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Dizionario biografico: Sabadini-Sanvitali [ versione stampabile ]

SABADINI-SWICH

SABADINI BERNARDO
Venezia o Parma 1650-Parma 26 novembre 1718
Sacerdote. Studiò probabilmente a Venezia. ebbe relazioni coi maestri della scuola bolognese e in particolare con giacomo Antonio Perti (come risulta da una lettera dell’ottobre 1706, nella Biblioteca G.B. Martini di bologna). Compare nel 1673 in qualità di cantore del Duomo di Urbino. Il 1° luglio 1681 fu nominato organista alla corte dei Farnese e il 1° marzo 1689 subentrò a giuseppe Corso Celani nella direzione della cappella che tenne fino alla morte. Lo stesso anno divenne organista e vicemaestro di cappella (maestro dal 1692) alla chiesa della Steccata di Parma, di cui fu prebendario dal 1711. Valendosi della collaborazione dello scenografo Francesco Bibiena, fu l’anima degli spettacoli alla corte Farnese dal 1686 al 1700: particolare sfarzo ebbero le feste per le nozze di Odoardo Farnese nel 1690, per cui allestì l’opera Il favore degli dei e La gloria d’amore spettacolo festivo sopra l’acqua della Gran Peschiera. Dopo lo spettacolo acquatico La gloria d’amore, i festeggiamenti culminarono nella rappresentazione del dramma fantastico musicale, Il favore degli dei, paragonato per fasto e magnificenza al famoso Pomo d’oro, dato a Vienna per le nozze dell’imperatore Leopoldo nel 1666. Ma anche in questo caso la musica del Sabadini e il testo di Aureli servirono soprattutto di spunto alle grandiose invenzioni dei più celebri scenografi del tempo (i fratelli Mauro e Ferdinando Bibiena) e alle esibizioni di virtuosi di grido (come Siface e Pistocchi). Dopo Parma, presentò le sue opere a Torino, Roma, Genova e Pavia. Operista fecondo (fu autore almeno di trentaquattro opere), fu seguace di un costume teatrale che, ispirandosi alle descrizioni mitologiche, si limitava a seguire pedestremente i progressi della scenotecnica. In confronto comunque ad altri minori compositori dell’epoca, nelle sue pagine si nota un moto strumentale assai diffuso, specie nell’uso dei fiati, mostrandosi sensibile alla produzione dei maestri della scuola bolognese. Anche nel taglio formale seguì i criteri dei tempi: recitativi accompagnati dal basso continuo, arie, duetti, rari cori e molti balli. Il Sabadini fu autore delle seguenti composizioni: opere teatrali, Furio Camillo (libretto L. Lotti; Parma, 1686; altra versione in collaborazione con G. A. Perti, libretto M. Noris; Roma, 1696), Didio Giuliano (L. Lotti; parma, 1687), zenone il tiranno (L. Lotti; parma, 1687), hierone tiranno di Siracusa (A. Aureli; Piacenza, 1688), Il favore degli dei (A. Aureli; Parma, 1690), La gloria d’amore (A. aureli; Parma, 1690), Pompeo continente (A. Aureli; Piacenza, 1690), Diomede punito da Alcide (A. Aureli; Piacenza, 1691), Circe abbandonata da Ulisse (A. Aureli; Piacenza, 1692), Il Massimino (A. Aureli; Parma, 1692), Talestri innamorata di alessandro Magno (A. Aureli; Parma, 1693; secondo Manferrari e Sesini, Piacenza), Il riso nato fra il pianto (A. Aureli; Torino, 1694), Demetrio tiranno (A. Aureli; Piacenza, 1694), L’Eraclea o il ratto delle Sabine (G. C. Godi; Venezia, 1696; ripresa con musiche di A. Scarlatti, libretto A. Stampiglia; Parma, 1700), La virtù trionfante dell’inganno (Piacenza, 1697), L’Eusonia ovvero la Dama stravagante (M. N. P. C.; Roma, 1697), Il Domizio (G. Corradi; Venezia e Genova, 1698), Il Ruggiero (G. Tamagni; Parma, 1699), Gli amori di Apollo e Dafne (A. Passoni e P. Monti; Parma, 1699), Il Meleagro, in collaborazione con Martinenghi e Magni (Pavia, 1705). Incerta è l’attribuzione di La virtù coronata o sia Il Fernando (Parma, 1714). Rifacimento di opere di altri autori: Olimpia placata (A. Aureli; Parma, 1687, da Olimpia vendicata di D. Freschi), Teseo in Atene (A. Aureli; Parma, 1688, da Medea in Atene di A.G. Zanettini), Ercole trionfante (G.A. Moniglia; Piacenza, 1688, da Ercole in Tebe di A. Boretti), Amor spesso inganna (A. Aureli; Parma, 1689, secondo Sesini, Piacenza; col titolo Orfeo, Roma, 1689, da Orfeo di A. Sartorio), Il Vespasiano (G.C. Corradi e A. Aureli; Parma, 1689, dall’omonima di C. Pallavicino), Teodora clemente (Parma, 1689, dall’omonima di D. Gabrielli), La Pace fra Tolomeo e Seleuco (Piacenza, 1690, dall’omonima di C. Pollarolo). Inoltre le serenate: I sogni regolati d’amore (Parma, 1693), Non stupire, Po, Imeneo e Citerea, l’oratorio I disegni della divina Sapienza (1698), alcune cantate, cinque arie per soprano e Grave per organo.
FONTI E BIBL.: B. Ligi, La Cappella musicale del Duomo di Urbino, in Note d’Archivio 1925; N. pelicelli, Musicisti in Parma nel secolo XVII, in Note d’Archivio 1932-1934; A. Yorke-Long, Music at Court, Londra, 1954; L. Bianconi, L’Ercole in Rialto, in Venezia e il melodramma nel Seicento, Venezia, 1972; C. Sartori, Sabadini smascherato, in Nuova Rivista Musicale Italiana 1 1977, 44 e seg.; Archivio di Stato di Parma, Ruoli Farnesiani 1671-1682, fol. 478, 1683-1692, fol. 87, 309, 1693-1701, fol. 470, 1702-1712, fol. 87, 1713-1723, fol. 86; Archivio della Steccata di Parma, Mandati 1689-1690, 1691-1695, 1705-1713; G. Gaspari, I, 49 e 52, III, 197 e 235, IV, 28, 64 e 67; P.E. Ferrari, Spettacoli in Parma, 30; L. Balestrieri, Feste e spettacoli, 124 e 126; R. Eitner, VIII, 372; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 103; B. Bacherini, in Enciclopedia dello Spettacolo, VIII, 1961, 1355; Dizionario dei Musicisti UTET, 1988, VI, 517; Trionfo del barocco, 1989, 350.

SABADINI GASPARO
Parma 1696/1707
Fu organista del duca di Parma Francesco Maria Farnese dal 19 luglio 1696 fino al 15 gennaio 1707, giorno in cui fu licenziato.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 145.

SABADINI MARCO, vedi SABADINI BERNARDO

SABADINO o SABATINI o SABBADINI BERNARDO, vedi SABADINI BERNARDO

SABBADINI CARLO
Pama seconda metà del XVI secolo
Fabbricatore d’organi attivo nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 267.

SABBIONI GIUSEPPE
Ranzano 1841-1899
Medico già al servizio nelle truppe del ducato di Parma, fu volontario nel 1867 a monterotondo e a Mentana con Garibaldi. Fu amico di Gian Lorenzo Basetti e di altri garibaldini. Esercitò saltuariamente la medicina, dedicando molto tempo all’insegnamento della storia naturale nel liceo di Parma e alla coltura dei bachi da seta.
FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Medici valli cavalieri, 1983, 53.

SACCA BARTOLOMEO
Parma 1424
Fusore di campane. Il Lopez, nel suo Battistero di Parma (1864, 118 e 119), ricorda che nell’archivio Capitolare del Duomo di Parma si trova una convenzione seguita il 19 ottobre 1424 tra gli operai della cattedrale e M.ro bartolomeo de Sacca per fondere due campane del Battistero, le quali si erano rotte: MCCCCXXIIII, die Jovis XVIIII Octubris. Cum verum sit quod ego Franciscus de Servideis Rector ac Massarius domus fabrice domine Sancte Marie de laborerio maioris ecclesie parmensis locaverim Bartolameo de Sacha Magistro Campanarum presenti et conducenti et in presentia domini dompni Macharii prepositi Baptismatis parmensis ad faciendum et reffetiendum duas campanas, una de quibus de pez. XXX et alia debet esse de pex. XII quando minus, pro quibus campanis stipulavi fiendis per ipsum ut supra sibi assignavi mense et die suprascripto pondera XVIIII et libras XI cupri pondrati in presentia dicti domini Macarii et aliorum et ultra supra scriptum cuprum sibi promisi dare pondera decem et libras XIIII cupri pro complemento prime campane, et pro alia campana sibi promixi dare cuprum necessarium et etiam ramum necessarium, quod potest esse ll XL vel circha, pro quibus duabus campanis fiendis per dictum Bartolameum modo et ordine suprascripto sibi promixi dare pro eius mercede et solutione pro quolibet pondere saldos viginti imper. ipso in faciendo dictas campanas bonas et sufficientes de pondere suprascripto omnibus suis expensis, sic pro bonis et sufficientibus possint colendari de bono sono. Et in quantum dicte campane non essent bone et sufficientes ac laudabiles, tunc dictus Bartolameus teneatur ipsas reficere omnibus suis expensis. Et hoc in presentia dicti D. macharii propositi Baptismatis suprascripti, Domini Christophori de garumbertis et D. Bartolomei de gheriis Canonicorum dicti baptismatis testibus rogatis et vocatis et qui fuerunt presentes ad omnia suprascripta et etiam me Francisco de Servideis qui suprascripta scripsi in presentia suprascriptorum de voluntate suprascripti Bartolomei de Sacha conductore. in ecclesia suprascripti Baptisterii.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 67-68.

SACCA BERNARDINO
Parma 1424
Fonditore di campane. Lo Scarabelli Zunti scrive che nel 1424 fuse la campana del Battistero di Parma
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

SACCA GERARDINO, vedi SACCA GHERARDINO

SACCA GHERARDINO
Parma 1393/1412
Figlio di Giovanni e di Agnesina Gandolfi. Fusore di campane ricordato in alcuni documenti notarili: 5 gennaio 1402, Donna agnesina de Gandulfis de Ast figlia del fu Filippo abitante nella vicinanza di San Pietro nella città di Parma trovandosi inferma di corpo ma sana di mente detta il suo testamento nel quale providere volens accupiens ipsa domina Agnesina alla salute dell’anima sua instituisce e lascia Gerardinum de Sacha natum quondam Magistri Iohannis de Sacha parolarium et civem Parme viciniae suprascripte Sancti Petri tanquam pauperem Christi sibi heredem universalem in omnibus suis bonis mobilibus et immobilibus iuribus et actionibus quibuscumque, quemquidem gerardinum adhuc presens ex nunc sibi elegit in pauperem Iesu Christi, considerata presertim necessitate eiusdem et multitudine filiorum suorum inutili. Salvis tamen legatis infrascriptis e così: alla Chiesa di San Pietro della città di Parma lire 5 imperiali in subsidium reaptandi et reficiendi ecclesiam ipsam; altre lire 5 imperiali al Consorzio de’ Vivi e de’ Morti eretto in cattedrale nostra e quattro simili lire imp.i al Consorzio di Santa M. Maddalena nuper fundato et constituto in ecclesia eiusdem. Da ultimo nomina suoi esecutori testamentarii i Signori Pietro Bernieri, Luchino de Quartariis ed il sovranominato Gherardino de Sacha (rogito del notaio parmense Giuliano da Vigatto nell’Archivio Notarile di Parma). Il Sacca è quasi certamente quello stesso che nel 1393 fuse la campana detta del Sanctus, posta nella loggia della cupola in Cattedrale a Parma, e ricordato dal Pezzana nella sua Storia di Parma (I, 45 e 46 dell’Appendice). Il Sacca fece testamento il 21 febbraio 1412: Testam. Gherardino de Sacha f. q. d.ni Iohannis viciniae Sancti Petri (rogito di Giovanni da San Leonardo, archivio Notarile di Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 67.

SACCA GIAN ANTONIO
Parma 1478 c.-Ungheria post 1490
Fu lettore pubblico di giurisprudenza in Roma e in Padova, e quindi auditore del re Mattia Corvino in Ungheria.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV, 305.

SACCA GIAN FRANCESCO, vedi SACCA GIOVANNI FRANCESCO

SACCA GIAN LODOVICO, vedi SACCA GIOVANNI LODOVICO

SACCA GIOVANNI
-Parma ante 1402
Fusore di campane. È ricordato in un documento del 5 gennaio 1402 nel quale risulta già morto. Sposò Agnesina Gandolfi e abitò nella vicinia di San Pietro in Parma.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 67.

SACCA GIOVANNI FRANCESCO
Parma 1504c.-post 1540
Fu cancelliere del comune di Parma ed esercitò in patria il notariato. L’Affò, quando parla nelle sue Memorie degli scrittori e letterati parmigiani (IV, 305) di Lodovico Sacca esimio giureconsulto parmense, dice che il Sacca era nobile parmigiano e padre di Lodovico. Il Sacca fu anche nominato custode delle carte comunitative dell’Archivio del Comune di Parma. sposò Caterina o Virginia Rangoni. Morì in età piuttosto avanzata.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1914, 8.

SACCA GIOVANNI LODOVICO
Parma 1468/1470
Calligrafo. Eseguì nel 1470 (die VII septembris) una elegante copia del famoso codice di terenzio, autografo, scritto da Francesco Petrarca nell’anno 1358.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Scrittori parmigiani, tomo 2°, XLIV e seg.; A. Pezzana, Storia di Parma, III, 1847, 275; C. Malaspina, Guida di Parma, 1869.

SACCA LODOVICO
Parma ante 1523-1614
Figlio di Donnino. Fu notaio e attuario del governatore di Parma nel 1583, come si evince dallo Statuto de’ Merciai, a carta 78. A Parma esercitò il notariato, rogando dal 1547 al 1605. Uomo di modesta cultura ma curioso e attento osservatore degli avvenimenti del suo tempo, il Sacca usò registrare nelle sue rubriche notarili notizie sui più svariati avvenimenti del tempo, corredandole spesso di personali annotazioni, veramente preziose per lo storico perché esprimono gli umori e i gusti di un uomo di media cultura, a contatto con ambienti e ceti diversi dei quali certamente riprese echi e atteggiamenti. Le notizie del Sacca stese in un latino semplice, povero se si vuole ma certo non per questo meno efficace, si riferiscono quasi sempre a cose e uomini che ebbero un qualche rilievo o significato nella vita cittadina di Parma: De anno supradicto 1584 et die jovis 13 settembre flumen Parmae inondavit totum pontem Capitis pontis, et ibant aquae desuper pontem Caprezuche a latere versus occidentem, et rupit partem pontis castri Parmae et nunquam fuit auditum tantam aquam in dicto flumine derivasse. Non mancano però notizie relative ad avvenimenti clamorosi del tempo: qui la testimonianza del Sacca acquista maggiore importanza, proprio per il sapore particolare che gli conferisce la sua stessa professione, con la relativa posizione culturale e sociale che sempre la caratterizza. È estremamente interessante così la ripercussione che hanno nelle rubriche del Sacca le vicende delle guerre di religione in Francia, aspramente e sanguinosamente combattute da cattolici e ugonotti, che è poi una sorprendente prova della rapidità con cui circolavano certe notizie e della particolare sensibilità che vi mostravano certi ambienti italiani ormai decisamente toccati dal dilagare dell’ondata controriformistica: De anno predicto 1562 Ugonoti existentes in partibus Francie aprehendiderunt civitatem Leoni et certa alia loca, et omnes christianos svalisari fecerunt, et officiales occiderunt non sine magno timore aliorum locorum; de dicto anno exercitus francorum christianorum rupit et indispersum missit exercitum ugonotorum vulgo luteranorum, non sine magna totius mundi letitia. Non meno interessante è l’annotazione relativa alla vittoria cristiana di Lepanto contro i Turchi, che costituisce un’altra prova dell’enorme ripercussione che ebbe tale vittoria in tutta l’Europa cristiana, fin nei borghi più sperduti: Die septimo mensis octobris anni predicti 1571, die dominico illustrissimus dominus Joannes Austriae frater regis Philippi hispaniarum et serenissimi veneti et generalis Sancti pontificis Pii quarti cum ducentis lignis armatis vel circa conflictum fecerunt vulgo giornatam cum armata Turchorum in loco dicto alla prensa et dictam armatam indisperso mandarunt, et ligna centum octuaginta vel circa prendiderunt et solummodo fuerunt salvata ligna viginti vel circa dictae armatae Turchorum et fuit facta leticia per totam christianitatem et terras ac civitatis illius.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 632; G. Passerini, Appunnti storici di notai parmigiani (Alessandro Malgari-lodovico Sacchi), in Archivio Storico per le Province parmensi I 1892, 47 e 58-74; Il Notariato, 1961, 505.

SACCA LODOVICO
Parma 12 maggio 1530-Parma 21 marzo 1614
Figlio di Gian Francesco e di Virginia (o caterina) Rangoni. Dopo gli studi di umanità e filosofia, si recò a Bologna nel 1546, dove frequentò le lezioni di Gabriele Paleotti e divenne chiaro giurista sotto l’egida dello zio giulio, professore di giurisprudenza a Bologna. Passò poi a Padova, ove ebbe a maestri Tiberio Daciano, Guido Panciroli e il Socino. Laureatosi e sposata Isicratea Malaspina, trattò cause di notevole rinomanza. La duchessa Margherita d’Austria lo nominò suo auditore in Abruzzo e lo incaricò di importanti affari alla corte di Napoli. Il duca Ottavio Farnese lo inviò a sua volta quale legato a Roma presso papa Gregorio XIII e nel 1579 gli affidò il governatorato di Piacenza. Anche il duca Alessandro Farnese, avendo avuto occasione di conoscerlo e di valutarlo in Fiandra, lo creò avvocato del fisco: come tale, ebbe a trattare l’annosa causa tra i Farnese e i Pallavicino. Ranuccio Farnese lo ebbe quale consigliere , segretario e auditore generale, con incarichi di ambasciatore presso papa Clemente VIII. Stimato da tre successivi duchi regnanti, oltreché da principi (a esempio, Francesco Maria dalla Rovere) e nobili, il Sacca conseguì la più alta reputazione e lasciò vari scritti, in prevalenza attinenti alla causa Pallavicino. Il Sacca ebbe solenni funerali nella chiesa di San Pietro in Parma. L’orazione funebre fu tenuta da cornelio Pico. In seguito furono pubblicate composizioni toscane e latine di molti ingegni in morte dell’Eccellentissimo Signor Consigliero Lodovico Sacca, raccolte et pubblicate per bartolomeo Guerresi, dedicate all’Illustrissimo et eccellentissimo Signor Don Ottavio Farnese (In Parma, appresso Anteo Viotti, 1614). Nella chiesa di San Pietro vi è il seguente epitaffio: Corpus Ludovici Saccae iuriconsulti peregregii qui populos samnites et Placentiae rexit ad summos pontifices et ad alios principes legatus fuit ius civile auxit consiliarius serenissimorum ducum Alexandri et Ranutii Farnesiorum usque ad obitum suum qui fuit LXXXIV aetat. suae anno die XXI mart. MDCXIV.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, III, 305-307; Palazzi e casate di Parma, 1971, 399-400.

SACCA LODOVICO
Parma 1694/1723
Dal 1694 al 1723 fu lettore di medicina all’Università di Parma.
FONTI E BIBL.: F.Rizzi, Professori, 1953, 49.

SACCA LUDOVICO, vedi SACCA LODOVICO

SACCA TIBURIZIO, vedi SACCO TIBURZIO

SACCANI ANTONIO
Parma prima metà del XIX secolo
Calcografo, fu allievo del Toschi nella Scuola di Parma.
FONTI E BIBL.: P. Martini, L’Arte dell’Incisione in Parma, 1873; L. Servolini, Dizionario degli Incisori, 1955, 720.

SACCANI CARLO
Parma 26 maggio 1834-post 1883
Nacque da Antonio e Luigia Zamponini, il primo usciere alla Camera di Commercio, la seconda massaia. La famiglia abitò in borgo Bicchierai 12, successivamente in vicolo San Tiburzio 5, quindi in strada di Porta Nuova 33. Il Saccani iniziò a fare il fotografo poco prima del 1857. Nel 1860 operò, con la definizione di photographo, al n. 81 di strada San Michele. Il Saccani realizzò nel medesimo anno quello che è probabilmente il suo maggior risultato artistico, carico di valori documentari oltre che tecnici: una serie di immagini di Parma raccolte in un raro album. È il primo esempio di documentazione organica della città ottocentesca, ripreso in seguito solo da Marcello Pisseri. Sempre nel 1860, il saccani fotografò l’arco di trionfo allestito per la visita a Parma del re Vittorio Emanuele II. Le pose erano lunghissime e l’effetto trasformava le persone in fantasmi. Di nuovo, nel quinquennio successivo, il Saccani riprese monumenti e piazze cittadine, con pose diverse e risultati non meno efficaci. Nel 1864, dopo essersi associato al fratello Pio, il Saccani si allontanò da Parma: prima fu a Parigi e poi si spostò a Firenze per dirigere lo stabilimento Mazza Fotografia in via Parlamento 7. Non fece più ritorno nella sua città, se non da privato cittadino. Nell’aprile del 1869, da firenze, dedicò al duca Roberto di Borbone, in occasione delle sue nozze con Maria Pia, un Album del Ducato di Parma: trentanove fotografie di Parma, Sala Baganza, Colorno, castelguelfo e riproduzioni degli affreschi del correggio. Nel 1870 gli venne un pubblico riconoscimento al Primo Congresso Artistico Italiano e Esposizione d’Arti Belle in Parma per una serie di settantaquattro grandi fotografie raffiguranti le tavole di Francesco Scaramuzza sulla Divina Commedia (Inferno): episodio non privo di risvolti ambigui, dal momento che lo Scaramuzza era membro della giuria. Nello stesso anno si trasferì con la famiglia a San Lazzaro Parmense. Il Saccani risiedette a Reggio Emilia nel 1878, poi di nuovo a firenze nel 1883 (il primo febbraio il comune fiorentino chiese notizie a quello di Parma circa la situazione di famiglia, in quanto il Saccani si era nuovamente stabilito nella città toscana). A testimonianza dei legami con Firenze, vi è la dedica al Municipio di quella città di una nuova raccolta di fotografie realizzate dal saccani nel 1875 su disegni dello Scaramuzza (questa volta l’argomento fu, sempre relativamente alla Divina Commedia, il Paradiso). Dopo il 1883 del Saccani non si hanno più notizie.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1989, 42-43; R.Rosati, Fotografi, 1990, 101.

SACCANI GIOVANNI
Collecchio 1920-Collecchio 10 novembre 1996
Chiamato alle armi a diciannove anni e arruolato nella Marina, frequentò la scuola da radiotelegrafisti a La Spezia, giungendo, al termine del corso, terzo sui duecentocinquanta allievi. Scelse volontariamente di far parte del corpo dei sommergibilisti. Come radiotelegrafista, fu imbarcato sull’Antonio Siesa, comandato da Libero Sauro, figlio del patriota Nazario. a bordo dei sommergibili (oltre che sul Siesa fu imbarcato sui cosiddetti sommergibili tascabili) partecipò a numerose azioni di guerra sia nel Mediterraneo che nel Mar Nero, spingendosi anche oltre lo stretto di gibilterra: partecipò, tra l’altro, alle battaglie di alessandria d’egitto, di Trapani e di Capo Teulada. Fu anche decorato di Medaglia d’argento al Valor militare per le tante battaglie cui partecipò e per l’affondamento di una unità navale nemica. Finita la guerra, lavorò come capo cantiere nella ricerca petrolifera, vivendo quasi sempre all’estero: Algeria, marocco e Madagascar in modo particolare. La salma del Saccani fu tumulata nel cimitero di Collecchio.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 12 novembre 1996.

SACCANI PIETRO
Sorbolo 29 aprile 1863-Dogali 26 gennaio 1887
Figlio di Enrico e Marianna Ghiretti. risiedette a San Lazzaro Parmense. Partito per l’Africa, venne assegnato al 41° Reggimento Fanteria col grado di sergente. Cadde combattendo da valoroso. Alla memoria del Saccani venne decretata la medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Per la splendida prova di valore data nel combattimento del 26 gennaio 1887 a Dogali, rimanendo ucciso sul campo. Fu ricordato nella lapide eretta dal comune di San Lazzaro Parmense e in quella del comune di Parma, nell’atrio del Palazzo Civico.
FONTI E BIBL.: Parmensi nella conquista dell’impe-ro, 1937, 44; Decorati al valore, 1964, 121; Gazzetta di Parma 27 settembre 1989.

SACCANI PIO
Parma 14 marzo 1840-post 1904
Figlio di Antonio, usciere alla Camera di commercio di Parma, e di Luigia Zamponini. Sposò Baldemina Moruzzi. Fu fotografo in strada San Michele 81. L’inizio della sua attività professionale avvenne certamente sotto la guida del fratello maggiore Carlo: nel 1866 il Saccani si associò con lui nella ditta Saccani Carlo & Pio fotografi. Dal 1867 al 1869 rimase solo a dirigere lo stabilimento perché il fratello Carlo si trasferì a Firenze. Nel 1870 portò lo studio fotografico in Piazza Grande (nei locali di strada San Michele 81 si stabilì Guido casali). Poi, dal 1872 al 1879, assieme alla famiglia, fece tappa dapprima a Bologna, poi a Reggio Emilia, per tornare successivamente a Parma nel 1880, di nuovo come fotografo in strada San Michele ma al n. 236 di Casa Mauri. Qui subito si distinse come specialista di ritratti in porcellana inalterabili. Dal 1883 si insediò in Borgo della Macina 21, nello studio di Carlo Antonietti che aveva cessato la lunga attività un anno prima. Alla fine del 1885 il Saccani fu in via Angelo Mazza al n. 17, dove la vedova di Giacomo Isola, Virginia Canali, aveva mantenuto con coraggio l’attività del marito, dopo la sua morte, per più di un anno. Il Saccani rilevò studio, attrezzature e archivio. Per qualche tempo operò da solo come Premiata Fotografia di Pio Saccani, fotografo di Sua Altezza reale il Duca d’Aosta, successore di Giacomo Isola ma dal 1886 si mise in società con Angelo Sorgato, erede di una consistente tradizione fotografica familiare. Nell’ottobre del 1887 il Saccani venne premiato con una medaglia d’argento all’Esposizione Industriale e Scientifica di Parma. Nonostante le ottime premesse tecniche (con il nuovo accordo la ditta diventò A. Sorgato-P. Saccani), la società durò poco: si sciolse il 1° ottobre 1888. Dal 1889 al 1904, anno di chiusura di ogni attività del Saccani, lo studio si trasferì in strada Vittorio Emanuele 23, sotto la denominazione di Saccani Pio di Antonio. La famiglia Saccani abitava in quel tempo al secondo piano di strada Garibaldi 103, nello stesso edificio in cui, al piano terra, proprio nel 1904, prese vita la ditta Vaghi & Carra, destinata ad assumere un posto di rilievo nella storia della fotgrafia di Parma.
FONTI E BIBL.: R.Rosati, Fotografi, 1990, 106.

SACCANI WALTER
Parma 13 settembre 1920-19 gennaio 1945
Fu audace partigiano (col nome di battaglia di Waldemaro) della brigata Giustizia e Libertà. Morì fucilato.
FONTI E BIBL.: T.Marcheselli, in Gazzetta di Parma 16 maggio 1988, 3.

SACCARDI ALESSANDRO
Parma XVII secolo
Pittore di storia, ornatista e figurista attivo nel XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti¸ Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 315 e VI, 242.

SACCARDI LAZZARO
ante 1598-Parma 1667
Insegnò all’Università di Parma prima istituzioni romane (1618-1622) e poi diritto canonico fino al 1667. Fu canonico della cattedrale di Parma (1650).
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, Professori, 1953, 30.

SACCHELLI ABRAMO
Parma 1915-1991
Professore liceale di materie letterarie, scrisse manuali di latino, italiano e storia per le scuole secondarie. Giornalista e cultore di argomenti parmensi, lasciò saggi di storia letteraria.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 586.

SACCHETTI DOMENICO
Parma seconda metà del XVII secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 246.

SACCHETTI RENZO
Parma 1915-1967
Giovanissimo intraprese l’attività del padre Dante e dello zio Umberto, pionieri del motociclismo e concessionari negli anni Venti del Novecento delle prime ditte italiane costruttrici di motociclette. Nel 1934 vinse a Forlì la sua prima corsa motociclistica. Nel 1945 fu tra i fautori della ricostituzione del Moto-club Parma, di cui restò per anni attivo dirigente. Fu anche tra i fondatori della stazione sciistica di Schia e concessionario a Parma delle moto Guzzi e della Lambretta.
FONTI E BIBL.: F.e T. Marcheselli, Dizionario dei parmigiani, 1997, 277.

SACCHI, vedi LEPORATI FRANCESCO

SACCHI ALESSANDRO
Parma prima metà del XVII secolo
Orefice ornatista attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 317 e 318.

SACCHI ANTONIO
Parma 1487c.-22 novembre 1545
Figlio di Pompilio. Si laureò a Bologna in filosofia e medicina il 19 settembre 1509. La sua fama ben presto si diffuse ovunque, tanto che Carlo V lo onorò delle insegne di Cavaliere. Insegnò nello Studio di Bologna quale lettore di medicina pratica per il periodo 1526-1532.
FONTI E BIBL.: R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 1930, 76.

SACCHI BIAGIO
Busseto-Parma 1878
Allievo nello Studio Toschi, cooperò nei disegni delle opere del Correggio (1844). Lasciò poi l’incisione per dedicarsi alla pittura.
FONTI E BIBL.: C. Ricci, La R. Galleria di Parma, 1896; Thieme-Becker, 29, 291; A. Pelliccioni, Incisori, 1949, 157; P. Martini-G. Capacchi, incisione in Parma, 1969.

SACCHI COSTANZA
Parma-post 1777
Nella stagione di primavera 1775 era seconda buffa al Teatro di via del Cocomero di firenze nei drammi giocosi Il geloso in cimento di Pasquale anfossi e nella Frascatana di giovanni Paisiello, mentre nell’estate cantò al Teatro di via Santa Maria nella burletta La locandiera di Antonio Salieri.Nel Carnevale del 1776 al teatro dell’Accademia del Castiglioncelli di Lucca fu ne La pescatrice e in Il tutore deluso. nell’estate 1776 fu al Teatro di Pistoia nell’isola dell’amore, opera comica a quattro voci in due parti con musica di Antonio Sacchini: interpretò la parte di Belinda nobile scozzese amata già da Giocondo poi dal medesimo abbandona-ta. In un documento del 26 agosto 1776 si legge: Domenica 11 del corrente nel teatro de’ signori Accademici Risvegliati furon dispensati gran quantità di sonetti in lode della signora Costanza Sacchi di Parma che rappresenta con universale soddisfazione le prime parti della Burletta. Il sonetto in elogio della medesima per il nobil pensiero e sostenuto stile ha incontrato l’approvazione de’ nostri favoriti d’Apollo. Nel Carnevale 1777 cantò a Pisa nel nuovo Teatro dei fratelli Prini in L’avaro.
FONTI E BIBL.: Chiappelli; G.N.Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 20 febbraio 1983, 3; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SACCHI FLAVIO, vedi SACCO FLAVIO

SACCHI GIOVANNI
Parma 4 luglio 1561-
Figlio di Giacomo e Caterina. Nato nella vicinia di Santa Croce da una famiglia non nobile, si dilettò della poesia latina.Compose, tra le altre cose, un epigramma per le nozze del marchese Gian Francesco Sanvitale con Costanza Salviati.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 113.

SACCHI GIUSEPPE POMPEO, vedi SACCO GIUSEPPE POMPEO

SACCHI LODOVICO, vedi SACCA LODOVICO

SACCHI LUCA
Parma 1662/1663
Figlio di Francesco. Fu banderaro in Roma, con bottega in via del Gonfalone. Nel 1662 o 1663 denunciò il furto di un secchio di rame.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 168.

SACCHI PROSPERO
Collecchio 1354
Fu canonico della pieve di Collecchio (Estimo del 1354). Questa pieve ebbe un numeroso clero addetto al suo servizio.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario dei collecchiesi, in Gazzetta di Parma 14 marzo 1960, 3.

SACCHINI GIOVANNI
Parma 1733/1759
Sacerdote, fu maestro di canto dei dieci chierici addetti al servizio della Steccata in Parma. Sostituì il Della Nave la festa di Natale del 1733. Il Sacchini fu anche cappellano della chiesa della Steccata almeno fino al 1759.
FONTI E BIBL.: Parma, Archivio della Steccata, Mandati 1733-1759; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

SACCHINI MAURO
Parma 1705/1723
Sacerdote, fu cantore della Cattedrale di Parma dal 1705 al 3 maggio 1723.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

SACCHINI TORQUATO
Parma 21 ottobre 1817-Parma 2 agosto 1879
Figlio di Angelo e Marianna Pesci. Fu maggiore nell’Esercito italiano durante le guerre risorgimentali. Fu insignito di due medaglie d’argento al valor militare.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 114.

SACCHINI VIRGILIO
Parma 15 dicembre 1818-Parma 12 giugno 1883
Nato da distinta famiglia, a soli diciotto anni entrò nella Segreteria di Stato per l’interno del ducato di Parma. Si applicò nello studio delle discipline giuridiche, per le quali gli fu guida e maestro Ferdinando Albertelli. Passato alla Segreteria di Stato per gli affari esteri, a trentadue anni diventò capo dell’ufficio. Nel 1861 conseguì una ragguardevole eredità che gli permise di lasciare il lavoro. Eletto consigliere del comune di Golese, mantenne la carica fino al 1878. Nominato deputato stradale nel 1862, in breve volgere di anni sistemò la viabilità del comune. Più volte sostenne e fece valere gli interessi dell’amministrazione comunale: prima di morire ebbe il conforto di vedere ultimata col responso della Corte Suprema di Torino la lotta dei comuni foresi contro i comuni cittadini delle ex province parmensi, relativamente al concorso delle spese per il mantenimento dei ginnasi. Il Sacchini si prodigò per il comune di Golese anche per lo stabilimento di una condotta veterinaria, per i diritti e gli obblighi del comune relativamente alle canoniche parrocchiali e per le risaie. Il Sacchini fece anche parte (dal 1866 al 1878) del Consiglio della Provincia di Parma. Fu cavaliere dell’Ordine Costantiniano, commendatore dell’Ordine di Ferdinando delle Due Sicilie, d’Isabella di Spagna, di Francesco Giuseppe e dei Santi Maurizio e Lazzaro. Morì a sessantaquattro anni d’età.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani, 1884, 45-48.

SACCO ALESSANDRO, vedi SACCHI ALESSANDRO

SACCO ANTONIO
Parma 1522
Fu letterato e poeta di buon valore.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 4 1958, 236.

SACCO BERNARDO
-Parma 21 aprile 1780
Conte. Fu canonico della Cattedrale di Parma. Fu anche presidente del Monte di Pietà di Parma, che grazie alla buona amministrazione del Sacco tornò a prosperare dopo aver rischiato anche la chiusura.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 397.

SACCO BONAVENTURA
Parma 27 novembre 1632-Parma 24 agosto 1707
Figlio di Flavio e Barbara Simonetta. Fu uomo eclettico: dottore in filosofia (1652) e in legge, fu teologo e filosofo, cultore di matematica, di astronomia e anche di storia, tanto che lasciò interessanti scritti sui vescovi parmensi di cui si giovarono Maurizio Zappata e Benedetto Bacchini. Nel 1657 fu ammesso al Collegio dei Giudici di Parma. Il duca Ranuccio farnese lo nominò tra i giudici del Consiglio di Piacenza, carica cui il Sacco presto rinunciò per concentrarsi sugli studi teologici. Ebbe la prepositura della Cattedrale di Parma. Venne aggregato al Collegio dei Consorziali e, quale esperto in giurisprudenza, patrocinò pure qualche causa per la curia. Del Sacco si tramanda che avesse negato di concorrere alla dote di una nipote da monacarsi per non togliere denari ai poveri: tale asserzione può in effetti essere vera poiché dedicò in beneficenza ben ventimila scudi, tenendo per sé solo quanto gli occorreva per arricchire la biblioteca personale, ove dimenticava cibo e sonno. Nel 1706 figura esecutore testamentario del canonico conte Bartolomeo Tarasconi.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 295-296; Palazzi e casate di Parma, 1971, 402.

SACCO BONAVENTURA
Parma 1831
Marchese. Durante i moti del 1831 fu membro del consesso civico di Parma. Fu sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza dalla polizia, che ne diede la seguente descrizione: Uomo quasi imbecille, assai religioso e di buona morale. Fece parte del consesso civico, ma è da credersi che vi concorresse solo per il bene della città e mai per fini liberali.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in archivio Storico per le Provincie Parmensi 1937, 209.

SACCÒ CIPRIANO
Collecchio 17 marzo 1855-18 aprile 1932
Consigliere comunale di Collecchio, fu un integerrimo rappresentante popolare. Rimase in quella carica dal 19 ottobre 1920 al giugno 1923.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario dei collecchiesi, in Gazzetta di Parma 14 marzo 1960, 3.

