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Storia di ieri: L'economia parmense nel ventennio fascista. 1925-1945 [ versione stampabile ]

di Stefano Magagnoli

La prima parte del secolo: il lento sviluppo

Il percorso di industrializzazione della provincia di Parma, che vedrà l’affermazione del primato dell’agro-alimentare, ha inizio nell’ultimo scorcio dell’Ottocento, negli anni della crisi agraria, quando vengono poste le basi per la definitiva saldatura tra agricoltura e industria, in una traiettoria caratterizzata sino alla Grande Guerra da un andamento sinuoso, che vede alternarsi fasi espansive e momenti di appannamento.

È un processo importante, che crea una linea di continuità con gli sviluppi successivi (iniziando cioè a tratteggiare il futuro volto della Food Valley parmense) e che permette alla provincia di Parma di uscire progressivamente da condizioni di arretratezza socio-economica particolarmente marcate. Nella parte iniziale del Novecento, nel periodo che abbraccia l’ultima fase dell’età giolittiana e l’inizio dell’esperienza fascista, la struttura del sistema manifatturiero locale appare già in larga parte formata, con un’identità delineata, anche se gli andamenti economici si mostrano per certi versi contraddittori, segnati da buone fasi congiunturali di accelerazione che non riescono però a rimuovere completamente alcune strozzature strutturali (scarsa produttività determinata soprattutto dal modesto livello tecnologico delle imprese), che ostacolano la maturazione del sistema produttivo, rendendone instabile il percorso evolutivo.

Un esempio in tal senso si registra nel biennio 1912-1913, che segna per il sistema economico di Parma una fase di particolare difficoltà. La crisi investe l’intero comparto manifatturiero, anche se con modalità differenti da caso a caso. Molto colpiti due settori sviluppatisi grazie all’espansione del pomodoro: il vetro e la meccanica. Il comparto della lavorazione del pomodoro è in realtà l’epicentro della congiuntura negativa, scontando, oltre agli ancora marcati deficit di competitività, la crescita eccessiva del numero dei produttori, molti dei quali entrati nel mercato sull’onda della «febbre del pomodoro» degli ultimi anni del XIX secolo. Al contrario, si registra una buona tenuta dell’industria alimentare nel suo complesso. Si tratta, quindi, di una crisi congiunturale che investe il settore emergente dell’economia locale, producendo effetti sociali di un certo rilievo. Il tasso di  disoccupazione cresce rapidamente, provocando l’aumento dei flussi di emigrazione, che nel 1913 raggiungono la quota di 14.000 unità.

Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, nonostante i fattori di strutturale debolezza, l’economia parmense appare comunque molto mutata rispetto agli anni della crisi agraria, mostrando di aver saputo approfittare del positivo andamento del ciclo economico. Agricoltura e industria alimentare appaiono sempre più organicamente integrate e rappresentano i due settori trainanti della crescita economica della provincia. Gli eventi bellici, che comportano il ricorso da parte dello Stato alla mobilitazione industriale, ha effetti importanti sull’economia locale, differenziati a seconda della tipologia di produzione. Per i settori non legati alla domanda militare si tratta di una fase di grave stagnazione, caratterizzata dal rallentamento e spesso dall’interruzione dell’attività produttiva, circostanze che rendono impossibile realizzare gli investimenti necessari per l’ammodernamento e l’innovazione degli impianti. Di segno opposto gli effetti per quei settori sostenuti invece dalle commesse militari, che conoscono una fase estremamente positiva, che si accompagna all’aumento dei volumi produttivi. Sono circa una trentina le industrie parmensi che entrano sotto la tutela del Comitato di mobilitazione industriale. Tra queste anche alcune aziende del settore alimentare (Barilla, Callegari, Bormioli), che conoscono un’espansione senza precedenti.

