesti innamorata d’Alessandro Magno), Roma (teatro di Tordinona, 1693, Il Seleuco, Il vespasiano), Genova (Teatro del Falcone, 1693, La virtù trionfante dell’amore e dell’odio), Milano (Teatro Reale, Carnevale del 1694, L’Aiace, gl’amori ministri della fortuna), Piacenza (Nuovo Teatro Ducale, 1694, Demetrio Tiranno), torino (Teatro Regio, autunno 1695, l’anfitrione di Plauto), Roma (Teatro Capranica, 1695, Il Clearco in Negroponte e 1696, Flavio Cuniberto, Il re infante), Napoli (nuovo Teatro, 1969, Il Trionfo di Camilla regina dei Volsci, e 1697, Emireno), Parma (1697, Ottone in Italia), Piacenza (Nuovo Teatro Ducale, 1697, La virtù trionfante dell’inganno), Mantova (dicembre 1699, l’oracolo in sogno), Genova (Teatro del Falcone, autunno 1700, Gerone tiranno di Siracusa), Mantova (1701, Il duello d’ammore e di vendetta), firenze (1701, Partenope; Teatro di via del cocomero, Carnevale del 1702, L’Analinda o Le nozze con l’inimico), Torino, (Teatro Regio, 1703, Arsiade), Piacenza (Piccolo Teatro Ducale, 1707, La fortezza al cimento; Carnevale del 1708, La Griselda), Parma (Nuovo Teatro Ducale, 1708, Gli equivoci amorosi), Bergamo (1709, L’Alcibiade o L’eroico amore, L’alciade o la vilenza d’amore) e Genova (Teatro del Falcone, autunno 1709, Dafni).
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruoli Farnesiani, 1671-1682, fol. 313, 1683-1692, fol. 129, 412, 1693-1701, fol. 138, 472; Archivio della Steccata di Parma, Mandati 1689-1690, 1691-1695; Archivio del Duomo di Parma, Mandati 1700-1725; L. Balestrieri, 121, 122, 123 e 124; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 136; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SCACHINI GIACOMO, vedi SCACCHINI GIACOMO

SCAFFARDI EVARISTO
Parma 8 settembre 1901-Parma 4 dicembre 1990
Parroco di Santo Stefano in Sant’Antonio Abate dal 1941, fu Assistente ecclesiastico scout ASCI provinciale (1927), fondatore e primo Assistente ecclesiastico delle Guide Cattoliche AGI di Parma (girl-scout) dal 1948 e cappellano scout CNGEI Parma dal 1976.
FONTI E BIBL.: Centro Studi Scout C.Colombo (M.Furia).

SCAGLIA RICCARDO
Parma 6 febbraio 1897 -
Figlio di Carlo e di madre ignota. Noto anche sotto gli pseudonimi di Risca e Dado, fu giornalista e direttore della Biblioteca Civica e della Pinacoteca di Alessandria.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1206.

SCAGLIONI AUGUSTO RUOCCO
Fontanellato 9 settembre 1924-Passo dei Guselli 4 dicembre 1944
Figlio di Carlo. Partigiano nella 36a Brigata Garibaldi W. Bersani, fu decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione: Comandante di un distaccamento partigiano si prodigava per cinque mesi in diuturne e pericolose azioni di disturbo contro le linee di comunicazione nemiche ostacolandone i rifornimenti. Durante una azione particolarmente critica, per la situazione tattica venuta a determinarsi, accorreva col suo reparto in aiuto di una formazione partigiana che era per essere circondata dal nemico e, penetrato audacemente nello schieramento tedesco, costringeva l’avversario a ripiegare. In altro fatto d’armi di leggendario ardimento attaccava con i suoi uomini una autocolonna tedesca e, dopo circa un’ora di combattimento, sconfiggeva la scorta catturando numerosi prigionieri e 7 autocarri carichi di abbondante materiale. Incaricato di procedere alla occupazione di un passo montano per impedire l’accerchiamento di una intera divisione partigiana, raggiungeva a tappe forzate l’importante posizione ove si scontrava con truppe mongole che tenacemente ne contrastavano il possesso. Nella irruenza della furiosa lotta, durante la quale fu di esempio per valore ed ardimento, cadeva colpito a morte, immolando alla Patria la sua giovane esistenza.
FONTI E BIBL.: Decorati al valore, 1964, 48; Caduti Resistenza, 1970, 90.

SCAGLIONI GIUSEPPE
Parma 1831
Rigattiere, ebbe parte nei moti del 1831. Dello Scaglioni, la polizia compilò la seguente scheda informativa: Distributore di denaro alla plebe per incoraggiarla a gridare e schiamazzare. Ora oste. Famoso giuocatore e ritenuto anche barrattiere, non gode tanto buon nome sebbene siasi emendato in punto di giuoco. Fu uno degli istigatori della rivolta.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 207.

SCAGLIONI RAIMONDO
Parma 21 gennaio 1750-Parma 26 agosto 1829
Frate cappuccino, fu predicatore di molta dottrina, lettore di teologia morale, guardiano, maestro dei novizi e definitore. Compì a Guastalla la vestizione (29 giugno 1767) e la professione di fede (29 giugno 1768). Fu consacrato sacerdote a Reggio il 6 marzo 1773.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 494.

SCAGLIONI RUOCCO AUGUSTO, vedi SCAGLIONI AUGUSTO RUOCCO

SCAGNONI PIETRO, vedi SGAGNONI PIETRO

SCAJOLI LELIO
Parma 1561/1582
Fu Zecchiere della Zecca di Parma almeno dal 1577 al 1582. In quattro parpaiole coniate in quegli anni si riscontrano infatti le iniziali L.S.. Il Coggiola ipotizza anche una precedente attività dello Scajoli per il periodo 1561-1573, sempre per la coniazione di parpaiole con l’effigie di Alessandro Farnese al rovescio e quella della dea Pallade al dritto.
FONTI E BIBL.: G. Coggiola, La Zecca di Parma, in archivio Storico per le Provincie Parmensi 1897/1898, 17-20.

SCANAVINI GIOVAN BATTISTA
Parma 1718
Fu pittore in Parma nell’anno 1718: Adi 3 luglio 1718. Il Tesoriere pagherà al sig. Giovan Battista Scanavini di Parma lire quarantacinque per sua mercede d’un ritratto di S.A. S.ma da esso dipinto, da esporsi in detto Oratorio di S. Giuseppe in Cortemaggiore.
FONTI E BIBL.: Parma nell’arte 1 1980, 101.

SCANNATI ALESSANDRO
Parma 1595-Parma 10 luglio 1630
Frate cappuccino laico, vittima di carità verso gli appestati. Compì la vestizione il 24 maggio 1614.
FONTI E BIBL.: Ann. Prov. I, 198; Bertani, Ann. III/III, 488, n. 183; Mussini, Memorie storiche, II, 39-40; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 403.

SCANNAVINO GIOVAN BATTISTA, vedi SCANAVINI GIOVAN BATTISTA

SCANO ADELAIDE, vedi NAGEL ADELAIDE

SCARABELLI ENRICO
Parma 13 agosto 1808 -Parma 6 gennaio 1893
Nato da nobile casato, poté, ancora giovanissimo, compiere le prime ricerche storiche nell’archivio di famiglia. Sposò prima la contessa Camilla Zunti, poi in seconde nozze la marchesa Douglas Scotti di Vigoleno. Ebbe così modo di studiare e riordinare completamente i ricchi archivi di quelle due illustri famiglie, che ebbero tanta parte nelle vicende storiche di Parma e di Piacenza. Entrato come impiegato nell’Archivio Notarile di Parma il 1 giugno 1841, poi nell’Archivio dello Stato il 2 giugno 1848, nell’uno e nell’altro studiò e riordinò innumerevoli serie di atti, traendone appunti preziosi, specialmente per la storia delle belle arti nelle Province Parmensi. Chiamato infine il 18 ottobre 1876, con deliberazione unanime del Consiglio Municipale di Parma, a dirigere il ricco e importantissimo Archivio del Comune, si accinse con vigore a riordinare quelle svariatissime serie di carte, che raccolgono gran parte dei documenti politici, amministrativi e giudiziari a partire dal secolo XII. In quel lungo e faticoso lavoro poté trarre in luce documenti che si credevano per sempre perduti: tra i quali è soprattutto degno di nota il codice statutario De officio Sindaci generalis Civitatis, Communis et Populi Parmae, scritto splendidamente in un volume di pergamena nel 1317 (codice importantissimo, che rimase sconosciuto al Ronchini, editore e illustratore degli Statuti parmensi, e che dà un concetto esatto delle origini e dell’importanza del nuovo magistrato del Sindaco, che, appunto sui primi del secolo XIV, in molti comuni italiani si sovrappose all’ufficio del Podestà, con ampie attribuzioni e autorità). Né, tra i molti documenti che lo scarabelli trasse di nuovo in luce, si debbono dimenticare i Rotoli dei professori, le Matricole degli scolari e altri atti relativi alla storia dell’università di Parma. Ma lo Scarabelli non si limitò a riordinare le carte che trovò nell’archivio del Comune. Egli, che da tanti anni andava raccogliendo documenti sulla storia delle famiglie illustri di Parma, che aveva coadiuvato il Litta nella pubblicazione delle genealogie dei Pallavicino, dei Rossi, dei Sanvitale, dei Torelli e di molte altre famiglie, che aveva già preparato tutto il materiale per pubblicare, in continuazione al Litta, le genealogie dei Terzi e degli Scotti, donò al Comune e ordinò nell’Archivio del Comune tutto il materiale raccolto e vi aggiunse il proprio archivio domestico e quello importantissimo dei Zunti, a lui pervenuto in eredità. Volle poi completare il lascito con molte centinaia di volumi di manoscritti e di stampati relativi alla storia patria. Al Museo di Parma, pochi mesi prima di morire, volle cedere la sua ricca biblioteca, formata di documenti trascritti da originali inediti e in gran parte non conosciuti, di note raccolte dagli atti dei notai dal secolo XIII sin oltre il secolo XVI, di disegni rilevati con mano sicura, con gusto artistico e colla massima precisione da parecchi monumenti, poi in buona parte distrutti. A questa raccolta, formata di molti mazzi e volumi di manoscritti, unì tutti i volumi dell’Affò, del Pezzana e degli altri scrittori di cose storiche parmensi e piacentine e di tutti gli scrittori più insigni della storia artistica italiana, arricchiti da lui stesso di note eruditissime, sia sui margini, sia in fogli intercalati, sia in apposite appendici poste in calce a ogni volume. A completare questa biblioteca veramente preziosa per la storia delle arti italiane, lo scarabelli aggiunse una raccolta speciale di oltre mille e cinquecento guide di città e paesi d’Italia, molte delle quali inedite e di edizioni divenute rarissime, dei secoli XVI e XVII. Nel cedere al Museo Parmense questo tesoro artistico, lo Scarabelli trattenne solo presso di sé dieci volumi di Memorie e documenti per la Storia delle Belle Arti parmigiane, scritti tutti di suo pugno, e alcuni grossi mazzi di appunti e documenti per una Guida artistica di Parma, intorno alla quale lavorava da molti anni e di cui pubblicò a più riprese saggi interessantissimi in diversi opuscoli: sul Santuario dei Valeri in Duomo (1840), sulle chiese e sui monasteri di San Quintino (1846) e di Sant’Alessandro (1872) sul Collegio di S. Caterina e sul Palazzo degli Scofoni. Trattenne presso di sé quei volumi e quei mazzi perché ogni giorno, rovistando le carte dell’archivio del Comune, poteva scrivere in essi qualche nuova pagina rendendo sempre più ricco e completo l’immenso lavoro a cui dedicò tutta la vita. Ma pochi giorni prima di morire lo Scarabelli mandò al Museo anche quegli ultimi volumi. Lo Scarabelli fu uno dei dotti editori di quella grande raccolta di fonti di storia patria che sono i Monumenta Historica ad Provincias Parmensem et placentinam pertinentia. Fu inoltre membro attivo della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi.
FONTI E BIBL.: G. Mariotti, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1893, VII-IX; G.Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le province Parmensi 1914; T.Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 73.

SCARABELLI GIUSEPPE
Colorno 1733
Fu Commissario di Colorno nell’anno 1733.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1928-1935.

SCARABELLI PAOLO
Parma 1605
Fu castellano dell’isola di Ponza nell’anno 1605.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1928-1935.

SCARABELLI ZUNTI ENRICO, vedi SCARABELLI ENRICO

SCARAMPI ELISABETTA, vedi MONTFRAULT ELISABETTA

SCARAMUZZA
Parma 1822
Corno da caccia del Reggimento Maria Luigia, il 7 settembre 1822 chiese di essere nominato professore soprannumerario della Ducale orchestra di Parma (Biblioteca del conservatorio di Parma, Archivio della Ducale orchestra).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

SCARAMUZZA BRUNO
Pongennaro di Soragna maggio/dicembre 1929-Soragna 25 aprile 1945
Fu ucciso, non ancora sedicenne, dai Tedeschi l’ultimo giorno di guerra del secondo conflitto mondiale. Soragna era da alcuni giorni testimone del passaggio di truppe germaniche in fuga, dirette verso il Po e la Lombardia. all’alba del 25 aprile 1945, diversi soldati entrarono in casa di Valentino Scaramuzza, nella campagna di Pongennaro. Chiesero e ottennero da mangiare. In casa c’era in quel momento anche il fratello più giovane, lo Scaramuzza. Non fu mai chiarito quanto accadde di preciso in quella casa: sta di fatto che i Tedeschi, prima di riprendere il loro cammino, pensarono di coprirsi le spalle con un ostaggio. Lo scaramuzza venne prelevato e portato via dai militari. Durante il passaggio in Soragna si udirono colpi di arma da fuoco, sparati all’indirizzo della colonna tedesca diretta verso Busseto. Fu questo probabilmente a scatenare la rabbiosa reazione di vendetta verso lo scaramuzza che, nei pressi dello stradello del caseificio Lazzari, venne ucciso. L’episodio scosse il paese: ai funerali che si svolsero nella chiesa parrocchiale parteciparono moltissimi abitanti. Sul luogo del martirio dello scaramuzza venne eretto un cippo a ricordo, ristrutturato nel 1985.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 24 aprile 1998, 21.