SACCÒ FLAVIO
Parma 1565-post 1652
Figlio di Agesilao. Si laureò in medicina nel 1596. Fu medico-archiatra della duchessa Margherita Aldobrandini e priore del collegium Medicorum. Prestò la sua opera durante l’epidemia di peste del 1630 e ne vergò un’interessante descrizione in latino, annessa al codice degli Statuti dello stesso Collegio medico. Si sposò con Barbara Simonetta, figlia di Paolo, anch’esso distinto chirurgo e consulente di casa Farnese.
FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 400.

SACCO FLAVIO
Parma 16 giugno 1673-post 1748
Nacque dal celebre medico Giuseppe Pompeo e da Cesarea Torri. Gli fu padrino il conte Giovanni Sanvitale. Compiuti gli studi di giurisprudenza, vi si laureò e l’anno 1708 fu ascritto al Collegio dei Giudici di Parma. Si dedicò specialmente agli studi di storia patria. Fu primo decurione e uno degli otto dottori dell’Anzianato di Parma. Dedicò al duca di Parma Filippo di Borbone la sua Istoria dell’origine e Dominanti di Parma, che non è che una cronaca a salti. Ebbe carteggio con celebri letterati e soprattutto col Bacchini.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 65-66.

SACCO GIAN PAOLO, vedi SACCO GIOVANNI PAOLO

SACCO GIOVANNI, vedi SACCHI GIOVANNI

SACCO GIOVANNI PAOLO
Remedello Sotto 1641-post 1703
È nominato nella Storia di Parma del Pezzana e nel volume di Gaetano Capasso sul Collegio dei Nobili di Parma, istituto dove il Sacco fu bidello. È da essi definito pessimo poeta e cervello balzano perché autore di una pletorica opera di ben settecento pagine (edita in Parma nel 1693 dagli Eredi Galeazzo Rosati) sotto il titolo I Passatempi di una Musa faceta. Il volume è dedicato al principe Odoardo Farnese. Lo zibaldone delle poesie ivi contenute, di argomentazioni e di spunti occasionali e disparati, non merita eccessiva considerazione dal punto di vista letterario e ancor meno poetico. È però di un certo interesse perché fornisce parecchie notizie sulla vita minuta e quotidiana del Collegio dei Nobili. Anche il titolo esplicativo, che segue al primo, non denota grandi pretese: I Passatempi di una Musa faceta, così in villa come in città, che vuol dire diverse composizioni in stile per lo più bernesco fatte fra l’anno in Parma e in Sala nel tempo delle vacanze da G. P. Sacco, bidello dell’Ill.ma accademia delli Signori Scelti nel Ducale Collegio dei Nobili di Parma. Nella dedica al Farnese, il Sacco definisce il proprio lavoro come un miscuglio di componimenti scomposti, pieni di facezie e di insipidezze. Il volume fu pubblicato, molto tempo dopo la sua definitiva stesura, a spese dello stesso Odoardo Farnese.
FONTI E BIBL.: G.P. Sacco, I Passatempi di una Musa faceta, Parma 1693; G. Capasso, Il Collegio dei Nobili di Parma, 58 e 97; A. Pezzana, Memorie degli scrittori, Parma, VII, 1833, 5; Archivio di Stato di Parma, Governo Farnesiano, Istruzione Pubblica, busta 9, Collegio dei Nobili, Carteggi vari; Collegii Nobilium Parmensis. Nomenclatura Universalis per Decennia distincta, Parma, Tip. Er. M. Vigna, 1685; Archivio di Stato di Parma, G.B. Martinelli, catalogo de’ Soggetti della Compagnia di Gesù stati Rettori del Coll. Ducale dei Nobili; Argomenti di pietà dati nel Ducale Coll. dei Nobili dalli Sig.ri Accademici Scelti, Parma, Rosati, 1711; Ragguaglio Hystorico della guerra fra l’Imperatore e i Turchi, Parma, 1683; L. Gambara, in Parma per l’Arte 3 1957, 127-136; F. da Mareto, Bibliografia, II 1974, 945.

SACCO GIUSEPPE POMPEO
Parma 14 maggio 1634-Parma 22 febbraio 1718
Nacque da Flavio, medico molto reputato, al quale il 19 agosto 1652 toccò la sorte di concedere egli stesso al figlio, appena diciottenne, la laurea Artium et Medicinae, ottenendone poi l’aggregazione al Collegio dei Medici di Parma il 2 settembre successivo. La madre fu Barbara Simonetta. Il Sacco fu chiamato dal duca Ranuccio Farnese, rinnovatore dello Studio parmense, alla cattedra di medicina teorica con una provvisione di cento scudi. Cominciò l’insegnamento a ventisette anni, il 3 novembre 1661, mettendosi subito a diffondere dalla cattedra il suo Novum systema medicum, intorno al quale pubblicò successivamente un’opera, suscitando, con le sue idee innovatrici, invidia, gelosie e inimicizie tra i devoti alle vecchie usanze, i quali lo giudicarono, nella migliore delle ipotesi, un grande stravagante. Al Sacco furono affidate le cure dei principini Pietro e Alessandro e fu inviato a Innsbruck ad accompagnare Margherita de’ Medici. Nel periodo che corre tra il 1668 e il 1687 lo si vede Lettore di Teorica al doppo pranzo nello Studio di Parma, con provvisione che sale da cento a quattrocento scudi. Nel 1687 il Sacco si ammalò di podagra e fu costretto al letto per sette anni (1687-1693). Si deve notare però che già nel 1680, col pretesto della lunga infermità patita, chiese di cambiare la sua lettura del pomeriggio in una della mattina, suscitando le più vive rimostranze nel collega alessandro Cittadella, il quale, cinquantenne e da quindici anni insegnante nelle ore del mattino, non volle sostituirsi col Sacco (lettera del 5 novembre 1680 del Duca al governatore di Parma). A quanto pare, non mancò effettivamente dall’insegnamento che nel 1687: nel 1694 era certamente già guarito. Durante la malattia, seguitò a dedicarsi alla sua opera di medicina ed è sicuro che il libro Novum systema fu dettato nel periodo nel quale il Sacco fu costretto al letto. Nel 1681 la facoltà di medicina gli decretò l’onore della lapide che venne collocata nel palazzo di San Francesco, sede degli Studi. Guarito del male che lo aveva a lungo angustiato, il Sacco venne chiamato (1694) all’Università di Padova a leggere medicina pratica, con un onorario di seicento fiorini, che in breve vennero portati a ottocento, con passaggio alla cattedra di teorica e l’onore della presidenza della facoltà medica. Apostolo Zeno, scrivendo di lui, non esita a chiamarlo uno dei più grandi uomini della nostra età. Il duca Francesco Farnese ne ottenne il ritorno a Parma (1701) come lettore alla prima cattedra di medicina, con uno stipendio di 3650 lire. Per questo suo ritorno in patria il Sacco fu molto festeggiato e poco tempo dopo (1704) elevato alla cattedra, vacante da molti anni, di lettore eminente di medicina. Poco prima di partire per la Spagna (1714), il medico parmigiano e suo allievo Giuseppe Cervi, essendo in quel tempo egli stesso Professor Medicinae Primarius, volle compiere verso il Sacco un atto di personale omaggio e devozione, quale non frequentemente si vede registrato negli annali universitari, facendo erigere un nuovo monumento optimo quondam praeceptori, octuagenario feliciter viventi. Ma il Sacco, varcata ormai l’ottantina, ebbe nuovamente a infermare per la podagra e ridursi al letto (divenendo per giunta quasi cieco in seguito a una cataratta senile), Francesco Maria Farnese, che tenne il Sacco in particolare considerazione, gli chiese la sua opera più importante per stamparla coi torchi della tipografia ducale: il Sacco diede allora opera, malgrado le sue condizioni fisiche (alle quali vanno probabilmente attribuiti i non pochi errori dell’edizione), al riordinamento di Medicina practica rationalis, che infatti fu pubblicato in quel tempo (1717) ex Typographia Celsitudinis, un anno prima della sua morte, avvenuta all’età di ottantacinque anni. modesto come era stato in tutta la sua vita, dispose nel suo testamento che nulla mihi carmina cecineritis; nullam adhibueritis laudationem, nec me proetioso cum vestimento sepeliveritis; nec privatum corpori meo tumulum constitueritis. Le sue ultime volontà non furono però rispettate: la sua salma venne tumulata con solenni esequie nella chiesa di San giovanni evangelista, la sua vita e le sue opere furono pubblicamente commemorate al Collegio dei Medici e all’Università di Parma, dove un suo insigne allievo, Gian Battista Pedana, lesse un discorso apologetico del Sacco in corretto latino, e infine in suo onore furono scritte tante poesie latine e italiane da formarne un grosso volume, che fu largamente distribuito. Il ritratto del Sacco può vedersi, insieme a quelli di altri illustri suoi colleghi, dipinto a fresco sopra una delle pareti del retrobottega della storica farmacia del convento di San Giovanni. Il muratori annoverò il Sacco, ascritto all’arcadia parmense col nome di Arasio Issuntino, nel catalogo dei grandi uomini, tra gli arconti della Repubblica letteraria d’Italia. Tutte le sue opere ebbero, lui vivente, molte edizioni e nel 1730 ne fu fatta una ristampa completa a venezia (tipis Baldeonianis). Il Sacco fu veramente una figura di grande rilievo: seppe imporre, malgrado le difficoltà e le non poche amarezze procurategli dai colleghi, un suo sistema, avviando la medicina a nuovi indirizzi, così da poter essere considerato un novatore di non comune tempra e vero fondatore di una scuola che ebbe nel suo tempo importanza non soltanto locale. Essa valse, con l’opera del Sacco e poi con quella dei migliori suoi allievi, a porre termine a un periodo nefasto causato dall’inerzia servile di medici empirici o teoretici, deviati da speculazioni filosofiche, preparando in tal modo il terreno all’avvento delle nuove teorie, basate sull’osservazione e sull’esperimento.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 323-329; C.Carini, L’Arcadia dal 1690 al 1890, 1891, 579-580; L.Gambara, Il lettore eminente G.Pompeo Sacco e la sua Scuola, in Aurea Parma 1926, 241-248; Aurea Parma 1 1931, 9-11; G. Berti, Studio universitario parmense, 1967, 105; M.O. Banzola, L’Ospedale Vecchio di Parma, 1980, 155.

SACCO GIUSEPPE POMPEO
Parma 1708c.-post 1781
Figlio del conte Flavio e di Lucrezia Bergonzi. Fu dottore del Collegio dei Giudici e il 25 febbraio 1771 fu nominato archivista comunale. Assurse alla carica di ministro di Stato quale immediato successore del Du Tillot, caduto in disgrazia dei duchi e allontanato da Parma nel 1771. Quale primo ministro nel triennio 1771-1773, è definito dal Benassi l’autore assai pio del memoriale del comune di Parma contro il Du Tillot e, nel campo della politica ecclesiastica interna, ligio alle idee e ai sentimenti ben noti di don Ferdinando il quale, dopo il licenziamento del grande ministro, si era abbandonato sempre più alla bacchettoneria, trascurando il governo. In effetti il Sacco non esercitò alcuna autorità e fu ministro succube o di comodo, tanto che si lasciò sostituire interinalmente dal De Llano per tre mesi, allo scopo di salvare la dignità della Spagna verso il papa (nel frattempo il Sacco fece opera di nepotismo aiutando i propri famigliari a collocarsi degnamente). Il 31 dicembre 1773 riprese la carica (secondo ministero Sacco) che detenne per sette anni, ossia per tutto il periodo delle controriforme, che determinò un arretramento sociale e distrusse l’opera del Du Tillot. anch’egli, come il suo predecessore, venne silurato mediante un intrigo di corte (1781), cedendo l’alto incarico al marchese Prospero Manara e ritirandosi a vita privata. Tuttavia ferdinando di Borbone lo tenne ancora amico carissimo e lo nominò marchese di Castellina.
FONTI E BIBL.: G.Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1914; Palazzi e casate di Parma, 1971, 404; L.farinelli, Il carteggio Mazza, in Archivio Storico per le province Parmensi 1980, 207.

SACCO LODOVICO, vedi SACCA LODOVICO

SACCO MARCANTONIO
Parma 1621
Intagliatore. Nell’anno 1621 gli fu dato il saldo delle fatture Anchone come per sua lista per lavori compiuti in San Sepolcro a Parma, dove ebbe come aiutante Giovan Andrea da Cremona.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Materiali, II, 204-205; Il mobile a Parma, 1993, 254.

SACCO PIER GIOVANNI, vedi SACCO PIETRO GIOVANNI

SACCO PIETRO GIOVANNI
Parma 5 febbraio 1568-1612
Figlio di Cristoforo e Paola. Nacque da nobile e nota famiglia. Fu nipote di notai e congiunto di medici illustri, quale Flavio Sacco. Una sua figlia, Margherita, sposò Luigi terzi, conte di Sissa. Il Sacco amò la poesia latina e scrisse diversi epigrammi, tra i quali due per le nozze Sanvitale-Salviati.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 115.

SACCO POMPEO, vedi SACCO GIUSEPPE POMPEO

SACCO TIBURZIO
Busseto 1480c.-post 1537
Frate di San Domenico, va annoverato tra i primi iniziatori delle sacre rappresentazioni introdotte dalla Chiesa per porre un freno al malcostume nel quale era precipitata l’arte drammatica. Il contributo che il Sacco portò a quest’opera di rinnovamento fu la tragedia in volgare Sosanna, della quale si hanno due rare edizioni: la prima a cura dei fratelli Benedetto e Agostino Bindoni di Venezia (1524), la seconda di Damiano Turlini di Brescia (1537).
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3 1958, 179; D. soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 404.

SACCO VINCENZO
Parma prima metà del XVIII secolo
Collaterale di Giuseppe Pompeo Sacco, fu giurista e insigne personalità della prima metà del secolo XVIII.
FONTI E BIBL.: C.Antinori-M.C.Testa, università di Parma, 1999, 152.

SACCOMANI MAURO
Parma-post 1833
Tenore, il 1° agosto 1833 cantò in un’accademia al Teatro Ducale di Parma.
FONTI E BIBL.: Stocchi, 80; G.N.Vetro, dizionario.Addenda, 1999.

SACERDOTI CARLO
Borgo San Donnino 1851-1920
Consigliere comunale per un decennio, per più di dieci anni rappresentò inoltre Colorno in Consiglio provinciale. Candidato dei socialisti alla Camera, combatté accanite battaglie elettorali nel 1892 e nel 1895 contro il conte Alberto Sanvitale e nel 1897 contro domenico Oliva, soccombendo per pochi voti. quando il Partito Socialista, grazie anche all’azione di proselitismo del Sacerdoti, riuscì infine ad affermarsi, lo abbandonò, non ripresentandolo tra i suoi candidati. Nel 1905 fu nominato direttore del Bagno pubblico di Parma.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 136.

SACERDOTI GABRIELE
Colorno 1818-Parma 4 settembre 1877
Fu volontario nel 1848 nella 1a colonna e prese parte allo scontro di Santa Lucia. Nel 1853, saputo che Pietro Cocconi, segretario del protomedicato a Parma, era ricercato per aver preso parte attiva ai movimenti politici del 1848, lo condusse attraverso i monti nel territorio del re di Sardegna. Fu consigliere provinciale e del comune di Parma (1859) e sindaco di Colorno. Direttore della Gazzetta di Parma negli anni 1859-1860, fece del giornale una fiammeggiante bandiera di italianità. Ebbe redattori il magistrato Pietro monteverde e il medico Alessandro Cugini, il quale fu poi professore dell’Università e sindaco di Parma. Concorse a opere filantropiche: legò il proprio nome alla sistemazione del manicomio di Colorno e come medico si distinse nella lotta contro il colera.
FONTI E BIBL.: Il Presente 5 settembre 1877; Vessillo Israelitico 1877, 293; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 419-420; S. Foà, in Dizionario del Risorgimento, 4, 1937, 162; F. Ercole, Uomini politici, 1942, 103; Parma. Vicende e protagonisti, 1978, II, 192.

SACHO MARCANTONIO, vedi SACCO MARCANTONIO

SACRAMORI SAGRAMORO, vedi SAGRAMORI SAGRAMORO

SACRAMORO DA PARMA
Parma 1452/1454
Condottiero il cui nome ricorre a proposito di molte imprese compiute sia al comando dei suoi soldati di ventura, sia al servizio di parecchi signori e capitani. Nel 1452 militò anche con Francesco Sforza. Nel 1454 fu contro gli Alidosi all’assedio di Imola.
FONTI E BIBL.: G.P. Cagnola, Storia di Milano dal 1023 al 1497, in Archivio Storico Italiano, III, 123-129; L. Cobelli, Cronache forlivesi, Bologna, 1874; E. Ricotti, Storia delle Compagnie di ventura in Italia, Torino, 1893; C. Argegni, Condottieri, 1937, 75.

SACRATI FRANCESCO PAOLO
Parma 17 settembre 1605-Modena 20 maggio 1650
Probabile allievo di F. Manelli, Inaugurò a Venezia nel 1639 il teatro dei Santi Giovanni e Paolo con l’opera Delia e nel 1641 il Teatro Novissimo (dove fu anche impresario sino al 1644) con La finta pazza. Verso il 1645-1648 appartenne probabilmente alle compagnie viaggianti dei Febi Armonici e degli Accademici Discordati e nel 1649 fu nominato maestro della cappella ducale di Modena. Sul Sacrati, operista d’indubbia importanza storica nell’ambito della scuola veneziana della prima metà del Seicento, di cui fu uno degli iniziatori insieme con F. Manelli, Monteverdi e cavalli, grava la perdita, quasi totale, della produzione, che ne impedisce la diretta valutazione dei meriti artistici. Vanno comunque ricordate, tra l’altro, La Delia, su libretto mitologico-amoroso, d’intonazione encomiastica, con personaggi comici, che inaugurò il veneziano teatro dei Santi Giovanni e Paolo (benché l’argomento e Scenario della Delia ne attribuisca la musica al solo F. Manelli, Allacci, bonlini e tutti i successivi storici del teatro veneziano confermano la paternità del Sacrati, ma è probabile una collaborazione tra lui e manelli), Il Bellerofonte, rappresentata al Teatro novissimo, su libretto fitto di mutazioni di scena, nella cui prefazione il Sacrati dichiara di non aver seguito altri precetti che i sentimenti dell’autore degli apparati né altra mira che il genio del popolo a cui s’ha ella da rappresentare, La Venere gelosa, pure per il Teatro Novissimo, nel cui libretto (scena 8a dell’atto III) sono menzionati gli strumenti che costituivano probabilmente il ricco organico orchestrale e nella cui prefazione il Sacrati precisa di aver adattato la scelta delle parole e la varietà dei metri alla bizzarria di chi doveva accompagnarle con le note, L’Ulisse errante, per il teatro dei Santi Giovanni e Paolo, su libretto eccezionalmente fine, psicologicamente centrato, metricamente pertinente a fine drammatico, nella cui preposta Avvertenza ai lettori si legge il celebre accostamento del Sacrati a Monteverdi, pur paragonati rispettivamente alla luna e al sole, Semiramide in India, per il San Cassiano, su libretto farraginoso e sconclusionato, tra i primi di soggetto orientale. Tuttavia, la maggior fama venne al Sacrati dall’opera probabilmente primo-nata, La finta pazza (rinvenuta da L. Bianconi), commedia in cinque atti destinata a inaugurare il Teatro Novissimo, su libretto mitologico baroccamente elaborato, con apparati e macchine grandiose di G. torelli, cui arrise un successo eccezionale, attestato dalle numerose repliche (dodici volte in diciassette giorni a Venezia e poi in parecchie città d’Italia) da parte della compagnia dei febiarmonici (alla quale appartenne lo stesso sacrati), con la celebre A. Renzi come ideale protagonista. Il 14 dicembre 1645 l’opera fu replicata a Parigi per volere di Mazzarino, al Palais du Petit-Bourbon, da una compagnia di comici italiani per una ristretta cerchia di spettatori, presente la regina Anna d’Austria, e fu quindi la prima opera italiana importata in Francia, oltre che uno dei primi saggi di opera comica. Per l’occasione, la concezione di questa cosiddetta festa teatrale veneziana fu modificata a scapito della musica, con parziale sostituzione di dialoghi parlati ai recitativi (conforme al gusto francese che non avrebbe tollerato uno spettacolo tutto cantato) e a vantaggio dei nuovissimi, esotici e fantasiosi balletti d’invenzione (alla fine di ogni atto) del coreografo G.B. Balbi e soprattutto delle mirabolanti risorse sceniche (peraltro già mostrate a venezia) del grand sorcier torel, che convertì l’opera in una comédie des machines, feconda di meraviglia. Dei cantanti, margherita Bertolotti (aurora nel prologo) fu lodata per la dolcezza della voce, Luisa Gabrielli Locatelli interpretò la parte di Flora con grande vivezza e Giulia Gabrielli assunse appassionatamente quella di Tetide. Prove indirette del valore dell’operista Sacrati, che verosimilmente si mosse nell’orbita dell’ultimo Monteverdi e del primo Cavalli, sono sia la folgorante carriera sia le lodi dei contemporanei: il principe Mattias de’ Medici giudicò La finta pazza, opera bellissima e Sacrati un virtuoso e uno de’ meglio compositori che vadino a torno. Fu autore delle seguenti composizioni: opere teatrali, La finta pazza (libretto di G. Strozzi; Venezia, 1641), inoltre (perdute) Delia o La Sera sposa del Sole, in probabile collaborazione con F. Manelli (libretto di G. Strozzi; Venezia, 1639), Il Bellerofonte (V. Nolfi; Venezia, 1642), La Venere gelosa (N.E. Bartolini; Venezia, 1643), Proserpina rapita (G. Strozzi; Venezia, 1644), Ulisse errante (G. Badoaro; Venezia, 1644), L’isola di Alcina (F. Testi; Panzano, presso Bologna, 1648), Semiramide in India (M. Bisaccioni; Venezia, 1648) ed Ergasto (Venezia, 1650). Perduti sono pure due libri di madrigali a uno-quattro voci e alcune arie.
FONTI E BIBL.: A. Ademollo, I primi fasti della musica italiana a Parigi, Milano, 1884; R. Rolland, Histoire de l’opéra en Europe avant Lully et Scarlatti, Parigi, 1895; H. Goldschmidt, Studien zur geschichte der italienischen Oper im 17. Jahrhundert, Lipsia, 1901-1904; H. Prunières, L’opéra italien en France avant Lully, Parigi, 1913; N. Pelicelli, Musicisti in Parma, in Note d’Archivio 1933; F. Liuzzi, I Musicisti in Francia, Roma, 1946; N. Pirrotta, in Enciclopedia dello Spettacolo; L.F. tagliavini, in MGG; Cl. Sartori, Un fantomatico compositore per un’opera che forse non era un’opera, in Nuova Rivista Musicale Italiana 1971; L. Bianconi-Th. walker, Dalla Finta pazza alla Veremonda: storie di Febiarmonici, in Rivista Italiana della Musica 1977; F. Bussi, L’opera veneziana dalla morte di Monteverdi alla fine del Seicento, in Storia dell’Opera diretta da A. Basso, I/1, Torino, 1977; F. Liuzzi, musicisti in Francia, 1946, 295; Dizionario UTET, XI, 1961, 299; Dizionario Ricordi, 1976, 574; F. Bussi, in dizionario dei musicisti UTET, 1988, VI, 526-527; Dizionario dell’Opera lirica, 1991, 788.

SACRI ANTONIO, vedi SACCHI ANTONIO

SAGLIA AGOSTINO
Borgo San Donnino 1862
Dottore, fu sindaco di Borgo San Donnino nell’anno 1862.
FONTI E BIBL.: G. Laurini, Borgo San Donnino e i suoi capi civili, 1927.

SAGRAMORI SAGRAMORO
Rimini 1424-Ferrara 25 agosto 1482
Figlio di Antonio dei Mendozzi de’ Sagramori, fattore di Carlo Malatesta signore di Rimini, che il poeta Basinio Basini descrive con foschi colori in una sua epistola a Nicolò V: mendocius audet Usuram foenusque triplex noctesque diesque Sumere, tamquam habeat tria guttura. Proh pudor ater! Cerberus, aut monstrum crudele chimaera vocari Dignus homo, haud unquam perna fumante modesta. Secondo il Pico, il Sagramori fu segretario di Pandolfo Malatesta, signore di Rimini, e sposò una gentildonna milanese, senza per altro consumare il matrimonio perché contemporaneamente chiamato a Roma alla corte di papa Sisto III. Il 21 ottobre 1475 fu eletto vescovo di piacenza e il 14 gennaio 1476 fu traslato alla sede di Parma. Agostino Rossi, che si trovava a Roma in qualità di ambasciatore del duca, partecipò al comune questa notizia per lettera il 16 gennaio, dicendo: del qualle se possiamo benissimo contentare et de venustate, et de costumi, et de esemplare vita. Prese possesso della sua Chiesa per mezzo di un rappresentante il 1° aprile 1476 (Bonvicini, Note all’ughelli) ma non fece la sua solenne entrata in Parma che il 30 agosto 1478, poiché continuò a dimorare in Roma presso la curia pontificia quale oratore del duca Galeazzo Maria Sforza. Il Sagramori nominò suo vicario Giorgio Terdoni, dottore di leggi e canonico di Lodi, e suo procuratore Giuntino Giuntini di Pistoia, canonico di Rimini. Il Sagramori godette l’amicizia di uomini dotti, tra i quali il Filelfo. Il giorno dell’entrata in Parma, venne da porta San michele. Gli andò incontro tutto il clero, moltissimi ufficiali pubblici e un infinito numero di cittadini. Il Sagramori si portò alla chiesa di San Giovanni Evangelista, vestito con le insegne pontificali, quindi uscì per recarsi processionalmente alla cattedrale a prendere possesso della sua sede. Ma poco dopo il Sagramori partì da Parma per Roma quale legato del suo principe presso papa Sisto IV e col beneplacito del pontefice incaricò Benedetto da Cremona, vescovo di Tripoli, di governare la diocesi in sua vece. Il 12 aprile 1478 furono confermati dal Sagramori, dietro istanza di Ugolino Rossi, arcidiacono, e Pietro Piazza, entrambi canonici, sindaci e procuratori del Capitolo, gli statuti capitolari. ricondottosi a Parma, ove il 19 ottobre 1479 il Sagramori convocò i cittadini e li esortò al quieto vivere, alla pace e alla concordia. Per evitare trambusti, il Sagramori ordinò che fossero scelti due cittadini di ogni squadra che trattassero queste cose. Il sagramori era di parte ghibellina, e favorì le sue squadre. ascanio Maria Sforza, zio del duca di Milano e vescovo di Pavia, nel ritornare a Milano, entrò in Parma il 24 ottobre 1479, accompagnato da altri due vescovi, dal sagramori, dagli ufficiali e dai cittadini. I banditi si armarono e vollero accompagnarlo anch’essi. Lo Sforza, preso da timore, fece chiudere le porte del Palazzo vescovile, ma i banditi insultarono i provvigionati che custodivano le porte e ne ferirono nove. Tutta la città stette in armi durante la notte. Giunto il mattino, lo Sforza partì per Milano in compagnia del governatore Antonio Trotti (Pezzana, storia di Parma). A quell’epoca il Sagramori abbellì e in parte riedificò il Palazzo vescovile per dare conveniente ospitalità a principi e personaggi di passaggio: il 18 dicembre vi accolse giovanni Bentivoglio che si portava con numerosa e nobile comitiva a Milano. Il 1° maggio 1479 si portò a Parma in qualità di governatore antonio Trotti condottiere d’armi, consigliere aulico e capitano dei bolognesi. Fu ricevuto al suono di campane, di tamburi e di trombe, accompagnato dal Sagramori, da Rolando Rossi, dal podestà e da cento pedoni armati, con comitiva di duecento cavalli scelti tra i più notevoli cittadini di ciascuna squadra. Il 6 agosto dello stesso anno, Gian Pietro panigarola, che aveva il supremo governo delle truppe di Gian Galeazzo visconti, arrivato improvvisamente in Parma, chiamò nel palazzo del Governatore il sagramori e si lamentò con lui per il favore che egli dava ai nemici dello stato, per il suo intercedere per costoro e dei costumi del suo clero alquanto dissipati. Il Sagramori si difese con ardore. Prese la sua difesa anche il canonico Antonio Colla, che la notte seguente fu imprigionato nel castello di Cremona per ordine del Panigarola. Nel luglio 1479 il Sagramori deliberò col Capitolo e col Consorzio che si fondasse un beneficio, colle rendite del quale fossero istruiti trenta chierici, detti allora camilli, nella grammatica e nel canto, e vi deputarono Arcangelo de’ Spaggi, sacerdote peritissimo in grammatica, e suo fratello Alessio, maestro nell’arte oratoria. Nei primi giorni del 1480, dovendo il Sagramori stare quasi sempre assente dalla diocesi per servizio dei duchi, fece proporre alla Santa Sede Domenico da Imola, vescovo di Lidda, quale vescovo suffraganeo di Parma, assicurandogli annualmente sulla rendita della mensa episcopale un decoroso mantenimento. La proposta fu esaudita. Nel 1480 il Sagramori supplicò Gian Galeazzo Visconti per la riformazione dell’estimo delle terre e intervenne nell’ultimo consiglio generale dell’anno. L’11 maggio 1480 convenne con Cristoforo da Lendinara, maestro in tarsia, la costruzione di tutta l’intelaiatura che doveva racchiudere il nuovo organo della cattedrale. Furono promessi al Lendinara centocinquanta ducati veneti (legname e ferramenta sarebbero stati somministrati dai Santesi) per completare l’opera entro un anno. Acconsentendo il sagramori alla domanda fattagli dall’inquisitore Bernardo Gabrii, del convento di San Pietro Martire, gli concesse copia autenticata della bolla di papa Innocenzo IV in virtù della quale in alcune città ove stanziavano i frati dell’Ordine dei Predicatori, si erano formate compagnie di laici che si chiamavano della Croce e che avevano per scopo di assistere gli inquisitori contro gli eretici. Una di queste compagnie, già presente a Parma in antico, fu rinnovata nel 1480. Ciascuno dei crociati portava al lato destro una piccola croce serica di colore rosso. Il 2 giugno 1481 il Sagramori fu in Parma, ove convocò nel Palazzo episcopale il clero, invitandolo a riunirsi per i tre giorni successivi in Cattedrale e a portarsi in processione in segno di esultanza per la morte di maometto II (9 marzo 1481). Il 4 giugno 1481 fece una convenzione col maestro fusore Galli perché rifacesse la campana della cattedrale. Non avendo avuto effetto, ne fece un’altra il 14 dello stesso mese col maestro Martino Leone di Francia. Il 10 aprile 1482 il sagramori, con licenza del duca, si trasferì da milano a Parma per dare opera al proprio ministero nel tempo pasquale. Per arrecare qualche conforto alla desolata città, fece rappresentare nel terzo giorno delle festività di Pasqua lo spettacolo drammatico Abramo e Isacco nella piazza della Cattedrale, sopra un palco (si trattò probabilmente dello spettacolo di Feo Belcari, che si recitò la prima volta l’anno 1449 nella chiesa di Santa Maria Maddalena di Firenze). Il Sagramori morì all’età di cinquantotto anni a Ferrara, ove era da tempo ambasciatore ordinario del duca di Milano presso la corte Estense (vi ebbe come suo segretario Francesco Carpesano). È possibile che il Sagramori avesse contratto una qualche malattia contagiosa presso il campo della Lega, da dove il 23 luglio scrisse al duca di Milano che Roberto Sanseverino era gravemente ammalato. Il suo cadavere fu trasportato in Parma e sepolto nella cattedrale, dietro l’altare maggiore, senza alcuna iscrizione.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 235-236; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, I, 1856, 789-811; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 240.

SAGRAMORO DA PARMA, vedi SACRAMORO DA PARMA

SALADDI ANDREA, vedi SALADI ANDREA

SALADI ANDREA
Parma 30 aprile 1501-Parma febbraio 1559
Figlio di Giovanni Antonio. Compì gli studi a Venezia sotto la guida di Claudio Merulo. In seguito ritornò a Parma dove fu cantore della chiesa della Steccata dal 1° maggio 1558. della sua produzione si conoscono due mottetti a cinque voci, pubblicati postumi nel prontuarium musicum dello Schadaeus (strasburgo, 1611).
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musicisti in Parma, in note d’Archivio 1931; N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel secolo XVI, 22-23; R. Eitner, Bibl. der Musik-sammeln werke, 828, Quellen-Lexikon VIII, 389; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 15; dizionario dei Musicisti UTET, 1988, VI, 540.

SALADI ANTONIO
Parma 1590
Fu soprano della Cattedrale di Parma nell’anno 1590.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

SALADI BATTISTA
Parma 1590/1591
Sacerdote. Fu tenore della Cattedrale di Parma nel 1590, poi passò alla chiesa della Steccata, ove lo si trova dal 10 gennaio al marzo 1591.
FONTI E BIBL.: Archivio della Fabbriceria del duomo di Parma, Mandati; N. Pelicelli, 43; N.pelicelli, Musica in Parma, 1936, 80.

SALADI BERNARDO
Parma 1455/1506
Detto de’ Bentevegnis dal nome del padre, fu prete, scrivano, miniatore e pittore, prima segretario del vescovo di Parma Delfino della Pergola, poi rettore della chiesa di San Pietro in Parma. Nel 1463 scrisse e miniò per il canonico del Duomo di Parma, Antonio oddi, alcuni corali (perduti). Nel 1455 il saladi fu in Roma al seguito del vescovo Delfino della Pergola in qualità di familiare. rimpatriato, sembra conseguisse allora la rettoria della chiesa di San Pietro. Nel 1494 rinunziò nelle mani del vicario vescovile, in favore del celebre Iacopo Caviceo, due benefici di patronato dei Caviceo, che il Saladi aveva goduto fino ad allora. Lo Scarabelli Zunti lo ricorda ancora citato in un atto del notaio antonmaria Raineri in data 22 settembre 1506.
FONTI E BIBL.: Thieme-Becker, XXIX, 1935; C. Malaspina, Guida di Parma, Grazioli, 1869; M. Lopez, Il Battistero di Parma, 93; A. Pezzana, Storia di Parma, III, 136, IV, 240; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 78; Dizionario Bolaffi dei Pittori, X, 1975, 110.

SALADI OTTAVIANO
Parma 1481c.-post 1521
Figlio, molto probabilmente, di Andrea. Nel 1507 sposò Antonia Ugoleto, sorella di francesco, e nello stesso anno pubblicò col cognato (Impensa Francisci Ugoleti Et Octauiani Saladi) le Fabulae di Esopo. Pubblicò in proprio due opere di Iacopo Caviceo: Il libro del Peregrino nel 1508 e il Confessionale nel 1509. La società col cognato riprese nel 1510 per la stampa delle Comoediae di Plauto, in cui compare un sole raggiante con volto umano, che è da considerare la marca tipografica dei soci, attivi fino al 1517. In società con Francesco Ugoleto pubblicò ancora gli Statuta Notariorum (1514), De partibus Aedium (1516), le heroides di Ovidio (1517) e un Plauto (1519). Nel 1521 pubblicò l’Opus seu doctrinale e Nuper diligenti castigatione opus excultum di alexander de Villadei.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia della stampa, 1969, 286; F. da Mareto, Bibliografia, II 1974, 947; tipografia del Cinquecento, 1989, 80; C. Antinori, La tipografia parmense, 1990, 9-12; Enciclopedia di Parma, 1998, 587.