L'ascesa dell'economia locale dopo la Grande Guerra

Negli anni del confl itto l’economia locale (e in particolare il comparto agricolo) subisce danni molto rilevanti, nonché un importante arretramento della capacità produttiva che si salda alle successive difficoltà di ripresa del dopoguerra. A risentirne maggiormente sono le colture industriali (tra cui il pomodoro) e l’allevamento, i due cardini principali del nascente sistema agro-alimentare. Le prime, momentaneamente soppiantate dalla diffusione di cereali e penalizzate dalla sospensione delle attività sperimentali e dal mancato uso di fertilizzanti chimici; l’altro, colpito molto pesantemente dalle requisizioni.

È agli inizi degli anni Venti, in particolare nel triennio 1922-1925, che il sistema economico parmense ricomincia a espandersi. In campo agricolo, superate le difficoltà della ricostruzione post bellica, si assiste a una ripresa abbastanza rapida favorita dagli elevati livelli di prezzo dei prodotti. Tra i suoi punti di forza, l’aumento del livello degli investimenti, che si traduce nel sempre più massiccio impiego di concimi chimici e di macchine agricole, oltre che nella crescente diffusione delle colture industriali. Alcuni dati sono utili per inquadrare con più precisione questo processo: dal 1910 al 1925 l’utilizzo di concimi chimici aumenta di circa il 20%, mentre il numero di trattori utilizzati è pari al 20% del totale regionale, facendo di Parma la provincia più meccanizzata di tutta l’Emilia-Romagna.

Ancora più significativo l’andamento che si registra in campo manifatturiero. Nel corso degli anni Venti occorre infatti segnalare il rilevante sviluppo del settore alimentare e dei comparti collegati. Tra il 1911 e il 1927 il numero delle imprese cresce di quasi il 45% e quello degli addetti di circa il 32%, mostrando come l’espansione del settore avvenga attraverso la proliferazione di imprese di piccole dimensioni. Ruolo determinante spetta ovviamente alle imprese legate alla trasformazione del pomodoro, vero protagonista dell’industria agro-alimentare locale a partire dalla crisi agraria ottocentesca. Nel 1924 sono ormai una settantina le imprese conserviere di Parma presenti sul mercato nazionale, mentre in crescita appare anche la capacità di penetrare sui mercati di esportazione, sostenuta efficacemente dall’attività della SCEDEP (Società Cooperativa per l’Esportazione del Doppio Concentrato di Pomodoro), costituita già all’indomani della conclusione della Grande Guerra.

Si tratta di una fase importante per l’economia parmense, che mostra rapporti sempre più stretti e organici tra agricoltura e industria, nel quadro di un intreccio che vede l’attività manifatturiera di trasformazione quale sbocco privilegiato della crescente accumulazione di capitali. Spesso le imprese svolgono contemporaneamente più di un’attività e i processi di trasformazione dei prodotti alimentari, per la loro profittabilità economica, sono realizzati dagli stessi proprietari terrieri.

L'economia parmense del Ventennio

L’analisi delle vicende economiche della provincia di Parma nel corso del ventennio fascista conferma in larga misura gli andamenti generali dell’economia italiana. Crisi e ripresa si alternano in diverse fasi, mostrando tuttavia in trasparenza la struttura di un tessuto produttivo che ha conosciuto un progressivo consolidamento nel trentennio compreso tra la ripresa del ciclo internazionale, nell’ultimo decennio dell’Ottocento, e l’ascesa al potere di Mussolini.

Tra tutte le varie chiavi interpretative della vitalità economica parmense ce n’è una in particolare che permette di decifrare con chiarezza gli andamenti economici locali, rappresentata dalla progressiva affermazione del primato dell’industria agro-alimentare. Dalle contrastate vicende economiche del Ventennio, infatti, è infine il polo agroalimentare a uscire “vittorioso”, più e meglio di altri settori produttivi. Dopo l’espansione del trentennio precedente, il telaio produttivo parmense è investito da notevoli difficoltà in conseguenza del cambio di congiuntura che si verifica alla fine degli anni Venti, segnato da alcuni eventi negativi: gli effetti della manovra di stabilizzazione monetaria di Quota 90 e la grande recessione internazionale. Eppure, esso sa trarre dalla crisi gli stimoli per la successiva ripresa, dando luogo a un processo di concentrazione industriale (con il conseguente aumento delle dimensioni medie d’impresa per incrementare gli effetti delle economie di scala) e diffondendo al proprio interno quote crescenti di innovazione tecnologica.