SCARAMUZZA CAMILLO
Parma 23 maggio 1842-Milano 1915
Tra i pochi paesaggisti parmensi del secondo ottocento ricordati dalla critica coeva (De gubernatis, Callari) figura lo Scaramuzza, nipote del più noto pittore di figura Francesco Scaramuzza, dal quale fu probabilmente avviato all’arte figurativa. Allievo dell’Accademia parmense fin dal 1857 presso la Scuola di paesaggio, frequentò successivamente i corsi di Ornato elementare e superiore, conseguendo una menzione onorevole nel 1861 per il paesaggio di 2a classe (copia di un dipinto) e aggiudicandosi nel 1862 la medaglia d’oro per il Paesaggio di 1a classe (lavoro dal vero), a pari merito con Adelchi Venturini, per una veduta di borgo del Naviglio. Espose nel 1863 a Parma per l’Incoraggiamento Rive del Cinghio e Studio dal vero sull’Enza col castello di Montechiarugolo e alla mostra Industriale provinciale Veduta di Calestano. Tre anni dopo, per la stessa mostra espose Alpi di succiso viste da Vairo. Nel 1867 espose a Bologna Lo sbocco del torrente Enza nel Po, che gli fruttò una menzione onorevole, mentre nel 1869 la Pinacoteca di Parma vinse un’altra sua opera, Cortile di casa Villa a Parma. Espose regolarmente dal 1861 presso la Società d’incoraggiamento e in particolare alla Mostra parmense di Belle Arti del 1870 presentò un nucleo assai consistente di dipinti, lodati dai contemporanei per la buona disposizione dei colori e l‘esatta riproduzione del vero, tra i quali Borgo del naviglio, in tale circostanza pervenuto al Comune di Zibello, ove è conservato. In questa opera la sua pittura, altre volte più tradizionale e talora ingenua, si accosta al tocco pastoso di Luigi Marchesi in una delicata gradazione coloristica e vibrante luminosità. Due anni dopo espose a Milano Il torrente Parma e nel 1879 a Parma Courmayeur vista dalle alpi, che venne sorteggiato a Quintilio Zoni. I lavori dell’ottavo decennio del secolo denotano poi un contatto con la pittura toscana di macchia (alla mostra del 1870 furono tra gli altri presenti G. Fattori e S. Lega) nella pennellata veloce, nelle larghe campiture di colore e nei profili delle figure nettamente definiti, come evidenziano i dipinti Circo in una piazza di paese del 1871, posseduto dal Comune di Zibello, o Studio dal vero presso Fiorenzuola, del Comune di Fidenza, datato 1879. Alla pittura di cavalletto, che dopo tale data non risulta peraltro documentata, lo Scaramuzza alternò l’attività di decoratore e, in epoca tarda, quella di scenografo. Lavorò quale scenografo col Giacopelli per le scene dell’Otello del settembre 1887. Nella sua produzione di paesista si distinguono diversi momenti e vari livelli qualitativi, pur in un iter di linguaggio conseguente. Accanto a opere che non demeritano una collocazione ai vertici del paesismo parmense del secondo Ottocento, come Il corso dei carri mascherati in via San Michele, ve ne sono altre ancora legate a un tardo gusto romantico, come Vallata del Baganza (Parma, Cassa di Risparmio), altre ancora, come Corso d’acqua (1863, Parma, Istituto d’Arte Paolo Toschi) e Il canale del naviglio all’interno di Parma (1870, Zibello, Palazzo Comunale) che, per la poetica luminosità e i risultati cromatici richiamano una precisa conoscenza fontanesiana. Tuttavia più caratteristica è la produzione posteriore al 1870, già parzialmente anticipata da Case di Borgo delle Grazie (1864, Parma, Palazzo Comunale), probabilmente influenzata, come accadde a Enrico Sartori, dal contatto con le opere di Giovanni Fattori esposte nel 1870 a Parma. Avvicinano infatti lo Scaramuzza al macchiaiolismo sia la pennellata che i netti contorni delle figure, con le larghe campiture cromatiche di Il circo in una piazza di paese e di Studio dal vero presso Fiorenzuola in cui la sciolta macchia d’impressione imparenta lo Scaramuzza a un ambiente artistico estraneo a quello provinciale, informato delle acquisizione mature del linguaggio toscano.
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SCARAMUZZA FRANCESCO ANTONIO BONAVENTURA
Sissa 15 luglio 1803-Parma 20 ottobre 1886
Figlio di Nicolò e Marianna Benedetta Frondoni. Antonio Pasini e Giovanni Tebaldi educarono all’arte lo Scaramuzza, che vinse nel 1820 due concorsi accademici, uno per il disegno a chiaroscuro con Un soldato Cimbro entrato nella stanza di Caio Mario per ucciderlo, si ritira vinto dalla sua voce e l’altro per il nudo. Sei anni più tardi gli venne conferito il premio annuale di pittura per l’Alessandro Farnese che uccide il pascià alla battaglia di Lepanto (Parma, Galleria Nazionale), donde la permanenza di studio a Roma da dove nel 1828 inviò come saggi una Madonna col bambino, copiata da un particolare della Madonna di Foligno di Raffaello (ancora catalogata in Pinacoteca di Parma nel 1896 dal Ricci, p. 21), e il tonante S. Giovanni Battista nel deserto (nella Galleria Nazionale di Parma), nonché nel 1830 il Silvia ed Aminta. Nel 1829 lo Scaramuzza si aggiudicò il premio triennale dell’Accademia parmense col Dandolo alla presa di Costantinopoli, che fu anche mostrato al pubblico nella Galleria Ducale. Ritornato a Parma nell’aprile del 1830, dopo sette mesi fu visibile, sempre in Galleria, un Miracolo di S. Antonio da Padova, il quale dipinto è invece erroneamente datato dal Pariset al 1842. A tale proposito è da notare che questo autore confonde molti altri dati cronologici dello Scaramuzza, errori che sono ripresi da autori posteriori, come Copertini, Allegri Tassoni, Bacchini, Capelli e Dall’Olio. La principessa Maria Antonietta di Borbone allogò allo Scaramuzza la pala del S. Rocco che guarisce gli appestati, in sostituzione di quella non gradita di Giovanni Tebaldi. Una piccola mostra personale fu organizzata nell’ottobre del 1832 nella Galleria Ducale dove vennero esposte quattro sue nuove opere: il S. Martino a cavallo per l’altare maggiore della parrocchiale di Noceto (il bozzetto si trova in canonica), la Visione di S. Ilario per l’omonima parrocchiale di Sant’Ilario Baganza, una Sacra famiglia e infine un Apollo, la cui minuta descrizione di un anonimo cronista sulla Gazzetta di Parma diventa utilissima per identificarne il bozzetto col dipinto di collezione privata parmense erroneamente pubblicato da Copertini-Allegri Tassoni (1971, figura a p. 22) col nome di Giovan Battista Borghesi. L’anno seguente lo Scaramuzza eseguì l’Amore e Psiche della Galleria Nazionale di Parma, iniziando pure lo scomparto centrale nel soffitto della grande sala di lettura nella Biblioteca Palatina di Parma, raffigurandovi Prometeo che protetto da Minerva ruba una scintilla al sole, che terminò nel 1834. Sempre in quell’anno siglò e datò il S. Francesco Solano della chiesa di San Michele in Parma. La Presentazione di Maria al tempio della chiesa del Quartiere di Parma fu invece frutto di una commissione ducale nel 1835, una benevolenza della Sovrana che l’anno dopo in qualche modo lo Scaramuzza ricambiò dipingendo per l’ex ufficiale napoleonico Varron un S. Napoleone Martire da porsi nell’oratorio della Rocca di Sala Baganza (in collezione privata genovese), la quale figura ha i tratti del volto di Napoleone Bonaparte. Sempre nel 1836 il Principe di Metternich allogò allo Scaramuzza un Davive che placa le ire di Saulle, che venne mostrato al pubblico nel 1837. La duchessa Maria Luigia d’Austria nel 1838 gli commissionò una Carità patria che venne poi ereditata da Leopoldo d’Austria, mentre contemporaneamente lo Scaramuzza espose nel Palazzo del Giardino di Parma la Malinconia e una Scena del Conte Ugolino dalla Divina Commedia. Quest’ultimo quadro, secondo il Pariset, fu due anni prima esposto a Milano. Nel 1839 lo Scaramuzza eseguì per la Duchessa Dare da bere agli assetati, che venne ereditato da Leopoldo d’Austria e presentato nella mostra parmense del 1840, dove figurò pure la Carità di uno Scolaretto, sempre commissionato dalla Sovrana, proveniente dall’esposizione che se ne era fatta l’anno prima nel palazzo di Brera a Milano. Entrambi i dipinti furono riprodotti in litografia dal Vigotti nel 1842. Del 1840 sono le Figure di Santi benedettini dipinti nel chiostro di San Giovanni evangelista in Parma e forse i due affreschi nella parrocchiale di Monticelli d’Ongina raffiguranti Le virtù teologali e il Cristo nell’orto degli ulivi (stando al Gervasoni, mentre il Pariset data questi ultimi al 1856; il secondo autore sembra in questo caso più attendibile, trovandosi una memoria per i due dipinti sul giornale L’Annotatore del 27 novembre 1858 che appunto li illustra). Ancora nel 1841 Maria Luigia d’Austria gli retribuì le pitture nella volta del tempietto dedicato al Petrarca a Selvapiana di Ciano e gli ordinò pure le prime scene dantesche da dipingersi nella stanza del bibliotecario nella Biblioteca palatina di Parma. La famosa decorazione fu compiuta dallo Scaramuzza a più riprese: nel 1842, 1843 e 1844, concludendola nel 1857. sempre nel 1841 lo Scaramuzza presentò in mostra nel Palazzo del Giardino di Parma tre quadri: La preghiera del mattino, Pregare Iddio per i vivi e per i morti e La Madonna col bambino e S. Giovanni Battista. L’anno seguente si trovò a San Secondo per dipingere la villa del conte Caimi con Episodi della vita di napoleone. Nel dicembre del 1844 terminò la volta nella sala delle medaglie del Museo d’antichità di Parma e nel 1846 la tela con la Vergine Assunta per la parrocchiale di cortemaggiore. Nel medesimo anno lo Scaramuzza venne nominato maestro d’estetica e di composizione nell’Accademia di Belle Arti di Parma, nelle cui sale espose pure altri due pezzi della serie le opere di misericordia (Visitare gli infermi e Consolare gli afflitti). Nel 1847 ricevette la cattedra di maestro di pittura. Terminò nel 1849 la tela del Baliatico ordinatagli da Maria Luigia d’Austria già nel 1842, ma terminata appunto dopo la morte della mecenate (l’opera venne acquisita dalla Galleria Ducale). Verso il 1853 lo Scaramuzza finì di dipingere una vasta tela rappresentante la Discesa al limbo, iniziata tre anni prima (conservata nel castello di moncalieri). Già professore di pittura, nel 1860 lo Scaramuzza fu posto a dirigere l’Accademia, ma si dimise nel 1877 dedicandosi così principalmente al sua grande progetto di illustrare la Divina Commedia. Questa sua aspirazione risaliva al 1838, quando iniziò la progettazione di molte scene con finissimi disegni a penna (anticipanti la tecnica divisionista) che imitavano le incisioni. Infine nel 1876, dopo diciassette anni di appassionato lavoro, espose finiti i 243 fogli realizzati. Lo Scaramuzza, costante e instancabile disegnatore durante tutta la sua carriera, rivela soprattutto nell’arte grafica le sue doti eccezionali. Lasciò innumerevoli disegni di genere, spesso caratterizzati da acute osservazioni e che vanno dalla scene elaborate allo studio nel dettaglio di ciascun elemento delle proprie composizioni. Indagini puntigliose, eseguite a penna e a matita, di piante e fiori, disegni di nudi dal vero, svariatissimi ritratti, soprattutto di amici e di familiari, vari fogli che fanno supporre trattarsi di bozzetti predisposti dall’artista per il consueto giudizio preliminare da parte della committenza. Intensa risulta pure la sua produzione disegnativa giovanile, improntata a un depurato nitore formale. Alcuni taccuini, suoi precoci e inseparabili compagni di brevi viaggi nella pianura padana, lo rivelano, attento al paesaggio e ai monumenti, già dotato di una eccezionale omogeneità linguistica con la quale riesce a cogliere l’essenziale di quanto interessa il suo occhio curioso. Sono però il gigantesco complesso dei duecentoquarantatré cartoni con le illustrazioni per la Divina Commedia che proiettano lo Scaramuzza tra i maggiori disegnatori europei del suo tempo. L’artista lavorò a questa sua impresa splendida e vigorosa dal 1859 al 1876. Ma i suoi esordi in tema dantesco risultano assai precoci. Fin dal 1836, infatti, presentò La morte del Conte Ugolino con figli e nipoti, che prelude agli encausti della Sala Dante nella Biblioteca Palatina di Parma, condotti, tra svariate interruzioni dovute ai continui dubbiosi ripensamenti, dal 1842 al 1857. Nello Scaramuzza c’è sempre un profondo legame tra la parola del testo e la figura. La rappresentazione visuale di ogni sua tavola è in continuo scambio e potenziamento con l’espressione di Dante, sempre in rivelatrice interespressività. Lo Scaramuzza procede continuamente a tradurre il logos e lo spirito del logos, che sempre dimostra di avere correttamente indagati e capiti, in immagini, costantemente alla ricerca febbrile del legame tra testo e figura, addirittura tra colore vocale e colore del segno grafico. Le sue tavole accompagnano dunque il testo dantesco interpretandolo come una specie di fedelissima traduzione figurata. Tra le numerose illustrazioni del mirabile viaggio dal buio della selva e della valle alla luce risolutiva nel Paradiso dei tre cerchi, quelle dello Scaramuzza sembrano anche contribuire all’interpretazione stessa dei testi, soprattutto per la comprensione di passi particolarmente oscuri. Il rapporto dinamico testo-visualizzazione contiene poi una grande ansia di comunicazione anche popolare, tesa ad allargare il messaggio dell’opera scritta al di fuori della cerchia degli intendenti. Non va dimenticato che lo Scaramuzza fu altresì autore di una traduzione, impeccabile, in dialetto parmigiano del poema di Dante, rimasta manoscritta nonostante il suo struggimento per farla stampare, che dimostra il proposito di farlo conoscere al più largo pubblico possibile, ben al di là della fascia aristocratica e letteraria. Lo Scaramuzza, di carattere estroso, coltivò anche interessi stregoneschi e letterari. spiritista convinto, affermò di essere come medium in comunicazione con gli spiriti dei trapassati che gli trasmettevano i loro pensieri e perfino gli dettavano le loro composizioni poetiche e letterarie d’oltretomba: lo spirito di Ludovico Ariosto un Poema sacro (1873), composto di ben tremila ottave (lo scaramuzza si spinse al punto di pubblicare l’opera come postuma del poeta), lo spirito di Carlo Goldoni La scostumata delusa e Il fastoso superbo e egoista. Inoltre prese attivamente parte ai movimenti politici e rivoluzionari dell’epoca. Il 20 marzo 1848 suonò a stormo per un’ora e mezzo dalla torre del Duomo di Parma e ospitò in casa sua i liberali più perseguitati. È del 1831, pochi giorni dopo l’esecuzione di Ciro Menotti, il suo dipinto Pregate per i vivi e per i morti, notevole in quanto prova la temerarietà dello Scaramuzza: rappresenta una donna abbrunata che, dopo aver collocato una corona di fiori e quercia su un cippo marmoreo, si prostra e abbraccia il piccolo figlio. Sul nastro della corona è scritto Francesca Menotti. Fu il maestro di Ignazio Affanni, Cecrope Barilli, Clementina Morgari Lomazzi, Giorgio Scherer e Cleofonte Preti.
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Allegri Tassoni, Mostra dell’accademia parmense, catalogo, Parma, 1952; Mostra commemorativa di Francesco Scaramuzza, catalogo, Parma, 1959; La Pinacoteca Stuard di Parma, catalogo, Parma, 1961, 47; A. Ciavarella, Il pittore Francesco Scaramuzza e la Sala Dante della Biblioteca Palatina, in Parma Economica, 1968; I. Petrolini, Museo Glauco Lombardi, catalogo, Parma, 1972, 42, 71, 73; A. Bacchini, Sissa, storia di un paese, Parma, 1973, 54, 71; G. Capelli-E. dall’Olio, Francesco Scaramuzza, catalogo della mostra, Parma, 1974; G. Godi, mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’800, catalogo della mostra, Colorno, 1974, 25-27; G.L. Marini, in Dizionario Bolaffi pittori, X, 1975, 206-207; Parma. Vicende e protagonisti, 1978, III, 322; Disegni antichi, 1988, 109-110; M. Leoni, Pitture sulla volta della sala detta delle medaglie nel D. Museo d’Antichità di Parma eseguite dal Prof. Francesco Scaramuzza, Parma, Rossetti, 1844; L. 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Soncini, L’episodio dantesco del conte Ugolino tradotto in dialetto parmigiano da Francesco Scaramuzza, Parma, Bodoniana, 1930, anche in Archivio Storico per le Province Parmensi 30 1930, 274-276 e Aurea Parma 14 1930, 231-239; A. Giuffredi, La mostra dei cartoni dello Scaramuzza a S. Leonardo, in corriere Emiliano 14 novembre 1931; A.M. comanducci, I pittori italiani dell’Ottocento, Ed. Artisti d’Italia, Milano, 1933; M. Bocconi, Parla di passato: un colloquio con l’al di là, in Parma per l’Arte 3 1933, 71-74 (attività spiritistica); R. Fantini, Per i cartoni danteschi dello Scaramuzza, in Gazzetta di Parma 14 dicembre 1934; A. Boselli, I dipinti del limbo dantesco di F. Scaramuzza nella Biblioteca di Parma, in Crisopoli 2 1934, 401-406; U. Ponzi, Francesco scaramuzza poeta e commediografo, in Crisopoli 2 1934, 164-165; A. Barilli, Francesco Scaramuzza, pittore di Dante e poeta degli spiriti, in Giallo e blu, Parma, 1949, 95-98; Autoritratto, in Aurea Parma 36 1952, 196; A. Zamboni, Francesco scaramuzza illustratore della Divina Commedia, in Gazzetta di Parma 16 maggio 1955, 3; A. Ciavarella, Il centenario della Sala Dante della Biblioteca Palatina, in Aurea Parma 41 1957, 248-250; Francesco scaramuzza e il suo mondo di bellezza, in Gazzetta di Parma 26 luglio 1959, 3; A. Barilli, Francesco scaramuzza, in Al pont ad mez 1959, 3; Dipinto giovanile, in Parma per l’Arte 10 1960, 40; Attività letterarie, in G. Pighini, Storia di Parma, Reggio E., 1965, 177-178; Parma per Dante nel VII centenario della nascita, in Il Resto del Carlino 5 giugno 1965; A. Ciavarella, Il pittore parmense Francesco scaramuzza e la sala Dante della Biblioteca Palatina, in Parma Economica 5 1965, 24-28; Francesco scaramuzza, in A. Barilli, Il Galaverna ed altri scritti, Parma, 1966, 191-196; M. Rosci, La Divina Commedia illustrata attraverso i secoli, in Selezione del Reader’s Digest, Milano, 1967; G. Copertini, La pittura parmense dell’Ottocento, Parma, 1971, 42-48; G. Capelli, Francesco Scaramuzza, in Gazzetta di Parma 26 aprile 1974; G. Capelli-E. dall’Olio, Francesco scaramuzza, Parma, Battei, 1974; G. Capelli, In pericolo a Selvapiana i dipinti di Scaramuzza, in Gazzetta di Parma 14 ottobre 1974; T. Coghi Ruggero, scaramuzza dantesco, in Gazzetta di Parma 20 ottobre 1986; A. Marasini, Il pittore Francesco Scaramuzza è stato anche fervente patriota, in Gazzetta di Parma 21 ottobre 1986; Al Pont ad Mez 2 1986, 42-47; G. Capelli, Sissa, 1996, 101-107; Grandi di Parma, 1991, 104; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 286; Aurea Parma 3 1993, 248-250; G. Capelli, in Gazzetta di Parma 15 ottobre 1996, 5.

SCARAMUZZA SALVATORE
Sissa 1804 c.-
Figlio di Nicolò e di Marianna Benedetta Frondoni. Fu un valente incisore calligrafo.
FONTI E BIBL.: Bacchini, Sissa, 1973, 71.

SCARATTI GIAMPAOLO
Parma 1710/1711
Gesuita. Fu Rettore del Collegio dei Nobili di Parma dal 14 settembre 1710 al 31 gennaio 1711.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 836.

SCARATTI GIAN PAOLO, vedi SCARATTI GIAMPAOLO

SCARONI CATERINA EMILIA, vedi SOLCI SCARPA CATERINA EMILIA

SCARPA ANDREA
Parma prima metà del XVII secolo
Maestro muratore attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 321.

SCARPA CRISTOFORO
Vianino ante 1415- Treviso post 1441
Figlio di Enrico. Fu egregio ed eccellente gramatico (Affò). Ebbe corrispondenza con Guarino Veronese, del quale si conservano alcune lettere del 1415 e 1418 indirizzate allo Scarpa. Fu personaggio assai accreditato, lodato anche da Gasparino Barziza e da Antonio Baratella, che in una sua lettera in versi lo definisce insignis Rhetor. Verso il 1415 lo Scarpa si trasferì a verona, e quindi insegnò Belle Lettere in Venezia (1423). Nel 1425 passò a Padova come professore di Retorica, ottenendo nel contempo la cittadinanza padovana. Morto nel 1430 Gasparino Barziza, lo Scarpa fu proposto come sostituto per la cattedra di umane lettere all’Università di Padova, ma il Senato gli preferì Antonio Picino. Insegnò infine a Treviso dal 1435 al 1441.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 138-143; A. Pezzana, memorie degli scrittori e letterati parmigiani, VI/2, 1827, 143-146; A.Segarizzi, Cristoforo de Scarpis, in Nuovo Archivio Veneto 29 1915, 57 s.