SALADINI TOMMASO
Ascoli Piceno gennaio/giugno 1647-Parma 21 agosto 1694
Nacque dalla nobile famiglia dei conti di Rovetino. Andò a Roma in prelatura e vi compì un regolare corso di studi. Fu governatore di Cesena e vicelegato di Ravenna. Già referendario dell’una e dell’altra segnatura e prelato della curia romana, il 23 giugno 1681 (all’età di trentatré anni) fu promosso da papa Innocenzo XI al vacante vescovado di Parma. Il duca Ranuccio Farnese lo aveva caldamente raccomandato al pontefice. Il Saladini fu consacrato il 7 luglio del medesimo anno e il 16 luglio prese possesso della Chiesa di Parma per mezzo del suo procuratore speciale e vicario generale Giulio dalla Rosa. In tale occasione tutto il clero fu chiamato alla Cattedrale con la campana detta Ugolina e dopo il Te Deum recitò un’orazione in ringraziamento l’arcidiacono Pallavicino. Il 16 ottobre 1681 il saladini entrò privatamente in città. Il 21 ottobre elesse suo cerimoniere Luca Righelli, consorziale e rettore della chiesa parrocchiale della Santissima Trinità, e il 22 dello stesso mese fece il suo solenne ingresso alla cattedrale. Il 22 novembre 1681 il vicario Dalla Rosa, a nome del Saladini, avvisò il Capitolo che presto si sarebbe proceduto a un nuovo estimo degli ecclesiastici secondo il decreto emanato dalla curia romana. Nel 1686 il duca Ranuccio Farnese diede la chiesa di Santa Maria addolorata alle cappuccine, che erano venute da guastalla a Parma facendovi fabbricare e dotando l’attiguo convento. Le monache presero possesso del convento il 20 luglio 1686, essendo stata portata in processione alla cattedrale poco prima della loro venuta dal Saladini l’immagine di Maria col Bambino dipinta a fresco su di un muro nella cappella Aleotti, detta della Madonna degli Angeli (delle monache di Sant’Alessandro; fu sostituita con un’altra all’altare maggiore, dipinta da Sebastiano Ricci). Il 22 luglio 1688 le Riconosciute, che avevano un’angusta abitazione presso la chiesa di San Michele di Porta Nuova, passarono al conservatorio di San Benedetto, con l’approvazione del Saladini. Nel 1689 il Saladini si recò ad Ascoli, da dove, con lettera del 24 dicembre, ringraziò i canonici degli auguri che gli avevano mandato in occasione delle feste di Natale. Nel 1691 il Saladini celebrò il sinodo diocesano, che egli compose personalmente e scrisse di proprio pugno (fu pubblicato il 15 agosto 1691 da Galeazzo Rosati, tipografo vescovile). Il Capitolo, su richiesta del saladini, gli presentò alcune riflessioni sopra vari articoli delle costituzioni sinodali, che giudicò doversi moderare: il Saladini assecondò alcune istanze e altre no. Il manoscritto con le note a margine del Saladini si conserva nell’Archivio Capitolare di Parma. L’11 novembre 1693 si fece la processione delle Quaranta Ore con i soli consorziali, senza l’intervento del capitolo, mentre il Saladini si era recato nuovamente ad Ascoli. In seguito i canonici si dolsero col provicario che, senza interpellare il Capitolo, aveva concesso quella facoltà. Il 28 novembre 1693 il Saladini, che era ritornato in sede, fu informato del fatto accaduto. Con molto tatto, egli riuscì a far desistere i canonici da ogni ricorso, ponendo così fine a una vertenza che comunque durò circa dieci mesi. nell’aprile 1694 il Saladini fece un decreto col quale ordinò ai consorziali di regolare meglio il loro servizio in Cattedrale, di cantare le ore canoniche e le messe tanto conventuali quanto non conventuali e di prestarsi al servizio della Cattedrale, pena la sospensione a divinis nunc pro tunc ai contravventori (in caso di disobbedienza, minacciò anche la privazione dei benefici e altre pene da infliggersi ad arbitrio del papa). Copia del decreto fu rilasciata ai due massari del consorzio e il Saladini ne ordinò anche l’affissione alle porte della Cattedrale. Il 26 marzo 1694 morì il canonico massaro Francesco Zunti: il Saladini assegnò il suo canonicato al conte Francesco del Becco. Per politici riguardi, al Saladini fu data privata sepoltura. Gli si fecero poi magnifici funerali dai canonici, nella Cattedrale, e dai consorziali, nella chiesa di San Giovanni Evangelista, il 27 settembre 1694. L’arciprete Maurizio Santi cantò la messa solenne, con musica di bernardo Sabadini, maestro di cappella del duca. recitò l’orazione funebre Pietro Maria toscani, dottore in teologia e in ambo le leggi, protonotario apostolico e consorziale (fu fatta poi stampare dai consorziali e dedicata al duca Ranuccio Farnese). Le iscrizioni a lato del feretro furono composte dal poeta Francesco maria Lemene. Anche la comunità di Parma ne celebrò con decorosa e splendida pompa le esequie nel tempio della Steccata. Fu sepolto nella cappella di Sant’Agata, presso l’altare dalla parte del vangelo. Il Saladini lasciò alla sua morte quattro carrozze e quattro cavalli, duemila once di argenteria per una somma di 32000 lire e la biblioteca personale, valutata cento doppie (5400 lire). Tutta la biancheria e le suppellettili del Saladini furono trafugate dal suo cameriere, Alfonso Ricci, che riuscì a fuggire a Voghera.
FONTI E BIBL.: G.M.Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 284-306; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 242.

SALAFFI ROSA
Parma 1770
Nel 1770 era allieva della Reale scuola di Ballo di Parma.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

SALATI BERNARDO, vedi SALADI BERNARDO

SALATI ENRICO
Parma 1847/1856
Sotto Maria Luigia d’Austria fu presidente di Grazia e Giustizia e Buon Governo, presidente dell’Interno e consigliere di Stato. Fu inoltre nominato cavaliere dell’ordine costantiniano di San Giorgio. Prima di partire (7 giugno 1847) per i bagni di Meidlingen, Maria Luigia d’Austria lo nominò membro della Reggenza alla quale aveva affidato l’amministrazione dello Stato durante la sua assenza. Sotto il governo di Carlo di Borbone (1848) fu presidente di Grazia e Giustizia e Buon Governo. Dopo la morte di Carlo di Borbone (25 marzo 1854), sotto la reggenza della vedova Luisa Maria di Berry, il Salati fu confermato al Dicastero di Grazia e Giustizia.
FONTI E BIBL.: A.V. Marchi, Figure del ducato, 1991, 116.

SALATI GIAMBATTISTA, vedi SALATI GIOVANNI BATTISTA

SALATI GIOVANNI BATTISTA
Parma 1485 c.-Parma post 1545
Il nome del Salati compare nei capitoli di riforma della ragioneria della Magnifica Comunità di Parma dell’anno 1545 (Archivio di Stato di Parma, fondo Archivio Comunale di Parma, busta 490). La riforma fu deliberata dagli Anziani del secondo trimestre dell’anno 1545. In essa si legge quanto segue: Né in questa reformatione et ellettione sovradette vogliono gli magnifici Antiani et s’intendi essere in alcuno modo preiudicato el salario o una honoranza che da questa Magn.ca Comunità ogn’anno ha messer Joanne Battista Salato, antico Raggionato et benemerito d’essa, anzi vogliono et intendono che gli sia pagato ogn’anno secondo è stato fin qui, durant’il tempo di sua vita senza che più faci fatica alcuna in quell’ufficio, parendogli onesto che quelle persone che hanno ben servito et fidelmente questa città sieno in lor vecchiezza anchora richonosciuti in memoria della lor servitù e fedeltà. Il Salati, ragioniere del comune di Parma, si vide così riconfermato dagli Anziani (secondo trimestre 1545) il privilegio della pensione a vita in riconoscimento della sua fedeltà e del suo lavoro al servizio della comunità di Parma. La delibera fu presa probabilmente nel luglio 1545, quando Parma era ancora soggetta alla Chiesa (nel documento si cita il cardinale legato Marino Grimano nostro legato et benefattore).
FONTI E BIBL.: Malacoda 52 1994, 38-39.

SALATI MARIO
San Lazzaro Parmense 21 gennaio 1921-botteghino di Porporano 19 giugno 1944
Fu partigiano del comando provinciale squadre di azione partigiane, organizzate clandestinamente nel territorio occupato dai Tedeschi, che attuarono, in modo particolare, atti di sabotaggio e audaci colpi di mano. Il Salati morì fucilato. È ricordato da una lapide sistemata sul bordo della strada per Traversetolo, in località Botteghino, con questo testo: Salati Mario perché i posteri ricordino chi fece olocausto della sua giovane esistenza per la libertà dei popoli 21 gennaio 1921-19 giugno 1944. La popolazione di Porporano e Malandriano ricostruirono ciò che vili mani distrussero luglio 1964.
FONTI E BIBL.: Strade di Parma, III, 1990, 18.

SALATI OTTAVIANO, vedi SALADI OTTAVIANO

SALATI STEFANO
Parma 2 marzo 1780-
Figlio di Luigi. Nel 1805 fu chirurgo aiutante maggiore negli ospedali francesi. Nel 1809 fu promosso chirurgo maggiore. Nel 1812 fu chirurgo delle guardie del Dipartimento del Taro e nel 1814 chirurgo del Battaglione Parma.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 34.

SALATI UGO
Cozzo di Tizzano 1911-Tortoreto Lido 5 ottobre 1995
Il Salati si laureò in lingue a Milano, dove poi risiedette stabilmente. Iscritto alla Famija Pramzana, presiedette per quasi dieci anni l’Associazione culturale italo-francese dell’università di Parma e colloborò con la Gazzetta di Parma per le Cronache tizzanesi, ospitate nella terza pagina del giornale. Nella sua lunga carriera accademica studiò anche in Svizzera e a Parigi. Il Salati insegnò francese, oltre che all’Università Cattolica e alla Bocconi (dal 1965 al 1981, anno del pensionamento), alla facoltà di economia e commercio dell’Ateneo di Parma. Alternò alla redazione di rigorosi testi di ricerca, liriche in dialetto tizzanese. Tra i suoi libri, sono da ricordare un testo sulla storia della Francia, un dizionario francese-italiano curato per la Garzanti, Un poeta a Cuba, traduzione di poesie del poeta De Pestre, e i volumetti in dialetto Che vitti signùr del 1978, Insù a gh’è bell! del 1982 e S’a n’fussa p’r al dir dla geinta. Il Salati fu sepolto nel cimitero di Tizzano.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 7 ottobre 1995, 8.

SALAVOLTI GIOVANNI
Roncaglio 1809-Bazzano 5 gennaio 1891
Successe a Giovanni Comastri nell’arcipretura di Bazzano: Io Giovanni Salavolti, di Roncaglio, nominato arciprete di questa chiesa plebana nel concorso avuto il 25 luglio 1833 e preso di questa il possesso il 6 ottobre, domenica prima del mese, in cui già secondo antico uso si solennizzava la festa della B. Vergine del SS. Rosario ed incominciai ad effetto mandare la potestà cedutami dal Rev.mo Sig. Filippo Cattani, vescovo di Reggio Emilia lo stesso giorno 6 ottobre 1833, ricevuto nella stessa solennità il possesso parrocchiale dal Sig. priore di Roncaglio don Francesco Guadagnini. Resse la parrocchia cinquantotto anni. Morì in età di ottantadue anni. Gli atti di battesimo da lui redatti furono 1251 (con una media di ventuno nati l’anno), gli atti di matrimonio 351 e gli atti di morte 1329.
FONTI E BIBL.: F. Barili, Arcipreti di Bazzano, 1976, 41.

SALAVOLTI ORAZIO
Roncaglio 29 gennaio 1857-Vigatto 1 gennaio 1927
Figlio di Battista e Domenica Re. Fu ordinato sacerdote il 12 aprile 1884. Fu per otto mesi cappellano a Mezzano, per un anno e mezzo economo a Torricella e per otto anni parroco a Gramignazzo. Il 29 giugno 1896 fu chiamato dal vescovo Francesco Magani a reggere la parrocchia di Vigatto. Appassionato cultore di studi storici, legò il suo nome all’opera Cenni storici sugli antichi pievati e castelli della diocesi di Parma, per la quale ebbe a collaboratore Antonio Soragna. Del lavoro del Salavolti uscì solo il primo volume (1904), ristampato con poche aggiunte nel 1906. Sull’Eco, foglio della curia vescovile di Parma, fu iniziata nel 1926 la pubblicazione dei manoscritti che avrebbero dovuto formare il secondo volume.
FONTI E BIBL.: A. Schiavi, Vigatto, 1989, 140-158.

SALERNI AZZO
Cremona-Borgo San Donnino post 1450
Nato da famiglia notabile originaria di cremona. Secondo quanto afferma il Laurini, il Salerni fissò la propria residenza a Borgo San Donnino nel 1450, avendo ottenuto in investitura i feudi di Fiorenzuola, di Castelnuovo Fogliani, di Zibello, di Noceto e altri minori.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 404.

SALETTI CLAUDIO, vedi SELETTI CLAUDIO

SALETTI RINALDO
Borgo San Donnino 29 luglio 1887-Guardasone 1956
Nato da famiglia della piccola borghesia, il Saletti compì la prima parte degli studi ginnasiali presso il seminario di Borgo San Donnino senza comunque terminare l’iter dei corsi. La sua adesione al socialismo avvenne nella prima gioventù: presto si fece conoscere e apprezzare tra i compagni che lo nominarono segretario della sezione giovanile socialista di Borgo San Donnino. In quella veste promosse conferenze, allacciò rapporti con i dirigenti di Parma, inviò corrispondenze al giornale della Federazione socialista parmense L’Idea, che poi, assieme ad altri giornali di partito, provvide a diffondere nella sua zona. Impiegato presso la cooperativa muratori, partecipò attivamente allo sviluppo dell’iniziativa sindacalista sollecitato dall’arrivo di Alceste de Ambris alla direzione dell’organismo camerale. Nel periodo dello sciopero del 1907, quando le leghe inflissero, dopo anni di arretramenti, una prima sconfitta al padronato, il Saletti tenne conferenze a Bargone sul tema dell’agitazione agraria e, in settembre, a Scipione e a San nicomede di Salsomaggiore sul tema dell’organizzazione operaia. Da San Faustino si trasferì a Parma nel settembre del 1908, dopo essersi sposato con Vittorina Alinovi. Qui assunse l’incarico di funzionario della Camera del Lavoro e curò l’amministrazione nei difficili mesi seguiti al disastro del 1908. La sua attività non si esaurì nell’arduo incarico di riuscire a fare fronte alle tante pendenze contratte con il grande sciopero, nell’assicurare sussidi alle famiglie dei carcerati e nel garantire la base materiale per la ripresa della vita dell’organismo camerale (che, soprattutto per la stampa dell’Internazionale, si trovava assillato da difficoltà e debiti). Il Saletti si impegnò infatti anche nell’opera di propaganda, assieme ad Angelo Faggi e Amilcare de Ambris che dirigevano in quel periodo la Camera del lavoro del Borgo delle Grazie, e continuò a interessarsi della Federazione nazionale giovanile socialista, l’organismo di osservanza sindacalista, che tenne a Parma nel dicembre del 1908 il IV Congresso nazionale. In quell’occasione il Saletti fu relatore sul punto Rapporti della Federazione con le organizzazioni economiche e presentò un ordine del giorno che venne approvato. Fu in quelle direzioni che il Saletti rivolse il suo impegno. È infatti possibile seguirlo nelle conferenze che tenne con discreto successo (come annota l’autorità di pubblica sicurezza, che dal novembre del 1908 dispose su di lui la vigilanza) così come è possibile trovarlo negli uffici dell’edificio di Borgo delle Grazie alla prese con spinosi problemi di amministrazione, così ben risolti da autorizzare i dirigenti parmensi del sindacalismo rivoluzionario a offrire ai compagni di tutta Italia il modello parmigiano della Cassa unica e di altri strumenti amministrativi e di reperimento di fondi. Perseguitato dall’autorità inquirente, durante la stretta reazionaria che aprì il secondo decennio del XX secolo, il Saletti si trovò a subire una serie di procedimenti giudiziari per aver firmato articoli, per essere il gerente responsabile del giornale sindacalista e per aver tenuto comizi. I reati addebitatigli furono quelli di istigazione a delinquere, attentato alla libertà di lavoro, vilipendio alle istituzioni, apologia del regicidio e eccitamento all’odio tra le classi sociali. Eletto membro del Comitato centrale della Federazione nazionale giovanile socialista, il Saletti scrisse articoli sul giornale La Gioventù socialista e intervenne ai comizi sui temi dell’antimilitarismo, che furono i più ricorrenti nell’azione dei giovani sindacalisti parmensi. Nominato poi nel Comitato direttivo della società di mutuo soccorso La progressiva (un’istituzione cittadina diretta dai sindacalisti rivoluzionari), il Saletti tornò a impegnarsi nell’azione cooperativa, divenendo in breve tempo il massimo responsabile del settore tra gli organizzatori che si richiamavano all’esperienza dell’azione diretta. Lo scoppio della prima guerra mondiale vide il Saletti in linea con i più prestigiosi dirigenti del sindacalismo parmense nel sostenere la necessità di abbandonare la scelta neutralista. In questa campagna di propaganda per la posizione interventista il Saletti si destreggiò assai bene, nonostante che buona parte della gioventù che si riconosceva nell’organizzazione sindacalista avesse allentato i legami e non avesse aderito all’impostazione adottata dal gruppo dirigente. La scelta interventista del Saletti mosse dalla convinzione che mai la classe dirigente italiana e, particolarmente, la monarchia si sarebbero decise a intraprendere un’azione a fianco della Francia, individuata come la patria della democrazia. La firma del Saletti appare, assieme a quelle di Alceste de Ambris, Pietro Nenni, alfredo Bottari, Tullio Masotti, Attilio deffenu, Cesare Rossi, Maria Rygier e Paolo mantica, sotto una dichiarazione dell’aprile del 1915 che costituisce un po’ il manifesto dell’interventismo democratico-rivoluzionario. Nella dichiarazione, sottoscritta da sindacalisti rivoluzionari e da esponenti dell’estrema sinistra repubblicana, si afferma che la richiesta di intervento non ha niente a che vedere con le pretese di espansione nazionale, ma si rifà esplicitamente alla parole pronunciate da Asquith alla Camera dei Comuni sulla guerra democratica per la difesa del Belgio e della Francia. Tre sono i punti fermi stabiliti nella dichiarazione: non domandiamo alla monarchia nulla di utopistico o di ripugnante alla sua natura, se la monarchia non seguiterà la strada indicatale (più che da noi, dal categorico imperativo dell’ora storica), dimostrerà che l’interesse dinastico è in contrasto con l’interesse nazionale, e segnerà per ciò stesso la sua condanna, rendendo palese agli occhi di tutti la necessità di eliminarla, non ci lasceremo irretire o deviare da qualunque diversivo che tolga all’intervento dell’Italia il carattere di liberazione dall’egemonia degli imperi centrali e di lotta contro il militarismo tedesco. Per questa dichiarazione, nella quale le autorità ravvisarono gli estremi per il reato di vilipendio alle istituzioni, il Saletti subì un’ennesima denuncia, che comunque non ebbe modo di procedere per l’entrata dell’Italia in guerra. Il Saletti, coerente con l’atteggiamento interventista di tutti i dirigenti della Camera del Lavoro, si arruolò volontario e fu assegnato al 61° Reggimento di fanteria di stanza a Parma, per essere poi inviato al fronte con il grado di sottotenente. In guerra ebbe occasione di farsi apprezzare per il coraggio e lo spirito di abnegazione. Rimase anche prigioniero degli Austriaci. Si guadagnò una medaglia d’argento e una di bronzo al valor militare per atti di valore sul campo. In Italia e a Parma il Saletti rientrò solo nel gennaio del 1919 e, dopo essere stato congedato, riprese l’attività alla Camera del Lavoro dedicandosi al grande piano di sviluppo del movimento cooperativo sindacalista. Nel 1919, con la collaborazione tecnica di Giacomo Ferrari, creò il Consorzio tra le cooperative di lavoro e di produzione che occupò migliaia di operai in lavori di parecchi milioni di lire. La vittoria dei fascisti e la distruzione di tutte le conquiste del movimento operaio costrinse anche il Saletti a lasciare il suo paese per l’esilio. Si rifugiò a Parigi dove assunse l’incarico di direttore del Consorzio tra le cooperative di lavoro e produzione della provincia di Parma, che ebbe in Alceste de Ambris l’animatore principale. Più volte, negli anni successivi, rientrò in Italia, per visitare la madre inferma o per altri motivi. Nel corso di uno di questi viaggi dichiarò alle autorità di avere ormai abbandonato ogni attività politica, di non esercitare più la funzione di responsabile delle cooperative e di essersi dedicato al commercio dei vini italiani in Parigi. Le periodiche relazioni che l’ambasciata inviò alla prefettura di Parma confermavano questa versione, per cui verso la metà degli anni Trenta, il Saletti cessò di essere vigilato. In Italia tornò per stabilirsi definitivamente nel 1952, dopo che l’attività impiantata in Francia aveva toccato un notevole successo sino a divenire una delle più rinomate case d’importazione ed esportazione di vini, e si ritirò nella sua villa a Guardasone di Traversetolo.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 136; U. Sereni, Il movimento cooperativo a Parma, 1977, 251-254; Camera del Lavoro di Fidenza, 1997, 22.

SALETTI SANTE
Colorno 1 ottobre 1792-post 1841
Muratore, sposò nel 1813 Anna Braibanti, dalla quale ebbe cinque figli. Fu in servizio alla corte di Maria Luigia dal 1823 e fino almeno al 1841 come garzone di cucina.
FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 314-315.

SALIMBENE DA PARMA, vedi ADAM OGNIBENE

SALLUSTIUS LALUS
Parma I secolo d.C.
Figlio quasi certamente di Cassia Catulla e di T. Sallustius Pusio, entrambi liberti, è ricordato insieme a essi in un’epigrafe funeraria attribuibile al I secolo d.C. Lalus Sallustios, pure liberto, nacque probabilmente in condizione schiavile e fu manumesso in seguito da una patrona appartenente alla gens Gavia: è uno dei due casi documentati in Parma di manumissione operata da una mulier. Il nomen Gavius, di origine etrusca, documentato in un’altra epigrafe parmense e a Veleia, è molto comune in tutta la Cisalpina e in particolare a Verona, dove la gens Gavia è da annoverare tra le dominanti del periodo giulio-claudio. Lalus è cognomen caratteristico dell’onomastica infantile, come probabilmente in questo caso, usato tuttavia anche per i liberti. Documentato solo in questo caso a Parma, è raro nell’Italia settentrionale.
FONTI E BIBL.: M.G.Arrigoni, Parmenses, 1986, 100.

SALLUSTIUS TITUS PUSIO
Parma I secolo d.C.
Di condizione libertina, tonsor, dedicò ancora in vita un sepolcro, insieme alla liberta [c]assia Catulla, per sé e per Gavius Lalus, databile per le caratteristiche dell’epigrafe (T longa, hederae distinguentes, assenza della adprecatio ai Mani, la formula vivus fecit o vivi fecerunt, nonché la regolarità del ductus) al I secolo d.C. È probabile, anche se questo non può essere affermato con assoluta certezza, che cassia Catulla fosse coniunx del Sallustius e che gavius Lalus ne fosse il figlio. La gens Sallustia, diffusa ovunque, documentata tuttavia in questa sola epigrafe in Parma, fu presente nella regio VIII a Brescello, Modena, Bologna e rimini. Pusio è cognomen assai raro per quell’età, testimoniato forse solo in questo caso nella regio VIII. Trattandosi di un tonsor, potrebbe essere inteso forse anche come ragazzo di bottega (nell’antichità le botteghe di barbiere erano assai frequenti). Resta tuttavia aperta la duplice possibilità che si tratti di un barbiere o di un tosatore di pecore e, data la ricca produzione di lane del Parmense, si tende a considerare anzi probabile la seconda attività. Le misure del sepolcro di dodici piedi per lato sono modeste e forse le più diffuse nella zona. La qualità invece del marmo dell’epigrafe, bianco di Verona, depone per una certa disponibilità finanziaria di questo liberto.
FONTI E BIBL.: M.G.Arrigoni, Parmenses, 1986, 157.

SALMI VITO
Parma 1925-Bardi 4 maggio 1944
Di professione tornitore, a soli diciannove anni militò tra i partigiani e salì tra i monti della Val Ceno. Arrestato durante un rastrellamento da nazi-fascisti, venne interrogato e, non confessando i nomi dei compagni di lotta, fucilato nei pressi di Bardi.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 20

SALONE DA PARMA
Parma VI secolo
Al Salone viene attribuita un’antica traduzione delle Favole di Esopo (Biblioteca ambrosiana di Milano). Tra i primi letterati che si interessarono al Salone, vi fu Tommaso Ravasini, che in proposito indirizzò la seguente lettera a Lodovico Muratori: Nonnullae Aesopi Fabulae elegiaco versu concinnatae circumferuntur, tot in locis, temporibus, et formis editae, ut omnium propemodum in manibus, et sermone versentur. De authore inter Scriptores non convenit. scaliger eas Accio cuidam affingit, nec a Scaligero videntur dissentire Baillettus, et Aegidius menagius: sed omnes opinati sunt perperam; siquidem ex Lilii Gyraldi Historia Poetarum habemus, cui et plurimi viri docti adstipulati sunt, eum fuisse quendam Romulum, sive Salonem, qui cum saeculo circiter undecimo Athenis studiis humanioribus navaret operam, Apologos ex Aesopo desumptos, sive ut aliis placet suo marte adinventos, elegis descriptis, filioque Tyburtino nuncupavit. Quod vero ad earum elegantiam attinet, Gyraldi judicium nihil moror, parmenses ideo irridentis, quod hunc Poetam, ut ipse videtur innuere, aspernabilem anxie sibi conati sint vindicare: plurima enim in eodem apparet perspicuitas, candor et facilitas; et quod caput est, plures e re ipsa deductae sententiae, quae ad informandos mores mirifice faciunt. Non inficior quin brevitatem aliquando inepte affectaverit, et nonnulla pariter reliquerit dicta quae abhorrent a bono saeculo. Sed haec vitia, si tempori rationem habeas, venia digna, non mediocribus virtutibus redimit. Eo insuper accedit, quod et Scaliger, et Aegidius Menagius acerrimi Scriptorum censores, hujusmodi fabulas impense laudaverint. Ubi etiam Jacobus marazzanus S. J. qui notas nonnullas ad easdem attexuit, locuplectavitque aliis adjectis Fabulis elegiaco a se versu descriptis. Sed de his satis superque. Venio nunc ad illud quod me magis movet, an scilicet hic Romulus sive Salo civibus Parmensibus accenseri jure possit. Te, Lodoice Muratori, utpote qui omnigena doctrina es excultus, et tot tantasque perlustraveris bibliothecas, rogo atque obtestor, ut si qua cognoveris mihi ad hoc conficiendum usui fore, notum facias, et si quas poteris eruere, suppedites notitias: non male enim de patria mereri videbor, si hunc qualemcumque Poetam civibus meis vindicabo. Etiamnum adolescens inter volumina Gaudentii Roberti carmelitae vidi hasce elegias una cum Salonis parmensis praefixo nomine; quin Saloniam gentem sub initium saeculi proxime elapsi in agro parmensi habitasse compertum habeo prope apenninum. Atqui haec conjecturae leviores sunt quam ut valeamus assequi ipsummet Salonem fuisse nostrum conterraneum. Hujusmodi libellus manuscriptus asservatur, si Rigaltio credimus, in Bibliotheca Victorina Parisiensi sine authoris nomine, veterique charactere exaratus: unde elici potest Scaligerum hallucinatum fuisse, dicentem eum fuisse Accium quendam Scriptorem neotericum. Nil ultra habeo quod in medium afferam, nec diutius tibi viro occupatissimo obstrepere volo. Il Muratori rispose (1710) al Ravasini avanzando qualche fondato dubbio attributivo: Rure in urbem reversus accipio litteras tuas, easque gratissimas, quod sentiam te bene habere, videamque te in patriae tuae ornamentum nonnulla meditari. Petis autem quid ego sentiendum putem de vetusto illo Poeta, qui Aesopi Fabulas elegiaco metro redditas Latio donavit: sed ita simul rem tute occupasti, ut vix habeam quod eruditioni tuae suggerendum videatur. Attamen dicam, difficlie plane esse illius Scriptoris nomen statuere, difficilius etiam patriam. Haec omnia in incerto: at certum quidem est, ut jam monuisti, errare illos, qui hominem opinantur florente lingua, ac regno Latinorum floruisse; neque pluris habendam earum sententiam, qui postremis hisce duobus aut tribus saeculis illius aetatem tribuunt. His obstat codicum vetustorum fides, illis inelegantia latini sermonis. Mihi autem in praesentia ad manum non sunt ejus carmina: quod pudet fateri; sed memini me olim in antiquum incidere codicem ms. Ambrosianae Bibliothecae, ubi eadem, ni fallor, legebantur. Immo et eorum specimen in schedas meas derivavi, quod ita habet: De Lupo, et Agno. Est lupus, est agnus. Sitit hic, sitit ille. Fluentem Limite non uno quaerit uterque siti. Reliqua omitto. Haec tu confer cum editis. Ego ab Avieni versibus jam tum hosce diversos animadverti. Ibi nullum auctoris nomen. Codex ante annos quadringentos conscriptus mihi videbatur. praecedebant autem carmina alia, quorum exordium: Aethiopum terras jam fervida torruit aestas, In Cancro Solis dum volvitur aureus axis. Nempe erat haec Ecloga inter Pseustin Pastorem, et Virginem Alethiam, de sacris historicisque rebus canentes. Subsequebantur Apologi metro conscricti, quorum habes exemplum; et in Auctore ingenium ego suspiciebam, at non parem linguae latinae elegantiam. Alium ms. codicem ambrosiana servat, cui titulus: Liber virtutum, et allegationum Auctorum, fere aureus nuncupatus, compositus, et cumulatus per nobilem dominum Johannem de Grapanis civem Mediolani, qui ab illustrissimo domino Duce Mediolani propter hujusmodi floridi Operis extitit recompensus. Congesti illuc multi versus ex Auctoribus variis, quorum opera non pauca nunc frustra desiderantur, et nomina ipsa cecidere. Occurrunt inter alios Auctor libelli de Nugis Philosophorum, Maximianus Poeta, Amarius versilogus, versificator fabularum Aesopi. Postremis hisce verbis designari illum, de quo nobis est sermo, non injuria suspicor: quare et hinc discimus, ignotum fuisse illius nomen Johanni de Grapanis, hoc est homini circiter annum vulgaris Aerae 1400, ut conjicio, florenti. Sed quando nullam a te fieri mentionem video Gasparis Barthii eruditssimi viri, accipe quid ille habet lib. III cap. XXII adversariorum: In potestatem meam (scribit ille) venit Fabularum Poeta priscus in obsoletissimas membranas exaratus, sed valde barbarus atque ineptus. Tum ejus specimen producit. Ut juvet et prosit conatur pagina praesens Fabula I Dum rigido fodit ore fimum, dum quaeritat escam, Dum stupet invento jaspide, Gallus ait: Tu vide an haec pertineant ad poetam nostrum. Si vero is est, mitiorem e Barthio expectassem censuram? subdit ille. Talis est universa illa poesis, et jam quidem edita, et recensita a Neveleto Doschio. Si quis me Auctoris nomen roget, dicam bernardum esse, cujus ad oculum similes versus de Castoris fabula producit Silvester Giraldus (a Lilio Gregorio diversus) et heic forte exciderunt. Sed ne quis Auctorem certiorem quoque ignorare possit, quae de eo reperi adjungam. Tum haec in iis membranis legi affirmat: Aesopus magister Atheniensium fuit. Quidam vero Imperator Romanorum rogavit magistrum Romalium, ut sibi aliquas jocosas Fabulas conscriberet ad removendas publicas curas. Magister Romalius non audens precibus tanti viri contradicere, auctorem graecum in latinum transtulit. Atque haec sunt quae mihi in hanc rem ad te perscribenda occurrunt, amatissime Ravasine, sed non sine molestia, quod nihil de illius Poetae patria tibi desideranti significare possim. Il Ravasini, non ritenendo particolarmente autorevole l’autorità del Barzio e reputando il Salone lo stesso che Romolo o Romalio, scrisse nuovamente al muratori: Quod vero ad nostrum Salonem, sive Romulum attinet, de Barthii censura, eruditi quidem, sed parum emunctae naris viri, nihil laboro. Ejusdem Adversaria non vidi; reliqua tamen Opera, Commentarios scilicet, et Notas ad Authores plerumque sequioris aevi consarcinatas legi data opera, in quibus tot varias lectiones ad libidinem confictas, et tot latinae linguae dehonestamenta deprehendi, ut mihi venerit in mentem aliquando nonnihil conscribere de Barthii erroribus. In realtà, sia il Ravasini che il muratori ignorarono che già più di due secoli prima Taddeo Ugoleto, dando vita alla biblioteca di Buda per il re d’Ungheria Mattia corvino, aveva potuto appurare che il Romolo e il Salone erano due personaggi distinti. entrambi avevano tradotto le Favole di Esopo, ma il primo lo aveva fatto in prosa e il secondo in versi. Per di più l’Ugoleto rintracciò presso Tommaso Mattacoda una Vita di Esopo assai antica, dove si confermava che il Salone, stando in Atene, aveva tradotto in versi latini le Favole di Esopo: Quod autem quaeris Romulus ne Aesopi Fabellas soluta oratione an carmine elego latinas fecerit, ut plerique omnes opinantur, paucis respondebo, ne in minima re, aut parum utili, observationis pene puerilis crimine accuser, tamquam e musca facturus elephantum. Romulus hic homo, ut illa ferebant tempora, haud indoctus, Aesopi Fabellas absque controversia soluta oratione interpretatus est, quemadmodum in multis cum publicis, tum privatis biliothecis vidimus, quarum nomina citare noluimus, ut aliter credentes opinioni suae libentius faveant, persasumque habeant (si Diis placet) Fabellas Aesopi elego carmine scriptas romuli esse interpretationem; cum tamen constet salonem municipalem nostrum illarum esse authorem. Quod nedum veteres inscriptiones testantur, sed et codex vetustus de Vita Aesopi, qui est apud Thomam Mactecodam bonarum litterarum professorem haud ignobilem. Ejus codicis verba adscripsi, ne quis id a me forte fictum suspicetur. Salo autem Poeta parmensis dum studeret Athenis easdem Fabulas de graeco in latinum nostris moribus aptando metrice composuit. Del Salone rimane incerta l’età in cui visse. L’Affò propende, per motivi stilistici, per il VI secolo.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1789, 17-25; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 19-29; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 360-361.

SALSI DANTE
Traversetolo 1920-Parma 20 novembre 1995
Autodidatta, compì la sua prima formazione politica e ideale in montagna, nella 47a brigata Garibaldi, a contatto con gli uomini della resistenza e dell’antifascismo. Il legame instaurato in quei mesi di dura esperienza, dal marzo 1944 all’aprile 1945, restò attivo e operante per tutta la vita (ebbe una lunga militanza nel Partito Comunista). Alla fine della guerra lavorò provvisoriamente alla Biblioteca Palatina di Parma, dove scoprì la propria vocazione di bibliotecario. In quel tempio delle cultura incontrò Alfredo Zerbini, di cui divenne amico e appassionato estimatore. Lavorò poi all’Ispettorato provinciale dell’Agricoltura di Parma, dove progettò e costruì, negli anni sessanta, la Biblioteca Bizzozero, alla quale conferì il suo aspetto definitivo, ottenendone il passaggio sotto l’amministrazione del comune di Parma. In seguito, per incarico dell’istituto Gramsci del Partito Comunista Italiano (1975), fondò e diresse la biblioteca Umberto Balestrazzi, mettendo a disposizione degli studiosi, come primo nucleo, il fondo librario dell’insigne dirigente e storico del movimento operaio parmense, giunto a lui in eredità personale. La stima di cui godette dentro e fuori le mura cittadine gli consentì di acquisire alla biblioteca fondi librari e documentari di straordinario interesse (Pesenti e Cesarini-Sforza in primis). Le iniziative da lui promosse, dalla semplice presentazione di libri alle più impegnative imprese editoriali (la collana storica della Balestrazzi) rappresentarono altrettanti successi personali. Fu autore di diversi scritti e saggi.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3 1995, 371; V. cervetti, in Aurea Parma 1 1996, 80-81; enciclopedia di Parma, 1998, 588.