La crisi, dunque, diviene un importante fattore “generatore” di nuove e più robuste imprenditorialità. Il settore agro-alimentare – imperniato sulla organica saldatura tra campagna e industria – si afferma quindi già nelle profonde tensioni degli anni Venti e Trenta come settore trainante dell’economia locale, rappresentando, ieri come oggi, il vero nerbo vitale della struttura economica della provincia di Parma. Oggi certamente diversificata e potenziata, capace nelle sue espressioni migliori, specie nel campo dell’impiantistica, di elevata competitività a livello internazionale, e tuttavia radicata nelle intuizioni pionieristiche di uomini che – come il direttore della Cattedra ambulante di agricoltura, Antonio Bizzozero, cui va il merito di avere contribuito alla diffusione del pomodoro nel Parmense – hanno investito le proprie migliori energie per lo sviluppo del tessuto produttivo locale.

Il “grande” spartiacque del 1929

Il censimento industriale del 1927 mostra l’immagine di un sistema economico la cui identità è ancora sospesa tra le vocazioni produttive tradizionali e i nuovi indirizzi proposti dalle traiettorie espansive del comparto agro-alimentare. Il tessile è ancora al primo posto per numero di imprese (23,5%), mentre più lontano sono posizionati l’alimentare (16,9%) e il meccanico (9,8%), che tuttavia sopravanzano il primo per numero di occupati (27,6% contro 14,8%). Questa articolazione della struttura produttiva, con il peso rilevante dei settori tradizionali, testimonia in realtà di una relativa e parziale arretratezza strutturale. L’espansione degli anni Venti, infatti, non è stata sufficiente a sancire la transizione definitiva a una vera e propria economia industriale, determinando solamente il rafforzamento del polo agro-industriale, che si sarebbe affermato come il vero nucleo propulsore dell’economia provinciale.

È in questo quadro d’insieme che si innestano le ripercussioni della grande depressione del 1929, i cui effetti (crollo dei prezzi, contrazione della domanda, raffiche di fallimenti, aumento del livello di disoccupazione) inaspriscono alcune difficoltà già innescate nel 1927 dalla svolta defl azionistica di Quota 90, voluta con risolutezza dall’Esecutivo (figure 1 e 2).

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Si tratta di un vero e proprio spartiacque per l’intera economia mondiale, che avrebbe superato la crisi solo nella seconda metà degli anni Trenta, grazie alla ripresa manifatturiera nei settori strategici per la preparazione della Seconda Guerra Mondiale e al massiccio intervento della spesa pubblica, che, in modo generalizzato, fa proprie le teorie keynesiane di sostegno pubblico della domanda.

Anche sull’economia locale gli effetti sono pesanti, sia nella sua componente agricola sia in quella industriale, come pure in quella finanziaria. A pagare le conseguenze maggiori in campo agricolo sono le colture industriali (colpite dall’aumento dei costi di produzione e dalla contrazione della domanda di conserve alimentari, in particolare di pomodoro) e la zootecnia, la cui crisi aveva iniziato a manifestarsi già dopo i provvedimenti di rivalutazione della lira, che avevano penalizzato i settori produttivi non protetti. Minori, invece, gli effetti negativi sulle colture cerealicole, grazie soprattutto ai massicci investimenti in macchinari e miglioramenti delle tecniche di coltivazione, i quali, incentivati dalla politica cerealicola del regime (Battaglia del grano), avevano garantito un significativo incremento dei tassi di produttività.

Altrettanto severe sono le ripercussioni che investono il settore manifatturiero, su cui infl uiscono negativamente, in modo congiunto e complementare, gli effetti di Quota 90 (con il conseguente calo della domanda interna e delle esportazioni) e della crisi vera e propria. Il sistema manifatturiero parmense entra così in una fase di stagnazione profonda che si sarebbe protratta sino alla metà degli anni Trenta, quando si sarebbe assistito a una prima parziale inversione di tendenza.