SCARTOCCHINO, vedi LUCCHI FRANCESCO

SCARZARINO GUSTAVO, vedi PONTI CRISTOFORO

SCARZELLA FRANCESCO
Parma-post 1781
Allievo al Collegio dei Nobili di Parma, nel Carnevale del 1781 cantò nel dramma pastorale La morte di Nice, rappresentato nel Teatro dell’Istituto.
FONTI E BIBL.: Sartori; G.N.Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

SCATOLA ASENZIO
Neviano degli Arduini 4 settembre 1909-montereau Fault Yonne 31 gennaio 1991
Nato da Attilio e Annunziata Mistrali. comunista, espatriò in Francia il 21 aprile 1936. Il suo nome compare sul Bollettino delle ricerche. Supplemento dei sovversivi. Da Bagnolet, nella regione parigina, dove risiedeva, passò in Spagna nell’aprile 1937, arruolandosi poi nella Brigata Garibaldi, 1° Battaglione, 1a compagnia. Combatté sui fronti di Huesca, Brunete e Farlete, raggiungendo il grado di Sergente. Nel settembre 1937 fu Sottotenente nel 1° battaglione. Ferito in combattimento a farlete, rientrò in Francia. All’inizio della seconda guerra mondiale fu internato nel forte di Tourelles, poi trasferito al campo di Aurigny fino alla Liberazione.
FONTI E BIBL.: L. Arbizzani, Antifascisti in Spagna, 1980, 133.

SCHENINI GIUSEPPE
Busseto 14 aprile 1780-
Figlio di Giovanni Battista. Nel 1810 fu chirurgo al servizio d’Italia nel 1° reggimento e nel 1815 fu Chirurgo di Battaglione al servizio di Parma. Prese parte alle campagne militari del 1813-1814 in Italia e del 1815 in Francia. Nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei carbonari. L’anno seguente fu posto in ritiro. Durante i moti del 1831 fu sottoposto a sorveglianza ma non partecipò alla rivolta trovandosi fin da allora in Edolo, nel bergamasco, dove sposò una Calvi.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 34; O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 210.

SCHENONI ANGELO
Parma 1767/1799
Sacerdote. Fu Segretario della Biblioteca Palatina di Parma (dal 1767) e poi direttore del Museo di Archeologia di Parma (1785-1799).
FONTI E BIBL.: L.Farinelli, Il carteggio Mazza, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1980, 208.

SCHENONI ANGELO
Parma 17 aprile 1858-1939
Figlio di Gaetano ed Ezilde Cornazzani. Fu generale di Divisione, comandante la brigata Sicilia, letterato e poeta.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1206.

SCHENONI IPPOLITO
Parma 1630/1632
Frate Servita, fu contralto alla chiesa della Steccata di Parma nell’ottobre 1630. La licenza da lui richiesta fu accettata il 13 febbraio 1632.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 90.

SCHERER EMILIO GIUSEPPE
Parma 16 maggio 1834-post 1874
Figlio di Giorgio e Caterina Paumer. Nel settembre del 1860 concorse presso l’Accademia di Belle Arti di parma al premio di terza classe, con la copia di un disegno di figura intera, aggiudicandosi una menzione onorevole. Nel luglio del 1862 ricevette un premio per la mezza figura grande al naturale, a olio dal vero. L’anno seguente espose un chiaroscuro copiato da un bassorilievo con la Vergine e il Bambino, partecipando anche al concorso accademico per il disegno di nudo, per il quale ottenne una menzione onorevole. nel 1870 espose alla Galleria Nazionale Filippo Lippi e Lucrezia Buti e La piccola nutrice, aiutando Alberto Rondani, del quale era stato compagno di studi presso l’Accademia, a tratteggiare gli appunti critici sulla mostra, pubblicati quattro anni più tardi negli Scritti d’Arte. Fu stilisticamente dipendente da Giorgio Scherer e da Ignazio Affanni, ma con accentuate intonazioni sentimentali.
FONTI E BIBL.: ms. Atti della R. Accademia parmense, 1857-1863, 227, 326 e 380; Gazzetta di Parma 11 luglio 1863, 615; Esposizione industriale provinciale, 1864, 92; Catalogo delle opere esposte, 1870, 50-52; Giornale del primo Congresso, 1870, 284; A. Rondani, 1874, 41; G. Copertini, La pittura parmense dell’800, Milano, 1971, 150, nota 92; G. Godi, Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’800, catalogo della mostra, Colorno, 1974, 104; Dizionario Bolaffi Pittori, X, 1975, 216-217.

SCHERER GIORGIO
Parma 6 marzo 1831-Parma 12 marzo 1896
Figlio di altro Giorgio e di Caterina Paumer. Fu allievo, assieme all’Affanni e a Cletofonte Preti, di Francesco Scaramuzza presso l’accademia di Belle Arti di Parma. Da giovane venne inviato e mantenuto dalla duchessa Luisa Maria di Borbone a Venezia, in compagnia di Giuseppe Bissoli, con l’incarico di copiare dei dipinti antichi da porsi sugli altari laterali del restaurando oratorio di Santa Maria Annunciata a Colorno. Lo Scherer nel 1852 eseguì la copia dell’Adorazione dei Magi di Paolo Veronese (fu esposta l’anno dopo nelle sale dell’Accademia), ma non adattandosi la superficie del dipinto antico a riprodursi esattamente in quella a sua disposizione, vi aggiunse in alto una Gloria d’angeli riproducendola da un’opera di Alessandro Varotari detto il Padovanino. Nel 1853 vinse il concorso accademico con l’Abdolomiro salutato Re, esponendo anche l’anno seguente per la società d’Incoraggiamento l’Offerta della polenta e un bel bozzetto. Partito per Roma, lo Scherer vi risiedeva nel 1856, anno in cui inviò a Parma, come saggio di pensione, l’alcibiade e la copia da un tondo con la Poesia affrescata nel soffitto di una stanza vaticana di Raffaello (nell’Istituto P. Toschi), la quale, dopo l’esposizione del 1856, era visibile nel 1884 nella camera di San Paolo, nonché il quadretto con lo Studio di pittore e di scultore. Ma nel 1857 fu di ritorno in sede, esponendo a Piacenza e poi a Parma alcune opere per la Società d’Incoraggiamento: S. Giovanni dinanzi ad Erode, Lo studio di un pittore (sorteggiato a Luigi Dosi), Visitare gli infermi (sorteggiato a Ferdinando Douglas-Scotti di Fombio) e La fanciulletta estinta. L’anno dopo lo Scherer presenziò all’esposizione parmense con Insegnare agli ignoranti (sorteggiato a Deogratias Lasagna), Tobia curato della vista, S. Gregorio che prega per le anime purganti, eseguito su commissione della duchessa reggente Luisa Maria di Borbone (il quadro si conservava nella cappella del Cimitero Comunale di Parma, da dove fu trafugato il 25 maggio 1974). Nel 1859 espose I parmigiani che rientrano dopo aver distrutto Vittoria, nel 1860, sempre a Parma, i Profughi d’Aquileja e un Ritratto e nel 1863 la Donna fiorentina, un Ritratto e un Ritratto di puttina. Dal 1861 al 1864 lo Scherer insegnò figura e paesaggio nel Collegio Militare di Parma, sempre partecipando alle mostre parmensi: nel 1863 con Visitare gli infermi, che vinse una medaglia d’argento, Insegnare agli ignoranti, La difesa di Nizza, Un episodio dell’assedio di Firenze, Gli ultimi momenti di Nicolò de Lapi (vinto dal Ministero della Pubblica Istruzione che lo donò alla Galleria di Parma). Nel 1867 espose a Bologna Consolare gli afflitti e La prima medaglia e nel 1870 partecipò alla prima mostra Nazionale parmense con un congruo numero di quadri: Una battaglia, Tiziano ed Odoardo Farnese, Consolare gli afflitti e La mascherata. Nel 1882 partecipò a quella fiorentina con Una lezione di pianoforte e l’infausta notizia, le quale opere furono entrambe ripresentate l’anno seguente sempre a Firenze, mentre solo la seconda venne riproposta nel 1887 all’esposizione della Società d’incoraggiamento, che la sorteggiò al comune di Golese, passando nel 1948 a quello di Parma. Nel 1879 espose Il maestro del villaggio, che fu estratto al Ministero della Pubblica istruzione, mentre nel 1880 partecipò con i quadraturisti Mazzari, Soncini e Robuschi (allievi del Magnani) al rinnovamento decorativo dei locali del Caffè del Risorgimento. Nel 1884 espose a Torino Il figlio del soldato e il Merciaio ambulante. Infine nel 1891 lo Scherer fu a Chiavari, dove affrescò nella chiesa di Nostra Signora dell’Orto, presenziando anche nel 1893 a una mostra locale con Saul e Consolare gli afflitti, che vinsero un primo premio. Ma fu anche presente in quell’anno a Parma, dove, alla mostra della Società d’Incoraggiamento tenuta nel Teatro Regio, espose il Correggio illustra alla badessa Giovanna Piacenza gli affreschi della camera di S. Paolo (conservato presso la Cassa di Risparmio di Parma). Come testimonia il Rondani (1874, pp. 448-453), lo Scherer mantenne un incostante comportamento stilistico, dibattendosi alternativamente tra una convenzionale pittura borghesemente stucchevole e uno stile più realistico, sia per la tematica che per la tecnica in certi aspetti quasi impressionistica.
FONTI E BIBL.: G. Negri, 1852, 67; Gazzetta di Parma, supplemento, 7 gennaio 1853, 20 febbraio 1854, 165, 16 luglio 1856, 642, 18 agosto 2, 8 e 19 ottobre 1857, 737, 890, 909, 945; X, in l’annotatore 1857, 131, 132, 143; Gazzetta di Parma 18 settembre 1858, 842; F.G., in Gazzetta di Parma 1858, 853-854; G. Panini, 1858, 885; Esposizione delle opere, 1858, 13; C.I., in l’Annotatore 1859, 170; A. Billia, 1860, 1247; G. Carmignani, 1860-1861, 9; Gazzetta di Parma 10 e 11 luglio 1863, 612, 615; Esposizione industriale provinciale, 1864, 92-93; Atti della R. Emiliana Accademia, 1867, 29; Catalogo delle opere esposte, 1870, 43, 44, 49; A. Rabbeno, 1870, 43; L. Pigorini, 25 novembre 1879; L. Ameni, 24 ottobre 1880; L. Pigorini, 1887, 22 e 54; Gazzetta di Parma 23 aprile e 17 giugno 1891; R. De Croddi, 1893, 371; A. De Gubernatis, 1906, 460; Inventario ms. Istitituto P. Toschi, v. I, n. 1648; A. Corna, 1930, 495; A. Santangelo, 1934, 115; N. Pelicelli, in Thieme-Becker, 1936, v. XXX, 34; inventario ms. Galleria Nazionale, 1938, 259; A.M. Comanducci, 1945, v. II, 743; L. Gambara, 1966, 250; G. Copertini, 7 dicembre 1967, 6; G. Ponzi, 1973, II, 29; Gazzetta di Parma 27 maggio 1974, 4; G. Allegri Tassoni, 1974; E. Scarabelli Zunti, documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, ms. nella Biblioteca Palatina di Parma, 1851-1893, X, 136; De Gubernatis, Dizionario artisti italiani viventi, 1889; A.S. Trucchi, Guida di Chiavari; N. Pelicelli, Guida di Parma, 1910; G. Godi, Soragna: l’arte dal XIV al XIX secolo, 1975, 80-81; P. Martini, La scuola parmense di Belle Arti e gli artisti delle province di Parma e di Piacenza dal 1777 all’oggi, Parma, 1862, 37; P. Martini, La Regia Accademia parmense di Belle Arti, Parma, 1873, 17; A. Rondani, Scritti d’arte, Parma, 1874, 448-453; C. Ricci, Catalogo della Regia galleria di Parma, Parma, 1896, 6 e 172; A. Pariset, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri o benemeriti, Parma, 1905, 105-106; G. Allegri Tassoni, mostra dell’Accademia Parmense, catalogo, Parma, 1952, 60-61; Mostra di pittori emiliani dell’800, catalogo, Bologna, 1955, 28; G. Copertini, Un grazioso dipinto di Giorgio Scherer, in Parma per l’Arte 1959, 202; A. Ghidiglia Quintavalle, Doni ai musei e gallerie dello Stato, in Bollettino d’Arte 1964, 425; G. Copertini, La pittura parmense dell’800, Milano, 1971, 64-66; G. Godi, Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’800, catalogo della mostra, Parma, 1974, 71-72; A.M.comanducci, Dizionario dei Pittori, 1974, 2971; S. Pinto, romanticismo storico, catalogo della mostra, Firenze, 1974, 375; G.L. Marini, in Dizionario Bolaffi pittori, X, 1975, 217-218.

SCHIAFFINATI GIAN GIACOMO, vedi SCHIAFFINATI GIOVANNI GIACOMO

SCHIAFFINATI GIOVANNI GIACOMO
Milano 10 settembre 1450-Roma 8 dicembre 1497
Figlio di Tonello, nobile milanese. Fu cameriere di papa Sisto IV e Canonico della basilica Vaticana. Il 30 dicembre 1482 fu eletto da Sisto IV vescovo di Parma. Ebbe due fratelli: Gabriele, vescovo di Gap (Episcopus vapicen-sis), che lo Schiaffinati costituì suo sindaco, procuratore e luogotenente, che risiedette nel palazzo episcopale di Parma, e Andrea. Lo Schiaffinati si valse del fratello Gabriele nell’amministrazione spirituale e temporale della Chiesa di Parma. Il 15 novembre 1483 il Papa lo creò Cardinale del titolo di Santo Stefano in monte Celio, onde in seguito volgarmente fu chiamato il cardinale Parmense. Il diario contenuto nella Vita di Sisto V, scritto in latino da un canonico, descrive lo Schiaffinati come juvenis est quidem bonae indolis, et morigeratus et formosus, ut videri potest, litteras autem non habet. Lo stesso documento afferma che lo Schiaffinati fuit cubicularius Castellani Sancti Angeli, quem quum Xystus vidisset, mox ad se advocavit illumque multis equidem opulentissimis beneficiis insignitum, tandem ad cardinalatus apicem contra aliorum, ut fertur, voluntatem assumpsit. Il 26 aprile 1483 lo Schiaffinati emanò un decreto che dettava le regole per ottenere un sussidio caritativo. Nel 1487 lo Schiaffinati fu a Roma, ove sottoscrisse una bolla di papa Innocenzo VIII e onorò colla sua presenza le solenni esequie di Carlotta, regina di Cipro. Lo Schiaffinati decretò con un pubblico Statuto, sottoscritto anche dal clero e dal Comune della città, che si celebrasse con pia e devota pompa la festa dell’Immacolata Concezione: Parma fu una delle prime città che solennizzò questa ricorrenza. Il 4 maggio 1487 diede licenza a tutti i confratelli della società della Beata Vergine del Carmine di eleggersi per confessore qualunque sacerdote secolare o regolare e ingiunse l’obbligo di accostarsi alla propria parrocchia per ricevervi nella Pasqua i sacramenti della confessione e della comunione. Lo Schiaffinati morì all’età di 47 anni e fu sepolto nella chiesa di sant’agostino in Roma in un bellissimo sepolcro di marmo, con la seguente iscrizione: Io: Jacobo Sclafenato mediolan. divi Stephani in Coelio monte s. r. e. presbytero cardinali parmen. ob ingenium, fidem, solertiam, ceterasque animi et corporis dotes a Sixto iiii. pont. max. inter pares relato undecumque ornato queis perpetua modestia, incomparabilique integrtate gnariter annos viiii. functo Philippus eq. ord. hierosol. fratri concordissimo nato iiii id. sept. mccccli. mortuo vi idus decembr. miii. d. moerens b. m. posuit.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 236; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, I, 1856, 811-824; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 240.

SCHIANCHI ANGELA
Parma-2 maggio 1807
Pia donna, morta in concetto di santità.
FONTI E BIBL.: Angela Schianchi morta in concetto di santità nel 1807 e tumulata nella parrocchiale della SS. Trinità in Parma, in Indicatore Ecclesiastico parmense 1906; Di Angela Schianchi morta in concetto di santità il 2 maggio 1807, Parma, 1913; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 981.

SCHIANCHI GIUSEPPE
Vallerano di Calestano 1888-Fornovo 30 agosto 1957
Sacerdote, esercitò il suo ministero a Sorbolo, a Berceto, a Viarolo, a Castellonchio, a vigatto e infine a Mezzano Rondani. Il vescovo colli nel 1944, quando ancora infuriava la guerra, affidò allo Schianchi i chierici di teologia perché presso di lui completassero la loro formazione. A fine anno dieci di questi teologi furono ordinati preti proprio nella parrocchia dello Schianchi, Mezzano Rondani. Dedicò la sua attenzione di studioso di storia e di arte locali soprattutto alla zona di Berceto, illuminando in saggi e monografie figure e fatti della storia ecclesiastica dell’antico centro appenninico. Importanti sono stati specialmente gli studi pubblicati sulla rivista milanese Arte cristiana intorno al leggendario monastero di Tabertasco e sulle origini e lo sviluppo della chiesa basilicale di Berceto, di cui lo schianchi, che fu anche Canonico della Collegiata, per primo tentò razionalmente la storia nella sua genesi religiosa e artistica.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2/3 1957, 187; Gazzetta di Parma 4 settembre 1991, 16.

SCHIANCHI GUALBERTO
Neviano degli Arduini-Plezzo 23 ottobre 1915
Caporale di Reggimento Artiglieria da campagna, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Quale capo-pezzo, dimostrò sotto il fuoco nemico rara fermezza d’animo e, mortalmente ferito, continuò ad impartire gli ordini ai serventi, finché gli vennero meno le forze.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1916, Dispensa 70a, 3736; Decorati al valore, 1964, 63.

SCHIANCHI PAOLO
Collecchio 21 agosto 1774-Parma 24 ottobre 1807
Capo di malviventi che operavano nei dintorni della città di Parma, fu catturato in seguito a una serie di gravi reati, tra i quali una aggressione a mano armata commessa il 14 dicembre 1805, a danno del quartiermastro del IV battaglione del Treno di Artiglieria, Simeonis, e una aggressione, compiuta il 7 gennaio 1806, a danno del direttore delle Poste della città di Parma, Urtin, e del corriere di Alessandria, Fotraud. Lo Schianchi operò con due complici, anch’essi catturati e assieme a lui condannati a morte dalla commissione militare riunitasi in Parma il 27 gennaio 1806. La condanna fu eseguita il 24 ottobre 1807 nella Piazza della Ghiaja in Parma.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario dei collecchiesi, in Gazzetta di Parma 14 marzo 1960, 3.