SALSI ITALO
Massenzatico 6 febbraio 1865-Parma 11 maggio 1962
Nato da famiglia di modeste condizioni, si diplomò maestro elementare il 18 agosto 1885. Fondato nel 1889 un circolo laico, partecipò in seguito alle vicende della cooperazione e dell’organizzazione socialista del suo paese natale, assai importante nella genesi e nello sviluppo del movimento operaio emiliano. Entrato nei ruoli delle scuole elementari del comune di Reggio Emilia (ancora amministrato dai moderati), fu continuamente trasferito da una sede all’altra a causa delle sue idee socialiste. Partecipò al II Congresso nazionale del Partito Socialista Italiano (Reggio Emilia, 8-10 settembre 1893) e aderì alla tattica della lotta di classe da esso confermata. Collaborò attivamente con C. Prampolini alla fondazione di nuovi circoli socialisti, come a Villa Cella, sua ultima sede scolastica. Spesso segnalato all’autorità didattica da delatori come fanatico anticlericale e acceso divulgatore di idee anarchiche, il Salsi fu viceversa mite e tollerante di carattere ed evoluzionista quanto a orientamento politico. A seguito delle leggi eccezionali crispine e dello scioglimento dei circoli socialisti, il Salsi fu deferito alla Commissione provinciale per l’assegnazione al domicilio coatto, che lo condannò a due anni di confino a Porto Ercole (febbraio 1895) con A. vergnani e altri. Venne immediatamente aperta una sottoscrizione di solidarietà per la famiglia: i socialisti e simpatizzanti di Villa Cella si tassarono per complessive venti lire al mese e da tutta la provincia arrivarono offerte alla redazione della Giustizia, mentre si formarono comitati di solidarietà tra i maestri di Padova, Roma, Cremona, Milano e soprattutto di Parma. In vista delle elezioni generali politiche del 26 maggio 1895, Prampolini rinunciò in favore del Salsi alla candidatura nel collegio di Reggio Emilia. La candidatura-protesta del Salsi, come quella di N. Barbato a Milano e le altre analoghe, suscitò in tutto il paese larghi consensi, benché fosse proibita la propaganda sui nomi dei condannati. Al primo scrutinio il Salsi ottenne 1271 voti contro 1406 del moderato Levi e 112 del frondista Gherardini: indetto il ballottaggio per il 2 giugno, il Salsi risultò eletto con 1852 voti contro 1794. Liberato dal domicilio coatto, fu accolto con grandi manifestazioni popolari a Reggio Emilia e a Parma. La rivista parmense Frusta pedagogica lanciò l’iniziativa, largamente accolta dagli ambienti magistrali italiani, di provvedere al mantenimento del Salsi facendone il deputato dei maestri, per i quali (notava La Campana) vi erano troppi diritti da acquisire e troppi soprusi da far cessare. Effettivamente il Salsi si occupò più volte, a Montecitorio, delle questioni di categoria ma anche dei problemi più generali della scuola, chiedendo tra l’altro la revisione dei programmi, l’obbligo scolastico fino al dodicesimo anno di età, la promiscuità dei sessi anche nelle scuole normali, l’abolizione delle differenze tra maestri e maestre e tra insegnamento urbano e rurale. Alla scadenza del mandato declinò l’offerta di una nuova candidatura. Con le elezioni del 21 marzo 1897 il seggio del collegio di Reggio Emilia passò pertanto a Prampolini, che a sua volta aveva rinunciato alla candidatura nel collegio di Guastalla a favore di A. Sichel. L’autorità didattica rifiutò al Salsi l’attestato di lodevole esercizio, per cui l’amministrazione comunale moderata, nello stesso 1897, lo licenziò dall’insegnamento. Avendo vinto in pubblici concorsi una cattedra a Concordia e una a Parma, entrambi i comuni deliberarono di assumerlo, ma le nomine furono annullate per motivi politici dai rispettivi consigli provinciali scolastici. Dopo sei mesi di disoccupazione, si trasferì nel 1899 a Parma con la famiglia (la moglie Desolina e cinque figli), dove fu assunto alle dipendenze del comune. strettamente vigilato dalla polizia come individuo pericolosissimo alla pubblica sicurezza, continuò a svolgere attività politica e sindacale nella commissione esecutiva della Camera del lavoro di Reggio Emilia, poi in quella di Parma (1900). Quando questa passò al sindacalismo rivoluzionario se ne distaccò entrando nel direttivo dell’Unione socialista parmense, di indirizzo riformista. Nel novembre 1905 fu eletto segretario del circolo del capoluogo. Partecipò alla propaganda antimilitarista e si occupò contemporaneamente di cooperazione agricola, acquistando larga popolarità in tutta la Bassa come conferenziere e organizzatore. Quando venne rinnovata la Commissione esecutiva camerale nell’agosto 1903, il Salsi fu il nome più votato dalle leghe e ottenne 3438 suffragi, seguito da Faraboli con 3381 e da Giuseppe Maia con 3378. Il dibattito preparatorio del Congresso nazionale di Bologna vide la Federazione parmense con un corpo dilaniato da rotture e contrapposizioni. Le sezioni di Borgo San Donnino, Casale e Parmetta, Diolo di Soragna, Pieve Ottoville, Polesine, ragazzola, Ravadese, Soragna e Zibello, con il circolo elettorale di San Secondo e il gruppo di Siliprandi in città, furono favorevoli alla mozione Bissolati, che esprimeva la disponibilità a collaborare con il governo Giolitti. Le sezioni di Parma, Casaltone, Fontanellato, Noceto, Sala Baganza, San Prospero, Viarolo, Collecchio, Fontanelle, Roccabianca, San Pancrazio, Tortiano, Madregolo e San Lazzaro si dichiararono d’accordo con la formula dell’intransigenza, che, nella provincia parmense, fu sostenuta da Pietro Fontana, Lagazzi e giuseppe Maia, mentre l’onorevole Berenini e Romeo Soglia furono gli esponenti delle posizioni più moderate. Benché potesse vantare, anche rispetto agli uomini più impegnati del socialismo parmense, una maggiore esperienza, il Salsi continuò a evitare il campo della polemica e dedicò la sua opera alla diffusione della cooperazione, aiutato in questo da Giovanni Faraboli, il rappresentante del movimento contadino della Bassa. La cooperazione divenne così il terreno dell’attività del Salsi, che fu nominato membro della Commissione esecutiva della Federazione provinciale tra le cooperative (assieme a Pasquale Ferretti, Giuseppe Franzoni, Zeffirino Alodi e Angelo mambriani) e presidente del Consorzio tra le cooperative di consumo, sorto alla fine del 1904 con il compito di garantire alle cooperative di consumo della provincia un unico centro di approvvigionamenti. A un incarico di direzione nel Partito Socialista il Salsi tornò alla fine del 1906, quando venne chiamato assieme a Faraboli, Bò, Lagazzi, Capriotti, Zanlari, Rosa, Allodi, Peracchi e Ghidini, a far parte del Comitato direttivo della Federazione. Il Salsi non solo non poté approvare le proposte dei sindacalisti rivoluzionari, ma ebbe persino difficoltà a comprenderne la genesi e non ne condivise, comunque, sia il rifiuto del partito, sia ancora di più, quell’ansia spasmodica di scontro frontale, che sembrava pervadere molti di essi. La sua formazione reggiana, che i sindacalisti consideravano alla pari di un tradimento dello spirito rivoluzionario o del proletariato, lo immunizzò da certe teorizzazioni, ma anche gli impedì di avvertire come le conquiste dei lavoratori reggiani e il carattere del movimento che ruotava intorno a Prampolini e alla Giustizia, intriso di evangelismo applicato nella versione cooperativa e fiducioso di un prospero avvenire, non potessero essere trapiantati nella provincia di Parma, dove la classe proprietaria e capitalistica intendeva a ogni costo riaffermare la sua legge e il suo diritto. Il Salsi visse così tutto il travaglio dei socialisti di Parma, che videro ridurre ai minimi termini la loro influenza tra i lavoratori della città e riuscirono a stento a mantenere in vita molti circoli della provincia, mentre solo nella Bassa contarono su un forte sostegno di massa. Quando le leghe della Bassa, con l’appoggio dei nuclei di lavoratori usciti dalla Camera del Lavoro sindacalista, cercarono, nell’inverno del 1908, di dar vita a un nuovo organismo su basi provinciali, il Salsi, assieme al quadro più attivo del socialismo parmense, si impegnò attivamente e al Congresso di fondazione della nuova Camera del Lavoro dell’aprile 1909 tenne la relazione sulla Cooperazione di consumo. Privato del sostegno del proletariato parmense, il socialismo parmigiano si fece sempre più espressione delle organizzazioni della Bassa, mentre in città si fece avanti un gruppo di giovani intellettuali che si richiamava alle posizioni della sinistra rivoluzionaria. Anche con loro (Gustavo Ghidini, Evaristo Spagnoli, Ferdinando Laghi, Ildebrando Cocconi) il Salsi non riuscì a stabilire un terreno d’intesa, così come non si ritrovò sulle posizioni ormai prevalenti in campo nazionale dopo il Congresso di Reggio Emilia. Nel 1909 collaborò all’opera del Comitato di solidarietà a favore dei lavoratori perseguitati per aver partecipato allo sciopero agrario dell’anno precedente. Fu a più riprese amministratore e direttore dell’Idea, settimanale (poi quotidiano) della Federazione socialista e delle organizzazioni confederali parmensi. Diresse anche la locale scuola cooperativa su incarico dell’istituto nazionale di credito per la cooperazione e presiedette la federazione provinciale delle Società di Mutuo Soccorso. Il Salsi partecipò nel novembre del 1912 al Congresso di fontanelle, dove venne costituita la Federazione autonoma, nella quale confluirono le organizzazioni politiche ed economiche orientate verso le posizioni riformiste dell’onorevole Berenini, uscito dal Partito Sociclista per solidarietà con Bissolati e Bonomi, espulsi nel Congresso di Reggio Emilia. Nel 1914-1915 partecipò alla propaganda neutralista e pacifista richiamandosi ai principi dell’internazionalismo operaio: richiesto di un intervento per il numero del 1° maggio 1917 della Parola proletaria (giornale socialista italiano di Chicago), indirizzò al direttore V. Buttis una cartolina (che fu intercettata e non inoltrata), nella quale contrappone alla guerra, scatenata dal capitalismo dei vari paesi per l’egemonia nel campo dell’industria e del commercio, i valori dell’internazionale operaia e i vincoli di fratellanza e di solidarietà fra i lavoratori di tutto il mondo. Con la fine della guerra, nel parmigiano lo sviluppo del movimento cooperativo socialista fu addirittura impetuoso, tanto che alla fine del 1920 erano attive quarantasette cooperative di consumo con oltre ottomila soci, nove cooperative per le affittanze agricole con oltre millecinquecento soci, mentre oltre tremila erano i soci delle cooperative di lavoro. Di questa fervida stagione della cooperazione parmense, il Salsi fu uno dei più validi protagonisti: si impegnò a stringere i legami tra le varie cooperative, che soffrivano di tendenze municipaliste, ad attrezzarle in modo da allargare il loro campo di azione e a preparare i nuovo quadri dirigenti. Sotto la sua direzione venne organizzato un corso dei cooperatori al quale parteciparono ventotto allievi. Il corso durò quarantacinque giorni e furono impartite lezioni di contabilità, merceologia e legislazione sociale. Tra gli allievi che seguirono le lezioni vi fu Dante Gresta, che poi assunse responsabilità di direzione nel movimento sindacale parmense. Dopo la guerra il Salsi prese parte alle lotte di corrente all’interno del Partito Socialista Italiano, schierandosi con l’ala riformista, aderendo quindi al Partito Socialista Unitario dopo il XIX Congresso (Roma, 1-4 ottobre 1922). I fascisti lo minacciarono più volte. Con l’avvento del regime fascista e delle leggi eccezionali fu costretto a chiedere l’anticipato collocamento a riposo per evitare la destituzione dall’impiego, che lo avrebbe privato della pensione. pur non nascondendo le proprie idee, non partecipò all’attività antifascista clandestina e dopo la liberazione, ormai ottantenne, non rientrò nella politica attiva, sebbene sia i socialisti che i socialdemocratici continuassero a consideralo come una bandiera del vecchio socialismo reggiano e parmense. Morì all’età di novantasette anni.
FONTI E BIBL.: La Giustizia 24 febbraio, 10 marzo, 25-26 maggio, 1-2 e 8 giugno, 21 luglio, 5 ottobre 1895; La Campana 10-11 giugno, 1-2 e 14-15 luglio 1895; A. Angiolini, Socialismo e socialisti in Italia, Roma, 1966, ad indicem; ESMOI, Attività parlamentare, I, ad indicem; B. Riguzzi, sindacalismo e riformismo nel Parmense, Bari, 1931, 130; B. Bottazzi, I vecchi socialisti prampoliniani, Reggio Emilia, 1945, 15-16; R. Marmiroli, Prampolini, Firenze, 1948, 85-86 e 91-92; R. Marmiroli, Socialisti e non, controluce, Parma, 1956, ad indicem; L’Idea 18 ottobre 1952; Il Resto del carlino 12 maggio 1962; A. Ferretti, Massenzatico nella Reggio rossa, Reggio Emilia, 1973, 53-54; U. Sereni, Il movimento cooperativo a Parma, 1977, 254-261; R. Cavandoli, in Movimento operaio italiano, IV, 1978, 463-465.

SALSI REMO
Traversetolo-Coston d’Arsiero 18 maggio 1916
Caporale maggiore di fanteria, fu decorato di Medaglia di Bronzo al Valor Militare, con la seguente motivazione: Già distintosi in precedenti combattimenti, cadeva vittima del proprio ardimento, durante un intenso fuoco d’artiglieria avversaria.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1917, dispensa 30a, 2476; Decorati al Valore, 1964, 126.

SALTARELLI SIMONE
Firenze 1261-Pisa 24 settembre 1342
Figlio di Guido, nobile e ricco. A vent’anni si sposò, ma subito dopo abbandonò la moglie, i parenti e le ricchezze, rifugiandosi presso i padri domenicani, vestendone l’abito in Santa Maria Novella nel 1281. Qui si consacrò a una vita di pietà e di studio. Prima fu eletto priore del monastero, poi provinciale della provincia romana e infine procuratore generale dell’ordine nella curia papale. Papa Clemente V, ad Avignone, se ne servì negli affari più importanti e delicati. Ottenne grazie e lodi da molti principi. il 7 settembre 1316 fu eletto da papa Giovanni XXII alla sede episcopale di Parma, vacante dal 17 di agosto. Il 3 ottobre dello stesso anno, da Avignone, il pontefice avvertì il Saltarelli di aver spedito le lettere testimoniali per la consacrazione a Nicolò, vescovo di Ostia, insieme alla licenza di lasciare la curia pontificia. Il Saltarelli si trovava ancora ad Avignone il 20 gennaio 1317, dove ottenne (obtenta Simonis, ep.i Parmensis) dal papa, a favore di Lapo Bini, suo nipote e cittadino fiorentino, una prebenda nella chiesa di Ferrara. Nello stesso giorno il papa diede al Saltarelli la facoltà di testare e di rilasciare il permesso di percepire i frutti da benefici aventi dignità ecclesiastica a tre chierici. Giovanni XXII gli concesse inoltre la provvisione di una prebenda nella chiesa veronese per Donato Bini, cittadino di Firenze, nipote del Saltarelli, e nominò i vescovi di Verona, Mantova e Reggio giudici conservatori del Saltarelli. Gli diede infine la facoltà di concedere il tabellionato a persone di sua fiducia. Il Chronicon parmense così descive l’ingresso solenne in Parma del Saltarelli: A’ 17 febraro 1317 in giobia, che fu la giobia ghiotta il venerabile padre Symone Saltarello di Fiorenza de l’ordine de predicatori, Dei gratia, episcopo di Parma, la prima volta venne a Parma, e con grande honore et gaudio fu ricevuto et una domenica a’ 27 febraro la prima volta predicò e cantò la messa solenne nel Domo dove la gente per la moltitudine non potean capire, e quela domenica celebrò nel suo palacio episcopale il prandio al potestà, al capitanio, a tutti gli anciani del Comune, advocato de’ mercanti, anciano de’ giudici, proconsole de’ notari, podestà di 4 mestieri, agli 8 del popolo, al capitanio de la Società di 2000 a i canonici e clerici del Domo, e più altri religiosi de ogni ordine e convento di Parma, a l’abate di Santo Iohane e suoi monachi e più altri. Il 24 marzo 1317, col consenso dei canonici, concedette facoltà a giacomo degli Antichi di fondare un beneficio in Cattedrale a onore di Dio, della Beata Vergine e di san Giacomo, attribuendo a se stesso saltarelli il diritto di elezione e istituzione. giovanni XXII, con suo breve dato da Viterbo il 1° aprile 1317, esaudì l’istanza delle badesse e monache di Sant’Uldarico (col consenso del Saltarelli), stabilendo che le monache non potessero essere più di dodici fin quando non fossero accresciute le loro rendite. Inoltre il 13 aprile 1317 il papa ordinò che non fosse permesso in alcun modo di molestare la badessa e il convento delle monache con clausura dell’ordine di Santa Chiara e San Damiano, dette le minorisse, e per questo si rivolse al saltarelli. Il 1° maggio 1318 il pontefice elesse il castellano clugense e il Saltarelli giudici conservatori del vescovo di Ferrara. Il 6 febbraio 1318, con approvazione del Saltarelli, la compagnia della disciplina vecchia cominciò a costruire l’oratorio dei Santi Cosma e damiano, presso il quale andò a stabilirsi. Poiché gli esecutori testamentari di Gaspara da Boretto non potevano adempiere un pio legato istituito dalla medesima per la fondazione di un beneficio in Cattedrale (aveva lasciato una casa e pochi beni, insufficienti allo scopo), il Saltarelli, con suo decreto del 25 maggio 1318, unì quella casa e gli altri beni al beneficio dell’arcidiacono, con l’obbligo al beneficiato di una messa la settimana e un anniversario per l’anima della benefattrice. Il 4 luglio 1318, da Avignone, il pontefice scrisse al priore del convento maggiore certosino nella diocesi di Grazianopoli e agli altri priori, fratelli e conversi dell’ordine certosino sparsi nelle diverse parti del mondo per avvertirli di aver nominati i giudici conservatori (tra gli altri, figura anche il Saltarelli). Quando si innalzò una campana sopra una torre di legno all’angolo del Palazzo degli Anziani al fine di avvisare ogni mattina i lavoratori per tempo e per indicare le ore della colazione e del pranzo, il Saltarelli concesse una particolare indulgenza: Il giorno di Natale, giorno di domenica in quell’anno (1318) cominciò a suonare la cosidetta campana della Pace per tre volte nel mattino, e il vescovo concesse l’indulgenza di quaranta giorni a chi avesse recitato tre volte il Pater Noster e l’Ave Maria (chronicon parmense). Da Avignone, il 21 maggio 1319 Giovanni XXII ordinò al Saltarelli di togliere la sentenza d’interdetto lanciata contro il comune e il popolo di Parma perché avevano prestato aiuto a Can Grande della Scala, a Passerino di Mantova e a Matteo visconti, causando gravi danni al popolo bresciano. Il 12 luglio il papa nominò i giudici conservatori a favore dei maestri e dei frati dell’Ospedale teutonico gerosolimitano (tra i vescovi e arcivescovi, si trova anche il saltarelli). Il 13 settembre il papa ordinò al Saltarelli e al Capitolo che tutto il denaro ricavato dalle decime nella città di Parma e nella diocesi a favore della Terra Santa fosse spedito alla Camera Apostolica, rendendo ragione dell’intero computo. Il 19 settembre 1319, da avignone, Giovanni XXII scrisse al Saltarelli, al vescovo di Bologna e a mastro Aimerico di castrolucio, suo cappellano, perché, previe informazioni, confermassero o meno l’elezione di Guido da Meliis, monaco nel monastero di Sant’Apollonio di Canossa, che vi era stato eletto abate. Erano allora vicari del Saltarelli frate Giacomo, priore della canonica di Santa Felicola, e Pietro, arciprete della pieve di collecchio. Il papa, da Avignone, il 19 giugno 1320 scrisse al Saltarelli perché lo informasse intorno alla concessione dell’oratorio e sue adiacenze, già appartenuto ai frati dell’ordine del Sacco di Parma, oratorio allora abbandonato per la morte di tutti i frati. Il Saltarelli intervenne il 24 agosto, festa di san bartolomeo, alla consacrazione dell’altare maggiore della chiesa di San Pietro Martire dei padri domenicani. Il 27 settembre dello stesso anno il Saltarelli approvò lo Statuto del Capitolo della Cattedrale col quale fu stabilito che le singole prebende avessero divisi e distinti i loro beni, come pure che fossero riconosciute le chiese di giurisdizione del Capitolo per evitare le discordie sorte nel passato tra i canonici. Il 21 ottobre il Saltarelli, col consenso del Capitolo, fece una locazione per nove anni dei beni posti a Mezzano che appartenevano alla mensa vescovile e dei diritti sulle acque del Po a Ruggiero Servidei, Paganino Toccoli, armanino Bravi e Marsiglio de’ Marsigli, per l’affitto annuo di centotrenta lire imperiali. Alla costante ricerca di sedare le continue turbolenze tra le fazioni cittadine, il Saltarelli ottenne dal papa il 4 aprile 1321, da Avignone, la dispensa del terzo e del quarto grado di consanguineità nel matrimonio da lui combinato tra il nobile Andreasio Rossi, cittadino di Parma, e la nobildonna Vanina, figlia di Gianquirico Sanvitale. E quando il 26 gennaio 1322 fu celebrato il matrimonio, il Saltarelli offrì il Palazzo episcopale per festeggiare le nozze con un grandioso banchetto. intervennero mille e seicento invitati, tra i quali 366 dame. Il 20 maggio 1321 fu vicario generale del Saltarelli, Omodeo, priore della chiesa di Santa Maria di Olmeneta nella diocesi di Cremona. Il 26 luglio 1321 morì nella sua terra di Castelnovo Giberto da Correggio. Ai suoi funerali intervenne anche il Saltarelli: Il 26 luglio 1321 veniva a morire a Castelnovo di Coreggesi all’ora del vespro Giberto da Correggio e ai funerali il giorno dopo intervenne il vescovo Saltarelli con quello di Reggio e varii abati, priori, chierici e molti baroni (Chronicon parmense). Nel 1319 il Saltarelli accolse in Parma i frati di Armenia dell’ordine di San Basilio. Due anni dopo (8 ottobre 1321) il pontefice, da avignone, gli ordinò di costringere, previa ammonizione, l’abate del monastero di cavana dell’ordine di San Benedetto a non impedire a giovanni di Leone e ai suoi frati di Armenia, che dimoravano in Parma, di costruire nella parrocchia soggetta al monastero di Cavana (San Basilide). Da Castel sant’angelo, il 4 novembre 1321 il Saltarelli, Aicardo, arcivescovo di Milano, e Guido, vescovo di Asti, ricorsero al papa contro matteo Visconti. Il 25 gennaio 1322, sempre da Avignone, Giovanni XXII scrisse al saltarelli di aver concesso la dispensa circa i natali non legittimi di Nicola, Vinciguerra e Copino, scolari, nati da Giberto da Correggio, perché potessero ricevere gli ordini e ottenere l’investitura di un beneficio. Due giorni dopo ottenne la stessa dispensa anche Giovanni, figlio di Nicola degli Azoni, chierico parmigiano. Poiché erano intercorse diverse cause tra il vescovo di Pisa, Oddone, e il comune e il popolo di quella città, giovanni XXII, volendo definire la questione, il 6 giugno 1323 trasferì Oddone al patriarcato di Alessandria e lo stesso giorno il saltarelli dal vescovado di Parma all’arcivescovado di Pisa. Al Saltarelli venne consegnato il 6 luglio dello stesso anno il pallio dal cardinale Napoleone di sant’adriano, da Iacopo, cardinale di San Giorgio in Velabro, e dal cardinale di Santa Maria in Vialata. Nell’anno 1324 il Saltarelli si portò ad Avignone e non ritornò alla sua Chiesa che nel 1327, nel quale anno aprì la visita pastorale. Anche a Pisa non gli mancarono i problemi. Proprio nel 1327 il papa pose l’interdetto alla città per aver accolto Lodovico il Bavaro: in quell’occasione il Saltarelli fuggì con tutti i familiari e, non senza pericolo, e si rifugiò a Siena, poi a Massa Veternese e quindi ad Avignone col suo amico Lorenzo da viterbo, dell’ordine dei predicatori, il quale gli era stato accanto anche a Parma. Per non avere assecondato all’invito dell’imperatore che lo aveva richiamato a Pisa, fu privato dell’arcivescovado e di tutti i beni (la Chiesa arcivescovile fu data il 24 dicembre 1327 a Gherardo Orlando, vescovo di Adria). verso la fine del 1329 il Saltarelli poté ritornare a Pisa e fu poi creato (nel 1330) amministratore del monastero di Pomposa nella diocesi di Comacchio. Il 15 giugno 1330 lo si trova in Firenze, dove, insieme ai vescovi di quella città, di Fiesole e di Spoleto, fece la ricognizione del corpo di san Zanobi, vescovo di Firenze, che fu collocato in un’arca marmorea nello stesso luogo. Il Saltarelli arricchì la cattedrale di Pisa di molti vasi d’argento e regalò argenteria anche ai frati del suo ordine. A sue spese fece costruire la torre e fondere le campane di Santa Maria novella, ove aveva fatto la professione al suo ordine. In Firenze fece anche fabbricare una casa per sua residenza, da utilizzare quando si portava in quella città. Morì ottuagenario e in concetto di santità. Dal Brocchi e da altri scrittori dell’ordine domenicano è posto tra i beati fiorentini. Fu sepolto in Santa Caterina di Pisa, chiesa dell’ordine domenicano, ove, ancora vivente, si era preparato un sontuoso sepolcro a sinistra dell’altare di San Pietro martire, riportante la seguente iscrizione: pisana ecclesia moerore gravi tanto viduata pastore suspiria traxit hic iacent cineres et ossa reverendissimi in Christo Patris et Domini Domini fratris Simonis Saltarelli florentini Ord. Praed. primum Episcopi parmensis postmodum pisarum Archiepiscopi, et totius Sardiniae primatis ac in eaden legati, qui sine querela vixit annos circiter octoginta decessit dominicae incarnationis anno MCCCXLII die XXIV septembris. Hun locum ex testamento suo pro / sui cadaveris sepultura elegit, et / Andreas olim Bini de Saltarellis de Florentia eiusdem ex fratre nepos voluntatem patrui executioni mandavit.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 146 e 231; N. Pelicelli, Vescovi della Chiesa parmense, 1936, 282-289; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 239.

SALTERINI FERDINANDO
Collecchio 31 maggio 1914-Gaiano 28 aprile 1945
Nato da Pindaro e da Imelde Viola, abitò sempre a Parma. Compiuti gli studi superiori, scelse la carriera di ufficiale dell’Esercito nella specialità delle truppe corazzate. Dopo aver partecipato alla guerra come capitano carrista, nel settembre del 1943 tornò a casa e rimase appartato, pur simpatizzando per la resistenza, alla quale nel giugno del 1944 aderì il fratello più giovane, Vittorio. Nel dicembre 1944 o più probabilmente nel gennaio 1945, su sollecitazione del fratello, divenuto nel frattempo vice comandante della 12a Brigata Garibaldi Ognibene, assunse la carica di capo di stato maggiore di quella Brigata col nome di battaglia di Turno. Il 28 aprile partì da Parma già liberata per prendere contatti col Battaglione Bragazzi, impegnato negli ultimi combattimenti della Sacca di Fornovo sulla destra del Taro, nei dintorni di Neviano Rossi, o forse per ritrovare la moglie e i due figli sfollati nella zona di Fornovo Taro. Fu appunto vicino a Gaiano che, mentre procedeva in auto sulla statale della Cisa, venne colpito da una raffica di mitragliatrice sparata dalle alture circostanti, probabilmente da uomini della divisione repubblichina Italia. A suo ricordo, sul luogo della morte venne elevato un cippo marmoreo.
FONTI E BIBL.: E. Cosenza, La Sacca di Fornovo Aprile 1945, Parma, 1975; I caduti della Resistenza di Parma 1921-1945, Parma, 1970, 89; Parma partigiana. Albo d’oro dei caduti nella guerra di liberazione 1943-1945, Parma, s.a., 111; Archivio dell’istituto Storico della Resistenza, Parma, sezione II, RQ-RIc5, Ruolino 12a Brigata Garibaldi; associazione Nazionale Parttigiani Italiani, Parma, Scheda personale e Ruolino 12a Brigata Garibaldi; testimonianze orali di Bruno Bergamaschi e Luigi Rastelli; La guerra a Collecchio, 1995, 258.

SALTINI UGO
Parma 1867-1954
Di nobile famiglia, medico-chirurgo, per moltissimi anni fu a capo dell’Ufficio sanitario del comune di Parma. Organizzò la Colonia elioterapica, diresse la Scuola di tracomatosi, la Colonia marina di Massa e altri istituti sanitari. Uomo di vari interessi, anche al di fuori della sua professione, dal 1913 al 1922 fu critico drammatico della Gazzetta di Parma e per lungo tempo collaborò con articoli di vario genere, ma soprattutto d’indole teatrale, a giornali e riviste cittadine. Nel 1947, allorché si ritirò in pensione, donò la sua pregevole raccolta di opere e di ricordi teatrali al comune di Parma.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 137.

SALVARANI LUIGI
Parma 1940-Susanna di Grottaglie 1970
Penultimo dei sei fratelli Salvarani (con Renzo, Emilio, Antonio, Gianni e Mario) che dal 1958 crearono a Parma una delle industrie più efficienti d’Europa nell’ambito dei mobili componibili per cucina, impiantando un doppio stabilimento a Parma, a lato dell’autostrada del Sole, e circa 2600 punti vendita in Italia e all’estero. L’azienda dei Salvarani nel 1970 aveva oltre 2000 dipendenti. Il Salvarani e la moglie Brunetta Corain morirono in un incidente stradale presso Grottaglie di Taranto, mentre erano in Puglia per affari.
FONTI E BIBL.: B. Raschi, Ricordo di un amico, in Parma bell’arma 1970, 36-37; F. da Mareto, bibliografia, II 1974, 956; T. Marcheselli, dizionario dei Parmigiani, 1997, 278-279.

SALVATORE
Fornovo 1453/1487
Figlio di Martino, fu boccalaro a Fornovo. È citato in un documento del 18 novembre 1453 e in un altro del 1487 come expertus in arte de ministerio bocalarum et laborerium terra.
FONTI E BIBL.: L. De Mauri, L’amatore di maioliche, Milano 1924; A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 372.

SALVATORE DA PARMA, vedi BERTONCELLI MICHEL ARCANGELO GIUSEPPE e MONICI CARLO

SALVATORI ALESSANDRO
-Parma post 1629
Sacerdote, fu soprano e suonatore di trombone della Cattedrale di Parma. Nel suo testamento del 6 luglio 1629, ricevuto dal notaio Giovanni Busana, lasciò alla chiesa della steccata di Parma il suo trombone, con l’obbligo di far celebrare alla sua morte cento messe.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 106.

SALVI IRMA, vedi FERRARI IRMA

SALVINI ANTONIO
Parma 1796/1797
Intagliatore in legno. Nel 1796-1797 collaborò con Odoardo Panini per la realizzazione nella chiesa della Steccata di Parma dei capitelli dell’altare maggiore, di ventisei candelieri, di una croce e di sei portapalme.
FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 261.

SALVINI CARLO
Parma 25 agosto 1804-Parma 30 gennaio 1855
Figlio di Ferdinando e Camilla Corsini. Dottore in teologia, fu uno dei cento consorziali addetti alla Cattedrale di Parma. Fu inoltre segretario della curia episcopale, il cui archivio ordinò con cura. Il Salvini amò le belle arti e coltivò la meccanica.
FONTI E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 117.

SALVINI DANTE
San Lazzaro Parmense 12 settembre 1902-Ebro 18 settembre 1938
Nato da Cirillo e Irene Fava. Emigrato in francia, risiedette a Nîmes. In Spagna combatté in una formazione non meglio precisabile delle Brigate Internazionali. Risulta ufficialmente disperso durante i combattimenti presso l’Ebro.
FONTI E BIBL.: L. Arbizzani, Antifascisti in Spagna, 1980, 132.

SALVINI LUIGI
Borgo San Donnino 5 giugno 1921-Castelleone di Suasa 14 agosto 1944
Figlio di Cesare. Studente universitario della facoltà di ingegneria, il Salvini, allo scoppio della seconda guerra mondiale, venne arruolato nel 12° Reggimento bersaglieri di stanza a Reggio Emilia e poi fu mandato in Croazia. ritornato in Italia con il grado di sergente verso la fine del 1941, frequentò l’Accademia militare di Modena e alla fine del 1942 diventò ufficiale effettivo nel 5° Bersaglieri. Dopo tre mesi di scuola di applicazione a Parma, fu trasferito nel 4° Bersaglieri e venne mandato nel 1942 in Dalmazia, a Sebenico e a Spalato. L’8 settembre 1943 l’esercito italiano si trovò tra due fuochi: i Tedeschi da una parte e i partigiani slavi dall’altra. Assieme ai suoi compagni il Salvini consegnò le armi ai partigiani, i quali si impegnarono di condurli con motopescherecci in Italia. Buona parte del reggimento venne imbarcata e, nonostante i mitragliamenti dei Tedeschi e le barriere minate, riuscì a raggiungere le coste italiane. Il 23 settembre il Salvini sbarcò a Bari e dopo qualche giorno venne trasferito a Miggiano, presso Lecce. Il Salvini si arruolò volontario nel corpo Italiano di Liberazione e venne impegnato in prima linea presso Colle al Volturno e Monte Marrone, dove gli Italiani meritarono un encomio ufficiale dal comandante delle forze alleate. Il Corpo Italiano di Liberazione fu poi trasformato in Divisione Legnano e venne inviato al fronte Adriatico. Il Salvini morì in combattimento sul fiume Cesano, presso Castelleone, e venne sepolto nel cimitero di Jesi. Al Salvini venne conferita alla memoria la medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: comandante di una pattuglia di esplorazione, dopo avere assolto con successo l’importante compito affidatogli, di iniziativa e con alto senso di solidarietà, interveniva su di un altro obiettivo, ivi richiamato dal fuoco di una pattuglia laterale. Nel nobile intento di appoggiare l’azione dei camerati, con sprezzo del pericolo si lanciava su di una postazione tedesca. A pochi metri da una mitragliatrice cadeva colpito da una raffica mortale, riconfermando, col supremo sacrificio, il già provato valore, le virtù di abnegazione e di altruismo.
FONTI E BIBL.: Decorati al Valore, 1964, 45; caduti Resistenza, 1970, 117; Gazzetta di Parma 24 ottobre 1986, 20; Gazzetta di Parma 10 agosto 1994, 19.

SALVINI PROSPERO
Parma 1653
Pittore. È ricordato in documenti dell’anno 1653. Affrescò un San Francesco nel Battistero di Parma. Negli inventari della famiglia del Bosono sono citati due suoi dipinti: una madonna col Bambino dormiente e un Cristo morto (da B. Schedoni).
FONTI E BIBL.: Thieme-Becker, XXIX, 1935; Dizionario Bolaffi Pittori, X, 1975, 129.

SALVIUS MARCUS FORTUNATUS
Parma IV/V secolo d.C.
Liberto, morto forse a cinquantacinque anni di età, dedicatario di un’epigrafe, perduta, postagli dal figlio, con i fratres, e dalla co<n>iu(n)x, per i caratteri paleografici e contenutistici (formule D.M. e B.M.) databile a tarda età imperiale. Il Salvius fu forse questore della via Ascicola parmense. Salvius è nomen diffuso soprattutto nel Nord Italia, documentato con buona frequenza in tutta la Cisalpina. Fortunatus, molto frequente soprattutto in Italia, Africa e Dalmatia, è nome caratteristico di schiavi e liberti.
FONTI E BIBL.: L. Grazzi, Parma Romana, 1972, 147; Arrigoni, Parmenses, 1986, 159.

SALVO DA MARANO, vedi MARANO SALVO

SALVONI ERCOLE
Noceto 1900/1933
Compositore, fratello di Secondo, fu autore di valzer (Tripoli, Giocondità), mazurche (Pace, Fascino), Olimpia, one step, e Lampo, polca.
FONTI E BIBL.: B/S, 27; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SALVONI LUIGI BERNARDO
Parma 26 settembre 1723-Parma maggio 1784
Nacque da Simone e da Isabella Lansich, vedova Bellici. Ancora fanciullo (1734), si trasferì con la famiglia a Piacenza, ove il padre aprì una caffetteria che ebbe grande rinomanza. Fu convittore nel Seminario di Parma, ove si trovava nell’anno 1743 (vi pubblicò sonetti e canzoni). Uscitone, continuò a vestire per diverso tempo l’abito clericale. Ritornò poi a Piacenza ove divulgò nel 1744 la sua tragedia Massinissa, che il Salvoni ideò e scrisse in un mese per commessione venutagli da Venezia. Quattro anni dopo, rilevata la stamperia bazachi di Piacenza, si pose a stampare libri: il primo pubblicato fu una Scelta di leggiadrissime Canzoni di celebri autori viventi fatta e pubblicata da Luigi Bernardo Salvoni (1747). Vi si trovano in fine otto delle sue Canzonette e alcune Cantate. Nel 1753 pubblicò alcuni suoi Componimenti drammatici scritti per ordine e servigio della Real Corte di Sant’Ildefonso. Nel 1766 si trasferì in Parma. Fu accademico Fluttuante e Infecondo.Fu anche emonio col nome di Ormindo Ferredo e Arcade di Roma con quello di Nisalvo Euritense. A piacenza, ove esercitò l’arte della stampa assieme al fratello uterino Andrea Bellici, fu ascritto alla Colonia Trebbiense dell’Arcadia col nome di Silvago. Il Salvoni fu un mediocre poeta. Il Bramieri, parlando di lui nelle Memorie per servire alla storia letteraria (f. 8 del Settembre 1800) dice che le sue poesie (Opere poetiche, 1777) s’alzano di rado sopra la mediocrità, e che sono nondimeno seguite da molte lodi del troppo facile Metastasio. L’insigne poeta drammatico aveva contratto amicizia col Salvoni allorché questi intraprese a Piacenza nel 1750 una inelegante e scorretta edizione dei Drammi metastasiani. Le Opere poetiche del Salvoni furono lodate anche dalle Novelle letterarie (Firenze, 1777), che, soprattutto per i versi sciolti, lo giudicarono buon poeta. In una lettera da Genova del 2 febbraio 1754 si legge che si trovava in quel tempo a Parma per dirigere quell’opera in musica (Archivio di Stato di Parma, Carteggio Borbonico, genova, 1751-1777, b.145). La notizia dell’attività in ambito teatrale è confermata sia da una nota apposta in un carme di nozze dedicato al patrizio lucchese Cristofaro Balbani, in cui il Salvoni scrisse che l’Autore ebbe l’onore di regolare e dirigere nel Teatro di Lucca una splendidissima opera in musica, che da un mandato di pagamento di 1912 lire a suo favore del Teatro ducale di Parma, relativo al Carnevale 1756-1757.In occasione delle feste per il matrimonio ducale del 1769 diresse le musiche e nel Carnevale del 1770 collaborò ancora per il Teatro di Parma e fu retribuito per aver accomodato i due drammi giocosi fatti diversi cambiamenti per adattarli al primo buffo. Nel 1754, essendo diventato agente generale per l’Emilia e la Lombardia della casata Sforza Cesarini, cedette la tipografia (la stamperia continuò l’attività con il marchio Bellicci Salvoni fino ai primi anni del secolo XIX).Da una lettera del 26 dicembre 1776, riguardante la stampa dei libretti e dei manifesti per i Teatri ducali di Piacenza, risulta che era cognato dell’impresario Lorenzo Sirena.Tenne il posto presso la casata Sforza Cesarini fino al 1774, anche se dal luglio 1773 era stato nominato direttore dei Teatri Ducali.Nel 1774 fu incaricato da Ferdinando di Borbone di formare una compagnia italiana, basata sulle scuole di canto e ballo funzionanti nel ducato, per riprendere la serie degli spettacoli, come aveva fatto il Delisle con quella francese.La compagnia era stipendiata dalla Corte e avrebbe dovuto funzionare dalla Pasqua del 1774 a quella del 1777.L’esito di questa Accademica unione teatrale al servizio di SAR non fu felice: fu sciolta il 5 agosto 1774 e il progetto accantonato (Archivio di Stato di parma, Spettacoli e Teatri borbonici, b. 3).Come liquidazione il salvoni fu nominato direttore della Posta delle Lettere.Nel 1783 scrisse il testo di una cantata in occasione della nascita del secondogenito del Duca (Piacenza, già presso Andrea Bellicci Salvoni) che, musicata da Francesco Fortunati nella prima parte e da diversi autori nella seconda, fu eseguita dalla Nobile Accademia Filarmonica di parma. Nel 1748, su libretto di Francesco Saverio Baldini, musicò un dramma di cui si ignora il titolo, come pure se venne eseguito o meno, e l’anno dopo scrisse L’arrivo di enea in Italia (piacenza, presso salvoni), componimento drammatico di Luigi Bernardo Salvoni Parmigiano fra gli arcadi silvano, per onorare la venuta del Duca a Piacenza.Anche di questo non si sa se venne musicato in qualche cantata di circostanza. Nel 1754 il suo dramma Artaserse fu musicato da Domenico Fischietti e altri e rappresentato al teatro Ducale di Piacenza.Scrisse il libretto (edito a Piacenza) per il dramma giocoso Le gare degli amanti, musicato da Francesco Fortunati e rappresentato da una compagnia che lui stesso diresse nel 1772 al Teatro Ducale di Parma.Pubblicò (presso Bellicci Salvoni) opere poetiche di luigi Bernardo Salvoni, direttore del R.Ufficio delle Lettere di Parma: nel primo volume sono compresi i libretti del Tolomeo (messo in scena a Reggiolo nella stagione di Fiera del 1778) e de L’isola di Circe, nel secondo volume il dramma Fedra e una poesia dedicata al compositore Giuseppe Carcani (dopo l’ascolto delle sue musiche), oltre a cantate e canzoni. Da un decreto del 6 maggio 1788 risulta che venne accordata la pensione vedovile a Domitilla Salvoni per un importo di 3 mille lire all’anno per il marito direttore della Posta delle Lettere.dato che, ai sensi del decreto del 17 ottobre 1781, salvo casi eccezionali indicati volta per volta, la pensione equivaleva a un terzo del soldo percepito dal marito, si deduce che il Salvoni godesse di un soldo veramente eccezionale (Archivio di Stato di parma, Decreti e Rescritti).Il Paciaudi lasciò memoria di lui in un’epigrafe.Un ritratto, eseguito da Simon Ravenet, è inciso sull’antiporta delle Opere poetiche (volume I).
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 249-251; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 378-379; L.Cerri, in Strenna Piacentina 1899, 21-24; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

SALVONI SECONDO
Noceto 1900/1933
Diplomato in corno nel 1917 al conservatorio di Parma, oltre a suonare in orchestre, fu autore di diversi ballabili, molti dei quali editi dalla casa editrice cui aveva dato vita.compose i valzer chimere (1933), Cuore soavità, osmana, mazurka, Ardente (1933) e passa l’amore, one step.
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SAM, vedi PINI ALBERTO LUIGI

SAMACCHINI ERCOLE
Parma seconda metà del XVI secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 304.