L’industria della conserva, oltre agli effetti generali della crisi internazionale, subisce anche uno shock interno provocato da un eccesso di produzione. Nel 1928 i prezzi del pomodoro toccano infatti quote estremamente elevate, incentivando i coltivatori (attratti dal miraggio di grandi guadagni) ad aumentare la produzione, tanto che nel 1929 si raggiunge un picco di produzione mai più raggiunto in seguito. Si crea così una situazione in cui l’offerta supera di gran lunga la domanda, provocando uno squilibrio che finisce per rifl ettersi sui prezzi divendita del prodotto, che crollano bruscamente al di sotto dei costi di produzione, determinando in definitiva perdite rilevanti (figura 3).


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La crisi investe peraltro un tessuto produttivo ancora quasi del tutto orientato verso la produzione di beni di consumo, e quindi estremamente sensibile alle fl uttuazioni della domanda privata. Nel quinquennio 1929-1934 si assiste perciò al calo significativo dell’attività di produzione, circostanza che abbinata alla parallela crisi del sistema bancario locale (che produce la contrazione del credito e una ventata di fallimenti) porta numerosi imprenditori al collasso economico.

Altrettanto preoccupanti sono gli effetti sociali della stagnazione che si ingenera dopo il “martedì nero” di Wall Street: si assiste infatti all’incremento esponenziale del livello di disoccupazione, che dà luogo al conseguente crollo delle condizioni di vita dei lavoratori. Alla fine del 1933 (quando già peraltro si sta assistendo a qualche timido segnale di inversione di tendenza) i disoccupati rappresentano ancora il 18,5% della popolazione attiva, con punte del 24% nell’edilizia, del 29% nella meccanica e addirittura del 38% nell’industria alimentare.

Il fallimento delle piccole banche

Un altro capitolo importante della crisi nel Parmense riguarda i destini del credito locale, e in particolare del tessuto di piccole banche vicine alle idealità della dottrina sociale della Chiesa, le quali, a partire dall’ultimo decennio dell’Ottocento, avevano svolto una funzione rilevante nello sviluppo economico della provincia, garantendo un sostegno efficace alla piccola proprietà contadina. Alcuni provvedimenti adottati in precedenza dal regime (legge bancaria del 1926 e rivalutazione della lira con Quota 90) avevano finito per aumentare la concorrenza bancaria e i processi di concentrazione, determinando crescenti difficoltà all’intero sistema di piccole banche cattoliche. Tale situazione di fragilità si aggrava ulteriormente dopo il 1929: la profonda instabilità finanziaria che investe il sistema del credito negli anni della «grande crisi» trova gli istituti cattolici particolarmente esposti.

Nonostante alcuni interventi da parte dello Stato, e a dispetto degli auspici delle gerarchie vaticane, la situazione continua però a peggiorare. Nel 1931 il presidente dell’Istituto centrale di credito (costituito nel 1928 come organismo preposto al sostegno degli istituti di credito cattolici) si rivolge direttamente al governo per egnalare le crescenti difficoltà esistenti, concentrate in particolare in Lombardia e nell’area di Parma e Piacenza (zona che è già peraltro sottoposta a uno stretto monitoraggio da parte della Banca d’Italia e del Ministero delle Finanze).

A questo importante grido d’allarme non corrisponde però nessun intervento decisivo e il peggioramento della crisi produttiva non può che aggravare ulteriormente la situazione. Agli inizi di settembre del 1932 il Banco Raguzzi di Piacenza (con numerose filiali nella provincia di Parma) dichiara il fallimento, determinando il crollo della fiducia dei risparmiatori. Si verifica quindi una massiccia corsa ai depositi, che in poco tempo provoca la richiesta di concordato preventivo da parte di altri tre istituti di credito: la Banca Sant’Antonino, la Banca agricola piacentina e la Banca popolare piacentina. In breve il “contagio” finanziario si propaga da Piacenza a Parma, colpendo in sequenza la Cassa centrale cattolica, il Credito emiliano e il Piccolo credito bussetano. I risparmiatori si presentano in massa per chiedere il rimborso dei depositi, ma le insufficienti disponibilità di denaro liquido rendono impossibile tale operazione.  Il panico inizia a diffondersi tra gli investitori, piccoli o grandi che siano, innescando un pericoloso “effetto domino”. Tra la fine di settembre e gli inizi di ottobre le tre banche sono costrette a chiedere il concordato preventivo.