SCHIARETTI GUIDO
Parma 13 gennaio 1906-Parma 8 marzo 1972
Allievo di Annibale Pizzarelli e Renzo Martini, pur non avendo ale spalle approfonditi studi musicali, seppe farsi apprezzare come ottimo tenore utilité, comprimario e in varie occasioni anche come protagonista.Dopo una lunga gavetta in teatri di provincia, nell’aprile 1945 ebbe la sua occasione, sostituendo il tenore Infantino al Teatro Regio di Parma nell’Amico Fritz.L’anno successivo fu lord Arturo nella Lucia e nel 1947 cantò nuovamente l’opera a Ovada con Carlo Bergonzi, allora baritono.Fu in Francia (Lione e Tolosa) e in Portogallo cantò in Traviata, Barbiere di Siviglia e Arlesiana.Fu anche negli stati Uniti in una serie di spettacoli.
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SCHIASSI ANTONIO
Parma 1849
Incisore in rame attivo nella prima metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IX, 248.

SCHIAVELLI TIOLO, vedi CHIAVELLI TIOLO

SCHIAVI ANTONIO
Vigatto 28 agosto 1887-Parma 19 giugno 1951
Entrò giovanetto nel Seminario di Berceto, ove frequentò le scuole ginnasiali, e poi passò nel Seminario di Parma per i corsi liceali e teologici. Venne ordinato sacerdote il 14 maggio 1915 nella chiesa di San Tommaso dal vescovo Guido Maria Conforti. Venne poi nominato vice-archivista e Protocollista della Curia vescovile e Rettore della chiesa di San giovanni decollato, quindi vice-cancelliere della Curia per cinque anni (1919-1924), dogmano della Collegiata del Battistero e cappellano della chiesa di San Carlo. Fu inoltre confessore presso le maestre Luigine e presso l’orfanatrofio Vittorio Emanuele, Cancelliere della Curia vescovile dal 1925 al 1931, Vicario generale della Diocesi e arciprete della Basilica cattedrale dal 9 giugno al 4 settembre 1931. Fu quindi nominato parroco della chiesa di San Tommaso in Parma e Canonico onorario della basilica Cattedrale il 5 settembre 1931. restaurò e decorò la chiesa di San Tommaso, ornandola di un pregevole altare in marmo, su disegno di don Alberto Tadè, e di vetrate istoriate. Fu anche insegnante di liturgia nel Seminario maggiore, Promotore di giustizia, Promotore del vincolo e giudice del Tribunale ecclesiastico regionale per le cause matrimoniali, membro del Consiglio amministrativo diocesano, membro della commissione dei definitori per la Congregazione del clero, Ispettore dell’insegnamento di religione nelle scuole primarie della città di Parma, promotore della fede nei processi informativi per le cause delle serve di Dio Lucrezia Zileri e Anna Maria Adorni e Postulatore della causa di beatificazione di monsignor Agostino Chieppi. Fu un assiduo e diligente studioso di storia locale e diocesana: pubblicò i due importanti volumi La Diocesi di Parma, il primo nel 1925 e il secondo nel 1940, indispensabili per la conoscenza della Diocesi e delle singole parrocchie e ricchi di documenti che orientano gli studiosi sulle vicende della storia ecclesiastica della Diocesi parmense. Pubblicò anche Il Pievato di Vigatto e i suoi arcipreti e Nel VII centenario del primo battesimo amministrato nel Battistero monumentale di Parma (1916). Socio corrispondente della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi (1925), riordinò l’Archivio della Curia vescovile, facilitando agli studiosi le ricerche storiche.
FONTI E BIBL.: E. Guerra, in Parma per l’Arte 3 1951, 129; I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 208-209; T. Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 77.

SCHIAVI EUGENIO
-Collecchio aprile 1905
Fu consigliere comunale di Collecchio dal 1888 e Sindaco dal 1892 al 23 maggio 1894, allorché rinunciò all’incarico. Ritornò alle sue funzioni di semplice consigliere e, in assenza del sindaco Lodovico Paveri Fontana, agì da presidente della seduta. Il 23 febbraio 1899 fu di nuovo nominato Sindaco, dalla quale carica fu dimissionario il 28 agosto 1900. Da allora rimase consigliere comunale fino alla morte.
FONTI E BIBL.: U.Delsante, Dizionario dei collecchiesi, in Gazzetta di Parma 14 marzo 1960, 3.

SCHIAVI ORAZIO
San Secondo Parmense-Woschilowa 19 gennaio 1942
Figlio di Albino. Camicia Nera della Legione Camicie Nere Tagliamento, 63° Battaglione, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Porta arma tiratore, durante un tentativo nemico di sorprendere e attaccare un punto particolarmente delicato di un nostro caposaldo, interveniva prontamente aprendo il fuoco sull’avversario. Ferito rimaneva sul posto di combattimento continuando nell’azione fino a quando veniva colpito a morte.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1947, Dispensa 27a, 2712; Decorati al valore, 1964, 116.

SCHIETI PAOLO
Parma 1548/1562
Sacerdote, fu cantore nella chiesa della steccata in Parma dal 1548 al 1556. Passò, come consorziale, alla Cattedrale di Parma il 7 novembre 1558. Il 9 novembre 1562 venne sostituito (loco D. Do. Pauli de Schietis) da Eustacchio Cernitori.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel sec. XVI, 20; Benefitiorum et beneficiatorum Elenchus, 493 (Archivio di Stato in Parma); N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 16.

SCHINON, vedi FORNIA ALFIO

SCHIROLI RICCARDO
Parma 1917-Krasno Orecowo 13 febbraio 1942
Figlio di Arnaldo. Sottotenente del 121° Reggimento Artiglieria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Giunto da pochi giorni in zona d’operazioni e destinato ad un gruppo d’artiglieria in qualità di ufficiale osservatore, rinunciava alla licenza di sei mesi spettantegli quale iscritto alla facoltà di veterinaria e chiedeva di essere subito adibito ad un osservatorio avanzato d’artiglieria. Durante questo servizio ed allo scopo di individuare meglio le posizioni avversarie, esprimeva insistentemente il desiderio di spingersi oltre le prime linee. Si univa pertanto spontaneamente ad una pattuglia di fanti con la quale, dopo essere penetrato profondamente in territorio nemico, a missione ultimata e sulla via del ritorno, veniva attaccato da preponderanti forze avversarie che gli precludevano ogni via di scampo. Impegnatosi audacemente in cruenta impari lotta, cadeva colpito mortalmente. Bell’esempio di volontarismo e sprezzo del pericolo.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1949, Dispensa 7a, 1254; Decorati al valore, 1964, 98.

SCHIVAZAPPA ENRICO
Parma 27 agosto 1846-Parma 14 settembre 1890
Figlio di un addetto al servizio della Corte ducale, da giovane fu garzone prestinaio e nei ritagli di tempo studiò indefessamente. emigrato nel Parà (Brasile), giunse a occupare una posizione eminente nel commercio. Fu viceconsole italiano per molti anni e meritò l’insegna di Cavaliere della Corona d’Italia. rimpatriò nel 1888, portando con sé dal Brasile molti oggetti d’arte, che donò a vari musei d’Italia. Anche nel Museo d’antichità di Parma vi è una sala contenente un’importante collezione etnografica, dovuta appunto allo Schivazappa.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1905, 106-107.

SCHIZZATI A.B.
Noceto 1811
Fu Protomedico in Noceto e poeta dialettale. La sua Filastroca pr Carlotta Levacher al giorn d’San Carl Borromè l’an 1811 è conservata nel ms. parmense 1308 (carte di Giuseppe De Lama) della Biblioteca Palatina di Parma.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 839.

SCHIZZATI ANDREA
Parma 1773 c. -
Figlio del conte Francesco. Fu autorevole Consigliere di Stato.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 200.

SCHIZZATI ANTONIO
Parma 16 aprile 1790-Parma maggio 1876
Figlio di Francesco e di Gaetana Dodi. canonico, fu Decano del Capitolo della Basilica cattedrale di Parma, della quale dignità sostenne con fermezza i diritti e le prerogative. Nell’ufficio di fabbriciere, ne curò con intelligenza e solerzia gli interessi dell’amministrazione. In età avanzata lo Schizzati fu afflitto da cecità.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 28.

SCHIZZATI FILIPPO
Parma 1725/1758
Figlio di Giovanni Antonio e di Lelia Silva. Ottenne nel 1725 una patente ducale di familiarità. Dal 1733 al 1753 fu successivamente Podestà di Cortemaggiore, Castell’Arquato, Busseto e Borgo San Donnino. Nel 1758 ebbe l’onore della toga e fu nominato Pretore di Castel San Giovanni. Sposò in seconde nozze Margherita Torricella di Cortemaggiore.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 200.

SCHIZZATI FILIPPO
Parma 25 febbraio 1784-Parma 28 luglio 1877
Figlio del conte Francesco e della nobile piacentina Gaetana Dodi. Fu avvocato. Intelletto acuto e geniale, particolarmente versato negli studi del diritto, della storia e delle lettere, lasciò una buona traduzione de Le Stagioni di Giacomo Thompson (Parma, Stamperia Ducale, 1818), al quale volume il poeta Angelo Mazza, che allo Schizzati aveva dato in sposa la figlia Drusilla, aggiunse la versione dell’Inno al Creatore. Pubblicò anche un quadro storico sulla Fondazione di Parma, mentre rimase inedita la sua opera Cenni sui Borboni di Parma. Ma dove lo Schizzati si mise maggiormente in evidenza fu nelle sentenze, che redasse a migliaia, in tutti i gradi delle giurisdizioni, civile, penale e amministrativa. Nel 1831 ebbe il delicato incarico di istruire il processo ai moti carbonari scoppiati nel febbraio di quell’anno: in quell’occasione venne apprezzato per la moderazione che lo contraddistinse. Già consigliere del tribunale di revisione di Parma, nella prima legislatura (1848) venne eletto deputato della stessa città al Parlamento subalpino. Di idee liberali, al ritorno dei Borbone poté comunque restare a Parma, insegnando giurisprudenza nell’Università. Nel 1850, in una causa molto importante, che, con le licenze ai coloni, implicava molteplici e gravi interessi, egli non esitò ad andare contro il volere espresso da Carlo di Borbone. Dalla magistratura del Ducato passò in quella del Regno d’Italia: fu presidente della Corte di cassazione di Milano, nonché consigliere e vicepresidente del Consiglio di Stato. Nel testamento, fatto a novant’anni, lasciò scritto che i funerali si celebrassero nelle ore più solitarie ed oscure, senza seguito alcuno al di fuori del servitore, vietò iscrizioni e necrologie e raccomandò ai medici di ben assicurarsi che egli fosse morto davvero.
FONTI E BIBL.: T.Sarti, Rappresentanti legislature Regno, 1880, 764; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1884, 65; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Italiano, due volumi, Roma, 1896 e 1898; A. Malatesta, Ministri, 1941, 120-121; Aurea Parma 1 1949, 24; A. Boni, Documenti parmigiani, 1998, 147.

SCHIZZATI FRANCESCO
Parma 1747-Parma 24 agosto 1820
Figlio di Filippo e di Margherita Torricella. Lo Schizzati discese da un ceppo patrizio, che a Parma aveva già dato studiosi, funzionari, prelati e magistrati. Egli stesso fu, poco più che quarantenne, Auditore civile nel Tribunale di Parma e professore di diritto criminale presso l’Ateneo parmense. Nel 1788 fu travolto nel provvedimento di defenestrazione dell’intero Tribunale, reo di aver giudicato in una controversia privata contro il volere del duca Ferdinando di Borbone. Lo Schizzati fu poi reintegrato nella sua funzione giudiziaria e già nel 1793 fu elevato al grado di Governatore di Parma. In tale carica porse alla duchessa Maria Amalia le sue condoglianze e quelle della città, a seguito della tragica fine della sorella Maria Antonietta. Nel 1791 fu Consigliere di giustizia nel Supremo Consiglio di Piacenza. nell’estate del 1799, al fermo e impavido contegno dello Schizzati, rimasto quale unica autorità nella città sguarnita di qualsiasi difesa e ribollente dei fermenti che il vento di Francia aveva portato, Parma dovette la sua salvezza da molto maggiori sconvolgimenti, e vide le requisizioni, che i Francesi avevano richiesto, ridursi a proporzioni notevolmente minori. Fu una vittoria del buon diritto, della quale l’opera del Cavagnari offre adeguata documentazione. Ormai collaudato e pronto a sostituire il Ventura, fisicamente stanco e probabilmente più ancora timoroso delle imminenti gravissime responsabilità, lo Schizzati assunse (intera, non limitata al Dispaccio di Stato) la funzione di primo Ministro. Nell’estate del 1800 la vittoria di Marengo eliminò l’Austria da ogni sfera d’influenza sul medio corso del Po e aprì le province emiliane al sogno napoleonico di un comodo e sicuro allacciamento del porto di La Spezia alla Cisalpina, attraverso il facile valico della Cisa. Napoleone Bonaparte scrisse al Duca una lettera, nella quale contrastano il proemio severo e la lusinghevole chiusa. Si lagna il primo console di una connivenza della Corte ducale con la rivolta armata dei montanari del Piacentino contro le truppe francesi, esprimendo propositi di severa rappresaglia, poi promette addirittura al Duca un ingrandimento dei suoi domini. La risposta del Duca, minutata tutta dallo Schizzati, è un capolavoro di finezza diplomatica e al tempo stesso un deciso rifiuto delle allettanti promesse. E i due trattati di Lunéville e di Aranjuez, a cavallo tra l’inverno e la primavera del 1801, sono il documento dell’insuccesso delle blandizie. Mentre col primo di essi si mette fuori causa l’Impero Austriaco, unica possibile difesa del minacciato Ducato, con l’altro, stracciando con balda noncuranza ogni buona norma di diritto, si dà voce all’assente e inconsapevole Duca di Parma per fargli dichiarare che gli rinuncia por se y sus herederos perpetuamente el Ducado de Parma con todas sus dependencias en favor de la Repubblica francesa (il Re di Spagna si fece garante di tale rinuncia). Ma nel più di un anno e mezzo che seguì all’iniquo trattato, la resistenza ducale, tanto più ferma quanto meno spettacolare e violenta, tenne in rispetto lo stesso Napoleone Bonaparte. Accanto a quella resistenza passiva, un lavorìo incessante e discreto si sforzò di paralizzare la sentenza di morte del Ducato parmense e magna pars ne fu, insieme al fido amico Giuseppe Nicola Azara, ministro del Re di Spagna, lo Schizzati. Questa attività diplomatica era già a buon punto, quando, improvvisamente, il Duca si spense. Ufficialmente si parlò di colèra sporadico, ma è lecito dubitarne di fronte all’alone di mistero che circondò le successive indagini e che il Lecomte così descrive: Avant que les chirurgiens procédassent à l’autopsie, il fut enjoint à toutes les personnes présentes, et sous peine d’être sur-le-champ disgraciées par la Régence, de rien révéler de ce qui pourrait être découvert par l’ouverture du cadavre de Don Ferdinand. Con la morte del Duca l’ostacolo all’avverarsi del sogno napoleonico svanì e il tricolore dell’anch’essa agonizzante Repubblica di Francia poté sostituire la bandiera borbonica. Parma fu costituita in Dipartimento del Taro. Lo Schizzati fu reggente del Ducato, alla morte di Ferdinando di Borbone, insieme con Maria Amalia e Cesare Ventura.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1820, 281; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 407-408; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 200; Bocconi, L’ultimo ministro di Don Ferdinando, in Archivio Storico per le Province parmensi 1952, 55-62; L. Farinelli, Il carteggio Zani, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1986, 373.

SCHIZZATI GIOVANNI ANTONIO
Piacentino ante 1704-Parma 1736
Figlio di Paolo. Con Patente dell’11 febbraio 1704, dal duca di Parma Francesco Maria Farnese fu creato nobile coi discendenti d’ambo i sessi. Fu uditore criminale in Parma, consigliere della Dettatura di Parma nel 1716, Capo-giudice e Presidente ducale nel 1721 e Progovernatore di Parma nel 1732. Sposò Lelia Silva.
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 200.

SCHIZZI PAINO
Cremona-post 1377
Fu Canonico della Cattedrale di Cremona. Governò come Prevosto mitrato la Chiesa di Borgo San Donnino per oltre trent’anni (1345-1377), distinguendosi per prudenza, dottrina e carità.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 28.

SCHIZZI PAXINO, vedi SCHIZZI PAINO

SCHMID JOHANN LUDWING PHILIPP
Parma 1849/1850
Fu Cavaliere di gran croce dell’Ordine costantiniano, Commendatore dell’Ordine di San Lodovico e Cavaliere del Regio Ordine dell’aquila Rossa. Di origine tedesca, passò a Parma coi secondi duchi di Borbone. Fu creato da Carlo di Borbone, con privilegio dell’8 maggio 1850 per diritto concesso dallo statuto dell’Ordine di San Lodovico, nobile coi discendenti d’ambo i sessi.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 202.

SCHMIT ANTONIO
Parma 1850/1860
Dottore in medicina, fu Consigliere aulico e Commendatore dell’Ordine di San Lodovico (titolo che concedeva per statuto la nobiltà). Fu riconosciuto nobile assieme ai suoi discendenti d’ambo i sessi da Carlo di Borbone duca di Parma, con Decreto del 7 marzo 1850. Lo Schmit fu col medesimo decreto autorizzato ad aggiungere al proprio il cognome Tavera.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 202.