SAMBUCHI GIUSEPPE
Tizzano Val Parma 14 dicembre 1891-Tizzano Val Parma 28 maggio 1967
Si diplomò giovanissimo (1910) in oboe presso il Conservatorio di Parma, dove ebbe compagni di studio Ghione e Del Campo. successivamente svolse attività concertistiche in tutta l’Europa del Nord e principalmente in Svezia, dove gli fu offerta la cattedra presso il conservatorio di Uppsala. L’improvviso scoppio della prima guerra mondiale e il conseguente richiamo della riserva lo riportarono in Patria a vestire l’uniforme militare, dapprima sul fronte macedone, quindi su quello italiano, ove seppe distinguersi in numerosi fatti d’arme, quali quelli delle Giudicarie ePasso Buole, fino alle tremende battaglie per la conquista del Grappa. Terminata la guerra, fu insegnante al Conservatorio di Trento, da dove si trasferì nel 1922 a Roma, dove entrò a far parte della banda dei Carabinieri, in cui militò come primo oboe fino al collocamento a riposo avvenuto nel 1952. Fu presente a tutti i concerti che nel trentennale arco di attività la banda tenne in Italia e all’estero. Lasciata la divisa, tornò a vivere a Tizzano, dove diede vita alla sezione Carabinieri in congedo, di cui fu anche presidente. Il Sambuchi fu inoltre presidente della sezione ex combattenti e reduci.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 174; La scomparsa a Tizzano del prof. G.Sambuchi, in Gazzetta di Parma 29 maggio 1967, 2; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 957.

SAMBUCHI PIER GIOVANNI, vedi SAMBUCHI PIETRO GIOVANNI

SAMBUCHI PIETRO GIOVANNI
Gubinaria di Tizzano 13 luglio 1840-29 luglio 1907
Fu orologiaio e buon falegname. Nel 1898, autonomamente e da autodidatta, compì un tentativo di volo con un apparecchio ad ali completamente articolate. L’azione motrice era affidata a una potente molla che il Sambuchi si riprometteva di ricaricare durante il volo, analogamente a quanto si pratica nella ricarica degli orologi. I vari rotismi cilindrici e conici, che servivano a trasmettere il moto alle ali articolate, furono fatti costruire a Genova, mentre il rimanente dell’apparecchio fu costruito dal Sambuchi alla Gubinaria di Tizzano, dove abitava e aveva la sua proprietà. Portatosi con l’apparecchio sullo spiazzo del Castello di Tizzano, il Sambuchi spiccò il volo: l’apparecchio procedette in avanti per un certo tratto, ma poi, mancata l’azione motrice della molla, precipitò. Il Sambuchi rimase ferito e l’apparecchio andò in frantumi.
FONTI E BIBL.: F. Barili, Tizzano, 1970, 85-86; Gazzetta di Parma 25 maggio 1987, 3.

SAMECK NELDA, vedi ROMANI NELDA

SAMORÉ ANTONIO
Bardi 4 dicembre 1905-Roma 3 febbraio 1983
Nato da Gino, segretario comunale, e Giuseppina Basini.Frequentate le scuole elementari a Bardi, a undici anni entrò nel Seminario vescovile di Piacenza. Fu ammesso (1921) al collegio Alberoni di Piacenza, ove completò gli studi liceali e il ciclo teologico. Ricevette l’ordinazione sacerdotale il 10 giugno 1928 e nel 1929 fu assegnato come vice parroco a San Savino in Piacenza, appena dopo aver conseguito la laurea in sacra teologia. È del 1930 il primo suo scritto di cui si abbia notizia, pubblicato in un giornale locale: una perorazione per la costruzione della nuova chiesa di Bardi (Un progetto, in Eco di Bardi, numero unico, 10 agosto 1930, 3). A ventisette anni fu chiamato al servizio della Santa Sede e inviato presso la Nunziatura Apostolica in Lituania, ove rimase per sei anni come addetto e poi come segretario della Nunziatura stessa. Fu in quel periodo che ebbe a compiere missioni e viaggi nei paesi baltici e in Polonia. Il ricordo, la stima e l’amicizia per quelle nazioni gli rimasero per tutta la vita ed ebbero conseguenze positive anche a distanza di molti anni. Nel 1938 conseguì la laurea in diritto canonico all’Ateneo Lateranense in Roma. Dopo una breve permanenza nella Nunziatura Apostolica di Berna, fu chiamato in Segreteria di Stato, prima sezione, ove rimase per nove anni cruciali: gli anni della seconda guerra mondiale. Tracce e indicazioni sull’attività del Samoré in quegli anni si trovano nella monumentale pubblicazione degli Atti e documenti della Santa Sede relativi alla seconda guerra mondiale (pubblicati tra il 1967 e il 1981). Nella prima parte del terzo volume il Samoré, allora minutante presso la Sacra Congregazione degli Affari Ecclesiastici straordinari, viene citato come destinatario di un incarico delicato. Si trattava di una notizia che il nunzio apostolico Borgongini Duca aveva trasmesso il 1° ottobre 1940 al cardinale Maglione, segretario di Stato: il governatore tedesco del territorio polacco, ministro Hans Frank, che faceva professione di cattolico, intendeva far giungere al papa l’assicurazione che ogni Suo augusto desiderio sarebbe stato accolto da lui nel miglior modo. Di fronte alla comunicazione di Borgongini Duca, Tardini, stretto collaboratore del Maglione, postillò la lettera con queste parole: Mons. Samoré suggerisca qualche cosa che si potrebbe chiedere al Dott. Frank. Dunque già allora al Samoré vennero affidati compiti delicati e che richiedevano intuito diplomatico e psicologico, che non si possono definire soltanto di carattere esecutivo. Dagli Atti pubblicati, risulta che nel luglio 1943 il Samoré fu l’incaricato della Segreteria di Stato per gli affari della Polonia e poco dopo (ormai non più minutante ma attaché) si occupò anche della sorte degli ebrei deportati in Germania. A guerra appena finita, Myron Taylor, rappresentante del presidente degli Stati Uniti presso la Santa Sede, richiese una relazione sui punti di vista del papa sulla Russia e sul comunismo. La risposta fu affidata al Samoré, che preparò una nota il cui abbozzo fu sottoposto a Tardini il 23 giugno 1945. Stesa il 28 in bella copia, fu presentata a papa Pio XII, che l’approvò apportando due sole modifiche. Ricco di quella intensa esperienza fatta durante nove anni di attività, nel 1947 il Samoré fu promosso consigliere di Nunziatura e inviato nella Delegazione Apostolica degli Stati Uniti. Il 30 gennaio 1950 fu nominato arcivescovo titolare di Tirnovo e trasferito in Colombia come nunzio apostolico. Tra i documenti della Segreteria di Stato, si trovano non poche minute, relazioni e lettere scritte in uno stile asciutto, essenziale e chiaro, quale era quello del Samoré. Ebbe a maestro in quegli anni monsignor Tardini e apprese, non senza pene e fatiche, la disciplina della sobrietà e della riservatezza: una nota diplomatica che gli chiese di preparare per richiamare energicamente l’attenzione del Governo tedesco sulle crudeltà e le prepotenze attuate in Polonia, Tardini gliela fece rifare diciassette volte prima che il testo venisse definitivamente approvato (l’episodio è ricordato anche da Nicolini nella biografia del cardinale Tardini). In Colombia il Samoré si trovò a essere la voce ufficiale della Santa Sede: rimangono i testi di un centinaio di allocuzioni, discorsi, omelie, scritti e radio-messaggi, diluiti in un periodo di meno di tre anni. Sono discorsi diplomatici, prolusioni e relazioni e toccano, oltre che argomenti religiosi, iniziative caritative, incoraggiamenti al progresso sociale e culturale, illustrazioni di carattere storico, interpretazioni dei documenti pontifici e il discorso di risposta all’Università che gli conferì la laurea honoris causa in filosofia e lettere. In quegli scritti e discorsi si colgono due aspetti caratteristici del Samoré: molti suoi interventi furono fatti per promuovere opere nuove o per consacrare opere puntualmente compiute, col dinamismo che sempre lo contraddistinse, inoltre nei discorsi e negli scritti di allora anticipò le principali tematiche affrontate negli anni seguenti nelle encicliche papali e nello stesso Concilio ecumenico (la pace tra le nazioni, l’impegno nel sociale, l’apostolato dei laici, i problemi dei giovani, la missione della Chiesa nel mondo moderno). Nel marzo del 1953 il Samoré venne chiamato dal papa all’ufficio di segretario della congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari, in quella prima sezione della Segreteria di Stato che lo aveva visto operare fin dal 1938 come minutante. In tale ufficio rimase durante il pontificato di Pio XII, poi con Giovanni XXIII e ancora con Paolo VI, finché non fu nominato cardinale nel Concistoro del 26 giugno 1967. Nel 1956 riprese a diffondere la sua voce pubblicamente e a mezzo della stampa, perché, sia pure conservando l’ufficio di segretario della Congregazione per gli Affari ecclesiastici Straordinari, dovette adempiere missioni esterne o collaterali e occuparsi di altri incarichi di rilevo che imponevano attività pubbliche. Fu infatti membro della Commissione preparatoria della Conferenza generale dell’episcopato latino-americano (tenuta a Rio de Janeiro nel luglio-agosto 1955), poi segretario, vice presidente e infine presidente della commissione per l’America Latina (dal 1958 al 1969), consultore delle Sacre Congregazioni per la Dottrina della Fede, in quella per i Vescovi e in quella per la Chiese Orientali, fu presidente della Pontificia Commissione per la Russia, consulente della Commissione preparatoria del Concilio e membro della commissione Conciliare per l’Apostolato dei Laici. È da rilevare come tra tanti gravosi impegni affidatigli, il Samoré non rallentò quelli pastorali e di carità: l’idea di promuovere la costruzione di un accogliente sito per i vecchi in Bardi (Villa Mater Gratiae) è del 1957 (l’inaugurazione è del settembre 1960), nel 1963 progettò la costruzione della Casa della Gioventù (l’inaugurazione avvenne nella Pasqua del 1965) e nel 1967 progettò la costruzione della Scuola materna, inaugurata nel settembre del 1973. Ma contemporaneamente a Roma diresse Villa Nazareth e il convento delle suore di Vetralla. In quegli stessi anni, tra i molti scritti e discorsi, iniziò la sua partecipazione alle attività della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi. La prima relazione è del 17 settembre 1961, in una seduta nel Castello di Bardi promossa in suo onore. Il Samoré parlò del collegio notarile istituito dall’imperatore Mattia l’8 novembre 1616 a Bardi e ricevette da Roberto andreotti, presidente della Deputazione, il diploma di membro emerito onorifico. Negli anni successivi intensificò i rapporti e nel 1974 presentò in una solenne seduta a Parma, la Bibliografia generale delle antiche Province Parmensi, opera di padre Felice da Mareto. Per restare nell’ambito dei suoi interventi culturali nell’area di Parma, nel 1975 presentò nella badia di torrechiara il libro di Angelo ciavarella su Luigi Battei, libraio, tipografo, editore. Poi iniziò la serie delle sue relazioni alla deputazione e delle sue pubblicazioni, con le quali pose vaste e solide basi per le ricerche future sulla storia dello Stato Landi: tra queste, l’Atlante storico dei territori di Bardi, Borgo Val di Taro e compiano che è la sua maggiore opera di carattere storico. Concorsero a queste ricerche e studi la felice coincidenza dell’affetto per la terra natale, la sua passione per la storia, la capacità a renderla piana e attraente anche per il lettore non aduso e la disponibilità che egli ebbe dell’accesso agli archivi (non soltanto a quello vaticano e a quello Doria Landi Pamphily). Per la Deputazione di Storia Patria, vanno ancora ricordate la presentazione di un’altra pregevole opera di Felice da mareto, Chiese e conventi di Parma, la celebrazione del millennio dell’insigne abbazia di San giovanni Evangelista di Parma, e infine la commemorazione con cui il 14 dicembre 1980 illustrò la vita e le opere di padre Felice da Mareto. Tutto ciò nella continuità dei suoi impegni ecclesiastici come prefetto, dal novembre 1968 al gennaio 1974, della Sacra Congregazione per la Disciplina dei sacramenti, carica che comportava responsabilità senza limiti territoriali e di essenziale rilevanza per la Chiesa e per i cattolici di tutto il mondo. Si occupò di Studi cateriniani, del collegio Alberoni (la cui Storia, curata da padre Felice Rossi di Piacenza, seguì con assidua attenzione), del Centro Studi della Valle del Ceno, che fu solennemente inaugurato il 23 aprile 1973 e che presiedette per dieci anni, promuovendone tutte le iniziative culturali (dieci pubblicazioni), le mostre, le conferenze, i concerti, ma soprattutto stimolando e seguendo le attività intese a restaurare il castello di Bardi. Fu uomo aperto a tutti gli aspetti, i problemi, le attese e le istanze della vita moderna: lo ricordò così Giulio Andreotti nella commemorazione che tenne il 2 luglio 1983 a Bardi, a proposito dell’interesse che il Samoré non disdegnò di avere per lo sport (del gennaio 1973 è un suo scritto sulla Spiritualità nello sport nella rivista Panathlon International, e tenne un solenne discorso a Olimpia nel luglio 1978, durante la XVIII sessione dell’associazione Olimpica Internazionale). Il 23 gennaio 1974 fu nominato bibliotecario e archivista della Chiesa. Sotto la regia del samoré, archivio e biblioteca vaticani vissero eventi importanti: mostre di codici pregevolissimi, esposizioni di documenti, convegni, congressi, celebrazioni per il quinto centenario della Vaticana e l’inaugurazione, alla presenza del pontefice il 18 ottobre 1980, del nuovo deposito dell’Archivio Segreto, consistente in 4500 metri quadrati di superficie e di 50 chilometri lineari di scaffalature. Nel 1978 papa Giovanni Paolo II mandò il Samoré in america Latina, come suo rappresentante, per aiutare Argentina e Cile nella ricerca di un’intesa nella difficile controversia che li opponeva per il possesso del canale di Beagle e di alcune isole vicine, nella regione della Terra del Fuoco. Il felice esito della missione dimostrò ancora una volta la sua abilità in campo diplomatico. Questo successo gli valse il profondo riconoscimento delle due nazioni, che gli intitolarono piazze e vie delle loro metropoli. Per suo desiderio, il Samoré fu sepolto nel monastero del carmelo a Vetralla, dove riposa anche il cardinale Tardini, suo maestro spirituale. Nel decimo anniversario della sua scomparsa Argentina e Cile intitolarono a suo nome il passo Puyehne, che segna il confine tra i due stati sudamericani.
FONTI E BIBL.: Sull’attività del Samoré nella diplomazia vaticana e presso la Santa Sede, cfr. Actes et documents du Saint-Siège, 1950 e seguenti (in particolare i volumi III e XI) Numerosi sono gli scritti di storia locale, per un quadro complessivo dei quali, cfr. G. Nicolini, Scritti del Card. Antonio Samoré, Bardi, 1982. Sul Samoré, cfr. A. Sodano, Nel X anniversario della morte del Card. Samoré, in La Famiglia bardigiana, 45, 1993, 9-10; G. Montalvo, L’opera del Card. Samoré nella mediazione papale tra Cile e Argentina, in La Famiglia bardigiana, 45, 1993, 10-11; A. Silvestrini, Una vita al servizio della S. Sede e della Chiesa, in La Famiglia bardigiana, 45, 1993, 12-13; Il Cardinale Samoré, Piacenza, 1984; P. Pellizzari, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1983, 57-69; M. Caffagnini, in Gazzetta di Parma 19 settembre 1993, 34; A. Silvestrini, in Studium 3 1993, 345-354; B. Perazzoli, in Dizionario storico del Movimento Cattolico. Aggiornamento, 1997, 440.

SAMPERI ELENA
Genova 1951-San Paolo 30 ottobre 1987
A Mossale apprese i primi insegnamenti di pittura dal suo vicino di casa, Arnaldo Bartoli, artista dotato di una forte capacità di sintesi poetica. La passione per l’arte la portò a laurearsi in lingue straniere e storia dell’arte a Genova. Poi andò a Londra per insegnare ma anche per partecipare ai grandi dibattiti sul sociale, sulla medicina alternativa e sul ruolo della donna. Fu socia del Women’s images e prese parte alle mostre itineranti Women’s images of men (1980) e Pandora’s Box (1984-1985). Quindi lasciò l’Inghilterra per il Brasile (1986). Si interessò di medicina alternativa, di riflessologia e aromaterapia. L’incontro con nuove problematiche, tra cui la distruzione della foresta amazzonica, sono all’origine dei temi degli ultimi lavori, che furono esposti in una mostra postuma a Londra nel marzo 1988. Morì a soli trentasei anni in un incidente stradale. Fu sepolta a Mossale Superiore.
FONTI E BIBL.: P.P. Mendogni, in Gazzetta di Parma 21 luglio 1988, 3.

SANBONIFACIO GIOVANNINO
Parma seconda metà del XV secolo
Boccalaro attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 323.

SANDEI
Parma 1780
Fu cantore alla Cattedrale di Parma il 4 giugno 1780.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

SANDEO FELINO MARIA
Felino 1444-Roma 6 settembre 1509
Professore di diritto canonico a Ferrara (1466) e di diritto romano a Pisa (1474), fu poi nominato uditore di Rota, referendario utriusque Signaturae, canonico di Ferrara, vice uditore della Camera apostolica, vescovo di Atri e Penne (1495) e infine di Lucca (1499). Fu a fianco della Santa Sede nelle questioni con Ferdinando I di Napoli e con Carlo VIII di Francia. Per confermare verso il primo il buon diritto della Santa Sede contro il cosiddetto privilegio della monarchia sicula, scrisse l’opera De regibus Siciliae et Apuliae (Milano, 1485, e Hannover, 1601), ove riassume gli avvenimenti dal 537 al 1494. In materia di diritto scrisse un Commento alle Decretali (Venezia, 1497-1499; Lione 1519, 1535 e 1587), dei Consilia (Lipsia, 1553, e Venezia, 1582), delle Repetitiones ad alcuni punti particolari del diritto (Bologna, 1498), una Concordantia iuris, civile e canonico, che è rimasta inedita, e alcuni saggi della storia diplomatica del tempo. A Lucca raccolse i codici che formarono il primo fondo della Biblioteca capitolare, da lui detta Feliniana.
FONTI E BIBL.: I.F. Schulte, Die Geschichte der Quellen und Literatur des can. Rechts, II, Stoccarda, 1875, 351; N. Hilling, Felinus Sandeus auditor der Rota, in Archiv. f. kath. Kirchenrecht 84, 1904, 94-106; E. Cerchiari, Cappellani Papae et Apost. Sedis auditores, II, Roma, 1920, 71-72; P. Palazzini, Benedictus de Benedictis, in Apollinaris 19 1947, 267; Hurter, II, 1171-1173; P. Palazzini, in Encilcopedia Cattolica, X, 1953, 1753; Grandi del cattolicesimo, 1955, 408; Dizionario Ecclesiastico, III, 1958, 692; EBCU, 1978, 445.

SANDEO LODOVICO
Ferrara 1445 c.-1482
Fratello del celebre canonista Felino Maria. Si distinse sia nelle lettere greche che in quelle latine e coltivò la poesia. Fu assai stimato dagli Este, in particolare dal duca Borso. Strinse amicizia con molti illustri personaggi del suo tempo. Pur essendo concittadino e amico del Tibaldeo, non ne seguì la scuola, ma si attenne alla lezione più pura e nobile del Petrarca. Non fu privo però di nei, sia nella lingua che nella felicità e sceltezza delle rime. Morì di peste insieme ad altri dieci componenti della sua famiglia. I suoi versi furono stampati postumi a Pisa nel 1485 e furono dedicati ad Alberto d’Este. La Biblioteca Estense conserva, secondo quanto testimonia il Quadrio, diversi manoscritto di sue rime.
FONTI E BIBL.: Parnaso italiano. Lirici, XI, 1846, 999.

SANDONI FRANCESCA, vedi CUZZONI FRANCESCA

SANDRI GIUSEPPE
Madregolo 1832/1858
Possidente. Fu sindaco di Collecchio (talvolta facente funzione di podestà) dall’11 giugno 1832 fino almeno all’anno successivo. Fu consigliere anziano dal 1854 al 1858. Il 23 marzo 1858 cedette al comune di Collecchio una porzione di terreno per il rassettamento della strada di Roma a Madregolo.
FONTI E BIBL.: U. Delsante-R. Barbieri, Collecchio, storia e immagini d’altri tempi, Collecchio, 1978; U. Delsante, Dizionario dei Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 14 marzo 1960, 3; Indice analitico ed alfabetico della Raccolta generale delle leggi per gli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla degli anni 1814 al 1835, I, Parma, 1837; Malacoda 10 1987, 73.

SANDRINI EVASIO
Fontanellato 24 novembre 1922-Fornovo di Taro 8 novembre 1944
Figlio di Dario. Partigiano della 31a Brigata Garibaldi Forni, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Con pochi uomini non esitava ad attaccare un forte nucleo di nemici. Circondato ed avendo rifiutato di arrendersi, veniva colpito a morte. Fulgido esempio del più puro eroismo.
FONTI E BIBL.: Decorati al Valore, 1964, 47-48; Caduti Resistenza, 1970, 90.

SANELLI FERDINANDO
Parma 14 maggio 1816-Maranhão 15 dicembre 1861
Dopo aver studiato composizione privatamente con giuseppe alinovi, fu corista e poi suggeritore nel Teatro Ducale di Parma (1835-1836). Nel 1839 si trasferì a Mantova in qualità di maestro dei cori. Dopo un breve soggiorno a Milano e in Messico, si fermò a parigi per perfezionarsi nella composizione. Prima del ritorno in patria si recò in inghilterra (1843). Tornato in Italia, fu colto nel 1854 da un attacco di follia. Nel 1858, ristabilito, cantò il 25 aprile a Parigi nell’otello di rossini la parte di Rodrigo, sostituendo Balart, ed ebbe l’incarico di maestro direttore e concertatore d’orchestra dell’impresa Mariangeli per i teatri di Pernambuco e di San Luigi di maranhão in Brasile. Tre anni dopo, colto di nuovo da follia e malato di cancrena a un piede, morì. Le sue opere ebbero quasi sempre un buon successo iniziale, senza riuscire peraltro a mantenersi in repertorio a causa della genericità del loro stile. Il Sanelli compose le seguenti opere: Le Nozze improvvise (montagnana, Teatro sociale, novembre 1838), La Cantante (G. sacchèro; Milano, Teatro Re, 2 febbraio 1841), I Due sergenti (F. Romani; Torino, Teatro Regio, carnevale 1842), ermengarda (Martini; Milano, Teatro Alla Scala, 10 novembre 1844), Luisa Strozzi (Martini; Parma, Teatro Regio, 27 maggio 1846), Gennaro Annese (Firenze, Teatro pergola, 5 aprile 1848), Il Fornaretto (A. Codebò; Parma, Teatro Regio, 24 marzo 1851; anche col titolo Piero di Vasco), La tradita! (A. Codebò; Venezia, Teatro La Fenice, 2 marzo 1852), Camoëns (A. Codebò; Torino, Teatro Regio, 25 dicembre 1852), Ottavia (G. peruzzini; Milano, Teatro Alla Scala, 11 febbraio 1854), Gusmano il buono (G. Peruzzini; mantova, Teatro Sociale, 10 febbraio 1855; in edizione riveduta, Parma, Teatro Regio, 14 febbraio 1857, col titolo Gusmano il prode).
FONTI E BIBL.: P. Bettoli, Fasti Musicali; G.B. Janelli, dizionario biografico dei Parmigiani, 1884, 48-49; N.Pelicelli, Musicisti in Parma, in Note d’Archivio 1936; Enciclopedia dello Spettacolo, VIII, 1961, 1471; Dizionario dei musicisti UTET, 1988, VI, 567; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SANELLI GUALTIERO, vedi SANELLI FERNANDO

SANGIORGI ANTONIO GIOVAN BATTISTA
Parma-Parma 1845
Maestro compositore. Nel 1840 diede alle scene due opere: Il contestabile di Chester (a Reggio Emilia) e Il Colombo (a Parma).
FONTI E BIBL.: P. Bettoli, Fasti musicali, 1875, 147.

SANGIORGI LUCIANO
Bologna 1921-Parma 19 marzo 1992
Sposò la figlia del pittore e fotografo Libero Tosi e visse, con lei e i figli, sempre a Parma. controcorrente, alla ricerca di una cifra musicale personalissima, il Sangiorgi fu uno dei primi esecutori della musica jazz in Italia. Prima della seconda guerra mondiale, in casa Sangiorgi, che già da bambino suonava il piano, arrivavano, clandestinamente, i dischi di George Gershwin. L’amore del Sangiorgi per questo genere musicale fu immediato e contagioso. Con amici prese a frequentare cantine dove si suonava lo swing e il boogie woogie. Nel 1943 Sangiorgi firmò un contratto per l’EIAR: cinquecento lire per ogni esibizione. Già famoso, nel 1947 il Sangiorgi si esibì trionfalmente al San Carlo di Napoli e alla Fenice di Venezia con grandi orchestre sinfoniche: Gershwin accanto a Sibelius e Vivaldi. Nel curriculum del Sangiorgi, estroso pianista, non mancano le incisioni (per la Durium e per la Cetra) ma i suoi pezzi di bravura furono certamente le esibizioni dal vivo. Straordinario manipolatore, improvvisatore, genio della rapsodia, seppe ricreare, magari da appunti di viaggio, atmosfere estrose e trasognate. Nel 1991 venne celebrato, con un concerto nel chiostro degli Agostiniani a Viterbo, per i cinquant’anni di carriera. Il Sangiorgi eseguì brani dell’amato Gershwin, di Bernstein e di Ellington.
FONTI E BIBL.: D. Barioni, in Gazzetta di Parma 20 marzo 1992, 7.

SANGIORGIO GIANANTONIO o GIANNANTONIO, vedi SANGIORGIO GIOVANNI ANTONIO

SANGIORGIO GIOVANNI ANTONIO
Milano-Roma 14 marzo 1509
All’età di ventotto anni insegnò leggi canoniche a Pavia. Il Panciroli e il Doujat lo citano come autorevole dottore col nome di cardinalis Alexandrinus o più spesso col semplice titolo di Praepositus (dalla prevostura di sant’ambrogio che occupò in Milano), per le opere che lasciò a illustrazione dei decretali, nonché di peculiari argomenti. L’Oldoino, nell’Ateneo romano, lo chiama sui aevi Jurisconsultorum Princeps. Da papa Sisto IV nel 1479 fu nominato vescovo di Alessandria: in quella città più che mai vive la memoria della religione, e liberalità sua, per i sontuosi e ricchi paramenti, e vasi d’argento, che ha donati alla chiesa cattedrale, e per l’ampio sito, che a sue spese comprò, contiguo al medesimo tempio, per fabbricarvi una canonica, nella quale abitando tutti i canonici, fossero più comodi e pronti all’assistenza del coro (Ghilini, Teatro di uomini letterati, tomo I). Creato dallo stesso papa uditore della Rota romana e referendario apostolico, lasciò la sede di Alessandria. Poi papa Alessandro VI lo promosse al cardinalato (1493). Per i papi alessandro VI e Giulio II sostenne importanti uffici e varie legazioni. Fu nominato vescovo di Parma da Alessandro VI il 6 settembre 1499 e prese possesso della Diocesi per procuratore il 22 settembre 1499. In rapida successione gli furono poi assegnate le rendite dei vescovadi di Alba, Frascati, Palestrina e Sabina, col titolo di patriarca gerosolimitano. Sembra lasciasse alla Cattedrale di Parma bellissimi paramenti e altre ricche suppellettili. Rifece in massima parte la grande fabbrica del vescovado e lo ridusse nella forma attuale. secondo il Pico, Giulio II, assente da Roma e impiegato personalmente nel recuperare Perugia e Bologna, affidò al Sangiorgio il governo di Roma. Fu sepolto nella chiesa di San Celso in Roma, presso il ponte di Castel sant’angelo. Camillo Porcario recitò a sua lode un’orazione. Gli fu posto quest’epitaffio: Hic sepultum est corpus R. Domini D. Jo. Antonii de S. Giorgio Mediolanen. Episc. Sabin. S. R. E. Card. Alexandrini nuncupati societas salvatoris ad Sancta Sanctorum heres e testamento B. P. posuit MDX. VII Kal. Decembris. Il Sangiorgio lasciò tutti i suoi beni alla società sotto l’invocazione di San Salvatore.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 237-238; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 5-11; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 240.

SANGUINETTI CESARE
Parma 9 gennaio 1853-1921
Figlio di Guglielmo e Carolina Manara. laureatosi in legge a vent’anni, percorse una rapida e brillante carriera di avvocato. Oratore fascinoso, logico e stringente, ebbe un periodo di grande popolarità. Fu presidente dell’ordine degli Avvocati dal 1900 al 1908, anno in cui abbandonò la professione e si ritirò a vita privata. Dal 1881 al 1894 fu consigliere comunale e dal 1882 al 1884 consigliere provinciale. Fu inoltre deputato al Parlamento per il Collegio di Parma nelle legislature del 1889 e del 1892 (si schierò nelle file repubblicane). Il Sanguinetti fu anche letterato: lasciò due volumetti di poesie (Violetta e Ombre leggiere).
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 137.

SANI EZIO
Noceto o Parma 27 marzo 1919-Parma 28 aprile 1945
Figlio di Riccardo Sani e Ines Soncini. calzolaio, l’8 dicembre 1944 sposò Irma Gina Ponzi. Subito dopo il matrimonio il Sani, date le sue idee politiche, fu costretto a scappare in montagna, con un fratello, verso Lagrimone. Il Sani aderì poi alla Brigata Parma Vecchia che doveva impedire l’accesso a Parma delle forze nemiche, facilitando l’ingresso dei partigiani della montagna e degli alleati. Tornò a Parma il 26 aprile 1945. La moglie lo rivide soltanto il 28: si incontrarono in borgo parente, al funerale di un altro partigiano, Aristide Rossi. Dopo poche ore il Sani fu ucciso da un cecchino delle brigate nere appollaiato sul tetto dell’ex pretura. Il Sani si accingeva ad attraversare il ponte di Mezzo, quando il fascista gli sparò, colpendolo al braccio sinistro e al cuore.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 21 gennaio 1984.

SANI LUCIANO
Parma 1881/1914
Fu bracciante e poeta. Tra il 1901 e il 1914 pubblicò diversi suoi scritti.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 509.

SANI PAOLO
Roma 1855c.-
Visse per lungo tempo a Collecchio ove sposò la contessa Maria Bondani. Prestò servizio come tenete nell’Esercito regio. Nel 1883 scrisse un opuscolo dal titolo Fagiani…dorati? Osservazioni postume dell’imputato nella causa Carrega-Sani. La causa di cui tratta il Sani riguarda la sua imputazione da parte dei marchesi Carrega di aver ucciso un fagiano sulla strada che separava i poderi del Sani dalla tenuta boscosa dei Carrega. Il Sani fu condannato dal Tribunale di Parma. Con l’opuscolo confutò le accuse dei suoi avversari con logica stringente e stile vivo, piacevole e spigliato, ricco di citazioni in francese e corredato da una vastissima bibliografia venatoria di ogni nazione europea. Nella Biblioteca Palatina di Parma esisteva un altro scritto del Sani, La scuola di guerra (Battei, 1881), che, benché figuri nel catalogo, non risulta reperibile. Sembra comunque che il Sani abbia scritto numerosi romanzi, uno dei quali, Il delitto dell’albergo dell’Aquila d’Oro, ambientato in Collecchio.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario dei collecchiesi, in Gazzetta di Parma, 14 marzo 1960, 3.

SANI RICCARDO
Noceto 1889-Monte Cengio 30 maggio 1916
Figlio di Ernesto. Granatiere del Reggimento granatieri, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Portaordini al comando di un battaglione, eseguiva il suo speciale servizio in modo esemplare. Animato da profonda devozione verso il suo comandante, lo seguiva in un pericoloso spostamento durante il quale cadeva colpito a morte. Vittima del dovere e della sua devozione.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1917, dispensa 78a, 6456; Decorati al Valore, 1964, 63-64.

SANINI GAETANO
Parma 23 aprile 1782-post 1866
Figlio di Antonio e Luisa Menori. Argentiere, fu titolare di una bottega senza dubbio assai attiva, dovendosi a lui attribuire, oltre a un cospicuo nucleo di oggetti della chiesa della Steccata di Parma, alcuni lavori conservati in altre chiese del Parmense: a esempio il paliotto della Cattedrale di Borgo San Donnino (cfr. G. Cirillo-G. Godi, 1984, 27), il turibolo con navicella della chiesa di San Pietro a Vigatto (cfr. G. Cirillo-G. Godi, II, 339), il calice della chiesa di San Bernardo di Fontevivo e il turibolo con navicella della chiesa parrocchiale di San Nazzaro di Sissa (cfr. schede Catalogo Soprintendenza Beni Artistici e Storici). Il Sanini divenne, presumibilmente dagli inizi del XIX secolo, l’argentiere di fiducia dell’ordine Costantiniano, come risulta dagli inventari del primo Ottocento, in cui figura come pesatore ufficiale e controllore della qualità dell’argenteria, succedendo in tal ruolo a Maurizio Vighi. Il Sanini realizzò, tra l’altro, una serie di lampade per la Steccata, che fu acquistata a spese della Gran Cancelleria dell’ordine Costantiniano, come si deduce sia dall’iscrizione sulla coppa sia dall’Inventario datato 1830, ma aggiornato con note di epoca successiva. Il Sanini rivela nelle lampade, come negli altri suoi lavori, scelte formali e decorative sobrie, proprie del gusto neoclassico: forme rigorose, non prive di eleganza, sono arricchite dai tipici motivi ornamentali a perlinature, baccellature, girali affrontati, corone d’alloro, mai esuberanti, ma piuttosto equilibratamente accostati a nitide e lucide superfici.
FONTI E BIBL.: Archivio dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio, Parma, serie XVI, busta 10 inventario 1830; Per uso del santificare, 1991, 98-99.

SANINI GIUSEPPE
-Parma 19 gennaio 1842
Fu per oltre vent’anni parroco della Ghiaia di Fontanellato. Compì studi severi nelle discipline letterarie, filosofiche e morali. Fu in particolare cultore delle lingue orientali: pubblicò una traduzione di Salmi, che fu però confutata dal De Rossi.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 361.