Ciò mette fine all’esperienza del credito cattolico nella provincia di Parma, determinando un radicale cambiamento nell’assetto generale del sistema bancario locale.

La ripresa di metà decennio

Tra il 1934 e il 1935, in linea dunque con gli andamenti generali dell’economia italiana, il sistema economico parmense può giovarsi della ripresa dei prezzi e dei mercati per rilanciare la propria vitalità. Si assiste così al recupero delle attività agricole (sia delle colture cerealicole che di quelle industriali), come pure delle componenti più dinamiche dell’industria agro-alimentare, vera protagonista di questa fase di ripresa.

In realtà, va osservato che il fl usso delle esportazioni di derivati dal pomodoro si mantiene elevato anche in prossimità degli effetti di Quota 90, che penalizzano in generale le esportazioni italiane, ma non incidono significativamente sul mercato delle conserve, se non nel senso di promuovere prodotti meno costosi, come il pelato in scatola (figura 4).

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La ripresa del 1934-1935 è tuttavia in parte condizionata dagli effetti delle sanzioni economiche comminate all’Italia dalla Società delle Nazioni per l’aggressione all’Etiopia, che nel 1936 crea qualche difficoltà all’industria conserviera. Nuovi segnali di ripresa, invece, si registrano nel biennio successivo, quando l’applicazione delle sanzioni diviene tacitamente più blanda e lo Stato aumenta il volume delle forniture per l’Esercito. Nel 1938, con l’emanazione dei provvedimenti legislativi per la pianificazione statale della coltivazione del pomodoro per uso industriale, il settore conserviero parmense entra strutturalmente nell’orbita della domanda governativa, beneficiando di numerose protezioni sia nella fase di coltivazione della materia prima che nella successiva trasformazione industriale.

Andamenti altalenanti, che non impediscono tuttavia all’industria del pomodoro di mantenere quote di assoluto rilievo per tutto il decennio, non solo in rapporto alla produzione regionale, ma anche rispetto a quella nazionale. Parma conserva in questo modo, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, il suo ruolo di “polo leader” di queste lavorazioni, con un consistente aumento della produzione, degli occupati (+80%) e della classe dimensionale delle imprese (figura 5).


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Pur non modificando strutturalmente la propria identità, è comunque in questo scorcio finale degli anni Trenta che l’agro-alimentare parmense dà luogo al progressivo ammodernamento degli impianti e a un vasto processo di innovazione tecnologica, destinato a svilupparsi ulteriormente negli anni Quaranta-Cinquanta, dopo la nuova battuta d’arresto della Seconda Guerra Mondiale e la robusta ripresa post bellica.

Questa fase di trasformazione accomuna, sebbene con intensità e accenti differenti, tutto il sistema economico regionale e, nel caso parmense, è indice di un’accelerazione del processo di ristrutturazione industriale di alcuni settori. In questi anni si affermano infatti aziende alimentari di grandi dimensioni (Cirio e Althea, ad esempio), mentre Eridania rafforza la propria presenza nell’economia locale con l’apertura di un secondo stabilimento a Fontanellato.

Complessivamente, il polo agro-alimentare reagisce con efficacia alle difficoltà della crisi degli anni Trenta, uscendone sostanzialmente rafforzato (grazie ai già ricordati processi di concentrazione dimensionale e di adozione di processi produttivi tecnologicamente innovativi), apprestandosi così a divenire il settore trainante del telaio economico locale. Caratteristica conservata anche oggi, quando una quota oscillante tra il 55% e il 60% del Prodotto Interno Lordo della provincia di Parma è costituito dalla ricchezza creata dal settore agro-alimentare.

 

 

 
 
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