SCHMIT TAVERA ANTONIO, vedi SCHMIT ANTONIO

SCHON PIETRO
Parma seconda metà del XIX secolo
Incisore in rame attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 137

SCHREIBER BRUNO
Trieste settembre/dicembre 1904-Parma 31 agosto 1992
Si laureò con lode nel 1927 con una tesi in Scienze naturali all’Università di Padova. Lavorò presso l’Università di Milano dal 1930 al 1952, eccettuato il periodo bellico: il 5 settembre 1938 fu infatti dimesso dalla carica di aiuto di ruolo alla libera docenza e venne licenziato dall’insegnamento accademico in seguito all’entrata in vigore delle leggi razziali emanate dal governo fascista. Da questa data al 1943 lo Schreiber continuò a insegnare presso la scuola della comunità ebraica di milano. Pochi giorni dopo l’8 settembre 1943, lo Schreiber riuscì a evitare l’internamento nei lager nazisti riparando in Svizzera. Dopo essersi spostato per vari campi di raccolta profughi, riprese a esercitare la professione di docente: fu infatti insegnante in un campo liceale per studenti italiani. Il governo dell’Italia liberata lo considerò uno dei principali punti di riferimento perché i giovani italiani espatriati nella Comunità elvetica proseguissero gli studi. A guerra finita, nel 1945, lo Schreiber fu reintegrato nella carica di aiuto di ruolo nella libera docenza nell’Università di Milano, dove rimase per sei anni. Nel 1951 vinse il concorso per la cattedra di zoologia della facoltà di Scienze naturali dell’Università di Parma. Da allora non cambiò più la sede universitaria e Parma divenne la sua città adottiva. Nel 1954 gli venne affidato anche l’incarico dell’insegnamento della biologia e della zoologia generale presso la facoltà di Medicina. Mantenne queste cattedre fino alla prima metà degli anni Settanta. Lo Schreiber fu Preside di Scienze naturali dal 1960 al 1975, portando a cento (dai dieci iniziali) il numero degli scienziati occupati nella facoltà. In quel periodo promosse lo studio della genetica, chiamando a Parma Luigi Cavalli Sforza, Giovanni Magni e Franco Conterio. Fu infatti tra i primi a comprendere (nonostante non corrispondesse alla sua specializzazione) l’importanza di questa scienza. Nella sua lunga carriera lo Schreiber fu autore di più di 130 lavori scientifici pubblicati in atti di congressi e da riviste internazionali. Gli studi che gli valsero i maggiori riconoscimenti sono relativi alle capacità di orientamento dei piccioni viaggiatori e alla radioecologia del plancton marino. Il suo insegnamento formò scienziati quali Danilo Mainardi, Antonio Moroni ed Elsa Massera. Lo Schreiber fu sepolto presso il reparto israelitico del cimitero di Musocco a Milano.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1 settembre 1992, 8.

SCHREIBER CORRADO
1894-Monte San Michele 26 settembre 1915
Figlio di Ettore. Ancora studente, fu sottotenente di Complemento del 112° Reggimento Fanteria. Fu decorato di medaglia d’argento al valor militare. Morì in combattimento, colpito in pieno da una granata nemica.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 3, 4, 12 e 13 ottobre 1913, 8 giugno 1916 e 20 maggio 1917; Aurea Parma luglio-dicembre 1915; G.Sitti, Caduti e decorati, 1919, 227.

SCHREIBER GIUSEPPE
Parma 1800-post 1825
Dopo aver studiato quattro anni con Pasquale Cavallero e aver suonato in teatro e in funzioni religiose, nel 1825 chiese di concorrere al posto di secondo flauto nella Ducale orchestra di Parma, vincendo il posto (Biblioteca del Conservatorio di Parma, Archivio della ducale Orchestra).
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

SCHWING KARL
Laur 4 gennaio 1780-Parma 10 giugno 1851
Entrato nelle milizie austriache (Corpo dei Cacciatori Tirolesi) nel 1799, passò quindi in Italia, dove nel 1824 fu nominato Capitano. Come tale, nel 1832 fu al servizio di Maria Luigia d’Austria quale Comandante del Corpo dei Dragoni Ducali (Gendarmeria). Giunse al grado di Colonnello e fu creato nobile, cavaliere dell’Ordine Pontificio di Gregorio magno nel 1838 e Cavaliere e quindi commendatore dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio. Nel 1846 ottenne di essere messo a riposo. Dopo la Morte di Maria Luigia fu nominato Maggiore Generale e Governatore della Cittadella di Parma. Lo Schwing riportò nell’adempimento della carriera militare ben cinque ferite. Parlava e scriveva correttamente tre lingue: tedesco, italiano e francese. Sposò Anna Vinter. Si distinse anche durante l’epidemia di colera del 1836.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1838, 41, e 1851, 585; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 408-410; M. De Grazia, Lettera di Carlo III, in Archivio Storico per le Province parmensi, 1969, 256.

SCIOPERATO, vedi GIANFATTORI FERDINANDO CARLO

SCIPIONE FERDINANDO
Parma 1831
Impiegato nell’Ordine Costantiniano, prese parte ai moti del 1831. La polizia ne redasse la seguente scheda segnaletica: Membro del consesso civico. Liberale sciocco e poco onesto. Dalla Direzione Generale di Polizia viene indicato come cooperatore allo scoppio ed alla propagazione della rivolta. Figurò nell’elenco degli inquisiti di Stato con requisitoria.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 206.

SCIPIONE GIANN'AGOSTINO
Borgo San Donnino XVI secolo
Scrisse un poema in rima in onore di San donnino Martire, citato dal Brioschi e dal fagiuoli nella Vita che pubblicarono di detto santo l’anno 1578, affermando che tale poema si conservava in Borgo San Donnino nell’archivio privato della famiglia Pinchelini.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 656.

SCIPIONI FERDINANDO, vedi SCIPIONE FERDINANDO

SCIRULLI GIOVANNI BATTISTA, vedi SERULLO GIOVANNI BATTISTA

SCOCCIABUSA GABRIELE
Busseto 1533/1546
Figlio di Andrea. Fu il primo notaio e Priore del Collegio dei Notai di Busseto, fondato nel 1533. Apprese l’Astronomia da Gian francesco Tuzzi. Di questi studi, rimane un foglio volante impresso in due colonne e contornato, avente questa intitolazione: Conjunctiones, oppositiones cum Quartis suis Luminarium anni 1546 per D. Gabrielem Scozzabusum Notarium Bussetanum in ipso Busseto diligentissime calculatae (Parmae, per Franciscum de Prato). È verosimile che lo Scocciabusa ne publicasse altri per gli anni precedenti o posteriori. Compilò con Lorenzo Berretti, altro notaio bussetano, le Costituzioni di quel Collegio, che si trovano stampate dietro lo Statuto Pallavicino.
FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 652-653.

SCOCIABUSA GABRIELE, vedi SCOCCIABUSA GABRIELE

SCODEGGIA PAOLO
Parma 1899/1918
Fu un pioniere dell’aviazione parmigiana. Fu decorato di Croce di guerra al valore.
FONTI E BIBL.: M. Cobianchi, Pionieri dell’aviazione, 1943.

SCOFFONI CATERINA, vedi GAMBARA CATERINA

SCOFFONI LUCREZIA
Parma-1729
Marchesa. Fu vicepriora della Compagnia del Sant’Angelo Custode di Parma. Sposò un conte Terzi di Sissa.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia S. Angelo Custode, 1853, 51.

SCOFFONI MARC'ANTONIO
Parma 1632
Nell’anno 1632 fu insignito della Croce dell’ordine Militare dei Cavalieri di Santo Stefano.
FONTI E BIBL.: l.Araldi, L’Italia nobile, 1722.

SCOFFONI TIBERIO
-Parma fine del XVI secolo
Fu Canonico della Cattedrale di Parma. Dottore in ambo le leggi, attese più alle opere pie che alla professione. Secondo il Pico, non ebbe pari per bontà ed integrità di vita nel Capitolo dei Canonici né in tutto il Clero di Parma. Morì più pieno di gloria che di anni verso la fine del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 48.

SCOLA ROCCO
-Parma 20 dicembre 1672
Frate servita, fu ammesso come musico nella Cappella della Steccata e in quella della Corte ducale di Parma il 18 aprile 1663.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 134.

SCOLARI ALBERTINA
San Michelino di Tiorre 17 settembre 1857-Parma 2 febbraio 1898
Studiò canto alla Regia Scuola di musica di Parma dal 1876 al 1879. Debuttò (mezzo soprano) con successo al Teatro Regio di Parma nel Carnevale 1878-1879 nella Dinorah e vi tornò la stagione successiva in Roberto il diavolo e nel Niccolò de’ Lapi. Fu poi colpita da una grave malattia, per cui, quando risalì sulle scene, preferì dedicarsi al teatro leggero. In queste vesti, nel 1881-1882 fu a Genova al Teatro Andrea Doria nella compagnia di opere comiche Bruto Bocci che presentò un cartellone con Il campanello dello speziale di Donizetti, Orfeo all’inferno e La bella Elena di Offenbach, Boccaccio di Suppé e Madama Angot di lecocq. Continuò con queste compagnie con successo. L’ultima notizia pubblica che si ha della Scolari risale all’aprile 1894: fu nella compagnia di operette fioravanti al Teatro Reinach di Parma. In cartellone, anche quella volta vi furono operette, di Suppé, Planquette e Lecocq. La stagione suscitò scarso interesse e causa la mancanza di pubblico la compagnia abbandonò la piazza.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 181-182; Dacci; Ferrari; Frassoni; Cronologia del Teatro Regio di Parma; G.N.Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 27 febbraio 1983, 3.

SCOLARI MORELLO
Parma 1439
Fu Commissario ducale di Parma nell’anno 1439.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Consoli, Governatori e Podestà, 1935, 61.

SCOPESI DELLA CAVANNA BARTOLOMEO
Compiano 1486/XVI secolo
Figlio di Giovanni. Dopo aver conseguito grandissimi onori per i suoi meriti scientifici e letterari presso il principe Fregoso, doge di Genova, ottenne anche dal Re di Francia l’onorevolissima carica di suo intimo Segretario.
FONTI E BIBL.: A. Emmanueli, L’alta valle del Taro, 1886, 132.

SCORTA, vedi DELLA PORTA GAMERIO

SCORTICATI ETERIO
San Secondo 1824 c.-Castelfidardo 18 settembre 1860
Fu educato alle discipline liberali: studiò matematica e vi si laureò in Parma nel 1846. In seguito si arruolò nelle truppe parmensi, divenendo presto ufficiale. Dal Governo fu mandato a Insbruck a studiare per l’Arma del Genio. Vi rimase due anni. Durante i moti del 1848 lo Scorticati fu messo al comando del Genio. Seguì poi il generale dei Bersaglieri Alessandro Lamarmora, che lo prese come suo aiutante. Morì in battaglia. Gli venne decretata la medaglia d’argento al valor militare per aver condotto con ammirabile assennatezza e sangue freddo la sua Compagnia, dove più terribile era il fuoco, animando i suoi soldati coll’esempio.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 410.

SCORZA CESARE
Collecchiello XI secolo
Abitante a Collecchiello, ai primi dell’XI secolo divenne usufruttuario dell’Oratorio della Madonna degli Angeli in Collecchio, insieme con i due figli Giuseppe e don Paolo.
FONTI E BIBL.: U.Delsante, Dizionario dei collecchiesi, in Gazzetta di Parma 14 marzo 1960, 3.

SCOTO DA PARMA, vedi SCOTTI

SCOTTI
Parma 1579/1580
Ingegnere. Lavorò in Polonia, dove nel 1579-1580 eresse la fortezza di Grodno per ordine di re Stefano Bàthory. Secondo lo storico polacco Martin Cromer (De origine et rebus gestis Polonorum), si rese particolarmente famoso il 27 giugno 1580 quando, senza servirsi d’acqua e senza verun’altro mezzo manuale, spense l’incendio suscitatosi nella città di grodno presso il castello dove sorggiornava il re Stefano Batory.
FONTI E BIBL.: S. Ciampi, Artisti in Polonia, 1830, 93; S. Ciampi, Bibliografia critica delle antiche reciproche corrispondenze dell’Italia colla Polonia, vol. 2, Firenze, 1839, 253; F. Daugnon, Gli italiani in Polonia, 1905, II, 270-271; T. Jankowski, Smierc Batorego w Grodnie, 1930; L.A. Maggiorotti, dizionario architetti e ingegneri, 1934, 135; R. Lewanski, Polacchi a Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1986, 380.

SCOTTI ARTURO
San Lazzaro Parmense 31 luglio 1879-Parma 17 aprile 1963
Laureatosi in legge, entrò nello studio dell’avvocato Paolo Mussini, al quale successe, non tardando a raggiungere e a consolidare una notevole fortuna professionale: per cinquantacinque anni fu avvocato civilista. Consigliere del Comitato di sconto della Banca d’Italia e legale per oltre un quarantennio della Banca Commerciale Italiana, fece parte per qualche anno del Consiglio nazionale superiore del commercio. Nel secondo dopoguerra, dopo qualche anno di attività ridotta, si ritirò dalla professione attiva, dedicandosi ai suoi studi prediletti: problemi di arte e di toponomastica, ricordi farnesiani, napoleonici e risorgimentali, che lo appassionarono alla raccolta di preziosi cimeli, di stampe, di libri e di scritti rari. Fu anche sobrio e arguto scrittore dialettale. Nell’elezioni amministrative del 1951 venne eletto consigliere comunale per il partito liberale. Fu Presidente del Rotary Club di Parma. Sulla Gazzetta di Parma tenne la popolare rubrica A Vajòn, ricca di note sui problemi della città. Con Francesco Squarcia fu condirettore della rivista culturale Aurea Parma per una dozzina di anni. Lasciò una ricca biblioteca, con un’edizione delle leggi dell’Impero francese e altre raccolte di leggi dal 1805 al 1861.
FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Dialetto vivo, 1944, 127; A. Credali, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1964, 29; T. Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 81-82; Gazzetta di Parma 10 maggio 1993, 5.

SCOTTI BERNARDO VIZIO
Parma 1233/1243
Nell’anno 1233 istituì un nuovo Ordine di frati, detti di Martorano. Fra Salimbene scrive: Fr. Bernardus Vicius fuit de Scottis et fecit ordinem fratrum de Martorano. Tunc Bernardus Vicius cum quibusdam aliis Religionem de Martorano inchoavit. questi religiosi canonici regolari furono soggetti alla regola di sant’agostino. Abitarono in Capo di Ponte, presso il luogo detto di Santa Maria nuova. Lo Scotti fu eletto Vescovo di Parma dal Capitolo poco dopo il 15 ottobre 1243, ma subito dopo papa Innocenzo IV lo sospese dall’amministrazione spirituale e temporale della Chiesa di Parma, commettendola invece a Tancredi Pallavicino, abate del Monastero di San Giovanni Evangelista perché è sospetto a noi e ai nostri fratelli, come dilapidatore, e perché c’è dato sapere che è cagione di imminenti discordie. Perciò fino a che le cose non siano chiarite ci siamo determinati di sospenderlo e ad interdirlo dall’amministrazione, a cui però verrà assegnata una congrua provvigione per le sue necessità. Lo Scotti, semplicemente eletto, fu tuttavia messo in possesso del Vescovado dal legato Gregorio di montelongo. Nei giorni seguenti un decreto del Comune di Parma ordinò al podestà di obbligarsi con giuramento a non costringere mai alla restituzione chiunque avesse avuto dallo Scotti prestito di denaro o avesse in potere beni e robe spettanti al Vescovado, liberando anzi chi fosse tenuto per cauzione a un qualunque vincolo. Contemporaneamente il Pontefice fu informato che lo Scotti, contrariamente ai suoi ordini, aveva osato ingerirsi con la forza nell’amministrazione della diocesi. Innocenzo IV, dopo aver annullato il 21 novembre 1243 il decreto comunale, scrisse il 1° dicembre dello stesso anno al prevosto e al Capitolo di Parma dichiarando non canonica la scelta dello Scotti per avere il legato pontificio fatto trascorrere i termini della facoltà accordatagli. Annullò quindi l’elezione dello Scotti e ordinò che, se entro quindici giorni dopo la ricezione della lettera, non fossero venuti all’elezione, l’abate di Polirone avrebbe scelto una persona degna e confermata in sua vece. Il Capitolo ubbidì prontamente, eleggendo Alberto Sanvitale.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Vescovi della Chiesa parmense, 1936, 215-216; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 238.

SCOTTI COSTANZA, vedi SCOTTI di MONTALBO COSTANZA

SCOTTI GIUSEPPE
Parma 1698/XVIII secolo
In età giovanile scrisse un’opera intitolata Filosofia numerale ove si lusinga il genio di Pitagora intorno la Virtù, bellezza e forza de’ numeri et l’uso di essi nel secondo elementare, e celeste. Compositio mei Josephi Scotti. F. anno 1698 (Biblioteca Palatina di Parma, ms. in folio di f. 234, la tavola del quale è autografa e il resto di mano di un suo discepolo, a cui lo Scotti aveva insegnato l’aritmetica). Tra alcune note che lo Scotti scrisse in fronte a questo libro ve n’è una che dice che il conte Alessandro Sanvitale, suo parziale, voleva farlo stampare a proprie spese. Lo Scotti visse lungamente anche nel secolo successivo.
FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 923.

SCOTTI LUIGI
-Parma 1672
Conte, fu Capitano di cavalleria nelle guerre condotte da Odoardo Farnese: combatté a lungo in Piemonte. Successivamente venne nominato Generale di artiglieria (1661).
FONTI E BIBL.: L. Balduzzi, I Douglas e gli Scotti Douglas, Pisa, 1883; L. Mensi, Dizionario biografico piacentino, Piacenza, 1899; C. Argegni, Condottieri, 1937, 227.