SANINI GIUSEPPE
Parma 7 ottobre 1825-Genova 21 ottobre 1910
Figlio di Giovanni e Maria Villani. Laureato in legge. L’amor patrio lo spinse a partecipare di propria iniziativa alle guerre del 1848-1849, ma l’esito non favorevole di esse lo disilluse e lo indusse a diventare proscritto e a rifugiarsi in Grecia. Quando gli eventi ritornarono favorevoli, rientrò in patria, a combattere nelle schiere di Giuseppe Garibaldi. Partecipò alla battaglia del Volturno, dopo la quale venne proposto capitano di Stato maggiore e decorato sul campo di medaglia al valore militare. Nella vita civile si distinse prestando la sua opera per molti anni quale direttore del ricreatorio G. Garibaldi di Parma. Nel 1864 il sanini fu tenuto sotto sorveglianza dal Ministero dell’Interno perché fervente repubblicano.
FONTI E BIBL.: Il Presente 26 ottobre 1910, n. 87; C.Guerci, in Il Presente 29 ottobre 1910, n. 88; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 420; P. d’angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 207; t. marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 40.

SANINI MARIO
-Parma 31 agosto 1889
Fece da volontario la campagna risorgimentale 1870-1871.
FONTI E BIBL.: Corriere di Parma 2 settembre 1889, n. 201; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 420.

SANINI OSVALDO
Candia 1875-post 1926
Figlio del garibaldino Giuseppe. Ebbe educazione classica e si laureò in legge. Fu giornalista e poeta di un classicismo superato, chiuso sia alla lirica dannunziana sia a quella del Carducci. Il suo verseggiare è spesso vigorosamente foscoliano e riproduce non di rado, non senza fortuna, la maniera più forte del marradi, quale appare dai sonetti di Vita nuova, Nella steppa, Monte Luco, e nelle quartine di Crepuscolo Marino. Il suo pensiero è sempre robusto e il suo pessimismo si direbbe leopardiano, se non fossero frequenti il fremito e lo sdegno al posto della serenità elegiaca del Leopardi. Pessimismo che sembra nutrito del dolore di un’anima fiera e che è elevato dal magistero di un’arte incorrotta dagli allettamenti di qualsiasi decadentismo, ma al tempo stesso sdegnosa di qualsiasi, anche nobile, modernità.
FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Poeti del secolo nuovo, 1926, 47-48; J. Bocchialini, in Aurea Parma 3 1925, 129.

SANINI PELLEGRINO
Parma 2 agosto 1818-post 1864
Figlio di Giovanni e Maria Villani. Negoziante di granaglie, nel febbraio 1864 fu tenuto sotto sorveglianza dal Ministero dell’Interno perché fervente repubblicano.
FONTI E BIBL.: P. d’angiolini, Ministero dell’interno, 1964, 207.

SAN MARCO UGOLINO, vedi RUGGERI UGOLINO

SANQUILICI PAOLO
San Quirico di Trecasali 1565-Roma 1630
Il 12 maggio 1590 fu pagato quattro lire per aver miniato le lettere maiuscole del privilegio di cittadinanza parmigiana in favore dei fratelli Camillo e Pompeo Pellegrini di Verona (archivio di Stato di Parma, Archivio del comune, Ordinazioni Comunali, serie LVII; raccolta manoscritti, fascicolo Sanquilico, 1590, carta 90). recatosi in età giovanile a Roma, apprese dallo scultore Camillo Mariani l’arte di modellare. Non tardò ad aver nome di buon ritrattista in busti di cera dipinti. E perché era uomo faceto e sapeva contraffare ogni linguaggio e rallegrare la conversazione, trovò aperta la via della corte papale: fu fatto canonico di Santa Maria in cosmedin e bussolante di più pontefici. Fu particolarmente benvoluto alla corte del principe cardinale Maurizio di Savoja. Fece anche alcuni lavori in bronzo, apprese l’architettura e disegnò e insegnò fortificazioni. Delle sue opere, rimangono a Roma in Santa Maria Maggiore (sagrestia) la statua del papa Paolo V in metallo e in San Giovanni dei Fiorentini (cappella Sacchetti) un Cristo in croce di metallo, tratto da un modello di Prospero Bresciano. Morì in età di sessantacinque anni, durante il pontificato di Urbano VIII.
FONTI E BIBL.: Baglione, Vite de’ pittori, 1642, 210; S. Ticozzi, Dizionario degli architetti, III, 1832, 210; A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 384, 417 e 445; E. Scarabelli Zunti, IV, 271; Künstler-Lexikon, XXIX, 416 (con bilbiografia precedente); Archivio storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 362-363.

SANQUIRICO PAOLO o DA PARMA, vedi SANQUILICI PAOLO

SANROMERI GIOSEFFA, vedi SANTOMERI GIOSEFFA

SANSEVERINI, vedi SANSEVERINO

SANSEVERINO ALESSANDRO SAVERIO GAETANO
Parma 17 aprile 1742-Parma 3 agosto 1814
Nacque dal conte Giuseppe e dalla contessa Laura Leni, nella parrocchia di San Giovanni. Casa Sanseverini risulta, dall’elenco degli alloggi assegnati agli alti ufficiali delle truppe che occuparono il ducato nel 1745, in borgo Riolo 19. Il Sanseverino venne avviato, per rango e per censo, alla carriera militare, che percorse fino ad alti gradi. Dal matrimonio con Cecilia Cantelli, figlia del conte francesco, nacquero il 4 marzo 1768 Giuseppe melchiorre Luigi Maria e il 14 aprile 1770 eleonora Teresa Maria, destinata a vestire gli abiti monacali di Sant’Orsola. Indole mite ma appassionato di arte e storia, manifestò ben presto curiosità e fermenti conoscitivi che elaborò in modo personale. Sulla scia di quello che don Luigi Gozzi, un poligrafo legato all’ambiente della corte, accanito raccoglitore di antiche cronache e manoscritti rari, stava realizzando con esiti più convincenti in ambito cartografico, il Sanseverino si ritagliò un suo spazio in campo storiografico-cronachistico, mettendosi a frugare tra memoriali e documenti antichi, collezionandoli, interrogando manoscritti, quadri e statue, con l’intento di riproporre poi in modo sistematico le conoscenze acquisite, a metà strada tra sapere scientifico e sapere popolare. Il credito di cui godette è dimostrato dalle sovvenzioni ducali alla pubblicazione della sua unica opera a stampa. Il duca approvò infatti nel 1777 il preventivo dello stampatore giuseppe Braglia, relativo alla spesa occorrente per stampare il Diario Istorico Cronologico del conte Alessandro Sanseverini: si calcolò un occorrente di sessanta risme di carta piacentina per un totale di 2300 lire. Ma resistenze e opposizioni, sintomi anche di conflitti non solo in ambito letterario, ne ostacolarono la realizzazione. È lo steso amministratore francese Moreau de Saint-Méry a svelarne i retroscena in una miscellanea manoscritta dedicata alle vicende parmigiane. Moreau ricorda come il duca avesse sollecitato il Sanseverino alla pubblicazione del suo Parmigiano istruito. Il conte Giuseppe Pompeo Sacco, governatore e poi ministro di Grazia e Giustizia, intervenne a più riprese facendo invece pressioni sulla famiglia perché dissuadesse il Sanseverino dall’iniziativa, accusandolo di aver circonvenu l’Infant e arrivando infine a far requisire tous les papiers del sanseverino, salvo poi restituirgliele ancora cachetés, ma con un giudizio di non utilità per la chose publique. Il Sanseverino, che vinse a stento il desiderio di bruciarle, alla fine si vide arrivare l’autorizzazione del duca alla pubblicazione. Il Parmigiano istruito nelle notizie della sua patria sparse nel presente Almanacco istorico-cronologico venne edito da Giuseppe Braglia a Casalmaggiore, perché les presses de Parme etoient occupées, in due volumetti in ottavo, nel 1778. Moreau conclude questa nota precisando che l’opera era costata 3200 lire di Parma che il duca doveva pagare, ma che il conte Sacco ne aveva rimborsate solo 1400. Il sanseverino nell’introduzione all’opera, dedicata al duca Ferdinando di Borbone, dichiara come il desiderio di accrescere le proprie cognizioni sul passato della sua città lo avesse portato, attraverso ricerche onerose e dispendiose, a trovarsi possessore di documenti e notizie che erano in grado di fornirgli materia sufficiente alla formazione di una non disgradevole seguita Istoria Parmense. Conscio però della complessità dell’impresa, forse non adatta alle sue forze, con un’allusione anche alla sua salute cagionevole, aveva ripiegato spargendo gli accennati Monumenti nel presente almanacco. Dalla tiepida accoglienza dei contemporanei, l’opera ricevette invece pungenti e aspre stroncature nel periodo successivo, soprattutto tra i cultori delle belle arti. Paolo Donati nella prefazione alla sua guida di Parma, facendo il punto sull’editoria del genere, cita anche il Parmigiano istruito, ma commenta: Il suo autore prometteva di continuarlo ne’ susseguenti anni, dando contezza delle pitture e architetture della nostra Patria; ma di poco conto e fallaci furono le prime, e lo sarebbero state le posteriori, perché, privo qual egli era, delle tante cognizioni a sì grand’uopo necessarie, diede in madornali errori, riferendo di buona fede tutto ciò che gli veniva detto. Nel 1783, già tenente colonnello del Terzo Suburbano di Parma, il Sanseverino sollecitò e ottenne dal duca la divisa di capitano di Truppa Regolata, che gli consentì di mostrare dignità pari ai Capitani Urbani e nello stesso tempo maggiore autorità con i subalterni. La sua fu una carriera costruita con zelo e attenzione, alla quale solo i problemi di salute e un figlio un po’ vivace misero dei freni. Il 14 febbraio 1788, infatti, vide umiliato il suo ruolo professionale e frustrato quello paterno quando il figlio Giuseppe venne fermato e condotto prima nel convento dei padri minori riformati di Castell’Arquato e in seguito nelle prigioni nuove del Castello di Piacenza, per aver disobbedito alle intimazioni del ministro Cesare Ventura che gli rimproverava di frequentare compagnie disonorevoli al suo rango. Per non pregiudicarne la salute, venne trasferito nel convento dei riformati di Borgonovo, ma in disaccordo con il superiore, troppo rigoroso e sofistico, venne ricondotto nel Castello di Piacenza. Nominato soldato volontario contro la sua volontà, insofferente a qualsiasi limitazione di libertà, ai disagi e alle fatiche della vita militare, su istigazione di un coetaneo, disertò il 7 aprile 1789, ma venne arrestato e rinchiuso nel Castello di montechiarugolo. Gli appelli del Sanseverino al duca, nel settembre 1789, perché considerasse con clemenza la situazione del figlio, riuscirono a ottenerne la libertà, ma solo di giorno e con obbligo di non uscire dal paese. Il marchese Tommaso Calcagnini, comandante del reggimento Reale di Ferdinando di Borbone e comandante della Piazza del Ducato, sostenne le richieste del Sanseverino, convenendo sulla severità del castigo già inflitto, ma suggerì anche di non insistere con la carriera militare ormai irreparabilmente compromessa. La moglie del Sanseverino, Cecilia Cantelli, morì il 21 agosto 1796, a cinquantadue anni. Il Sanseverino, perseguitato dalla malattia, dopo quasi sedici anni di servizio chiese l’esonero dall’incarico per la sua cagionevolezza di salute. Il conte Giacomo Cantelli, ispettore delle milizie e collaterale generale, ne appoggiò la richiesta e il 15 febbraio 1799 il duca firmò il benservito, permettendogli di conservare i gradi e gli onori di tenente colonnello delle milizie. Il 24 giugno 1800, tuttavia, in istato di guarigione e con il suo posto ancora vacante, ottenne la reintegrazione nei ranghi e nel 1803 venne nominato colonnello. Con la malattia imparò a convivere, limitando più gli impegni mondani che la sua attività professionale. Nel 1804, in piena epoca repubblicana, chiese al suo superiore razioni di pane, come lumi e altro per la Compagnia de’ Granatieri aquartierati a San Francesco cento venti. Nel settembre dello stesso anno ricordò all’amministratore generale la disponibilità del Corpo dei Granatieri Suburbani a essere utilizzato come Truppa viva in occasione del passaggio a Parma di papa Pio VII, che si stava recando a Parigi per l’incoronazione di Napoleone Bonaparte. Nel marzo del 1805 inviò le proprie considerazioni al collaterale generale lodovico Cantelli, che poi le trasmise al moreau, relative al nuovo Decreto di riforma agl’Esenti dal Carico della capitazione, e Mobigliare. Seppur esili tracce nella quotidianità della sua professione, questi documenti forniscono la testimonianza dell’impegno costante e dell’attenzione che vi profuse. E con altrettanta dedizione ricercò e raggruppò memorie e testimonianze storico-artistiche. Giambattista Bodoni, presentandolo al professor Malacarne, al quale volle indirizzarlo per fargli sperimentare gli effetti dei bagni di Abano sui suoi malori, lo ritrae in termini affettuosi e lusinghieri, confessando di essergli legato non già per la nobiltà de’ suoi natali, né per i molti pinguissimi beni de’ quali le fu largo Fortuna, ma sibbene per l’ottimo suo cuore, per la sua generosa umanità, e per l’amore ardentissimo con cui ha sempre riguardato e conserva i monumenti di questa sua illustre Patria avendo in ogni tempo raccolto e conservato i più antichi e pregevoli monumenti che vi esistono ancora sparsi qua e là, ed ignoti alla maggior parte degli esteri e dei Parmigiani stessi. Al sanseverino, del resto, Bodoni si rivolse per avere indicazioni su quadri e attribuzioni di autori, innescando un rapporto di reciproco scambio di informazioni. L’arrivo di Moreau de Saint-Méry a Parma, nel 1801, in qualità di residente della Repubblica Francese prima e di amministratore generale poi, senza dubbio rappresentò per il Sanseverino un momento di particolare fervore creativo e nel contempo anche di appagante gratificazione. Moreau trovò in lui un alleato e un complice: la comune passione per le notizie patrie e l’intenzione di redigere una storia del ducato, per la quale l’amministratore stava cominciando a radunare documentazione, stimolarono il Sanseverino ad assecondarne le curiosità e ad agevolarne le ricerche. Gli segnalò bibliografie e procurò libri, come la Storia de Letterati, la Storia di Parma e la Storia di Guastalla, tutti del padre Ireneo Affò, Il Flaminio da Parma, manoscritti e riproduzioni di iscrizioni, dipinti e di particolari architettonici. Ricevette anche somme di denaro, come risarcimento del materiale o per pagare i collaboratori. Alle note visive, appunti grafici appena acquerellati, riproduzioni di lapidi e dettagli di iscrizioni, che da tempo raccoglieva, si aggiunsero anche mappe, planimetrie, facciate, vedute, piante e spaccati, come quelli del Battistero che inviò all’amministratore il 31 dicembre del 1803. La dedizione al Moreau fu tale da donargli l’intera sua raccolta. Angelo Pezzana, che non glielo perdonò, tracciò del Sanseverini un ritratto severo e impietoso: Se a questo suo tanto zelo, egli avesse accoppiata la coltura, la critica e l’esattezza che richieggionsi ne’ così fatti studii avrebbe potuto recare gran lume in ogni ramo della nostra Storia. Alla quale avrebbe pure prestato non leggere servigio se nel satisfare a’ desideri dell’Amministratore gen. Moreau di S. Méry, che radunava memorie per la storia medesima, a vece di presentarlo di molti antichi e preziosi Atti originali che quegli recò poscia in Francia, e che indarno io procacciai di ricuperare alla comune Patria, fosse stato contento a dargliene copia. Le memorie che l’amministratore aveva portato in Francia ritornarono a Parma nel 1847, a seguito della vendita dell’archivio Moreau da parte della vedova allo Stato. Il Sanseverino lasciò ai posteri raccolte di notizie manoscritte, poste insieme per pura sua istruzione, di carattere ecclesiastico e civile e molto materiale per la storia dell’arte: Storia di Parma dal principio al secolo XVIII (Biblioteca Palatina, Parma, manoscritto parmense 528-529), Estratti delle cose rimarchevoli ricavate da certo libro intitolato Giornale di Parma 1701-1724, redatto nel 1802 (Biblioteca Palatina, Parma, manoscritto parmense 433), Cronaca parmigiana dal 1760 al 1784 (Archivio di Stato di Parma, Archivio del Comune, 4212), Memorie istoriche parmigiane (Archivio di Stato di Parma, Archivio del Comune, 4211) e Chiese ed edifici pubblici di Parma (Archivio di Stato di Parma, 3 volumi), annoverante figure, piante, prospettive e notizie sulle architetture parmigiane. particolarmente quest’ultima fatica testimonia di un suo vedutismo, attrezzato sotto il profilo tecnico e capace di fresca schematizzazione grafica.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 653; Arte a Parma, 1979, 281-282; R. Lasagni, Bibliografia parmigiana, 1991, 263; V. Bocchi, in Ossessione della memoria, Parma, 1997, 61-65.

SANSEVERINO BARBARA
Milano gennaio/agosto 1550-Parma 19 maggio 1612
Figlia di Gianfrancesco e di Lavinia sanseverino, trascorse la fanciullezza nella rocca di Colorno. Il 6 settembre 1564, non ancora quindicenne, andò sposa al cinquantenne cavaliere conte Giberto Sanvitale di Parma, vedovo di Livia Belgioioso, con diritto di successione alla contea di Sala. Poiché il Sanvitale aveva domicilio a Parma nel palazzo Bernieri, la Sanseverino, con grande sfarzo, vi prese stanza. Dal matrimonio nacque Girolamo (1567), che tanti crucci procurò alla sanseverino. A Parma la Sanseverino si prodigò in opere benefiche di ogni tipo, fino a farsi zelatrice di raccolte di offerte per il recupero di prostitute alla vita virtuosa. Quando Giberto Sanvitale nel 1572 dovette recarsi a Roma, la Sanseverino lo seguì ed ebbe modo di intervenire ai ritrovi di dame e cavalieri mettendo in evidenza sia la sua avvenenza che la buona cultura e intelligenza. Durante il soggiorno romano, la Sanseverino ebbe esaltazione nel canto dei poeti che l’incontrarono: il patrizio veneto Maffeo Veniero le dedicò una splendida canzone nel suo dialetto, Curzio Gonzaga la magnificò in numerosi sonetti e Girolamo Catena la esaltò con epigrammi latini. quando, tornata da Roma, la Sanseverino si recò nel 1576 a Ferrara accompagnata da Eleonora, sua figliastra, il poeta principe del tempo, Torquato Tasso, fu stordito dalla bellezza di entrambe, ma particolarmente dalla sanseverino, cui dedicò uno splendido sonetto. Mentre si trovava nel suo feudo di Colorno, si dedicò anche all’interpretazione dell’arte scenica: rivelò squisita sensibilità ed eccezionali doti di interprete, tali che rendere possono una donna singolare nel suo sesso, o rarissima. La rivelazione di queste capacità fece dedicare alla sanseverino la terza parte delle rime scritte dal poeta bresciano Gian Mario Agacio. Addirittura il Guarino si gloriò di avere giudizio dalla sanseverino sull’opera sua Il pastor fido. Dal suo matrimonio con Giberto Sanvitale, nel 1571, all’età di vent’anni, ebbe anche una bambina, cui fu messo il suo stesso nome. Di questa bambina un poeta del tempo scrisse: Gentil fanciulla, in cui si trova espresso l’altero nome e la beltà materna. La scialba personalità di Giberto Sanvitale, mai libera da bigotte suggestioni religiose, e i trionfi e le lodi della sanseverino inevitabilmente minarono la solidità del loro matrimonio: la Sanseverino cominciò a essere insofferente di abitare a Sala e, quando non poté sostare a Parma, amò starsene a Colorno (1577). Giberto Sanvitale e il figlio Girolamo la sollecitarono a restare a Sala, ma tutto fu inutile, finché la Sanseverino arrivò alla decisione di chiedere il divorzio, pretendendo la restituzione della propria dote e degli arredi nozzereschi. Intervennero inutilmente nella contesa un cardinale e il marchese Giuliano Pallavicino. Quando la Sanseverino non seppe più a che cosa aggrapparsi per motivare la propria decisione, affermò di avere scoperto che le sue nozze con Giberto sanvitale dovevano essere annullate perché incestuose in quanto tra il padre gianfrancesco sanseverino e la prima moglie di Giberto Sanvitale vi era una consanguineità derivante dalla comune origine viscontea. Il vescovo di Parma Ferrante Farnese non riuscì a smontare il pretesto della Sanseverino. Intervenne allora il papa che ordinò al vescovo di fare chiudere la Sanseverino in un convento, ma proprio in quei giorni Giberto Sanvitale morì (1585). Lasciò per testamento erede di tutti i beni il figlio Girolamo, con l’impegno di corrispondere alla sorella Barbara ventiduemila scudi a titolo di dote. Successivamente la Sanseverino poté avere dal figlio Girolamo gli alimenti e la restituzione della dote. Per il cattivo governo del figlio Girolamo nel feudo di Sala, la sanseverino temette che nello sperperare tutto il suo patrimonio egli arrivasse anche a dilapidare la dote che era stata lasciata alla sorella. Fu il duca Alessandro Farnese a intervenire perché la dote della giovanetta fosse messa in salvo, fino a che Barbara andò sposa a un ricco francese nel 1589. Anche la Sanseverino sborsò in dote diecimila scudi per la figlia. La sanseverino si dedicò alle cure del suo feudo di Colorno in un periodo di grande miseria: sovvenne famiglie bisognose e, in esecuzione di una volontà della madre, fondò in Colorno anche un Monte della Pietà. Si legò di un’amicizia più che affettuosa con Vincenzo gonzaga, figlio del duca di Mantova, ben più giovane di lei, divenendone non solo amante ma confidente e consigliera in affari di cuore. Più bella e più fresca che mai, venne esaltata dal Gonzaga allorché era sui quarant’anni.Fu lei, con grande spregiudicatezza, a favorirne gli amori con la reggiana Ippolita Torricella, a mettergli vicino come favorita Agnese de Argotta, marchesa di Grana, e a raggiungerlo con bellissime giovani parmigiane a Maderno sul Garda. Ebbe non comune cultura e rese la corte di Colorno un ritrovo di eletti ingegni. Mise in auge l’Accademia degli Amorevoli ed ebbe il vezzo dei cenacoli letterari. Le furono amici, tra i tanti, Ferrante Gonzaga, bernardino Baldi, Battista Guarini e Angelo Ingegneri. Vincenzo Gonzaga le accordò tutte le esenzioni sui beni personali che ella già aveva o poteva avere nel suo ducato. Intanto cominciò a svilupparsi un’aspra contesa tra il duca ranuccio Farnese e la Sanseverino a proposito della proprietà del feudo di Colorno. ranuccio Farnese, di carattere sospettoso e chiuso, pose gli occhi su Colorno per molteplici ragioni: per una lotta contro l’ultima feudalità locale e i suoi intenti d’indipendenza e di prepotenza (lotta che iniziò nel 1602 con l’obbligo ai feudatari di non assentarsi dal ducato senza giustificato motivo e che continuò nel 1606 col limitarne i diritti di caccia), per desiderio di acquisire alle vuote casse ducali il patrimonio dei Sanseverino e dei Sanvitale che erano i più cospicui in tutto il ducato, e per la necessità di dover prendere una serie di precauzioni militari rinforzando i presidi verso il Po (con questa scusa aveva posto in Colorno un commissario con un drappello di soldati). ranuccio Farnese avanzò le sue pretese, infirmando inizialmente le concessioni date da Ottavio Farnese e istruendo un regolare processo sulla loro validità. Anche cittadini colornesi trovarono modo di lamentarsi con Ranuccio farnese di certi torti a loro giudizio ricevuti dalla Sanseverino: grave ingiustizia fu ritenuta dagli abitanti di Mezzano de’ Rondani, di copermio, delle Vedole e di altri centri l’aver loro imposto la Sanseverino di fare alcune carreggiature per Parma e Colorno, minacciando pena di cento scudi d’oro a ciascuno dei non obbedienti. Sentendosi abbandonata anche dal figlio Girolamo, cercò un aiuto, e nel 1596 decise così di sposare il conte Orazio Simonetta, che già la corteggiava ed era tanto invaghito di lei che, avendo avuto da altra donna una figlia naturale, le aveva imposto il nome di Barbara. Ranuccio Farnese, appellandosi a semplici pretesti, operò sia contro la Sanseverino, che era semplice usufruttuaria del feudo di Colorno, sia contro il figlio Girolamo e il nipote gianfrancesco, che avrebbero dovuto, uno dopo l’altro, divenire i titolari del feudo stesso. venuto a sapere la questione, il conte di fuentes, governatore di Milano per la corona di Spagna, intimò al duca Ranuccio Farnese di desistere dalle sue pretese, giudicate illogiche e illegittime. Così, finché visse il Fuentes, sia la sanseverino che Girolamo e gianfrancesco non ebbero più minacce. morto però il fuentes, Ranuccio Farnese riprese le sue rivendicazioni e propose di affidare la diatriba a un collegio di giuristi di Padova, che egli si riprometteva di corrompere avendo avuto prova della loro corruttibilità in altra occasione. mentre a Roma i cardinali Gonzaga e montalto si votarono alle ragioni Sanvitale-sanseverino, come Ranuccio Farnese aveva previsto, il collegio dei giuristi si schierò dalla sua parte con trentatré voti contro diciassette. Quando Girolamo Sanvitale apprese la sentenza, si mise a trattare con Ranuccio Farnese si predispose a ricevere al posto di Colorno una rendita corrispondente, con l’aggiunta di una giurisdizione su Collecchio, e ad avere la dignità marchionale di Colorno vita naturale durante, in quanto Sala stessa si sarebbe trasformata da contea in marchesato. Gianfrancesco sanvitale, figlio di Girolamo e nipote della sanseverino, prese una posizione ben diversa dal padre, rendendosi conto che, morti la Sanseverino e il padre, a lui non sarebbe restato nulla. Cominciò dunque a pensare che non gli restava che disfarsi dell’iniquo duca. Resosi conto della ruggine che esisteva tra i duchi di Mantova e quello di Parma, lasciò trasparire al duca Vincenzo gonzaga il suo rancore per ranuccio Farnese e il Gonzaga gli lasciò capire che lo avrebbe aiutato nel suo intento. Inoltre gianfrancesco sanvitale, che aveva sposato una nipote del principe della mirandola, ottenne incoraggiamento anche da quest’ultimo. Lo stesso duca di Modena gli lasciò capire che non lo avrebbe ostacolato nell’impresa. L’attentato avrebbe dovuto compiersi durante la cerimonia del battesimo di alessandro, figlio del Farnese. Al sacro rito avrebbero partecipato il duca, il cardinale Odoardo Farnese e Ottavio, figlio naturale dello stesso Ranuccio Farnese. Nel mezzo della funzione, esecutori assoldati avrebbero dovuto balzare in chiesa e uccidere tutti i partecipanti. Ad azione riuscita, soldati già predisposti, avrebbero occupato il castello e gli altri palazzi principali della città di Parma. Ma, per una banale circostanza, il battesimo non ebbe luogo nella chiesa e nell’ora stabilite, per cui l’impresa dovette essere rinviata. Si era persino stabilito che, a impresa compiuta, Parma sarebbe stata proclamata repubblica oligarchica, Piacenza sarebbe stata annessa al ducato di Mantova, Castro e le terre dipendenti sarebbero state date al papa e i domini d’Abruzzo al duca di Modena. sfumata l’occasione del battesimo, si cominciò a studiare il modo di uccidere il duca nell’abbazia di Fontevivo, retta dai cappuccini, dove Ranuccio Farnese si rifugiava quando, com’era solito, lo assalivano crisi di fanatismo religioso. Nel frattempo Girolamo Sanvitale, che pure aveva lasciato sospettare di cedere alle lusinghe del duca, venuto a sapere della congiura in preparazione, decise di prendervi parte attiva e nel Carnevale del 1611 invitò a casa sua tutti coloro che sapeva esservi propensi: tra gli altri, la Sanseverino, il marchese Gianfrancesco Sanvitale, Orazio Simonetta, marito della sanseverino, Pio Torelli e il piacentino Teodoro Scotti. In quel convito si concordò di assoldare uomini pronti al colpo di mano. gianfrancesco Sanvitale andò a Mantova e ottenne da quel duca millecinquecento scudi in contanti. Una parte tenne per sé, una parte dette al sacerdote Gigli e un’altra parte al suo fidato servitore Onofrio Martani da Spoleto: ognuno avrebbe dovuto assoldare gli uomini necessari all’impresa. Avvenne però che quasi contemporaneamente il cugino di Gianfrancesco Sanvitale, Alfonso Sanvitale, in grave disaccordo con la moglie Silvia Visdomini, decise di farla uccidere. Mentre Silvia Visdomini si trovava con la madre a villa San Maurizio di reggio, fu compiuto un attentato ai loro danni: la madre morì, mentre Silvia Visdomini se la cavò con gravi ferite. ranuccio Farnese, venuto a conoscenza del fatto e sapendo dei preesistenti rancori tra Alfonso Sanvitale e la moglie, fece arrestare il Sanvitale insieme a Oliviero Olivieri, sospettato di avergli tenuto mano. Per ragioni diverse fu arrestato anche Onofrio Martani insieme ad altri soldati. Nel fare il processo a questi soldati il giudice, il nobile Filiberto Piosasco, trovò nella tasca di uno dei giudicandi delle schede convenzionali attinenti all’ingaggio per L’affare importantissimo che era la cosa del duca. Insistendo nell’interrogatorio, il Piosasco venne a scoprire i termini della congiura e in breve cominciarono gli arresti dei sospetti. Il Martani, sottoposto a feroce tortura, finì col denunciare per primi Gianfrancesco e Alfonso Sanvitale, che furono arrestati e consegnati al Piosasco, il quale poté allora allargare l’indagine sulle dimensioni della trapelata congiura. L’arresto del nipote gianfrancesco fu un colpo terribile per la Sanseverino che, nell’interessarsi di lui e nell’illusione di poterlo difendere, commise qualche imprudenza. Ranuccio Farnese, pertanto, dispose ogni sorveglianza sui movimenti, sulle relazioni e sulle parole della Sanseverino. Gianfrancesco e Alfonso Sanvitale, orribilmente martoriati dalle torture, fecero delle confessioni, per cui il 9 novembre 1611 furono arrestati anche il conte Orazio Simonetta, marito della Sanseverino, il conte Pio Torelli di montechiarugolo, il conte Masi da Correggio e il conte Scotti di Piacenza. Non molto tempo dopo il tesoriere del duca, Bartolomeo Riva, spedì al Piosasco una nota di delitti di cui egli imputava la Sanseverino. Il Piosasco l’11 febbraio 1612 ordinò la carcerazione della sanseverino, di suo figlio Girolamo e della di lui moglie Benedetta Pia. Il giorno 13 febbraio, mentre la Sanseverino si trovava a Parma nel suo palazzo nelle vicinanze di Santo Stefano, un manipolo di guardie comandato da pellegrino Barbetta irruppe nel palazzo, sequestrò i servi, segregò in una stanza tutte le donne presenti, arrestò la Sanseverino e la diede in custodia al servo Giovanni Marchetti. La sanseverino fu tradotta nel Castel Nuovo di Parma. In quel castello fu portata, qualche giorno dopo, anche la giovane nuora Barbara, moglie di Girolamo Sanvitale, mentre quest’ultimo, con gli altri arrestati, fu rinchiuso nelle carceri della Rocchetta. Il giorno dopo il giudice Piosasco, accompagnato dal notaio Moreschi, si recò al castello e iniziò gli interrogatori della Sanseverino. Come risulta dagli atti del processo, gli interrogatori furono condotti con metodi diversi: a volte blandi e suadenti, a volte minacciosi e feroci. la sanseverino continuò a proclamare la sua non colpevolezza, pure ammettendo il suo rancore per le manifestazioni di inimicizia che il duca aveva espresso nei suoi confronti. Dagli atti stessi risulta che la Sanseverino crollò soltanto quando le mostrarono le rivelazioni di accusa a suo carico che erano state fatte dai suoi più stretti familiari, quali il marito Orazio Simonetta, il figlio Girolamo e lo stesso nipote gianfrancesco Sanvitale, già sottoposti a orribili torture. l’incalzare dell’inquisizione, i raggiri del personale di custodia, le blandizie e le minacce ridussero la Sanseverino al punto di doversi sentire meritevole di ogni pena per l’offesa maestà del duca e macchiata di ogni vergogna davanti ai suoi sudditi. Il 4 maggio 1612 filiberto Piosasco pronunciò col voto del consiglio di Giustizia la sentenza, per la quale, dichiarati i prigionieri rei di lesa divina e umana Maestà, li condannò, oltre alla confisca dell’avere, ad essere trascinati per la città a coda di cavallo, sopra un graticcio di vimini, sino al luogo del supplizio, ove sarebbero stati appesi, poi squartati, e i quarti esposti, secondo l’uso, al pubblico terrore. Senonché il duca, cui bastava disfarsi di loro, confermò la sentenza capitale e ne vietò le sevizie. l’esecuzione della sentenza fu fissata il 19 maggio. Nella notte del 15 la Sanseverino fu consegnata dal castellano Cesi al Ravizzotti, aiutante nelle ducali milizie, e condotta nella rocchetta, dove il custode Genesio Mazza la chiuse nella prigione. Dopo due notti e un giorno, il 17 maggio fu stretta ai ferri. Al mattino del 18 le si apprestò il Pane degli Angeli nella cappella delle carceri e le fu assegnato un confessore permanente. A notte inoltrata il Mazza consegnò in Rocchetta a Gaspare Antonio Custodi, capitano, presente il notaio Agostino Neroni, la Sanseverino insieme con gli altri. Fu condotta al palazzo del criminale, in piazza, e venne tratta per prima al supplizio. Della Sanseverino restano due piccoli ritratti. Uno, nella Rocca di Fontanellato che fu dei sanvitale, raffigurante un volto affilato che si affonda in un ampio colletto serrato da una trina di merletto, dallo sguardo e dal lieve sorriso enigmatico, quasi leonardeschi, con perle al collo, pendagli alle orecchie e i capelli raccolti a trecce e riccioli, il secondo, che è una piccola miniatura, al museo Glauco Lombardi.
FONTI E BIBL.: A. Ademollo, La bella Adriana, Città di Castello, 1888; F. Odorici, Barbara sanvitale e la congiura del 1611 contro i Farnesi, Milano, 1863; A. Valeri, I Farnese, Firenze, 1934; F. Orestano, Eroine, 1940, 318; G.B. Janelli, dizionario biografico dei Parmigiani illustri o benemeriti nelle scienze, nelle lettere e nelle arti, Genova, 1877, 362-371 e 525; A. Ronchini, Vita della contessa Barbara Sanseverino, in Atti e memorie della R. Deputazione di storia patria per le province modenesi e parmigiane I 1863; M. Bandini, Poetesse, 1942, 210; M. Pellegri, Colorno villa ducale, 1981, 27-29; Al Pont ad Mez 2 1988, inserto; P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 2 marzo 1992, 5.

SANSEVERINO FEDERICO
Napoli 1450-Roma 7 agosto 1516
Fu cardinale diacono (9 marzo 1489), canonico della Cattedrale di Parma e commendatario della badia di Fontevivo. Fu sostenitore di papa Alessandro VI e francofilo. Fu privato del cardinalato il 24 ottobre 1511 e di nuovo fatto cardinale il 27 giugno 1513.
FONTI E BIBL.: Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 271.

SANSEVERINO FRANCESCO MARIA
Parma-Parma 1673
Insegnò all’Università di Parma almeno dal 1645. Dapprima professò istituzioni, ma nel 1646 fu lettore primario di diritto civile. Dal 1657 al 1673 ebbe ufficio di avvocato fiscale. Nel 1670-1671 trattò nello Studio parmense Rub. et I. C. qui admitt. ad bonorum possess. Rimane del Sanseverino una allegazione In Buxet Bonorum vacantium.
FONTI E BIBL.: Bolsi, 38, 48; Archivio di Stato di Parma, Mandati 1619-1715, numero 90, Ruoli de’ Provigionati, numeri 19, 22; F.Rizzi, Professori, 1953, 37.

SANSEVERINO GIAN ALBERTO, vedi SANSEVERINO SIMONE GIOVANNI ALBERTO

SANSEVERINO GIAN FRANCESCO
Colorno 1525 c.-1570
Figlio di Giulio e di Ippolita Pallavicino di Scipione. Si distinse nella carriera delle armi e fu maestro di campo al servizio dell’imperatore Carlo V e di Filippo II di Spagna.
FONTI E BIBL.: M. Pellegri, Colorno villa ducale, 1981, 33.

SANSEVERINO GIAN FRANCESCO, vedi anche SANSEVERINO GIOVANNI FRANCESCO

SANSEVERINO GIAN GALEAZZO, vedi SANSEVERINO GIOVANNI FRANCESCO

SANSEVERINO GIOVANNI ALBERTO, vedi SANSEVERINO SIMONE GIOVANNI ALBERTO

SANSEVERINO GIOVANNI FRANCESCO
Colorno 1474 c.-Napoli 1500
Figlio naturale di Roberto Ambrogio. Militò sotto Luigi XII di Francia e morì a Napoli mentre era al servizio di quel re. Fu sepolto in Santa Chiara. Dalla moglie Barbara Gonzaga di Bozzolo ebbe vari figli, tra cui il discendente per il feudo di Colorno, Roberto Ambrogio.
FONTI E BIBL.: Colorno. Memorie storiche, 1800, 78; Pellegri, Colorno villa ducale, 1981, 32.

