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Storia Consiglio Comunale

La nascita del Consiglio comunale, come organo amministrativo e assemblea rappresentativa, coincide con la rivoluzione francese.

Nel Piemonte fu introdotto, ad imitazione del sistema francese, con legge 2 agosto 1848, che fu poi trasfusa con qualche variante nella legge 23 ottobre 1859, estesa a sua volta a tutto il Regno con la legge 20 marzo 1865, n. 2359.

La normativa che segue nei decenni successivi fino all’approvazione del T.U. 4 febbraio 1915, n. 148, riproduce, con talune integrazioni, le disposizioni sui Consigli comunali contenute nella legge del 1865.

Base dell’elettorato amministrativo era il censo, cioè il pagamento di una imposta attinente ai servizi locali; tuttavia il suffragio, dopo il 1865, si andò sempre più allargando.

I Consigli, che duravano in carica cinque anni, si rinnovavano per un quinto ogni anno mediante sorteggio.

Con il T.U. 21 maggio 1908, n. 269, la durata in carica dei consiglieri fu prorogata a sei anni con rinnovo di un terzo ogni biennio. Nei primi due bienni, dopo le elezioni generali, la scadenza era determinata per sorteggio e successivamente per anzianità fino all’approvazione del T.U. 4 febbraio 1915, n. 148 che riduce a quattro anni, senza rinnovi parziali per sorteggio, la durata dei consigli comunali.

Il regime fascista abolì il sistema elettorale sostituendo agli organi elettivi dei Comuni organi di nomina governativa. Venne, infatti, istituito con la legge 4 febbraio 1926, n. 237 l’ordinamento podestarile nei Comuni con popolazione non superiore ai 5.000 abitanti, successivamente esteso a tutti i Comuni con R.D.L. 3 settembre 1926, n. 1910.

Il podestà, che era nominato con decreto reale, assommava in sé le attribuzioni del Consiglio comunale, della Giunta municipale e del Sindaco. Nei Comuni con popolazione superiore a 10.000 abitanti era obbligatoria l’istituzione di una consulta anch’essa di nomina governativa, che esprimeva, in talune materie, parere non vincolante.

Con la caduta del fascismo, l’amministrazione dei Comuni fu temporaneamente affidata ad un Sindaco e ad una Giunta nominati dai Prefetti (R.D.L. 4 aprile 1944, n. 111).

La ricostituzione degli organi elettivi dell’amministrazione comunale fu disposta con D.L.L. 7 gennaio 1946, n. 1. Rispetto alla legislazione anteriore al fascismo, vennero apportate alcune innovazioni nel sistema di elezione dei consiglieri, mentre veniva richiamato in vigore, salvo lievi modificazioni, il T.U. del 1915 nelle parti riguardanti le attribuzioni e il funzionamento degli organi comunali elettivi. Il Consiglio comunale divenne l’organo di rappresentanza diretta di tutti i cittadini, al quale competeva l’elezione, nel suo seno, del Sindaco e degli altri componenti della Giunta.

Successivamente, il sistema elettivo dei consiglieri nei Comuni con popolazione superiore ai 10.000 subisce ulteriori modifiche con l’entrata in vigore della legge 23 marzo 1956, n. 136 mentre con la legge 10 agosto 1964, n. 633 viene elevata la durata dei Consigli comunali a cinque anni ed esteso il sistema proporzionale ai Comuni con popolazione superiore a 5.000 abitanti.

L’approvazione del T.U. 26 maggio 1960, n. 570, costituisce un ulteriore tentativo di coordinamento delle disposizioni contenute in numerosi atti, tra i quali il T.U. 5 aprile 1951, n. 203 e le leggi n. 173 del 22 marzo 1952 (relativa alla elezione del Sindaco) e n. 136 del 23 marzo 1956.

In quegli anni le leggi elettorali prevedevano due sistemi di elezione: uno a scrutinio di lista con rappresentanza proporzionale, l’altro maggioritario con voto limitato. Il sistema proporzionale, seguito nei Comuni con popolazione superiore a 5.000 abitanti, riconosceva alle liste partecipanti all’elezione la rappresentanza in seno al consiglio comunale in misura proporzionale ai voti conseguiti.

La composizione numerica dei Consigli comunali era variamente determinata in rapporto all’entità demografica del Comune e variava da un minimo di 15 membri nei Comuni con popolazione non superiore ai 3.000 abitanti a un massimo di 80 consiglieri nei Comuni con popolazione superiore ai 500.000 abitanti.

Tali norme sono rimaste in vigore fino all’abrogazione disposta dalla legge 8 giugno 1990, n. 142, recante il nuovo ordinamento delle autonomie locali, che ha ridefinito il ruolo e le funzioni degli organi, mentre in materia di elezione dei consigli e loro durata continuavano ad applicarsi le disposizioni dettate dal t.u. 16 maggio 1964, n. 570.

La riforma dei meccanismi di rappresentanza, che affianca il riordino del sistema di formazione dei consigli alla elezione diretta del Sindaco, è attuata infatti con legge 25 marzo 1993, n. 81 e, successivamente, con legge 30 aprile 1999, n. 120.

Numerose modifiche, integrazioni e deroghe sono state apportate all’ordinamento del ’90, fino all’approvazione del D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267, che comprende le norme fondamentali sull’ordinamento degli enti locali attualmente vigenti.

E’ stata infine approvata dal Parlamento e confermata con il referendum indetto il 3 agosto 2001, la legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 che ha modificato il titolo V della parte seconda della Costituzione, attribuendo ai Comune, alle Province ed alle città metropolitane il riconoscimento del ruolo fondamentale che le autonomie locali esercitano al servizio della loro comunità e del Paese.

 

Bibliografia di riferimento:
L’ordinamento comunale di L. Giovenco e A. Romano

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