SCOTTI LUIGI
Fontanellato o Piacenza-Fontanellato 1933
Fu pioniere in Italia nella ricerca e nello sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi. Maestro elementare, lo Scotti sentì come pochi del suo tempo tutto il fascino della ricerca petrolifera, di cui seppe inoltre presagire l’incalcolabile importanza futura. Fondò e diresse per venti anni la Società Petrolifera Italiana. Durante la prima guerra mondiale ideò il deposito di benzina del Bersanello di Fornovo e, dopo Caporetto, fornì all’esercito italiano in ritirata 9000 tonnellate di carburante. Pubblicò varie monografie, la più parte di argomento paleontologico. È attribuita allo Scotti la scoperta del solco primigenio o augurale delle abitazioni dei terremaricoli o antichi italici (esiste un suo studio sull’argomento). Lasciato l’insegnamento e messo insieme un modesto capitale, aggredì letteralmente le colline fornovesi (Vallezza-Monterotondo), perforandole incessantemente, ma con alterna fortuna, così da avere spesso bisogno di mezzi finanziari per non dover lasciare il lavoro. Soprattutto, perché l’attività fosse produttiva e di rischio contenuto, occorrevano macchine di perforazione e strutture collaterali di grande efficienza, assai costose e di fabbricazione americana. Un problema difficile, quello economico, per risolvere il quale lo Scotti si rivolse alla Casa reale. E Margherita di Savoja, la regina madre, giunse a Neviano Rossi, nella zona dei pozzi, tra il tripudio della gente incolonnata lungo il percorso prestabilito e grandi festeggiamenti. Il camminamento tra il fondo della miniera e il pozzo da inaugurare, che si trovava non lontano dalla chiesa parrocchiale, quasi in vetta alla collina, fu coperto da un tappeto rosso. Lo Scotti attese il momento opportuno per fare sgorgare il petrolio, fingendo il ritrovamento al pozzo n. 20, con l’uscita verso l’alto di un potente getto del minerale in modo da farne ricadere sugli astanti a rendere più credibile l’avvenimento. la finzione, essendosi presto risaputa, non piacque alle autorità e ai personaggi romani. Il sospetto o forse la certezza avuti dall’alta finanza e dalla stessa casa Savoja che i loro investimenti, ottenuti con l’inganno, non avrebbero mai prodotto degli utili, determinarono misure drastiche nei confronti dello Scotti: il suo allontanamento dalla Società e la perdita del capitale investito. attorno al 1925 il potente finanziere Angelo pogliani lo liquidò senza esitazione e senza alcuna possibilità di ritorno: nei confronti di una società, la Petroli Taro (con sede in fornovo), creduta concorrente, lo Scotti aveva intavolato trattative con proposte di acquisto, proposte che poi furono accettate e sottoscritte dalle parti, ma senza l’esplicito consenso del nuovo gruppo finanziario della Società Petrolifera Italiana. proprio mentre queste trattative erano in corso di perfezionamento, assunse la gestione della Società Petrolifera Italiana il gruppo finanziario Pogliani, il quale non riconobbe mai l’acquisizione della Petroli, considerandola anzi un affare personale dello Scotti. Le conseguenze per lo Scotti furono amarissime: oltre a subire un inevitabile dissesto economico, fu costretto all’abbandono del posto ricoperto fin a quel momento nella società e a ritirarsi a vita privata.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 139; L.Merusi, Fornovo di Taro, 1993, 128-130.

SCOTTI ODOARDO, vedi SCOTTI di MONTALBO ODOARDO

SCOTTI ODOARDO MARIA
Parma 1677/1739
Nel 1739 fu eletto Presidente della congregazione Benedettino-Casinense.
FONTI E BIBL.: M.Armellini, Bibliotheca benedictino casinensis, 1732.

SCOTTI PAOLO
Parma 1563-Parma 20 gennaio 1639
Alunno del Cenobio, fu, a partire dal 1584, Abate di Cassino e di San Paolo in Roma. Fu inoltre Lettore a Cassino e a Parma, dove fece costruire un magnifico coro quando, dal 1623 al 1627, fu Abate del Monastero di San Giovanni Evangelista una prima volta. Fu nuovamente Abate del Monastero di San Giovanni dal 1634 al 1639. Morì all’età di 76 anni.
FONTI E BIBL.: M. Zappata, Corollarium abbatum, in Archivio Storico per le Province parmensi 1980, 112-113.

SCOTTI PAOLO, vedi anche SCOTTI FUSI PAOLO

SCOTTI PIETRO
Parma ante 1815-post 1858
Si incontra la prima volta nel 1815 nella stagione di Fiera al Teatro Comunale di Reggio Emilia, dove danzò nel ballo Gunderberga. Nel Carnevale 1816-1817 fu il primo ballerino al Teatro Regio di Torino sia in balli eroici che mitologici. Nel Carnevale successivo fu primo ballerino al Teatro La Fenice di Venezia, ritornando nella Fiera del 1818 a Reggio Emilia. Nel Carnevale 1818-1819 lo si trova ancora al Teatro Regio di Torino e al Teatro Ducale di Parma nel Carnevale 1822-1823 e in quello dell’anno dopo: per l’occasione gli venne dedicata un’ode a stampa (Biblioteca Palatina di Parma, Fogli volanti, A. 28). Mentre nella stagione di Fiera del 1824 fu al Teatro Comunale di Reggio Emilia, nella primavera 1825 il Teatro Ducale di Parma lo onorò di una beneficiata il 30 maggio e gli venne donata un’altra ode a stampa (Biblioteca Palatina di Parma, Fogli volanti, A. 83). In questo teatro si esibì come coreografo e ballerino nel Carnevale 1827-1828. Con l’inaugurazione del Nuovo Teatro Ducale, fu numinato sottoispettore al Teatro, mentre esercitava la professione di maestro di ballo.In questa attività fece delle buone allieve: nel maggio 1846 si esibirono al Teatro Ducale le giovanissime parmigiane Regina Ghizani e Severina Casanova, che si trovano anche successivamente in diversi spettacoli di beneficenza in danze dello Scotti. Nel 1849, ritiratosi Senesio Del Bono, si propose per la nomina al posto di ispettore di palcoscenico, che gli venne conferito. Nel 1853 gli fu dato l’incarico di sostitutire Pietro Martini quale direttore amministrativo degli spettacoli in caso di sua assenza. Nel 1854 presentò le dimissioni dagli incarichi ricoperti, che però non furono accettate. Il 1° luglio 1858 chiese un permesso per recarsi in Svizzera e da questo momento cessano le sue notizie. Il decreto del 7 ottobre 1858 nominò ispettore effettivo del Teatro Reale Antonio Superchi. Nell’Archivio Storico Comunale di Parma si trovano dal 1830 al 1858 i registri dei rapporti sull’andamento del Teatro compilati dallo Scotti.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 182.

SCOTTI RANUCCIO, vedi SCOTTI DOUGLAS RANUZIO

SCOTTI TOMMASO
-Parma 17 agosto 1871
Nel 1866 abbandonò la famiglia per combattere agli ordini del generale Giuseppe garibaldi.
FONTI E BIBL.: Il Presente 17 agosto 1871, n. 229; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 420.

SCOTTI DA MONTALBO, vedi SCOTTI DI MONTALBO

SCOTTI DI MONTALBO COSTANZA
Parma 1736-31 dicembre 1794
Appartenne alla famiglia marchionale piacentina. Sposò il conte Alessandro Sanvitale di Parma. Fu Dama di palazzo alla Corte di Parma e Vice Priora della Compagnia del sant’angelo Custode. Fu scrittrice reputata, elegante e piacevole conversatrice e appassionata studiosa in ogni tempo della sua vita. Nel 1791 si pubblicarono coi tipi bodoniani alcune massime e consigli diretti alla figlia Luigia, in procinto di sposarsi, col titolo di Ricordi di una madre ad una figlia che si colloca in matrimonio. Tale lavoro venne ristampato nel 1795. Della Scotti di Montalbo si hanno pure alle stampe varie novelle.
FONTI E BIBL.: P.L. Ferri, Biblioteca femminile italiana, Padova, 1842; G. Negri, Compagnia S. Angelo Custode, 1853, 61; L. Mensi, Dizionario biografico piacentino, Piacenza, 1899; M. Bandini, Poetesse, 1942, 243 e 244.

SCOTTI DI MONTALBO ODOARDO
ante 1607-Parma 1667
Marchese, fu Generale di artiglieria del duca Odoardo Farnese. Partecipò alla guerra di castro e fu poi Maggiordomo ducale e comandante del castello di Parma.
FONTI E BIBL.: C. Poggiali, Memorie storiche di piacenza, t. XI, Piacenza, 1737; C. Argegni, condot-tieri, 1937, 228.

SCOTTI DOUGLAS RANUZIO
Parma 19 luglio 1597-Piacenza 10 maggio 1661
Appartenne a una tra le più antiche famiglie patrizie piacentine, il cui ceppo originario, risalente alla metà del Medioevo, si suddivise nei tre rami principali di Vigoleno, Sarmato e Fombio. Lo Scotti Douglas nacque dal conte di sarmato Orazio e dalla nobildonna Lucrezia Alciati, nota per la santità della vita, un compendio della quale venne dato alle stampe nel 1670 da Orazio Smeraldi. Fu il primogenito di sei fratelli, tre maschi e tre femmine. Dei primi, Odoardo emerse nelle armi e nella politica, mentre Filippo, dopo essere stato cavaliere di Malta, si fece cappuccino e morì in ufficio di definitore e guardiano del convento di Ferrara. Il padre, generale di artiglieria, valoroso guerriero e abile diplomatico, fu nominato marchese di Montalbo da Ranuccio Farnese per i servizi resi al duca, presso il quale si trovava a Parma allorché nacque lo Scotti douglas, che lo stesso duca volle tenere a battesimo il 27 luglio 1597 nella chiesa di Santa cecilia, imponendogli il proprio nome. Lo Scotti Douglas coltivò le lettere. Si dette in seguito alla studio delle leggi e fu giureconsulto. Abbracciato lo stato ecclesiastico, iniziò una rapida e brillante carriera. Ottenuta la fiducia del pontefice Urbano VIII, questi lo nominò referendario dell’una e dell’altra segnatura, affidandogli in seguito il governo di alcune città della Chiesa. Ricopriva l’incarico di governatore di Spoleto e non aveva che trent’anni di età allorché lo stesso pontefice, il 22 marzo 1627, lo elevò alla dignità di vescovo di Borgo San Donnino. Il 18 aprile di quell’anno lo Scotti Douglas fu consacrato a Roma dal cardinale Tadia, dopo aver preso sei giorni prima possesso della diocesi a mezzo del suo procuratore Antonio Maria Loffio. Entrò a Borgo San Donnino in incognito nella notte del 28 maggio successivo e il 30 fece il solenne ingresso in Cattedrale per le cerimonie di rito. La sua permanenza in diocesi fu breve e saltuaria. Per sua stessa ammissione non aveva genio per la cura delle anime e aspirò a ricoprire altri uffici. Nondimento, nei due anni effettivi che resse la cattedra borghigiana, compì la sacra visita pastorale, che iniziò il 25 agosto 1627, e fondò in Cattedrale i canonicati di San Clemente, di Sant’Alessandro, di Santa margherita e di Sant’Odoardo. L’iniziativa fu suggerita allo Scotti Douglas dalla necessità di accrescere il decoro del Capitolo in relazione alla maggiore dignità della Cattedrale, da pochi anni eretta in sede vescovile. Valendosi delle buone relazioni della sua famiglia con la casa ducale di Parma, convinse la duchessa Margherita aldobrandini, vedova del duca Ranuccio farnese, ad assegnare all’arcidiaconato, all’arcipretura e ai predetti quattro canonicati una pingue dote prebendale. Il 23 settembre 1628 fu steso il relativo rogito dal cancelliere e notaio della Camera ducale Alessandro Magri e lo Scotti Douglas provvide ad assegnare i titoli ai canonici. Il 22 maggio 1630, dopo essere stato annoverato tra i vescovi assistenti al soglio pontificio (22 aprile 1630), fu elevato alla carica di nunzio apostolico in Svizzera. Egli, senza per questo rinunciare al mandato episcopale, raggiunse a Lucerna la nuova residenza. Ricoprì tale ufficio per nove anni, sino al 3 maggio 1639. Di quel periodo è la sua opera Helvetia profana et sacra, che tratta dei luoghi, delle origini, delle qualità del popolo svizzero, dei costumi civili e militari, con cenni sui singoli cantoni e sullo stato dei Grigioni e dei Vallesani, nonché dei vescovadi, delle abbazie, della vita e della condizione religiosa in cui versavano i cantoni di fronte alla chiesa cattolica e alle varie correnti dei novatori. Enrico Grassi rileva come la nunziatura svizzera avesse rappresentato un novennio di agitazioni religiose e politiche, tra un popolo fiero e rude, il quale, senza fare guerre proprie, combatteva nelle guerre degli altri ed era diviso tra cattolici e protestanti in fazioni e partiti che lottavano tra loro con furore. ricorda inoltre come lo Scotti Douglas volesse generosamente lasciare di sé a Lucerna ricordi di arte e di fede degni di rilievo: così egli donò alla Repubblica elvetica uno dei 67 dipinti di Gaspare Meglinger che riproducono la danza dei morti nel Ponte dei Mulini. Il quadro presenta in primo piano Matteo Visconti nell’atto di consegnare lo scettro ad Alberto Scotti. Il visconti è sorretto da uno scheletro e un altro scheletro sta al fianco dello Scotti. Intorno s’intravvedono personaggi in piedi e a cavallo e, bene in evidenza, stemmi e stendardi dei due casati. La scena, suggerita dallo Scotti Douglas al pittore tedesco, si riferisce a un episodio storico. Alberto Scotti, capostipite della famiglia, fu valoroso condottiero e signore per molti anni di Piacenza. Amico dapprima e nemico poi dei Visconti, nel 1302 mosse guerra a Matteo Visconti. Senonché, mentre i due eserciti erano schierati l’uno contro l’altro nei pressi di Lodi, Matteo Visconti ebbe notizia di una rivolta scoppiata a Milano contro il proprio figlio Galeazzo. Si accostò allora al condottiero piacentino e gli consegnò con la mazza del comando il dominio del milanese. Il giorno seguente Alberto Scotti entrò vittorioso nella capitale lombarda. Il dipinto, di forma triangolare, reca al vertice la scritta: S. Fulcus Ep. Placentiae et Papie 1225 e alla base la seguente altra leggenda: Odoardus Scotus Placentino Marchio Montalbi cum fratre Legato et toto domo Scota Reipublicae Luc. si hoc mortuali tipo animum spondet immortalem. Anno 1632. Altro insigne ricordo lo Scotti Douglas lasciò nella chiesa matrice di San Leodègario, fatta ricostruire dal Senato sulle basi dell’antico tempio distrutto da violento incendio nel giorno di Pasqua dell’anno 1633. Lo Scotti Douglas donò al sacro edificio l’altare maggiore, dettando due lapidi a ricordo dell’avvenimento: Io volli pur far palese non solo a quei di Lucerna, ma a’ posteri e stranieri (lasciò scritto nella citata sua opera Helvetia profana et sacra) l’obbligo mio verso Dio, Sua Santità ed il Signor Cardinale Barberino miei benefattori, segnando i marmi dell’altare maggiore, da me rifabbricati, con queste note di gratitudine. Il 7 settembre 1639 lo Scotti Douglas fu trasferito in qualità di nunzio apostolico straordinario a Parigi, dove entrò in consuetudine amichevole con il cardinale Richelieu ed ebbe con lui frequenti rapporti d’ufficio. Rientrato in Italia dopo due anni di permanenza nella capitale francese, venne nominato governatore delle Marche, carica alla quale, stante la guerra intrapresa dai principi collegati contro il Papa, si aggiunse quella di soprintendente generale delle armi pontificie nella stessa provincia. Il 6 agosto 1643 gli fu conferita la dignità patriarcale della Basilica Vaticana e, conclusa il 30 marzo 1644 la pace tra Urbano VIII e Odoardo farnese duca di Parma per la vertenza di Castro, si attendeva che lo Scotti Douglas, per i servizi resi alla chiesa, fosse eletto cardinale. racconta a questo proposito il Grassi che, essendo vacanti otto posti nel Sacro Collegio, il cardinale Antonio Barberini sollecitò il pontefice a provvedere alla nomina di altrettanti porporati. Ma il Papa vi si oppose e dilazionò il provvedimento fintanto che il 19 luglio 1644 venne a morte. A parer nostro fu un modo di togliersi d’imbarazzo circa il conferimento della porpora a mons. Scotti per i legami esistenti fra la sua famiglia ed i Farnese, che nella guerra di Castro combatterono contro la Santa Sede (grassi). Il nuovo pontefice Innocenzo X volle dare un attestato della stima da lui nutrita per lo Scotti Douglas nominandolo il 20 dicembre 1653 maggiordomo dei Sacri Palazzi, incarico che gli fu poi confermato da papa Alessandro VII. Per meglio dedicarsi al nuovo ufficio, lo Scotti Douglas rinunciò (1650) al vescovado di Borgo San Donnino. Nel 1655 fondò una cappellania nella basilica della Santa Casa di Loreto, dotandola di 1470 scudi romani, con l’onere delle messa quotidiana e lasciandone il diritto di giuspatronato ai propri eredi. Il 19 maggio 1657 volle fare testamento, affidando le sue ultime volontà al notaio romano giacomo Simonetti. Sentendosi vecchio e stanco, rinunciò agli onerosi incarichi per ritirarsi a Piacenza a trascorrere serenamente quanto ancora gli rimaneva da vivere. Allorché quattro anni dopo morì, volle essere sepolto nella chiesa dei Cappuccini in un tumulo recante questa breve iscrizione da lui stesso in precedenza dettata: Hic jacet pulvis, cinis, nihil. successivamente il nipote Francesco, canonico della basilica patriarcale di San Pietro in Roma, fece murare la seguente altra lapide a caratteri d’oro, sormontata dallo stemma scottesco, che iniziava con quelle parole e seguitava toccando i punti salienti della vita dello Scotti Douglas: hic jacet pulvis cinis nihil id tantum inscribi voluit suo sepulcro Ranutius Scottius mar. Horatii f. ex mar. mon. alb. ep. burg. s. Don. ex modestia et virtute virtutes abierunt in coelum una cum anima et vivent in memoria posteritatis quas in Rom. cur. muner. probavit per annos xxxiv nuntius ab Urbano viii ad Helvetios cum potestate de latere legati mox ad Lud. xiii Galliae reg. iii et tot. prov. Picenaepraefectus et armorum generalis gubernatur temporibus difficillimis annos iii sub Innocentio x et Alexandro vi supremae pontificiae domus magister quidem mortis nactus in patria post tot labores anno aetatis s.lxiv - h. s. mdclx - x mai comes franciscus Maria Scotus basilicae vat. princep. apostolor. can. et Alex vii cubicularius honorarius patruo beneficentissimo gr. an. mem. p. La lapide spiccava sul muro di destra, entrando nella chiesa dalla porte principale, ma nel 1938, durante i lavori di restauro al tempio, essa fu rimossa e non più ricollocata in loco.
FONTI E BIBL.: E. Grassi, Monsignor Ranuzio Scotti-Douglas Vescovo Fidentino e Nunzio Apostolico. Cenni biografici, Editrice La Giovane Montagna, Parma, 1940; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 411; Aurea Parma 4 1941, 144-152; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 140-144; P.Blet, Correspondance du Nonce en France Ranuccio Scotti (1639-1641), Roma, Parigi, 1964.

SCOTTI DOUGLAS SOFIA, vedi LANDI SOFIA

SCOTTI FUSI PAOLO
Parma 1632/1637
Nel 1632 e 1637 fu eletto Presidente della congregazione Benedettino-Casinense.
FONTI E BIBL.: M.Armellini, Bibliotheca benedectino casinensi, 1782.