SANSEVERINO GIUSEPPE
Parma 1776/1821
Fu Gentiluomo di Camera allla Corte di Parma dal 1776, tra gli Esenti della compagnia delle Guardie del Corpo delle Altezze Reali con la carica di Sottotenente della compagnia dei Volontari di Colorno dal 1778 e Colonnello Comandante della Piazza almeno dal 1817 al 1821.Fu inoltre commendatore dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio con incarichi di vicetesoriere nel Consiglio stesso e autore del manoscritto Plan de toutes les figures d’une contredanse a cheval executée par son Altesse Royal Madame l’Infante Archiduchesse d’Autriche avec vint trois cavaliers devant le palais du Jardin Royal de Parme le 15 fevrier 1778.
FONTI E BIBL.: V.Bocchi, in Ossessione della Memoria, Parma, 1997, 65.

SANSEVERINO IPPOLITA, vedi PALLAVICINO IPPOLITA

SANSEVERINO ROBERTO
Caiazzo o Napoli 1417-Rovereto 9 agosto 1487
Figlio di Leonetto e di Elisa Sforza, figlia di Muzio Attendolo e sorella di Francesco che fu poi Duca di Milano.Trasferitosi da Napoli a Milano al servizio di Attendolo Sforza, combatté per conto di lui contro gli Aragonesi di Napoli.Nel 1458 compì un viaggio in terrasanta, di cui rimane l’interessante descrizione Viaggio in Terrasanta fatto e descritto per roberto da Sanseverino (Bologna, 1888). Per i suoi meriti ottenne nel 1451 il feudo di Colorno.Ritiratosi poi dal servizio degli sforza, combatté per la Repubblica di Genova che si era ribellata alla dominazione degli stessi Sforza.Dovette poi fuggire a Venezia, ove venne eletto Capitano generale della repubblica e per essa morì combattendo alla difesa di Rovereto.Dalle sue tre successive mogli e da un numero imprecisato di amanti sortì una copiosa messe di figli legittimi e non.
FONTI E BIBL.: P. Amat di San Filippo, Biografie di viaggiatori, 1875, 65; Palazzi e casate di Parma, 1971, 180; M. Pellegri, Colorno villa ducale, 1981, 32.

SANSEVERINO ROBERTO AMBROGIO
1500-Busseto 1532
Dopo avere militato al soldo della Chiesa, dell’Impero e della Repubblica Veneta, si pose al servizio di Francesco I di Francia che lo creò generale della cavalleria italiana. Morì a soli trentadue anni d’età, dopo una cena con il marchese Del Vasto, non senza sospetto di veleno. A Parma gli vennero tributati grandi onori.
FONTI E BIBL.: M. Pellegri, Colorno villa ducale, 1981, 33.

SANSEVERINO RUBERTO, vedi SANSEVERINO ROBERTO

SANSEVERINO SIMONE GIOVANNI ALBERTO
Parma 28 ottobre 1553-Parma 5 marzo 1622
Figlio di Giovanni Battista e di Anna. Fu buon letterato e diede privatamente lezioni di logica e scienze. Fu medico di Odoardo e Ranuccio Farnese, ricercato anche da altri sovrani (tra i quali, Francesco Maria duca di Urbino e Cosimo dei Medici) e insegnante all’università di Parma. Fu anche appellato Urbano perché, secondo quanto riporta Ranuccio Pico, il padre, essendo cieco, diede il nome Orbano alla famiglia, che poi cambiò in Urbano, come più conveniente. Nel 1579 fece domanda d’iscrizione al Collegio dei Medici di Parma, ma non fu accettato mancando la nobiltà della famiglia, che era uno dei requisiti richiesti. Nel 1598 una grave e strana malattia colpì Ranuccio Farnese (che non era mai stato veramente bene e che anche in seguito fu sofferente a varie riprese) e i medici chiamati a consulto non venivano a capo di nulla. Fu allora interpellato il Sanseverino, che riuscì a ristorare le forze del duca, il quale il 24 settembre 1599 ordinò che il Sanseverino fosse iscritto al Collegio con l’anzianità della prima richiesta e gli fece assegnare la prima cattedra di medicina dell’Università di Parma nel 1602. Rimasto vedovo della prima moglie, il 15 marzo 1615 sposò in seconde nozze Anna Pallavicino di Polesine. È effigiato nell’antica farmacia di San Giovanni e fu sepolto in San Pietro Martire a Parma, dove un’iscrizione così lo ricorda: Joanni Alberto Sanseverino Urbano equiti philosophoque medico praestantissimo qui postquam serenissimos tres Duce Urbini primo Franciscum Mariam Parmae deinde Ranutium Hetruriae demum Cosimum Italia universa demirante praesentiss. morti eripuisset cum exinde fidei suae creditam sereniss. Farnesiorum familiam maximeque Odoardum nunc Parmae regnantem medica ope insignite juvasset scientia et arte clarus rarum medicina e prima sede docendi munere per annos viginti obito repentina morte sublatus obijt anno aetatis LXX salutis MDCXXII septimo idus sept.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV, 328-332; Parma nell’arte 3 1965, 206-207; R. Pico, Appendice, 169-174; G. Berti, Studio universitario parmense, 1967, 104-105; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 12 agosto 1986.

SANSEVERINO URBANO, vedi SANSEVERINO SIMONE GIOVANNI ALBERTO

SANSI GIACCO, vedi SANSI GIACOMO

SANSI GIACOMO
Parma 1670
Detto anche Giacco. Fu pittore di architetture e di ornati attivo nell’anno 1670.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Encilcopedia metodica di Belle Arti, XVIII, 1823, 16.

SANSO GIACCO, vedi SANSI GIACOMO

SANTE DA BORGO SAN DONNINO, vedi MAESTRI CARLO

SANTE DA PARMA
Parma-Monte Compatri 25 agosto 1241c.
Frate francescano illustre per virtù, e per miracoli celeberrimo. Il suo corpo riposa nel convento di Monte Compatri, nei pressi di Roma. Il Martirologio francescano ne fa onorata menzione al 25 di agosto. È chiamato venerabile e beato. Tra i miracoli attribuitigli, il Bresciano menziona quello avvenuto nel giorno della domenica delle Palme: avendo piantato un ulivo nell’orticello della sua cella, la mattina seguente lo si vide già fiorito e adulto.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 9; A.Bresciani, Vite dei santi, 1815, 42; Beato Buralli 1889, 214.

SANT’EVASIO AMBROGIO
Parma prima metà del XVI secolo
Scultore attivo nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 362.

SANTI
Parma XVII secolo
Fu liutista alla corte ducale di Firenze nel XVII secolo (Bonini, Prima parte de Discorsi e regole sopra la musica).
FONTI E BIBL.: Bonini, manoscritto della biblioteca Ricciardiana di Firenze; R. Eitner, VIII, 419; Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 151.

SANTI DOMENICO
Riana di Monchio 1 maggio 1746-Parma 10 novembre 1835
Nacque da Carlo e da Lucia Cocconi, in una modesta famiglia del ceto medio. Compì gli studi in Parma, si fece sacerdote e fu ascritto nel Collegio dottorale di Sacra Teologia. Si specializzò in scienze morali e gli fu affidato l’insegnamento dell’etica all’Università di Parma nel 1785. Venne poi scelto quale preside della facoltà filosofica. Successivamente fu precettore ambito dei conti Sanvitale e pallavicino. Fu nominato censore della stampa e ispettore delle scuole inferiori di Parma. Nella chiesa di San Sepolcro in Parma esiste una lapide del Santi con epigrafe. Nella Biblioteca Palatina di Parma si conservano le sue propositiones ex Morali Philosophia (Parmae, 1793).
FONTI E BIBL.: Lettera di P. Giordani a P. Custodi in Parma e Lettera di P. Giordani a C. Rasori in Parma (ambedue in Bollettino Storico Piacentino 1909, 241, pubblicate da G. Ferretti); Supplemento Gazzetta di Parma 12 dicembre 1835; Montali Riccardi, Il Prof. Santi Don Domenico, in La Giovane Montagna 1 1939; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 371; F. Rizzi, Clero in cattedra, 1953; Berti, Atteggiamenti del pensiero nei ducati di Parma e Piacenza, 1958, I, 98-99; Gazzetta di Parma 5 agosto 1974, 11.

SANTI FERNANDO
Cornocchio di Golese 13 novembre 1902-Parma 15 settembre 1969
Il padre, ferroviere, rimase vedovo pochi anni dopo la nascita del Santi e solo con molti sacrifici riuscì ad avviarlo al conseguimento della licenza tecnica. Rievocando le ristrettezze economiche sopportate come perseguitato politico durante i primi anni del fascismo, il Santi così descrisse nel 1965 il suo ambiente di origine: Quella nuda povertà era per me cosa naturale. Mio padre l’aveva ereditata da suo padre. Di mia madre non dico. I suoi erano braccianti della Bassa verso il Po, gialli di secolare polenta sotto la scorza nera dell’aria e del sole. A quindici anni, nel 1917, si iscrisse al Partito Socialista Italiano (incominciai iscrivendomi agli adulti perché il circolo giovanile non esisteva più, prima assottigliato e poi disperso dalle chiamate alle armi per la guerra) e nella lotta contro la guerra si formò alla scuola dei socialisti riformisti parmensi (G. Albertelli, G. Ghidini, G. Faraboli e B. Riguzzi), che lasciò un’impronta duratura sulla sua concezione politica: ne assorbì quel gradualismo rivoluzionario (come egli stesso l’avrebbe più tardi chiamato) che era tipico del riformismo padano di quegli anni e che non perdeva mai di vista i valori dell’autonomia di classe e dell’iniziativa delle masse. Con la fine della guerra e la ricostituzione del movimento giovanile, il Santi divenne segretario della federazione parmense della Federazione Italiana Giovanile Socialista (1921), entrando a far parte del Comitato centrale di quest’ultima. Vicesegretario della Camera del Lavoro di Parma (1920, a fianco di A. Simonini) e collaboratore del suo settimanale L’Idea, incorse più volte in denunce per eccitamento all’odio di classe. Nello schieramento interno del Partito Socialista Italiano rimase però attestato su posizioni moderate: nell’ottobre del 1921 partecipò ai lavori del XVIII Congresso del Partito Socialista Italiano portandovi il saluto della Federazione Italiana Giovanile Socialista, la quale, dopo la scissione di Livorno (in cui la grande maggioranza dei giovani passò al Partito Comunista Italiano), aveva ricostituito le proprie file per opera di una minoranza che, affermò il Santi, riteneva allora e ritiene oggi ancora fermamente che il Partito Socialista Italiano sia il partito della classe operaia, il partito della lotta di classe. Un anno dopo, al Congresso di Roma che sancì la nuova scissione del Partito Socialista Italiano, aderì al Partito Socialista Unitario. Dopo aver partecipato alla resistenza contro le squadre fasciste di Balbo sulle barricate di Parma, si impiegò nel 1924 come redattore del quotidiano democratico e riformista cittadino Il Piccolo, diretto da T. Masotti. All’indomani del delitto Matteotti, lasciò Parma per Torino, dove le fonti di polizia lo segnalano per breve tempo segretario del locale sindacato tranvieri. Durante la sua permanenza nel capoluogo piemontese fu arrestato insieme a G. Saragat, ma poco dopo rilasciato. Alla fine del 1924 si trasferì a Milano, dove fu (1925) l’ultimo segretario della federazione provinciale del Partito Socialista Unitario prima della sua soppressione. In occasione dei funerali di A. Kuliscioff fu aggredito e percosso dagli squadristi. Dopo le leggi eccezionali, il Santi riuscì per qualche tempo a mantenere contatti con altri gruppi socialisti disseminati nel paese, approfittando della sua professione di viaggiatore di commercio che gli consentiva di spostarsi di città in città senza destare sospetti. In collegamento con G. Faravelli e A. Greppi, del Partito socialista dei Lavoratori Italiani, e con R. Fiorio, del Partito Socialista Italiano, lavorò per superare gli strascichi della scissione del 1922 e ricostituire l’unità delle disperse forze socialiste rimaste in Italia. Con l’insuccesso di questi tentativi, anche il Santi fu inghiottito nel lungo e silenzioso esilio interno della maggior parte dei quadri dirigenti socialisti. Fermato ancora a Foligno nel novembre del 1934 e subito rilasciato, nel febbraio del 1936 fu radiato dal novero dei sovversivi. Alla fine del 1941 riannodò in modo più regolare i contatti mai del tutto interrotti con i vecchi compagni e con Greppi e R. Veratti partecipò alle riunioni che si tennero in casa di Ivan Matteo lombardo e F. Lami Starnuti in vista della riorganizzazione del Partito Socialista Italiano. Nell’estate del 1943 partecipò alla ricostituzione del Partito Socialista, risultante dalla fusione del Partito Socialista Italiano con il movimento di Unità Proletaria, ma dopo l’8 settembre fu costretto a riparare in Svizzera. A Lugano assunse la carica di segretario del Comitato per l’assistenza ai profughi politici italiani. Nel settembre del 1944 raggiunse l’Ossola libera e di lì riuscì a passare clandestinamente in Italia, dove partecipò alla lotta per la liberazione di Milano e fu tra i redattori del primo numero dell’Avanti! legale. Segretario della Camera del Lavoro di Milano subito dopo il 25 aprile, nel 1947 assunse, in sostituzione di O. Lizzardi, la carica di segretario generale aggiunto della Confederazione generale Italiana del Lavoro a fianco di G. di vittorio. Da quel momento la sua vicenda biografica si identifica in modo completo con la storia della maggiore confederazione sindacale italiana: deputato al Parlamento per la circoscrizione di Parma dal 1948 al 1968, membro della direzione del Partito Socialista Italiano dal gennaio 1948 al maggio 1949 e poi ancora dal gennaio 1951 all’ottobre 1968, membro dell’esecutivo della Federazione Sindacale mondiale e del consiglio di amministrazione dell’ufficio Internazionale del Lavoro, il Santi dedicò però la parte di gran lunga prevalente delle sue energie alla direzione della confederazione Generale Italiana del Lavoro. Tutto il suo discorso sindacale e politico dopo la fine della guerra è in fondo legato, come ha notato V. Foa, all’aggiornamento, in qualche modo, dei valori democratici e socialisti della tradizione padana, nelle nuove condizioni di un capitalismo industrializzato e organizzato. Anche negli anni più duri della guerra fredda si batté per affermare una concezione della democrazia sindacale che assorbiva la parte più vitale della tradizione riformista: per una democrazia cioè non formale ma fondata sulla consapevolezza delle masse, sulla loro iniziativa creatrice, sulla loro piena partecipazione alla formazione delle scelte collettive quali mezzi per valorizzare, in termini di azione e di lotta, l’immenso patrimonio di energie potenziali del proletariato (barbadoro). Sull’attuazione coerente del metodo democratico e sulla rivendicazione della capacità del sindacato di elaborare autonomamente una sua linea rivendicativa e riformatrice, nel fermo rifiuto di ogni discriminante ideologica e di ogni ipotesi di subordinazione dell’organizzazione di classe a istanze a essa estranee, il Santi fondò la sua concezione dell’unità sindacale. Strenuo difensore del suo mantenimento di fronte alle prime minacce di scissione (a lui, oltre che a Di Vittorio, si deve il tentativo di compromesso con la corrente cristiana noto come modus vivendi, che ritardò di qualche mese l’uscita di questa dalla confederazione Generale Italiana del Lavoro), anche dopo la rottura del 1948 non rinunciò mai a battersi per la ricomposizione. Il richiamo al riformismo padano è ben presente anche nella concezione che il Santi mostrò di avere delle riforme di struttura, quale traspare a esempio dalla relazione da lui svolta al Congresso Nazionale della Confederazione Generale Italiana del lavoro a Genova (1949), quando fu lanciata l’iniziativa del Piano del Lavoro: una concezione dinamica, che rifiutava di isolare le conquiste graduali di nuovi rapporti di lavoro e di vita delle masse dall’obiettivo della trasformazione socialista. Ma il saldo legame con la tradizione che aveva improntato la sua formazione di dilettante e di dirigente non impedì al Santi di avvertire con singolare lucidità l’emergere di esigenze e di problemi nuovi: così fu tra i primi a cogliere i limiti della strategia sindacale centralizzata che era prevalsa fino alla metà degli anni Cinquanta e nella relazione al Congresso Confederale di Roma (1955) si sforzò di definire un rapporto soddisfacente ed equilibrato tra la generalizzazione delle lotte da un lato e l’articolazione delle rivendicazioni in modo rispondente a un processo di sviluppo sempre più differenziato dall’altro. nell’ultimo periodo della sua attività il Santi fu chiamato a confrontarsi con i problemi posti dalla necessità di definire una coerente posizione del sindacato di fronte al discorso della programmazione: problemi resi per lui più delicati dall’ingresso del partito cui apparteneva, il Partito Socialista Italiano, nel governo di centro-sinistra. Rivendicando l’esigenza di una politica di piano che non si presentasse come pura e semplice razionalizzazione delle scelte capitalistiche, bensì come affermazione della priorità della scelta pubblica e delle riforme di struttura, rifiutò sempre ogni artificiosa contrapposizione tra salari e investimenti e ogni condizionamento della dinamica rivendicativa. Al VI Congresso Nazionale della Confederazione generale Italiana del Lavoro (Bologna, 1965) il Santi annunciò la propria irrevocabile decisione di ritirarsi, per ragioni di salute, dalla segreteria. Nel suo discorso, tutto proiettato nella prospettiva, che da anni non era sembrata così vicina, dell’unità sindacale, uscì in un’affermazione che rifletteva nel modo più chiaro il senso della sua milizia di dirigente operaio e socialista: La più grande soddisfazione sarebbe quella di poter avere la certezza che un bracciante, un operaio, un lavoratore solo, nel corso di questi diciotto anni, abbia detto per una volta sola di me: è uno dei nostri, di lui ci possiamo fidare. Trascorse gli ultimi anni della sua vita sempre più appartato dalla vita politica attiva, in una posizione di riserbo critico verso molte scelte del Partito Socialista Italiano, e principalmente verso quella dell’unificazione con il Partito Socialista Democratico Italiano, che sul piano sindacale sembrò comportare il rilancio della prospettiva, da lui sempre risolutamente respinta, del sindacato socialista.
FONTI E BIBL.: prefazione di V. Foa e introduzione di I. Barbadoro a L’ora dell’unità. Scritti e discorsi di Fernando Santi, Firenze, 1969; Critica sociale 5 ottobre 1969, 557-558; S. Turone, Storia del sindacato in Italia (1943-1969), Bari, 1973, ad indicem; A. Forbice, I socialisti e il sindacato, Milano, 1969, ad indicem; I congressi della CGIL, I-VII, Roma, 1949-1966; Dizionario storico politico, 1971, 1146; A. Agosti, in Movimento operaio italiano, IV, 1978, 507-510; P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 15 settembre 1988, 3; P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 16 settembre 1990, 3; Grandi di Parma, 1991, 102-103.

SANTI IGNAZIO FELICE
Parma 1702/1734
Fu docente di istituzioni romane all’Università di Parma dal 1702 al 1710. Poi divenne primo segretario di Stato e consigliere del Consiglio di Gabinetto del duca Francesco Maria Farnese. Nel 1734 fu giubilato con tutti gli onori e i titoli.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Registro de’ Recipiati e Mandati per il 1702-1703, Registro dei Mandati 1701-1720, Ruoli de’ Provigionati n. 29, 1, numero 30, 179; F. Rizzi, Professori, 1953, 32 e 65.

SANTI RAINALDO
Sambuceto di Compiano 1242
Architetto, lavorò nel 1242 alla cupola del Duomo di Piacenza.
FONTI E BIBL.: L. Cerri, L’architetto Rainaldo Santi e la cupola del duomo, Piacenza, S.T.P., 1912; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 965.

SANTINELLI GIOACCHINO
Parma 12 settembre 1725-Pieve di Guastalla 17 marzo 1813
Frate cappuccino. Compì la vestizione a guastalla il 15 agosto 1742 e la professione di fede il 15 agosto 1743. Fu consacrato sacerdote a borgo San Donnino il 21 settembre 1748. Fu predicatore, lettore a Parma e a Piacenza, guardiano a Parma e a Guastalla, definitore (1771 e 1783), congiudice, teologo degli ordinari di Guastalla Francesco Tirelli e Francesco scutellari. Nel 1760 predicò la Quaresima nella collegiata di San Bartolomeo di Busseto con applauso universale, essendo stato conosciuto dalli spassionati per uomo dottissimo, ed aggradito da tutti li ceti di persone per li suoi argomenti ben maneggiati non meno che fruttuosi, si per li dotti che per li popolari. E di più fu a tutti di somma edificazione co’ suoi buoni esempi e ritiratezza dal secolo. Morì in odore di santità.
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Biblioteca cappuccini, 1951, 132; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 187.

SANTINELLI MARIO
Parma 1 dicembre 1685-Gallipoli 29 giugno 1745
Frate cappuccino laico, nel 1720 fu compagno dei missionari in Tunisi, indi (1735) del ministro provinciale e poi (1741) del vescovo di Gallipoli Antonio Maria Pescatori mantegazza, anch’egli cappuccino e alunno della Provincia Parmense. Compì a Carpi la vestizione (13 dicembre 1704) e la professione di fede (13 dicembre 1705).
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 382.

SANTINI CESARE
Santa Maria della Fossa 19 marzo 1890-Bazzano 15 agosto 1953
Fu ordinato sacerdote il 28 novembre 1920. Fu combattente nella guerra 1915-1918. La nomina ad arciprete di Bazzano lo raggiunse mentre era parroco a Monchio delle Corti. Fece l’ingresso solenne a Bazzano il 7 dicembre 1936, festa del titolare sant’Ambrogio: gli conferì il possesso reale monsignor Giovanni Barili, vicario generale della diocesi di Parma. Il Liber chronicus lasciato dal Santini è ricco di annotazioni su fatti accaduti negli anni 1936-1953 e di iniziative da lui curate per il bene spirituale della parrocchia. Convinto che la predicazione fosse un mezzo efficace di apostolato, tenne nei diciassette anni della sua parrocchialità cinque missioni solenni (1937, 1938, 1939, 1940 e 1941) e un congresso eucaristico nel contesto delle parrocchie della zona (5 maggio 1940), con la partecipazione nella giornata di chiusura di quindici sacerdoti, di tutta la popolazione della parrocchia e di quella dei paesi limitrofi.
FONTI E BIBL.: F. Barili, Arcipreti di Bazzano, 1976, 61 e 65.

SANTINI EGIDIO
Borgo San Donnino XV/XVI secolo
Fu autore di un’ode saffica latina (Ill.mo et Clar.mo Juveni Philippo Rubeo Comiti), che il Pezzana procurò per la Biblioteca parmense. È molto probabilmente lo stesso ricordato negli Epigrammi latini del Veggiola (1536): Sanctini Sacerdotis Burgensis.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 453-454.

SANTINI EGIDIO
Vigatto-Pod Kaksmck 21 agosto 1917
Soldato nel 112° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Porta ordini addetto al Comando di Reggimento, percorreva ripetute volte zone battutissime dall’artiglieria nemica, offrendosi quando più grave era il pericolo, instancabilmente, assicurando il sollecito collegamento tra il Comando di reggimento e i comandi superiori, e dando splendide prove di alto valore personale.
FONTI E BIBL.: A. Coruzzi, Caduti di Vigatto, 1924, 53.

SANTINI VINCENZO FELICE
Parma 23 maggio 1798-Monaco di Baviera ottobre 1836
Cantante (basso), celebre nel genere buffo, esordì a Venezia (teatro San Benedetto, 14 aprile 1817) nell’Inganno fortunato di Rossini. Si hanno scarse notizie sulla sua carriera in Italia: lo si ritrova solo nel 1826 al Teatro alla Scala di Milano in Giulietta e Romeo di Vaccaj e in Margherita d’Anjou di Meyerbeer. Avuta l’approvazione del maestro Morlacchi, fu da questi scritturato per il teatro di Dresda. Qui cantò per diversi anni, passando poi al Teatro Italiano di Parigi, dove esordì il 22 aprile 1828 quale Figaro nel Barbiere di Siviglia. A detta del Bettòli, possedette una bellisima voce rimarchevole specialmente nelle note gravi che scendeva sino al contro re. Comunque anzichenò sguaiatello nell’azione e ne’ gesti, che avevano piuttosto del lazzo, quando si metteva di proposito in una parte, giungeva a farsi plaudire quanto ed anche più de’ migliori cantanti che in quel torno calcavano le scene parigine. Il Santini fu particolarmente apprezzato nell’aria del basso nella Zelmira di Rossini. Rimase a Parigi fino al 1831. Dopo essersi prodotto su altre scene, nel 1834 ritornò in Germania e cantò con successo al Teatro di Monaco. Morì a soli trentotto anni.
FONTI E BIBL.: P. Bettòli; Tintori; C. Schmidl, dizionario universale musicisti, 3, 1938, 680; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 20 febbraio 1983, 3.

SANTINO
Parma 1515/1517
Figlio di Beltrame. Fu carpentiere attivo in Roma. Figura quale testimone in due atti notarili del 1515 e 1517.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 140.

SANTINO DA PARMA
Parma 1600
Il Bocchia nella sua opera Drammatica a Parma (p. 92), fa menzione di Santino da Parma, comico e ballerino, vissuto verso l’anno 1600. Nello scenario della Pazzia di Isabella, pare fosse cosa impossibile mettere d’accordo una pavaniglia spagnola (danza grave e seria) con una gagliarda (ballo pieno di vivacità) di santino.Anche nei dialoghi sul modo di recitare le commedie, lasciati da leone di Somma (biblioteca Palatina di Parma, ms.), tra gli interlocutori figura un Santino.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 3 giugno 1922, 4.

SANTINO DA PARMA, vedi anche GARSI SANTINO

SANTO DA PARMA, vedi SANTE DA PARMA

SANTO DA VIGATTO
Vigatto-post 1266
Un capitulum del 1266 lo nomina trumbeta del Comune di Parma.
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Banda, 1993, 171.

SANTOMERI GIOSEFFA
Parma- post 1774
Indicata come Sanromeri.Non risulta tra le pensionanti della Reale Scuola di Ballo di Parma.Danzò nella primavera del 1765 in Bajazette, nelle feste per le nozze ducali del 1769 fu terza ballerina (fu retribuita con 1720 lire, più 512 lire per la dilazione; Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri borbonici, b. 5) e nel luglio 1774 lavorò nel ballo dato in onore dell’arciduca di Milano (Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri borbonici, bb. 4-5)
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

SAN VITALE, vedi SANVITALE

SANVITALE ALBERTINA, vedi NEIPPERG ALBERTINA MARIA

SANVITALE ALBERTO
Parma ante 1229-Parma 16 maggio 1257
Secondo figlio di Guarino e di Margherita Fieschi, sorella di papa Innocenzo IV. dapprima si diede al mestiere delle armi, poi abbracciò la carriera ecclesiastica. Ottenne un canonicato nella Cattedrale di Parma. Il 7 settembre 1231 prestò il suo consenso a un atto di investitura delle decime e dei frutti di tutte le terre che i canonici possedevano nella villa di Enzola a favore di Giovanni, chierico di Castel Rignano, al quale, nello stesso tempo, fu conferito il beneficio sacerdotale fondato in Cattedrale nel medesimo anno dall’arcidiacono Bonifacio da Cornazzano. Verso la fine di maggio del 1233, come canonico, si sottoscrisse nel testamento di Gherardo Custode, che fondò un beneficio in Cattedrale con una dotazione di cinquanta biolche di terra a sant’Eulalia. Il Sanvitale nel 1238 era ancora arcidiacono della Cattedrale, poiché il 16 agosto approvò la donazione fatta da sopramoggio di Basilicanova dei beni comperati dai frati di San Francesco per la chiesa di Santa Maria Maddalena. Resosi vacante il vescovado di Parma con l’annullamento dell’elezione di bernardo Vizio Scotti, il papa scrisse al capitolo parmense il 1° dicembre 1234 con l’ordine di provvedere all’elezione nel termine di quindici giorni. Di fatto si passò subito all’elezione del Sanvitale, che venne poi confermata dal pontefice. Corse voce che l’impegno di annullare l’elezione di Bernardo Vizio avesse avuto origine dal voler favorire il nipote del papa che, al dire di fra Salimbene, molto dotto non era ma bensì di bella presenza e di singolare onestà: Praedictus Papa abstulit Episcopatum Parmensem Bernardo Vitio de Scotis, qui erat frater de Martorano, et iam habebat illum sibi datum a Gregorio de Montelongo in Lombardia Legato, et dedit Alberto de Sancto Vitale ex sorore sua, suo nepoti, quia caro et sanguis revelavit tibi. Il papa il 9 febbraio 1244 diede l’incarico al Sanvitale di ingiungere all’arciprete e al Capitolo di San Prospero di Reggio Emilia che entro otto giorni eleggessero il loro vescovo, perché altrimenti vi avrebbe provveduto il Sanvitale stesso. Il Sanvitale fu semplicemente eletto e confermato dal papa perché non fu mai promosso ad altro ordine che al diaconato, né si curò in seguito di farsi ordinare sacerdote, per cui non fu neppure mai consacrato vescovo, tenendo solo il titolo di Eletto e facendo compiere nella sua Chiesa da vescovi suffraganei le funzioni episcopali. Il Sanvitale ottenne dal papa Innocenzo IV una ordinanza, del 26 aprile 1244, in cui si legge: Volentes ut Parmensis Ecclesia debitis ossequiis maxime in Missarum solempniis non fraudetur presentium autoritate statuimus. Il pontefice, con lettera dal laterano del 13 maggio 1244, ordinò al Sanvitale di togliere dal monastero delle cistercensi di San Siro di Fontanelle i chierici addetti all’ospedale e collocarli in chiese della sua diocesi distanti dal monastero per evitare scandalo. Il sanvitale fu generoso verso l’ospedale di Borgo San Donnino: il 2 giugno 1244 diede l’investitura di tutte le terre del Palazzo vescovile poste nella pieve suddetta (cioè tutti i frutti delle decime e di decimazione) a Bianco, rettore e amministratore dell’ospedale, con l’onere di una libbra di cera nuova da consegnarsi nell’ottava di Santa Maria d’Agosto. Poiché i frati domenicani di Santa Maria Nuova in Capo di Ponte si rivolsero al papa per rifabbricarsi un convento e una chiesa decorosa, Innocenzo IV il 6 luglio 1244 scrisse al Sanvitale, al Capitolo e al clero di Parma affinché assecondassero il priore e i frati a trovare un luogo migliore e più adatto. Intanto Innocenzo IV, sfuggendo all’imperatore Federico II, ribelle alla Chiesa, da Genova si trasferì a Lione per celebrarvi un concilio generale. Il Sanvitale, nipote del papa, si mosse con grande prudenza e coraggio affinché fosse tenuto il concilio: il papa il 17 luglio 1245 proferì sentenza contro Federico, privandolo dell’impero e di tutti gli altri stati, come sospetto di eresia, spergiuro e nemico della Chiesa, assolvendo i sudditi dal giuramento e ordinando sotto pena di scomunica di negargli ubbidienza. Per ritorsione contro i guelfi parmigiani che già aveva espulso, Federico non solo confiscò loro tutti i beni ma si appropriò anche di quelli della Chiesa, occupando il Palazzo vescovile di Parma, esigendo le entrate, imponendo gravezze alle chiese e lanciando bandi rigorosissimi contro chiunque avesse avuto contatti con la parte avversaria. l’imperatore esiliò da Parma e da Reggio i Sanvitale e i Rossi, parenti del papa e i da Correggio e i Lupi di parte guelfa. Il Sanvitale, dopo aver persuaso il papa a revocare l’atto di elezione a badessa del monastero delle clarisse di Bordeaux della sorella Cecilia, ripartì da Lione. Giunse nel marzo 1247 a Milano, dove si fermò e da dove si occupò della sua diocesi, avendone avuto licenza dal papa sino dal 21 marzo 1246 da Lione (super his aliis etiam extra Parmensem Diocesim constitutis cum expedire vices tuas plenam tibi concedimus auctoritate presentium facultatem). Il papa il 30 maggio 1247 scrisse al Sanvitale avvertendolo di avergli concesso la facoltà di conferire a persone idonee le prelature e gli altri benefici ecclesiastici della città e diocesi di Parma, fino a che la persecuzione suscitata da Federico quondam imperatore non si fosse calmata. Quando re Enzo, lasciato dal padre a custodia del parmigiano, partì per rinforzare l’assedio al castello di Quinzano, nel territorio di Brescia, i Rossi, i Lupi, i da Correggio, i Sanvitale, Giberto da Gente e tutti i banditi, provvedutisi d’armi e di soldati, si portarono da Piacenza a Noceto, ove Ugo, fratello del Sanvitale, venne acclamato loro capitano. Si posero in marcia il 15 giugno 1247 e ruppero al Borghetto del Taro le squadre ghibelline guidate dal podestà Testa, aretino, da Ugo Mangiarotto e da Bartolo Tavernieri. Giunti alle fosse del capo di Ponte, che trovarono asciutte, salirono i ripari e, senza trovarvi resistenza, si recarono ai palazzi del Vescovo e del Comune, occuparono le porte e le torri e, assoggettata la città, crearono loro podestà Gherardo da Correggio. Nel luglio Riccardo, conte di San Bonifacio di Verona, guidò per la via di Guastalla i suoi soldati e quelli di Mantova, accolto con grandi feste dai Parmigiani. Poco dopo giunse da Piacenza un soccorso di quattrocento cavalli e da Milano arrivarono il cardinale Gregorio da Montelongo e Bernardo Rossi con altri mille cavalli. Non mancarono gli aiuti di Azzo d’Este e dei fuoriusciti di Reggio e dei bolognesi. Il comune di Genova prima inviò centocinquanta balestrieri e poco dopo altri trecento, come pure fecero i conti di Lavagna, parenti del papa (Alberto Fieschi si portò a Parma in persona, facendo alzare in più luoghi le mura diroccate della città). Il 2 agosto 1247 l’imperatore Federico II, alla testa di un poderoso esercito, pose l’assedio alla città di Parma. Il 18 febbraio 1248, con una improvvisa sortita portata direttamente al campo imperiale, le truppe ghibelline furono messe in fuga e la città di Parma liberata dall’assedio. Il papa il 13 marzo dello stesso anno 1248 scrisse al Sanvitale e a Guglielmo, vescovo di Reggio Emilia, ordinando loro che i cittadini di Cremona, i quali dopo la sentenza di deposizione di Federico II avevano prestato in qualunque maniera aiuto all’Imperatore, fossero privati di tutti i feudi ecclesiastici, da conferire ai soldati cremonesi devoti alla Chiesa. L’anno dopo il Sanvitale fu presso il papa a Lione, dove ottenne che fosse promosso alla dignità di abate di Nonantola Cirsacco da Marano. Avvenuta la morte dell’imperatore Federico II nelle Puglie, il papa rientrò in Italia e si condusse a Genova (maggio 1251) ove incontrò il Sanvitale e il fratello Obizzo, canonico della Cattedrale e cappellano pontificio, suoi nipoti. Il 23 giugno il papa, che si tratteneva ancora a Genova, col consenso del Sanvitale, anch’egli presente, concesse al prevosto e canonico Pietraccio de’ Torselli l’usufrutto di tutte le case di ragione della Chiesa di Parma che erano state assegnate a Obizzo e gliene diede l’investitura. Poi il papa si portò verso Milano e il Sanvitale, insieme al fratello, tornò a Parma passando da Berceto. Nell’anno 1251 il sanvitale confermò alla fabbrica della cattedrale le investiture e le concessioni già fatte, cioè la decima e i frutti della decima di tutte le terre poste nelle paludi della città presso porta Santa Cristina, i pascoli di San Prospero, delle Saldine e la palude di Fognano. Il 10 ottobre 1252 il Sanvitale sentenziò nella causa tra Giovannino e l’abate del convento di San Ponzio de Tomeriis per la chiesa di Santa Maria de Corbiano, della diocesi Agathensis. Il papa, da Perugia, il 5 novembre ne confermò la sentenza. Per desiderio del Sanvitale, il papa il 20 dicembre, sempre da Perugia, permise a guglielmo, cappellano del Sanvitale, di percepire come se fosse personalmente residente i frutti della prebenda Conchensis, della prebenda di Guisa nella diocesi di Lione e dell’arcipretura di Cusignano della diocesi di Parma. Nell’anno 1253 Giberto da Gente, podestà dei Mercanti, si adoperò per pacificare i parmigiani con i fuoriusciti e il 18 maggio 1253 il papa conferì facoltà al Sanvitale di assolvere i fuoriusciti dalle censure contratte per avere aderito all’imperatore Federico e al figlio Corrado. Nel 1254 il Sanvitale istituì nella chiesa di San Tomaso di Gattatico, allora della diocesi di Parma, due chierici. Intanto Giberto da gente, che aveva saputo farsi proclamare signore perpetuo di Parma, prima mostrò di favorire la parte guelfa e la Chiesa, ma cominciò dopo non molto a intaccarne l’immunità. Il Sanvitale e buona parte del Capitolo della Cattedrale uscì da Parma e si recò dal papa per richiederne l’intervento, ma poco dopo Innocenzo IV morì (7 dicembre 1254). Il nuovo eletto, Alessandro IV, da Napoli, il 12 aprile 1255, gli chiese di procurare a giacomino di Galegana, chierico povero della sua diocesi, un qualche beneficio ecclesiastico che non competesse a nessun altro in qualcuna delle sue chiese, facendolo ricevere come chierico e fratello. Il 28 maggio dello stesso anno il papa, che aveva stabilito nella sua costituzione de consecrandis episcopis il tempo entro il quale gli eletti erano obbligati a farsi consacrare a vescovo, scrisse al Sanvitale di ritenersi esentato da tale obbligo. Nel 1256 il Sanvitale fu in Roma e di là inviò una lettera in data 21 marzo al suo vicario Gherardo, arciprete di Fornovo, con la quale gli ingiunse di ricevere tra i canonici di Berceto Nantelmino, figlio di Guglielmo Rustico di Solignano, e di metterlo in possesso di una prebenda vacante. Il sanvitale si era portato a Roma per ottenere la conferma dei privilegi personali avuti anteriormente e la concessione di provvedere le chiese della città e diocesi di prelati e sacerdoti e di sostituirli con più idonei. Tornato a Parma, si trovò presente il 23 marzo 1257 all’atto di fondazione di due benefici istituiti all’altare di Santa Barbara da Alberto d’Ungheria, canonico di Parma e notaio del papa: In presentia venerabilis Patris Domini Alberti Dei gratia Electi. Il Sanvitale fu sepolto in fondo al Coro della Cattedrale di Parma, in quella parte che guarda la chiesa di San Francesco del Prato, con la seguente iscrizione in versi leonini: Hic iacet Albertus post mortem vivere certus Qui fuit Electus Parmensis vir bene rectus Vir sobrius castus vir vitans undique fastus Vir gremiis plenus, largus largitor egenis Dogmate maturus inter contagia purus Hinc Anselmorum pater et genus extat avorum Mater de Flisco comitissa ex sanguine prisco Pontificisque nepos summi quartus fuit Innocentius ipsius clarus frater genitricis In quinquaginta septem cum milleducentis Et maii mensis octo geminis fugientis.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 37, 51-52 e 228; N. Pelicelli, Vescovi della Chiesa parmense, 1936, 217-230; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 238.