SCOVENNA FABIO
Salsomaggiore Terme 1969-1983
Lasciò diverse poesie (una parte di esse apparve postuma, col titolo La poetica di Fabio, 1983), un romanzo, dei diari e alcune lettere. Morì suicida. In sua memoria nel 1986 fu creato a Parma da Ulisse Adorni (in collaborazione con Romano Costa, Paolo Lagazzi, Bruno Rivalta e altri) un premio per poesie scritte da ragazzi di età compresa tra gli undici e i diciotto anni. Supportato da una giuria prestigiosa (ne fecero parte, tra gli altri, Attilio Bertolucci, Giorgio Caproni, Luciano Erba, Giacinto Spagnoletti, Maria Luisa Spaziani, Giuseppe Conte, Roberto Sanesi, Giancarlo Pontiggia e Paolo Bertolani), il premio visse fino al 1992.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 619.

SCRIBANI GIUSEPPE
Bardi 6 aprile 1787-Piacenza 20 aprile 1866
Allievo alberoniano, dottore in teologia e utroque jure, fu Prevosto della collegiata di sant’Ulderico in Piacenza. Lasciò, a beneficio dei poveri della sua borgata natale, una proprietà in Travazzano del valore di venticinquemila lire. Col suo lascito fu poi eretta l’Opera Pia Scribani (regio decreto dell’11 luglio 1867).
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 414; E. De Giovanni, Un benefattore dei poveri di Bardi, in Bollettino Storico piacentino 1955, 21 e seg.; L. Rebecchi, in Dizionario biografico piacentino, 1987, 247.

SCRIVANI
Parma 1831
Durante i moti del 1831, il giorno 5 marzo volle obbligare il conte Dal Verme, a servizio del Re di Sardegna, a mettere la coccarda tricolore. Fu sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza. È forse la stessa persona che Adolfo d’Escrivan.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 205.

SCUDELLARI, vedi SCUTELLARI

SCUDELLARI DIANI GUIDO ASCANIO, vedi SCUTELLARI AJANI GUIDO ASCANIO GIUSEPPE

SCURANI FRANCESCO MARIA RANUCCIO
Parma 6 novembre 1696-Parma 26 marzo 1770
Frate cappuccino. Compì la vestizione a Carpi l’8 novembre 1712 e la professione di fede l’8 novembre 1713. Fu predicatore e guardiano a San Secondo. Nel 1755 predicò la Quaresima in Guastalla, ove fu pubblicata una raccolta di versi italiani e latini in sua lode e diede alla luce un Panegirico di Sant’Anselmo Vescovo di Lucca e protettore di Mantova recitato nel duomo di questa città li 18 marzo 1743 coll’occasione di predicarvi il Quaresimale (Mantova, per Giuseppe Ferrari). Questo Panegirico è seguito da una raccolta di poesie in lode delllo Scurani. Da più componimenti di quella raccolta (Alla sacra fervorosa eloquenza del Padre Angelo Francesco da Parma, Guastalla, per Vincenzo Gualdi, 1755, in-4) si ricava il fatto che avesse perduto il suo primo quaresimale, e perciò fosse stato costretto a rifarlo.
FONTI E BIBL.: Raccolta di composizioni poetiche in lode del M. R. P. Angiolo Franc. da Parma, cappuccino, insigne Oratore nella Cattedrale di Mantova la quaresima dell’anno 1743, in appendice al suo panegirico di Sant’Anselmo stampato in Mantova nel 1743; Alla sacra fervorosa eloquenza del M.R.P. Angiolo Fr. da Parma, Cappuccino, Oratore zelantissimo nel Duomo della Città di Guastalla la Quaresima dell’an. 1755, In Guastalla, per Vincenzo Gualdi impressore Reggio Ducale col permesso dei superiori; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 187-188; F.da Mareto, Bibl. cappuccini, 1951, 156; Cappuccini a Parma, 1961, 24.

SCURITANO ANTONIO
Sivizzano di Fornovo 1453-San Prospero di Parma 1503
Fu discreto verseggiatore. Morì mentre andava a Pontremoli per sposare Maddalena de’ Burati. Fu sepolto in San Prospero. Tra le altre cose, scrisse un epigramma nel quale immagina che Ausonio renda grazie allo stampatore Angelo Ugoleto per aver pubblicato le sue opere (come in realtà avvenne, a cura dell’illustre fratello Taddeo).
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 4 1958, 231.

SCURRA o SCURTA o SCURTAPELLICCIA, vedi DELLA PORTA GAMERIO

SCUTELLARI AGOSTINO, vedi SCUTELLARI AJANI ROBERTO CRISTIANO

SCUTELLARI ANTONIO
Parma 1582 -Modena 29 aprile 1642
Frate cappuccino. Compì la professione solenne a faenza il 25 maggio 1603. Fu Vicario provinciale (1633), poeta, predicatore, lettore, più volte guardiano del Convento di Parma, definitore (1632) e commissario generale nella provincia Picena. In data 6 febbraio 1595 diresse un suo volume di Canzoni sacre a Ferrante Gonzaga, Signore di Guastalla. Come poeta fu assai lodato in un sonetto a lui dedicato da Curzio Gonzaga. Mostrò zelo in favore degli appestati ed è l’autore di una lettera molto significativa sull’andamento della peste in Parma nel maggio 1630.
FONTI E BIBL.: Necrologium Fratrum Minorum Capuccinorum Prov. Bononiensis, Bologna, 1949, 151; Rime dell’illustriss. Sig. Curtio Gonzaga, già ricorrette, ordinate et accresciute da lui, et hora di nuovo ristampate con gli argomenti ad ogni composizione, Venetia, al segno del Leone, 1591, par. V, 183; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 291; F.da Mareto, Biblioteca cappucci-ni, 1951, 170; Aurea Parma 1 1954, 22-23; cappuccini a Parma, 1961, 22; F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 266.

SCUTELLARI BEATRICE
Parma 10 marzo 1648-Parma 23 settembre 1702
Figlia del conte Giulio e di Barbara Aimi. Figura di donna pia e illuminata, fu dotata di ampia cultura, specie in latino. Preso il velo nel convento delle Clarisse di Sant’Alessandro in Parma, scrisse meditazioni, traduzioni e soliloqui. È ricordata con lode dal Bacchini, dall’Argelati e dall’Armellini. In una succosa apologia (Meditazioni, Soliloquj, e Manuale del glorioso Vesc. e Dott. S. Agostino, con le Meditazioni di S. Anselmo Vesc. Cantuariense, di S. Bernardo Abate, e dell’Idiota Sapiente, tradotte dal latino in volgare da D. Maria Stella Scutellari Monaca Professa dell’Ordine di S. Benedetto nel Monastero di S. Alessandro di Parma, In Modena, per il Capponi e Pont. St. Ep., 1695) volle dimostrare come il sesso femminile fosse atto agli studi quanto e come il sesso maschile. seppe usare ugualmente penna e ago poiché, valente ricamatrice, ebbe l’incarico di ricamare il gonfalone di Parma.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 838-839; V. Spreti, enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 223; I. Affò, memorie degli scrittori e letterati parmigiani, Parma, 1797, V, 298; g. Canonici Fachini, Prospetto biografico delle donne italiane rinomate in letteratura, Venezia, 1824; P.L. Ferri, Biblioteca femminile italiana, Padova, 1842; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri o benemeriti nelle scienze, nelle lettere e nelle arti, Genova, 1877, 411; M. Bandini, Poetesse, 1942, 244-245; Palazzi e casate di Parma, 1971, 604.

SCUTELLARI CARLOTTA, vedi PAOLUCCI CARLOTTA

SCUTELLARI CLARICE, vedi SCUTELLARI BEATRICE

SCUTELLARI FRANCESCO, vedi SCUTELLARI AJANI FRANCESCO MARIA

SCUTELLARI GIACOMO ANTONIO CLEMENTE
Parma 21 gennaio 1543 -1590
Figlio di Angelo e Maria Caterina. Medico, il cui ricordo è in buona parte appoggiato a una lettera scrittagli da un amico ed estimatore. Studiò poetica, filosofia, fisica e medicina, onde fu ascritto al Collegio Medicorum nel 1565. Iscritto all’Accademia degli Innominati col nome di Astruso, scrisse poesie e perfino una tragedia, l’Atamante, ottenendo ampi consensi. Lo Scutellari, trovandosi come sanitario al servizio del marchese Sforza Pallavicino, capitano dei Veneziani, ebbe occasione di conoscere nella residenza del Pallavicino stesso, presso la riviera di Salò, letterati ed esperti di storia naturale e botanica, con l’aiuto dei quali (riferisce l’Affò) raccolse in più volumi le più rare erbe e piante, di cui poi trattò in modo assai erudito. La notizia rilevata acutamente dall’Affò è contenuta in una lettera diretta allo Scutellari, in data aprile 1581, da Antonio Passieno, il quale fu medico a Salò. Questa lettera venne pubblicata da G. B. Olivi a Verona nel 1593 in un suo libro (De reconditis et praecipuis collectaneis ab honestissimo et solertissimo Fr. Calceolario veronensi, in Musaeo adservatis) che ha per argomento la descrizione delle raccolte di prodotti naturali del veronese Francesco Calzolari, semplicista della spezieria alla Campana d’oro in Verona e notissimo descrittore della flora di Verona, e di M. Balbo, che fu, a quanto sembra, molto amico dello Scutellari. Il Passieno scrive allo scutellari: Memini enim dum Saloni essem quam jocunde de medicinalibus hiusmodi rebus sermonem habere summa cum eruditione et delectatione soleres, ac quam exactam de ipsis te scientiam tenere ostenderes. Neque memoria mea excidit doctissimorum virorum apud et vidisse de medica materia insignia monumenta et dono ad te missa volumina amplissima cum affixis quibusque chartis longissime petitis plantis. Dalle quali notizie si deduce che se lo Scutellari non fu egli stesso un diretto raccoglitore di piante, ebbe per altro il merito non tanto di farle oggetto di studio quanto di conservarle in erbari, giacché per erbari si debbono certamente intendere quei volumina amplissima di cui scrive il Passieno. Tale notizia riveste una notevole importanza perché questi erbari dello Scutellari, purtroppo smarriti o distrutti, appartenendo quasi certamente ai primi decenni successivi alla metà del Cinquecento, si possono ritenere tra i più antichi in ordine di tempo. Lo Scutellari fu inoltre medico dell’Imperatore Rodolfo II (1587-1590). La sua opera principale e per la quale è conosciuto fu stampata in Parma: Jacobi Scutellari Medici Parmensis, In librum Hippocratis de natura humana commentarius (Parmae, 1568). Lo Scutellari scrive con un latino elegante, misurato, e si propone di imitare l’esempio di scrittori maestri nelle arti, di conciliare ippocrate con Galeno, di spiegare le incertezze di Galeno con le interpretazioni dei contemporanei ma soprattutto si propone di esporre quantum faciat, non modo ad medicam artem, verum ad totam de natura excultiorem scientiam. Lo Scutellari commenta l’interpretazione d’ippocrate di Vittore Tricavelio in quarantatré commenti, insistendo sui significati diversi dati al contenuto di natura umana, sull’unità di essa, sugli umori vitali e sui rimedi per le malattie che attentano al corpo umano, parte notevole di tutta la personalità. Fu consultato da eminenti medici e chiamato al capezzale di nobili personaggi. Girolamo Zunti lo ricorda con lode nel suo trattato De Balneo Thermali.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV, 180-182; V.Spreti, enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 223; F. Lanzoni, Albori dello studio delle piante, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1941, 141-142; aurea Parma 3/4 1959, 190, e 1 1958, 35; R. Pico, Appendice, 1642, 167; G. Berti, Studio Universitario Parmense, 1967, 106-107; Palazzi e casate di Parma, 1971, 602.

SCUTELLARI GIACOPO, vedi SCUTELLARI GIACOMO ANTONIO CLEMENTE

SCUTELLARI GIOVANNI, vedi SCUTELLARI AJANI GIOVANNI

SCUTELLARI GIULIO ANTONIO GIUSEPPE
Parma 14 febbraio 1685-Parma 10 febbraio 1771
Conte, figlio di Roberto e Caterina. Fu educato nel Collegio dei Nobili di Parma e annoverato nell’Accademia degli Scelti. Fu appassionato raccoglitore di trentamila intagli in legno e in rame e di materiali per scrivere una storia degli artisti parmigiani, che forse andarono perduti. Il conte Antonio Cerati, in una nota inedita ai Sentimenti di un Parmigiano sopra una lettera del Deleyre, dice dello Scutellari: Egli ha da qualche tempo raccolta una storia piena di varii lumi, che riguardano i nostri artisti più celebri. Si spera che la di lui modestia non vorrà più lungamente privare la patria di un libro per lei tanto onorevole. Dello Scutellari scrisse un ricordo il Rezzonico in quello che chiamò Elogio di Giulio Scutellari, ma che veramente è Dissertazione sull’origine delle stampe in legno e in rame. La sua rinomata raccolta fu venduta in Roma nel 1775. Quando nel 1711 pervenne a Parma il granduca Cosimo dei Medici, proveniente da Milano in incognito, venne ricevuto in casa Scutellari e alloggiato all’Albergo della Posta. In suo onore venne recitato al Collegio dei Nobili il primo atto della commedia Pantalonzino. Lo Scutellari fu Archivista comunale del Comune di Parma dal 1717 al 1722. Anziano del Comune nella classe dei cavalieri ebbe da ultimo l’incarico di Direttore dell’Accademia di Belle Arti.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 217; G. Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le province Parmensi 1914; Palazzi e casate di Parma, 1971, 603.

SCUTELLARI GUIDO ASCANIO, vedi SCUTELLARI AJANI GUIDO ASCANIO GIUSEPPE

SCUTELLARI JACOPO, vedi SCUTELLARI GIACOMO ANTONIO CLEMENTE

SCUTELLARI LUIGI
Parma ante 1734-Guastalla 6 maggio 1772
Teatino, professò in Sant’Antonio di Milano il 17 febbraio 1734. Fu predicatore, prevosto e assistente ai bisognosi di soccorso spirituale. Dello Scutellari fu stampato un Panegirico di S. Agata detto in Catania.
FONTI E BIBL.: A.F. Vezzosi, Scrittori teatini, 1780, 301-302.

SCUTELLARI LUIGI
Parma 1742- Parma 25 maggio 1811
Fu Rettore del Collegio dei Nobili di Parma, trasformato in Liceo Imperiale, dal 14 dicembre 1807 al 1814. Lo Scutellari fu inoltre presidente dell’Accademia di Belle Arti di Parma (1807).
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 846.

SCUTELLARI MARIANO
Parma 1806
Amministratore dei beni dell’Ordine costantiniano, fu nominato giudice di pace in Parma nel 1806.
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 224.

SCUTELLARI MARIA STELLA, vedi SCUTELLARI BEATRICE

SCUTELLARI NICOLÒ
Parma 1627/1642
Figlio di Giulio. Si addottorò in ambo le leggi tra il 1627 e il 1642. Diede saggio di bontà e di integrità di vita. Vestì infine l’abito clericale.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 92 e 135.

SCUTELLARI NICOLÒ, vedi anche SCUTELLARI AJANI NICOLÒ

SCUTELLARI AJANI AGOSTINO, vedi SCUTELLARI AJANI ROBERTO CRISTIANO

SCUTELLARI AJANI CAMILLO
Parma 1737 c.-post 1760
Figlio del conte Guido Ascanio. Fu disegnatore, incisore di stampe al bulino e collezionista di stampe e quadri.
FONTI E BIBL.: P.Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVII, 1823, 186.

SCUTELLARI AJANI FRANCESCO GIOVANNI
Parma 16 dicembre 1742-Guastalla 18 luglio 1826
Figlio del conte Guido Ascanio e di Camilla Dalla Torre di Rezzonico, pronipote di papa Clemente XIII. Il duca Ferdinando di borbone lo nominò abate di Guastalla l’8 agosto 1792 e papa Pio VI lo creò Vescovo di Joppe il 3 febbraio 1795. Fu consacrato nel detto anno in Roma il 24 giugno dal cardinale Gerdil. Lo Scutellari Ajani fu Canonico e Vicario capitolare in Parma, vacante la sede per la morte di monsignor Pettorelli (1776). pubblicò Epistola ad Clerum et populum civitatis et diocesis vastallensis (Parmae, e Regio typographeo, 1793) e un’Omelia recitata il giorno dell’ascensione l’anno 1800 (Guastalla, Costa, 1800). Morì a poco meno di 84 anni.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 217; G.M.Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 498; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 273; Palazzi e casate di Parma, 1971, 604.

SCUTELLARI AJANI FRANCESCO MARIA, vedi SCUTELLARI AJANI FRANCESCO GIOVANNI

SCUTELLARI AJANI GIOVANNI
Roma 27 dicembre 1767-Parma 30 ottobre 1816
Nato dal conte Camillo e da Elisabetta Rossi Ruoti Cini, fiorentina. Ebbe i primi rudimenti delle lingue latina e italiana nell’Università Gregoriana, ove proseguì e terminò gli studi di belle lettere, Filosofia Morale, Storia ecclesiastica e Teologia. In quest’ultima facoltà ottenne per acclamazione, dopo il solito esperimento tra tutti gli altri concorrenti, la laurea dottorale all’età di ventun anni (1788). Ordinato sacerdote nel Natale del 1792, cominciò a esercitarsi nella predicazione. Quando monsignor Francesco Scutellari, suo primo cugino, si recò nell’estate del 1793 a Roma per esservi ordinato vescovo titolare di Joppe nella palestina, fu eletto da papa Pio VI, dietro raccomandazione del duca Ferdinando di Borbone, a occupare il canonicato, divenuto vacante per la promozione del cugino, nella Cattedrale di Parma. Prima di abbandonare Roma, il che avvenne nello stesso anno 1793, fu fatto censore dell’Accademia Teologica. Venne poi aggregato all’Accademia di Religione cattolica. A Parma lo Scutellari fu Esaminatore sinodale ed Espositore in Duomo della Sacra scrittura nei giorni festivi. Fu autore di un reputato Quaresimale in Brescia nel 1812. Fece un’Orazion funebre di Monsignor Turchi, recitata nella Cattedrale di Parma il 16 settembre 1803 e stampata dal Gozzi nell’anno stesso. Morì a causa di una febbre gastrica biliosa, conseguente a un attacco epilettico, male di cui soffriva già da sei anni.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 2 novembre 1816, 4; A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 217.

SCUTELLARI AJANI GUIDO ASCANIO GIUSEPPE
Parma 14 marzo 1711-settembre/dicembre 1800
Figlio del conte Giulio e di Girolama Bosco, contessa. Fu educato tra il 1720 e il 1730 nel Collegio dei Nobili di Parma, secondo il suo rango. Ne uscì letterato e poeta-arcade aristofonte Enonio. Amico del Frugoni, scrisse con altri nel 1741 la raccolta Lagrime in morte di un gatto (Milano, Marelli) e, con lo pseudonimo di Ser Lello, fece parte della triade (con Jacopo Antonio Sanvitale e Aurelio Bernieri) di verseggiatori ingaggiati da Orazio Mazza onde celebrare l’entrata in convento della figlia Anna. Fu Luogotenente del Commissario Generale di Guerra di Milano (1745). disimpegnò pure la carica di Maggiordomo di camera del duca Filippo di Borbone, di membro della Deputazione Accademica per la scelta delle tragedie o commedie da rappresentarsi al Teatro Ducale per il duca Ferdinando di Borbone e infine succedette al padre quale Direttore dell’Accademia di Belle Arti di Parma. Esiste nell’Archivio di Stato di Parma una lettera del Paciaudi diretta allo Scutellari Ajani, ove quest’ultimo si giustifica per aver dato in lettura libri proibiti ai giovani frequentatori della Biblioteca Palatina di Parma. Lo Scutellari Ajani fu anche ascritto all’accademia degli Icneutici di Forlì. Compose le tragedie Annibale, Romolo e Remo riconosciuti e Iside Massima o sia la Felicità dell’Egitto. Fu inoltre disegnatore dilettante e collezionista di stampe e quadri.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 217-219; V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 224; P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVII, 1823, 186; Palazzi e casate di Parma, 1971, 603.

SCUTELLARI AJANI NICOLÒ
Parma 1769
Fu cavallerizzo di campo del duca Ferdinando di Borbone. Lo stemma dello Scutellari Ajani è inserito nel volume Le nozze di D. ferdinando di Borbone (Parma, 1769), avendo egli partecipato al torneo datosi in quell’occasione.
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 223-224.

SCUTELLARI AJANI ROBERTO CRISTIANO
Parma 29 marzo 1737-Parma 2 marzo 1806
Figlio di Guido Ascanio. Monaco benedettino, decano del Monastero di Parma, fu buon teologo e scrisse non senza lode e con facilità grandissima versi latini, anche estemporanei. Tra i pubblicati, da rammentare Elegia in creatione Pontificis Max. Pii VII (Regii, Davolius, 1800) e la traduzione dei Sonetti di Ang. Mazza per la profess. de’ sacri voti di Rosa Mazza (Parmae, 1802, Carmignani). Alcuni epigrammi, egloghe e altri componimenti sacri e profani dello Scutellari Ajani si conservavano al tempo del Pezzana presso l’abate Tonani. Lo scutellari Ajani insegnò filosofia e teologia in Perugia e in Parma e diede esercizi spirituali.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 217; V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 223.

SEBASTIANI ANTONIO
Parma 1736
Pittore attivo nell’anno 1736.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, 1823, 188.

SEBASTIANI FRANCESCO
Parma 17 agosto 1885-Parma 1961
Figlio di Giuseppe e Maria Manghi. Terminata la Scuola militare di Modena, partecipò alla guerra di Libia col grado di Tenente e alla prima guerra mondiale come Capitano e Maggiore. Il suo coraggio venne premiato con tre croci di guerra al valore. Nel 1921 con le truppe di occupazione si recò in Alta Slesia. Rimpatriato, fu comandante del 61° Fanteria e poi del Gruppo di educazione fisica di piacenza. Promosso Tenente colonnello, tornò a Parma come istruttore del corso di educazione fisica della Scuola di applicazione. Nel 1940 divenne comandante del Presidio militare di Parma. Nella primavera del 1943 fu collocato a riposo ma trattenuto in servizio e, come ufficiale più anziano, esercitò il comando della piazza di Parma. Nei giorni difficili intorno al 25 luglio 1943 fu un personaggio di primo piano nella vita della città, essendo comandante del Distretto, del Presidio e della Piazza. Mancando l’autorità civile, il Sebastiani, quale suprema autorità militare, ebbe per qualche tempo in mano tutti i poteri. Dopo l’8 settembre 1943 venne rinchiuso in carcere per cinque mesi. Il 31 gennaio 1944 l’Assise straordinaria lo condannò a morte, ma la sentenza non venne eseguita.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario dei parmigiani, 1997, 287-288.

SEBASTIANO
Parma seconda metà del XV secolo
Falegname attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 327.

SECCARDI GIOVANNI MARIA
Parma 1611
Organaro. Nella parrocchiale di Fiumalbo nel Frignano (Registro matrimoni e ricordi) si legge: Anno pariter 1611, die 12 mensis junii ad finem fuit perducta organi fabrica in hac ecclesia parochiali Flunalbi per admodum reverendum dominum Joannem Mariam Seccardum et magnificum Michael Angelum Rangonium organarios et cives Parmenses, quibus pro ipsius organi mercede persolverunt centum quadraginta aureos.
FONTI E BIBL.: G.Lenzini, Fiumalbo, il paese delle tre torri, Modena, Teic, 1983, 205.

SECHELINO
Berceto 1130/1181
Fu Arciprete di Berceto. È ricordato in una bolla pontificia di Alessandro III del 25 aprile 1179, dove figura quale testimone in una lite pendente tra i monaci di Aulla e il vescovo Goffredo di Luni per il diritto di esenzione: I monaci di Aulla non presentarono né scritti, né testamenti, né altra prova che giustificasse in qualche modo la ragione del privilegio accampato. Tu invece, o Fratello Vescovo, ci presentasti due testimoni idonei, cioè l’Arciprete di S. Moderanno di Berceto, di nome Sechelino, e l’abbate di Cepperana, omonimo del primo, pronti a giurare che Bernardo Vescovo Parmense, richiesto e pregato dal Vescovo Filippo di Luni, consacrò il Monastero e benedì l’abbate (cfr. Regesto Pelavicino, in Deputazione Ligure di Storia Patria, vol. 44, pag. 20). Per togliere ogni dubbio circa la lettura del sancti Moderanni de Berceto che compare nella bolla, è opportuno ricordare un altro documento, che si conserva come il precedente nell’Archivio Capitolare di Sarzana, in data 1181: L’anno 1181, indizione XIV, presso Santo Stefano, nella Chiesa dello stesso luogo, il 15 aprile, davanti a testi riconosciuti, il prete Enrico depone sotto giuramento che, trovandosi il Vescovo Filippo ammalato ai piedi, così da non poter recarsi ad Aulla a consacrarvi la Chiesa, mandò ad invitare il Vescovo Parmense Bernardo di santa memoria, affinché venisse a consacrare a nome suo la Chiesa suddetta. Il quale venne ad Aulla ed a nome del Vescovo di Luni consacrò la Chiesa Aullense di San Caprasio, ne consacrò gli Altari, e ne benedì l’Abate di nome Ildeprando. E ciò avvenne cinquant’anni addietro e forse più. Succeduto poscia l’Abate Gausone, sotto il Vescovo Goffredo, sorse controversia circa il diritto di ricevere la Benedizione, poiché il Vescovo Goffredo voleva darla Egli stesso e l’abate per contrario gli negava tale diritto. Per dirimere tale controversia entrambi si presentarono a Roma davanti al Sommo Pontefice, e vennero prodotti quali testi, l’arciprete di Berceto e l’abate di Cepperana. La chiamata di Bernardo, accompagnato dal sechelino, che era già o divenne poi Arciprete di Berceto, fa supporre che non solo Bernardo sia passato da Berceto, ma che vi facesse soggiorno, tanto che ne arrivò la notizia al vescovo di Luni. Parrebbe altrimenti strano che costui ardisse chiamare da Parma il prelato, insignito della dignità cardinalizia, e per di più già vecchio decrepito, costringendolo a un viaggio di montagna di circa centodieci miglia, per il solo motivo di consacrare una chiesa e benedire un abate. Se il Sechelino era già Arciprete durante il viaggio di Bernardo in Lunigiana, la sua cura si protrasse certo più di cinquanta anni: dal 1130 circa al 1181.
FONTI E BIBL.: G. Schianchi, Berceto e i suoi Arcipreti, 1927, 16-19.

SECHI GAETANO
Campobasso 13 ottobre 1911-Sorbolo 13 gennaio 1996
Si trasferì a Parma fin dal 1912, dove poi sempre risiedette e operò. Si diplomò all’Istituto d’Arte Paolo Toschi di Parma. Allievo di Carmignani, Mancini, Baratta e De Strobel, pittore figurativo, predilesse la natura morta e le composizioni. Molto attiva fu la sua partecipazione a rassegne e mostre collettive regionali, nazionali e internazionali, conseguendo premi, riconoscimenti e segnalazioni (mantova 1965, Gaeta 1967, Sala Baganza 1968). Allestì mostre personali a Parma (Galleria Artisti Associati, 1965, e Galleria d’Arte, 1970) e a Sorbolo (Sala Municipale, 1967 e 1971).
FONTI E BIBL.: Il Resto del Carlino 22 maggio 1966, e 5 giugno 1966; Gazzetta di Parma 13 giugno 1967, 12 giugno 1968, 3 dicembre 1969 e 5 ottobre 1970; Il Messaggero 11 giugno 1968 e 3 settembre 1971; A.M. Comanducci, Dizionario dei Pittori, 1974, 3008-3009; Gazzetta di Parma 14 gennaio 1996, 27.

SECOMANDI GIOVANNI
Imbersago 1894-San Secondo Parmense 30 gennaio 1990
Iniziò a dipingere all’età di cinque anni manifestando una spiccata propensione verso l’arte. Durante la sua vita, avventurosa e movimentata, fu amico di celebri pittori come Carrà, Morandi, Messina, Mozzanica, Dei, Mosè Bianchi e Manzù e frequentò a lungo gli studi di Picasso in Spagna. La produzione artistica del Secomandi è sterminata. si trasferì in Sudamerica durante il periodo fascista e anche in quel continente lasciò tracce di sé e della sua ispirazione pittorica, che viene inquadrata nel postimpressionismo. Un messaggio semplice e lineare, un linguaggio espresso in nature morte e paesaggi, che conservano, attraverso gli anni e le evoluzioni, il carattere quieto e romantico della sua terra natale. Uomo di cultura profonda (parlava cinque lingue), il secomandi al suo rientro in Italia lavorò con illustri architetti. Ricevette innumerevoli e prestigiosi riconoscimenti e intraprese l’attività di docente di arte e pittura all’Università popolare e all’umanitaria. Collaborando con il Daelli, si impegnò per diversi anni nella creazione delle scenografie al Teatro alla Scala di Milano e in seguito anche all’Opera di Parigi. Per conto del cardinale Schuster, che fu il suo maggiore committente, compì a più riprese restauri nel Duomo di Milano e in sant’ambrogio e intervenne su tele di grandi maestri come Caravaggio e Van Gogh. La sua esistenza fu sempre supportata da una vivissima fede cristiana: da papa Giovanni XXIII ottenne udienza più volte, ricevendo la benedizione del Pontefice anche in occasione del quarto matrimonio (il Secomandi rimase vedovo per tre volte), celebrato nel 1980 a Salsomaggiore Terme con la polacca Stanislava Jenirjasiak. Visse a Salsomaggiore Terme trenta anni. continuò a dipingere fino all’ultimo. Fu sepolto nel cimitero di Imbersago.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 31 gennaio 1990, 21.

SEGADELLI o SEGALELLI o SEGALELLO GERARDO o GHERARDINO o GHERARDO, vedi SEGARELLI GHERARDO

SEGARELLI o SEGARELLO GERARDO o GERARDINO, vedi SEGARELLI GHERARDO

SEGARELLI GHERARDO
Alzano prima metà del XIII secolo-Parma 18 luglio 1300
Iniziò a Parma, verso il 1260, il movimento ereticale detto degli Apostoli e Apostolissae Christi (Fratres e Sorores Apostolarum), continuato e organizzato da fra’ Dolcino. Il segarelli, ingenuo e fanatico, si vide rifiutato (1249) l’ingresso tra i Frati Minori di Parma. Si diede per conto suo alla vita ascetica, nella linea del costume francescano e in coincidenza con l’inizio della terza epoca gioachimita dello Spirito Santo, volgarizzata dagli Spirituali. Sognò di ripristinare la vita evangelica e apostolica: sul modello dell’iconografia degli Apostoli si rivestì di una tunica ruvida e di un mantello bianco, cinto di corda, barba lunga e capelli spioventi, sandali ai piedi scalzi, vendé la propria casa, distribuì il denaro ricavato a giovani mendicanti e visse randagio, predicando la penitenza e proclamando versetti evangelici. Ebbe seguaci, uomini e donne, e la benevolenza delle autorità cittadine e del vescovo Obizzo Sanvitale. Il Segarelli rivestiva i suoi aderenti dell’abito apostolico e li mandava per il mondo: vivevano di elemosine quotidiane, recitavano preghiere, cantavano inni religiosi ed esortavano alla vita evangelica. Il Segarelli non seppe né volle dare una sistemazione al movimento, lo concepì anzi in libertà di spirito, senza regola, senza gerarchia, con l’unico vincolo dell’obbedienza interna e spirituale a Dio, e senza voti, neppure di castità, con contubernio muliebre incontrollato. Alle abitazioni formali con chiese e culto regolato sostituì la libera circolazione devozionale facilmente oziosa e sovente viziosa. Anche i giuramenti non erano ritenuti vincolanti. Agendo scopertamente e intensificando la sua azione programmatica nella terra parmense, senza timori dell’agguerrita autorità ecclesiastica e padronale, incitava la popolazione a compiere pericolose azioni di appropriazione indebita in nome di una solidarietà umana arbitrariamente interpretata dalla lettura del Vangelo. Vi si aggiunse la pretesa di ricostituire la vera Chiesa spirituale degli Apostoli, contro quella carnale e adulterata di Roma. Nel 1273 papa Gregorio X mise l’ordine fuori legge. Nel 1280 il vescovo Obizzo Sanvitale incarcerò il Segarelli per le sue crescenti stranezze e scurrilità, poi lo tenne sotto benevola vigilanza, ritenendolo fatuo e inoffensivo. La degenerazione ereticale e morale degli pseudo-apostoli provocò le condanne esplicite di papa Onorio IV (11 marzo 1286), di papa Niccolò IV (7 marzo 1290) e l’azione repressiva degli inquisitori. Questi convinsero d’eresia il Segarelli, che dal Vescovo fu condannato al carcere perpetuo nel 1294 (quattro suoi seguaci furono dal Comune di Parma mandati al rogo). Sei anni dopo l’inquisitore domenicano Manfredo di Parma ritrovò recidivo il Segarelli, che fu consegnato al braccio secolare e bruciato sul rogo.
FONTI E BIBL.: Cfr. soprattutto l’elenco ragionato delle fonti e degli studi in L. Spätling, De apostolicis, pseudoapostolis, apostolinis, Monaco, 1947, 113-140; Ilarino da Milano, in Enciclopedia Cattolica, XI, 1953, 236-237; Dizionario Ecclesiastico, III, 1958, 786; Dizionario UTET, XI, 1961, 684; Dizionario storico politico, 1971, 1175; Parma Economica 11 1973, 25-26; L. Alfieri, Parma, la vita e gli amori, 1993, 39-40.

SEGARELLI GIOVANNI
Parma 1379
Fece parte della Corte papale in Roma e fu buon scrittore latino in prosa e in versi. Nel Codice Vaticano 5994 si trova una epistola in prosa, ridotta poi anche in versi, a Francesco da Fiagiano, scrittore e abbreviatore pontificio, con questa sottoscrizione: Festinanter in Vallemont undecimo Decembris. Ubique tuus Parmigena Johannes de Segarellis. Segue la risposta del Fiagiano intitolata Responsio Domini Francisci de Fiagiano praefato Domino Johanni. Eliconio viro Johanni de Segarellis de Parma amico plus dilecto, quam cognito. Tra le altre cose, il Segarelli dice di scrivere al fiagiano, eccitato da Noffo o Nolfo da Ceccano: Magnificus virtutum cultor ex claro sanguine de Cecchano ferreus et herculeus Noffus urbis imperatricis armiger, et meus orator fuit, ac tuus eximius praedicator. Hic jubendi jus habens, jussit ut inops discipulus opulento scriberem praeceptori. Il Fiagiano, rispondendo, afferma: congratulor etiam Noffo de Cecchano multae claritatis et bellicarum rerum laudibus abundanti viro, qui apud te me magnum fecit. Noffo da Ceccano fu insigne personaggio aderente al ponteficie Urbano VI e fatto bersaglio di una bolla di scomunica in data 23 marzo 1379 dall’antipapa Clemente. Da una lettera del cardinale Garampi al Paciaudi, scrittagli il 28 gennaio 1769, si ricava che un Giovanni Segarelli fu Giureconsulto e che scrisse molte memorie storiche concernenti particolarmente i tempi degli Sforzeschi: Ho veduto un Codice ms. contenente la Storia degli Sforzeschi dalla loro origine fino al 1530 in circa, scritta da F. Hieronimo Pictore de S. Flora, il quale attesta di essersi principalmente servito dei scritti de Messer Johanne de Segarelli da Parma jurisconsulto. Non ho saputo finora rintracciare né in che tempo costui scrivesse, né se abbia lasciato di sé cos’alcuna che sia a noi pervenuta. È lecito però dubitare sull’identità della persona, per la distanza che passa dall’epoca in cui visse il Segarelli ai tempi degli Sforzeschi. Non è peraltro inverosimile che il Segarelli di cui parla l’Affò, se era ancora giovane nel 1379, possa avere scritto le memorie del primo Sforza, nato nel 1369 e morto nel 1424, e quelle dei suoi fratelli.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 92-93; A. Pezzana, memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 116.

SEGARELLO, vedi SEGARELLI

SEGRÈ ALESSANDRO
Parma XIX secolo
Rabbino e scrittore israelita vissuto a Parma nel XIX secolo.
FONTI E BIBL.: M. Mortara, Rabbini e scrittori israeliti, 1886, 60.

 
 
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