SANVITALE ALBERTO
-Parma 1295
Figlio di Antonio. Fu ucciso nel tumulto che ebbe luogo tra il partito guelfo, che voleva introdurre in Parma gli Estensi, e quello dei ghibellini, tumulto nato poco dopo che il vescovo Obizzo Sanvitale, suo prozio, era stato scacciato da Parma.
FONTI E BIBL.: P. Litta, famiglie celebri, I, 1819, tavola I.

SANVITALE ALBERTO
Parma 28 agosto 1834-Parma 25 settembre 1907
Figlio di Luigi e di Albertina Neipperg. Di nobile e ricca famiglia, si laureò in matematica e in ingegneria e poi entrò nell’Esercito Sardo come ufficiale di artiglieria (1859). Prese parte alle campagne del 1859 e del 1866. Avendo già raggiunto il grado di capitano, abbandonò la carriera militare per dedicarsi in Parma agli uffici amministrativi e alla gestione di varie opere pie. Per quattro legislature (dalla XVI alla XIX) rappresentò alla Camera dei Deputati il collegio di Parma, militando nelle file del partito liberale moderato. Fu abbastanza assiduo ai lavori della Camera. Fu consigliere comunale dal 1869 al 1892, assessore dal 1870 al 1886 e consigliere provinciale per molti anni. Divenne deputato di Parma in una elezione supplettiva a scrutinio di lista nel 1887. Fu rieletto nel 1890 e ancora nel 1891 e nel 1895 a Parma Nord. Presiedette gli Asili Infantili e la Casa di Provvidenza di Parma. Fece uso liberale dei suoi averi in opere di pubblica e privata beneficenza.
FONTI E BIBL.: T. Sarti, Il Parlamento subalpino e nazionale. Profili e cenni biografici, Terni, Tip. de l’Industria, 1890, 851; Gazzetta di Parma 27 e 29 settembre 1907; G. Sitti, Il Risorgimento italiano nelle epigrafi parmensi, Parma, Off. Grafica fresching, 1915, 137; Gazzetta di Parma 9 dicembre 1920, 1-2; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 123; E. Michel, in Dizionario risorgimento, 4, 1937, 205; A. de Gubernatis, Dizionari biografici, due volumi, Firenze, 1879, e Roma, 1895; L.F. Pallestrini, I nostri deputati: XIX legislatura, Palermo, 1896; A. Malatesta, Ministri, 1941, 108; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 137.

SANVITALE ALESSANDRO
1553-Curzola 1571
Figlio di Alfonso, partecipò giovanissimo alle guerre contro i Turchi, al servizio dei duchi di Savoja, e morì alla battaglia di Lepanto a soli diciotto anni.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; C. argegni, Condottieri, 1937, 135.

SANVITALE ALESSANDRO
Fontanellato 1573 c.-post 1635
Figlio di Luigi e di Corona della Somaglia. Nel 1622 fu inviato dalla corte di Parma al duca di Savoja per partecipare la morte del duca Ranuccio Farnese. Nel 1623 fu eletto capitano dei Corazzieri della Guardia. Nel 1632 fu inviato a Torino al duca Vittorio Amedeo di Savoja per congratularsi per la nascita del primogenito. Nel 1635 fu eletto governatore delle Armi in Piacenza. Il duca Odoardo Farnese, in benemerenza della devozione mostrata per la casa Farnese, gli concesse l’acquisto dalla Camera ducale della metà di Fontanellato, che dal 1612 era stata confiscata ad Alfonso Sanvitale, suo cugino. In questo modo l’intera signoria di Fontanellato fu riunita nelle mani del Sanvitale.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE ALESSANDRO
Fontanellato 13 agosto 1645-2 marzo 1727
Nacque dal conte Luigi e da Lucrezia Cesi. Fu celebre negli studi matematici, meccanici e musicali. Nella meccanica superò i più esperti artefici: in hisce facultatibus versatissimus, et expertissimus erat, manumque suam mechanicis praesertim operationibus ita admovebat, ut ipsos peritiores artifices superare visus sit (Museo Mazzuchelliano). Ebbe al suo servizio Lotto Lotti, bolognese, che gli dedicò il suo poema della liberazione di Vienna, scritto in lingua bolognese (impresso in Parma per gli Eredi del Vigna, 1685). Il Malatesta, nella sua dedicatoria del volgarizzamento delle Selve di Stazio, fatto dal Biacca (Milano, 1732), dice del sanvitale queste parole: Ognuno sa quanto fosse nelle Matematiche versato il Conte Alessandro, quanto innamorato delle belle lettere, e quanto egli sia stato generoso Mecenate degli uomini dotti; quindi ha egli meritato l’applauso delle più fiorite Accademie, le quali ad eternare la di lui memoria lo hanno onorato, ancor vivente, col far coniare medaglie al di lui nome; speziosi monumenti, che ai soli grand’uomini convengonsi. Il Chiappetti (a foglio 224 della sua architettura Militare, 1712) descrive una nuova foggia di cannone inventato dal sanvitale nell’anno 1711. Il Sanvitale fu anche violinista, compositore e mecenate illustre. Gli vennero dedicate buon numero di pubblicazioni di musiche strumentali: l’opera 7 di L. Penna (1673), l’opera 12 di G. M. Bononcini (1678), l’opera 7 di G. B. Vitali (1682), l’opera 5 di G. B. Bassani (1683), l’opera 2 di G. B. Bononcini (1685) e l’opera 1 di L. Taglietti (1697). Il Sanvitale pubblicò Messe piene a 8 voci opera 5 (Bologna, Monti, 1684). restaurò nel 1687 il castello di Fontanellato e vi edificò un teatro. Sposò Paola Simonetta, figlia del conte giacomo, di Milano.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 12-13; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 383-384; Enciclopedia della Musica, 4, 1964, 113.

SANVITALE ALESSANDRO
Parma 17 settembre 1731-9 ottobre 1804
Fu grande cultore delle lettere e in particolare della letteratura francese. Raccolse una notevole biblioteca di opere di autori francesi. Morì per attacco apoplettico.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 387-388.

SANVITALE ALFONSO
Parma ante 1519-1560
Figlio di Gianfrancesco e di Laura Pallavicino. Legato da amicizia e parentela a Ottavio farnese, gli fu sempre vicino e nel 1545 combatté per lui contro Carlo V, che gli voleva togliere il dominio di Parma.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591; E. Bicchieri, Vita di Ottavio Farnese, Modena, 1864; M.E.da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella Biblioteca Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1637, 130-131.

SANVITALE ALFONSO
1530-Sartiano 26 dicembre 1555
Figlio di Girolamo. Da giovanetto fu paggio d’onore di Ferdinando d’Austria. Tornato in Italia, difese con grande valore il suo castello di Sala, assediato dai Farnese alleati col re di Francia, e li costrinse a ritirarsi (1552). Al comando di due compagnie di Tedeschi seguì l’armata di Andrea Doria che combatté il corsaro Dragut, battendolo all’isola di Ponza. Passò quindi alla guerra di Siena e poi a quella di Piemonte contro i Francesi, difendendo con magnifico risultato la fortezza di Valfenera. Carlo V lo creò cavaliere di Sant’Jago. Nel 1555, quando l’armata turca, dopo aver depredato la Toscana, si recò in Corsica, il Sanvitale le andò incontro con i suoi Tedeschi e, dopo un gagliardo combattimento in cui dimostrò ancora una volta il suo coraggio, la debellò quasi interamente, volgendola in fuga e facendone appendere le insegne conquistate nella chiesa di San Sepolcro, a perenne ricordo della valorosa impresa. Ritornato nelle file di cosimo dei Medici, mentre si preparava all’assedio di Sartiano, venne colpito da un’archibugiata che lo condusse a morte all’età di soli venticinque anni.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; E. Bicchieri, Vita di ottavio Farnese, Modena, 1864; M.E. da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto della Biblioteca Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1937, 130.

SANVITALE ALFONSO
1574 c.-Parma 19 maggio 1612
Figlio di Ottavio e di Vittoria Appiani. accusato di congiura, fu decapitato nel 1612 assieme a Gerolamo e Gianfrancesco Sanvitale, vittima con tutta probabilità degli interessi dei Farnese.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE AMALIA
Parma 1757 c.-post 1817
Figlia di Alessandro e Costanza Scotti. Fu dama di palazzo dell’imperatrice e nel 1817 dama della Crociera.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE ANGELO
Parma primi anni del XV secolo-1446
Figlio di Gian Martino. Allievo di Braccio da Montone, ne acquistò la valorosa perizia militare e con lui, nel 1420, prese parte alla conquista di Bologna, quando questa città si ribellò alla Chiesa. Passò poi al servizio di Niccolò Piccinino. Con Francesco e Giacomo, figli di quest’ultimo capitano, fu poi al servizio del re Alfonso I di Napoli, per il quale contribuì a recuperare gran parte del regno (nel 1424 fu all’assedio dell’Aquila) combattendo contro Renato d’Angiò e poi contro Francesco Sforza, da lui sconfitto nella Marca di Ancona. Passò quindi al soldo di Lionello d’Este, dando sempre prova di valida esperienza militare. quando morì l’ultimo Visconti di Milano, lasciando Parma agli Estensi, Lionello d’Este non poté accettarla per motivi politici ma il Sanvitale difese gagliardamente la sua città assalita (con Fiorenzuola e Colorno) dagli Sforzeschi, che però alla fine lo spogliarono dei suoi domini. Andò allora a servire la repubblica veneta contro Francesco Sforza, alleandosi ai da Correggio. Ebbe allora il comando di quattrocento uomini e il soldo di quaranta fiorini per lancia.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; B. Corio, Storia di milano, Venezia, 1565; M.E. da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella Biblioteca Palatina di Parma; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Parma, 1877, 377; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L.A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, XX; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; Rosmini, Storia di Milano, Milano, 1820; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Simonetta, Vita di Francesco Sforza, Venezia, 1544; F. Thomassino e G. Turpino, Ritratti di cento capitani, Roma, 1635; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; P. Totti, Ritratti ed elogi di capitani illustri, Roma, 1635; C. Argegni, Condottieri, 1937, 131.

SANVITALE ANA, vedi SANVITALE GIOVANNA

SANVITALE ANNA ELEONORA
Sala 1558-Ferrara 19 marzo 1582
Nacque da Giberto e da Livia da Barbiano, figlia di Pier Francesco conte di Belgiojoso. Essendosi il padre circondato di cultori delle lettere, ai quali fu largo di protezione, non meraviglia il fatto che la Sanvitale fosse educata negli studi con singolare cura. All’età di quattordici anni sapeva già scrivere elegantemente orazioni e versi latini, traduceva cicerone e conosceva la filosofia aristotelica. Tali doti ebbero pomposa descrizione da Girolamo Catena in una lettera a lei indirizzata da Città della Pieve il 1° ottobre 1574: Nunc autem id tibi persuadebis, nullam extitisse neque superiori aetate, neque nostra, quae ingenium tuum, literas, eloquentiam adaequet, aut majoribus naturae adjumentis ac praesidiis provenerit. Ipse saepe sum admiratus, te vix quatuordecim annos natam et latinam linguam probe, et etruscam callentem, Ciceronis libros diligenti lectione evolvisse, quam Arist. de moribus scripsit philosophiam didicisse, veteris ac novi Testamenti historiam memoria tenere, orationes, epistolas candido stylo fecisse, carmina fudisse. Et nunc Euclidis operi studere, et post velle astrorum cursus metiri, ac sphaerae cognitioni incumbere. quaenam ergo mulier, o praestantissima Virgo, tecum conferenda est? Immo vero qui vir unquam floruit, tam paucis annis tot claris virtutibus ornatus? Quid de singulari humanitate dicam, quid de suavissimis moribus, quos omnes video cupiditate honoris, pudicitiae et gloriae inflammatos, tam erudita simplicitate conditos, tam dulci severitate temperatos? Ut si Modestia ipsa filiam desiderasset, effiegiem moris, sermonis, gravitatis, integritatis, animique sui, non aliam quam te voluisset. Tu virginalis verecundiae exemplum; habitus, vestitus liberalis. praeterea haec animi pulchritudo cum corporis eximia pulchritudine convenit, quae non tantum venustas mulieribus, quam virilis dignitas dicenda est: ita omnes partes inter se cum summo lepore summa gravitate admixta consentiunt, ut nulla quidem species excogitari possit ornatior, cum ex utroque formae splendore constare videatur. Nel gennaio 1573 Giulio Thiene, che era al seguito di Alfonso d’Este a Roma per rendere omaggio al pontefice Gregorio XIII, incontrò per la prima volta la Sanvitale che si trovava a Roma col padre e la matrigna, impegnati in una causa civile. La Sanvitale, allora tredicenne, produsse certamente una forte impressione nell’animo del giovane feudatario scandianese. L’aggregazione allora avvenuta del Thiene alla nobiltà romana contribuì certo a lusingare ancor più l’amor proprio della sanvitale, la cui matrigna, barbara Sanseverino, non meno colta di lei, mise a rumore tutta la Roma aristocratica cinquecentesca per quel fascino irresistibile che ella seppe esercitare su tutti. La Sanvitale assimilò certamente della raffinata matrigna le qualità che occorrevano a una gran dama per brillare nel suo entourage ma, quanto ai costumi morali, per quello che se ne ricava dagli scritti, fu assai diversa dalla contessa di Sala: se si eccettua una garbata civetteria, null’altro trapela di men che corretto attraverso gli studi condotti con certosina meticolosità da coloro che hanno ricostruito storicamente le vicende della Ferrara cinquecentesca. Assai avvenente, la Sanvitale fu dunque destinata sposa a Giulio Thiene, conte di Scandiano, che sposò (febbraio 1576) a scandiano. Gli sposi si trasferirono poi alla corte di Ferrara, ove Giulio Thiene risiedeva: Era nel febbrajo di quell’anno giunta a Ferrara Donna Eleonora Sanvitali, sposa novella di Giulio Thiene Conte di scandiano, giovinetta bellissima, d’alto animo, e di leggiadre e gentilissime maniere, ed oltre a ciò assai versata negli studj delle buone lettere e delle scienze. Eravi ella stata accompagnata dalla Signora Barbara sanseverino Contessa di Sala sua matrigna, Dama che per bellezza, per vivacità, per ingegno, e per un certo maestoso portamento non la cedeva punto alla figliastra. Tutta Ferrara al loro arrivo si pose in curiosità per la fama già percorsavi del merito di queste Dame, e particolarmente della Contessa di Sala, che in Roma, ove s’era trattenuta alquanti mesi, s’aveva acquistato il titolo d’una delle più belle e più assennate matrone d’Italia. Ora nelle feste, che si fecero in quel Carnovale alla Corte, la Signora Barbara comparve con una nuova acconciatura di capelli in forma di corona, la quale unita alla bellezza del sembiante e alla maestà della persona le dava tutta l’aria d’una Giunone. Né minor comparsa vi fece la Signora Leonora, bellissima anch’ella, e a cui accresceva molto di vaghezza l’età giovinetta, e una certa verginale modestia assai piacevole a’ riguardanti, ma sopra tutto il labbro inferiore, che alquanto ritondetto si sporgeva in fuori con molta grazia. Questa corona e questo labbro furono l’oggetto della meraviglia, e de’ discorsi degli oziosi Cortigiani, e di quasi tutta la Nobiltà Ferrarese; e il Duca medesimo non poté dissimulare il piacer provato per quella vista: onde il Tasso prese volentieri occasione di scrivere in questo proposito alcuni Sonetti, ch’ebbero meritamente grandissimo applauso, massime presso il Duca, il quale udendoli leggere, gliene mostrò particolare godimento; il che Torquato volle partecipare al suo amico Scalabrino, dicendogli in una lettera dell’ultimo di Febbrajo: Ho fatto due Sonetti, uno alla Contessa di Sala, ch’avea la conciatura delle chiome in forma di corona, l’altro alla figliastra, c’ha un labrotto quasi all’Austriaca; e con occasion d’udirli il Duca m’ha fatto molti favori; ma io vorrei frutti e non fiori. Non mando i Sonetti, perché non mi risolvo se son belli o no. Questo so bene, ch’avendoli io detti mal mio grado al Maddalò, gli ascoltò con volto severissimo. Ma sia che si voglia, non so chi facesse molto di meglio. Oltre a questi due ne fece un altro bellissimo per la medesima Signora Leonora Contessa di Scandiano in occasione che in quello stesso Carnovale comparve molto leggiadramente mascherata ad una danza, dicendole che non v’era volto o foggia alcuna da maschera, per vaga ed avvistata che ella si fosse, la quale potesse agguagliare, non che accrescere la sua naturale avvenentezza. Cotali componimenti gli aprirono ben presto l’adito alla grazia e alla famigliarità di questa virtuosissima Dama, la quale, come già dicemmo, era assai intendente, e si dilettava di scrivere anch’essa in verso e in prosa con molta eleganza. Ma questa novella ventura non servì che ad aumentar maggiormente la rabbia e l’invidia de’ suoi emoli; i quali mal sofferendo di vederlo così accetto alle due Principesse, e in tanta grazia delle Dame più belle e più riguardevoli della Corte, posero in opera più che mai le loro macchine ribalde per abbatterlo ed atterrarlo (Serassi). La Sanvitale divenne in breve assai nota anche perché corse voce che a lei fossero rivolti gli infelici amori del Tasso, che dalla sua prigione le scrisse una lettera, assieme ad alcune poesie, in cui dice: mando a V. S. questo picciol volume di rime, opera anzi di Febo, e d’Amore che d’alcun arte: e la prego, che voglia con ogni studio procurare, che l’emenda degli errori sia non men cara, di quel che gli errori siano stati spiacevoli, a coloro massimamente, i quali ella può sapere, che più m’incresce di avere offesi. Di queste rime molte sono in lode della Sanvitale. Due sonetti furono poi ripubblicati dal Venturi (foglio 113 della Storia di Scandiano). Il Manso, il giacomozzi e lo stesso Pezzana, analizzando filologicamente alcuni sonetti del Tasso, ritengono che il poeta sia stato realmente innamorato della Sanvitale. Nel 1582 Marfisa d’Este concesse in affitto a Giulio Thiene il palazzo Schifanoja, che il popolo chiamò allora la Scandiana, identificandolo in volgare metonimia, coi nuovi abitatori. Nella sontuosa sua nuova dimora, la ventiduenne Sanvitale morì dando alla luce una bambina. La salma fu subito trasportata a Scandiano dove fu inumata entro il sepolcro di casa Thiene, nella cattedrale. La Fachini collocò la Sanvitale tra le sue Donne Italiane rinomate in letteratura, dove afferma che si istruì anche nelle matematiche e nella Sagra Storia.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 660-666; Aurea Parma 4-5 1939, 148-153; G. Canonici Fachini, prospetto biografico delle donne italiane rinomate in letteratura, Venezia, 1824; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri o benemeriti nelle scienze, nelle lettere e nelle arti, Genova, 1877, 380-382; M. Bandini, Poetesse, 1942, 214; P. Litta, Famiglia Sanvitale ramo di Sala e Colorno, tavola IV; Aurea Parma 4-6 1943, 79; Gazzetta di Parma 3 febbraio 1953, 3.

SANVITALE ANNA MARIA GIOSEFFA
Parma 14 aprile 1700-Parma 3 agosto 1769
Figlia del conte Luigi e di Carona Avogadri, sposò Francesco Terzi, conte di Sissa. Fu ascritta all’ordine della Croce Stellata, tra le matrone d’onore della corte parmense, e scelta da Filippo di Borbone come custode aggiunta della figlia Elisabetta. La Sanvitale morì a sessantanove anni d’età e fu sepolta nella cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 135.

SANVITALE ANSELMO
Parma 1202
Figlio di Ugo. Nel 1202 fu uno dei testimoni intervenuti per convalidare la pace che si compose in Cremona per opera del podestà di Parma tra i Reggiani e i Modenesi, che erano venuti a contesa.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.

SANVITALE ANSELMO
ante 1229-Parma post 1295
Figlio di Guarino e di Margherita Fieschi. Nel 1279 fu canonico e custode del Capitolo di Parma e vicario generale del vescovo Obizzo sanvitale, suo fratello. Nel 1295 fu prevosto della Chiesa di Parma. Visse lungamente a Roma.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.

SANVITALE ANTON FRANCESCO, vedi SANVITALE ANTONIO FRANCESCO

SANVITALE ANTONIA, vedi CORREGGIO ANTONIA

SANVITALE ANTONIO
Parma 1294
Figlio di Ugo. Durante una solenne giostra tenuta a Ferrara nell’anno 1294 fu fatto cavaliere da Azzo d’Este.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 90 e s.

SANVITALE ANTONIO
Parma 1347 c.-14 settembre 1397
Figlio di Giberto. Fu condottiero al servizio di Bernabò Visconti, duca di Milano, e per lui combatté in Lombardia contro i guelfi. Nella battaglia di Bastia di Solarolo, presso Modena, rimase prigioniero (1363). Nel 1378 partecipò all’assedio di Verona contro gli Scaligeri, meritandosi il cingolo militare. Nel 1387 fu capitano del popolo in Firenze.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; Archivio della famiglia sanvitale, in Parma; Biblioteca Palatina di Parma, manoscritto 1193; B. Corio, Storia di Milano, venezia, 1565; M.E.da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella Biblioteca Palatina di Parma; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Parma, 1877; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L.A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, XVIII; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; G.B. Pigna, Historia dei principi d’Este, Ferrara, 1570; F. sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. simonetta, Storia delle imprese di Francesco Sforza, venezia, 1544; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. argegni, condottieri, 1937, 131.

SANVITALE ANTONIO
Parma 1470
Figlio di Stefano e della sua seconda moglie, orsina Lecco. Fu protonotario apostolico e canonico della Cattedrale di Parma. Nel 1470 fu tra i testimoni intervenuti a firmare il giuramento della città di Milano al primogenito del duca Galeazzo Maria Sforza.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE ANTONIO FRANCESCO
Parma 10 febbraio 1660-Urbino 17 dicembre 1714
Nacque da Luigi e da Margherita Talenti, sposata in seconde nozze. Dopo i primi studi letterari fatti in Parma, entrò nel 1676 nel collegio Clementino di Roma, dove studiò filosofia e divinità. Tornato in patria nel 1682, si diede agli studi di giurisprudenza sotto Francesco Bonvicini e dopo due soli anni si laureò (31 dicembre 1686). Dopo essere stato ordinato sacerdote a Parma e aver tenuto per qualche tempo la carica di segretario di legazione del cardinale Rinaldo d’Este, dal vescovo Saladini fu nominato esaminatore sinodale e censore dei libri. Dopo aver viaggiato per l’Italia, la Germania e l’Ungheria, ritornò a Roma, dove fu prima canonico di San Pietro, poi referendario apostolico, votante di segnatura, vescovo d’Efeso (1704), nunzio alla corte di toscana e vicelegato in Avignone (dal re Luigi XIV fu lodato per il modo con cui espletò la legazione avignonese). Fatto il 6 maggio 1709 arcivescovo e legato di Urbino, salì poco dopo al cardinalato (22 luglio 1709). Nel 1711 il Sanvitale ritornò per breve tempo a Parma. Durante questo soggiorno fece iniziare i lavori di restauro e riedificazione della chiesa di sant’antonio Abate, per i quali spese oltre diecimila scudi romani. Scrisse parecchie omelie e publicò il Sinodo nel 1713. Il Norcia (congressi letterari) e Pier Antonio Gaetani (Museo mazzucheliano) lo ricordano come distinto letterato. Fu sepolto nella cattedrale di Urbino con la seguente iscrizione: Hic ossa arida cardinalis Antonii Francisci Sanvitalis Parmensis Archiepiscopi Urbini expectant audire verbum Dei. Obiit die XVII. mensis Decembris anno MDCCXIV.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 384-385; L. Barbieri, Pparmigiani cardinali, 1894, 15; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 13-16; G.gonizzi, Francesco Sanvitale, in gazzetta di Parma 25 ottobre 1968, 3.

SANVITALE AZZONE
Parma-Borghetto di Taro 1247
Figlio di Zangaro. Allorché l’imperatore federico II si impadronì di Parma nel 1245, fu costretto a lasciare la città insieme ai parenti e ai suoi partigiani guelfi. Si unì quindi al cugino Ugo Sanvitale, che, raccolti i fuoriusciti, tentò di riprendere Parma. Dopo aver sconfitto i ghibellini a Borghetto di Taro, venne ucciso sul campo di battaglia.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia della città di Parma, Parma, 1792; B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Parma, 1877; P. Litta, famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; E. tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1937, 131.

SANVITALE BARBARA, vedi SANSEVERINO BARBARA

SANVITALE BENEDETTA, vedi PIO BEDETTA

SANVITALE BERNARDINO
1455 c.-Fornovo 6 luglio 1495
Figlio di Giberto e di Donella Rossi. Militò al servizio di Carlo VIII. Venne ucciso nella famosa battaglia del Taro, detta anche di fornovo.
FONTI E BIBL.: C. Argegni, Condottieri, 1937, 135; Il conte Bernardino dei Sanvitale massacrato nella battaglia di Fornovo, in Gazzetta di Parma 11 agosto 1959, 3.

SANVITALE BONA, vedi LOMBARDI BONA

SANVITALE BRUNORO, vedi SANVITALE PIER BRUNORO

SANVITALE BRUNORO PIETRO, vedi SANVITALE PIETRO BRUNORO

SANVITALE CAMILLO
-Reggio Emilia ultimi anni del XVIII secolo
Figlio naturale di Gacomantonio. Legittimato in seguito dal padre, assunse il cognome della sua casa abbandonando quello di Olivieri, che aveva avuto alla nascita. Non gli fu però permessa la residenza in patria. Entrò quindi nella Compagnia di Gesù. Fu buon oratore.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE CARLO
Parma 8 novembre 1555-Zara 1608
Figlio di Alfonso e Girolama Farnese. giovanetto di appena quattordici anni servì la repubblica veneta nella guerra di Cipro contro i Turchi (1570, combatté a Zara e a margaritino), passando poi come cavaliere di ventura al servizio della Spagna nelle guerre di Fiandra (combattendo a Maastricht fu ferito). Tornato in Italia al soldo dei Veneziani, fu governatore di Padova e governatore delle armi in Dalmazia (1591). Morì forse a Zara all’età di cinquantatré anni.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; F. Sansovino, dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, condottieri, 1937, 131-132.

SANVITALE CARLO
Fontanellato 1663-23 giugno 1727
Figlio di Luigi e di Lucrezia Cesi. Nel 1699 fu cavaliere gerosolimitano e maestro di Camera del duca Francesco Farnese di Parma, cui fu molto affezionato. Morì all’età di sessantaquattro anni.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE CARLO FRANCESCO
Fontanellato XVII secolo
Figlio di Alessandro e di Margherita Rossi. Fu rettore nel XVII secolo della Cappellania sotto il titolo della Annunziata in Santa Croce di Fontanellato.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE CECILIA
Parma 1229/1247
Figlia di Guarino. Fu monaca nel monastero di Santa Chiara di Parma. Nel 1247 le clarisse di Bordeaux la richiesero per loro badessa a papa Innocenzo IV, il quale decise invece, su richiesta del fratello della Sanvitale, Alberto, di destinarla al monastero delle clarisse che si stava per fondare a Chiavari, di cui la sanvitale fu dunque la prima badessa. Morì scomunicata per non aver voluto ammettere una religiosa che il visitatore di Lombardia avrebbe voluto trasferire nel monastero di Chiavari.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I; M.Dalla Maggiora, Cecilia Sanvitale terribile badessa, in Gazzetta di Parma 18 giugno 1951, 3.

SANVITALE CESARE
Fontanellato ante 1590-1644
Figlio di Luigi e Corona della Somaglia. Nel 1590 fu nominato cavaliere gerosolimitano e nel 1610 governatore di Sabbioneta.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE COSTANZA, vedi SCOTTI di MONTALBO COSTANZA

SANVITALE DONELLA vedi ROSSI DONELLA

SANVITALE ELEONORA, vedi SANVITALE ANNA ELEONORA

SANVITALE ERCOLE
-Fontanellato 1530
Figlio di Gianfrancesco. Nel 1526 fu prevosto della chiesa di Fontanellato. Morì forse avvelenato.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE EUCHERIO
Parma inizi del XVI secolo-Avignone 5 gennaio 1571
Figlio di Galeazzo. Fu nominato canonico nel 1532 e due anni dopo prevosto di Fontanellato, carica che lasciò nel 1545 al fratello Pirro per riprenderla nel 1546 e quindi restituirla nel 1562. Fu nominato cameriere e assistente al soglio da papa Paolo III e dal 1540 risulta anche abate commendatario della Gironda. Fu ambasciatore del duca Ottavio Farnese presso il re di Francia e ricevette il 26 agosto 1556 le istruzioni concernenti l’adesione del re di Francia e del duca di Parma ai trattati di accordo con Carlo V e la restituzione di Piacenza che il re di Spagna deteneva. Essendo stata apprezzata la sua diplomazia, il Sanvitale, che ricevette il suo primo ordine sacro il 25 giugno 1561, fu eletto vescovo di Viviers, secondo il supplemento del Gallia, il 1° luglio 1565, ma questa data deve ritenersi inesatta poiché molti documenti di archivio lo designano col titolo di vescovo di Viviers dal 1564. Infatti il 6 dicembre 1564 una indulgenza plenaria con remissione di tutti i peccati, anche gravissimi, esclusi quelli riservati nella bolla In Coenae, fu accordata da papa Pio IV ai fedeli che dopo essersi confessati e comunicati avessero assistito alla prima messa detta nella chiesa di Viviers dal vescovo Sanvitale. Il re di Francia dette la sua appovazione alla nomina il 7 febbraio 1565 e permise l’esecuzione delle bolle pontificali. Comunque, la presenza del Sanvitale nella sua diocesi è segnalata solo nel corso del 1565. I disordini dovuti alle lotte religiose che agitarono particolarmente la diocesi di Viviers, lo indussero a prendere la sua residenza ad Avignone dopo aver nominato Pierre Verrier suo vicario generale. Si sa inoltre che l’11 novembre 1565 confermò i privilegi e le libertà agli abitanti di Largentiére. Nell’Armorial dei vescovi di Viviers dell’abate Roche il Sanvitale è descritto come un signore di robusta costituzione, di grande statura, sufficientemente colto, cortese e molto affabile, amante della musica e della caccia. Altresì liberale e molto amato dalla nobiltà del paese. Le testimonianze scritte relative al periodo dell’episcopato del Sanvitale sono piuttosto rare e ciò ha contribuito a renderlo poco conosciuto. Sono stati peraltro trovati vari documenti: una transazione con i signori di Largentiére, un atto di quietanza di rendite della diocesi, il risultato di un affare con i suoi sudditi di Bourg-Saint-Andéol e il testamento, ritrovato tra le minute del notaio Joannis di Avignone dall’abate Requin. Gli abitanti di Viviers, avendo dovuto subire nel 1562 le devastazioni delle truppe del barone des Adrets, qualche mese dopo la nomina del loro nuovo vescovo e signore, nell’agosto 1565 indirizzarono al Sanvitale una richiesta allo scopo di ottenere la cessione per un censo ragionevole di un’isola del Rodano, vicina a quella denominata du Croissant per indennizzarli delle spese dagli stessi sopportate per essere stati fedeli alla loro religione, al loro principe e al loro signore. Il Sanvitale ordinò un’inchiesta e nominò a questo scopo come commissari il suo vicario generale Verrier e il professore Jean de Suarez, giudice di tutte le questioni temporali della diocesi. L’inchiesta iniziò il 29 gennaio 1566. Da parte loro i consoli incaricarono Antoine di Viviers, cavaliere di Bourg, di seguire il procedimento. La richiesta ottenne successo perché un atto di infeudazione fu siglato dalle parti contraenti a Viviers presso il notaio Garnier il 19 febbraio 1566, presente anche il Sanvitale, che accolse la domanda per un censo annuale e perpetuo di due setiers. La città, come tributo per l’entrata in possesso dell’isola, dovette versare diverse monete d’oro e beni in natura, tra cui un carico di vino e sei capponi. La presenza del Sanvitale a Viviers è segnalata in quel periodo anche per una quietanza firmata il 3 dicembre 1565 a favore dei consoli di donzère, avendo riscosso sessanta scudi dovuti per diversi censi. Il 25 aprile 1566, in seguito a un avvenimento poco chiaro, il Sanvitale scrisse ai consoli di Bourg una lettera in cui afferma che non intende per nessuna ragione che i suoi sudditi usino insolenze nei suoi riguardi. Un anno dopo il Sanvitale si trovò a Bourg: il 22 agosto 1567, stanco di perseguire un’annosa controversia con Jean de la Vernade, signore di Laurac e gentiluomo di Camera del re, pendente presso la Corte di Montpellier, il sanvitale si accordò col suo avversario, raggiungendo un onorevole compromesso. Dopo questa data il Sanvitale risiedette ad Avignone e nessun documento indica negli anni successivi la sua presenza nella diocesi di Viviers. Una quietanza scritta dal notaio Joannis di avignone il giorno 8 dicembre 1570 per la somma di 3610 lire e un soldo di Tours per rendite dovute da suoi diocesani, rivela la presenza del Sanvitale ad Avignone, poiché l’atto di quietanza risulta scritto nella camera adiacente alla sala alta della sua casa di abitazione. Morì proprio nel momento in cui sperava di essere nominato cardinale.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 39; angeli, Historia, 1591, 90 e ss.; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 272; Malacoda 8 1986, 8-10.

SANVITALE EUCHIRIO, vedi SANVITALE EUCHERIO

SANVITALE FEDERICO
Parma inizi del XVI secolo-Chiusi 1553
Figlio di Galeazzo. Comandò una compagnia di cento cavalleggeri al servizio del re di francia (fu alla battaglia di Siena e alla difesa di monticelli). Nel 1552, quando gli imperiali guerreggiavano nel territorio parmense e nei suoi domini, difese con indomito coraggio il suo castello di Fontanellato e non lo cedette. Nello stesso anno partecipò con cinquanta celate alla difesa di Siena. Morì in combattimento a causa di una ferita di archibugio alla coscia sinistra.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; Archivio di Casa sanvitale; U. Benassi, Storia Parma, Parma, 1899; M.E.da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella biblioteca Palatina di Parma; E. Grassi, Fontanellato, la famiglia e la rocca Sanvitale, Noceto, 1932; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; C. Argegni, Condottieri, 1937, 132.

SANVITALE FEDERICO
Fontanellato 1616-Fontanellato 6 marzo 1693
Figlio di Alessandro e di Margherita Rossi. Fu mastro di Camera del duca Ranuccio Farnese. In seguito rinunziò alla vita di corte e nel 1677 fu prevosto di Fontanellato, ove eresse due prebende e provvide la chiesa di arredi. Morì all’età di settantasette anni.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE FEDERICO
Parma 1757 c.-3 ottobre 1819
Figlio di Alessandro e Costanza Scotti. Fu cavaliere gerosolimitano, al servizio militare del re di Sardegna e di quello d’Etruria. Nel 1814 comandò la Guardia Nazionale di Parma. Maria Luigia d’Austria lo elesse nel 1816 suo ciambellano e castellano di Parma. Coltivò la storia naturale: ebbe un gabinetto scientifico e una cospicua raccolta di libri.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE FEDERICO MARIA GIUSEPPE
Parma 19 maggio 1704-Brescia 7 dicembre 1761
Nacque da Luigi e da Corona Avogardo sanvitale. Entrò nel Collegio gesuitico di Bologna il 29 ottobre 1727. Finito il corso di studi, fu inviato nel 1749 quale lettore di matematica nel Collegio dei gesuiti di Brescia, nel quale passò la maggior parte della sua vita ed ebbe più uffici, compreso quello di bibliotecario. A Brescia il Sanvitale impartì pubbliche lezioni di aritmetica, di statica, d’idrostatica, di fisica e di geometria. Tra i suoi allievi vanno ricordati Giovanni Battista Rodella, Giuseppe colpani e il Bettinelli. Studioso soprattutto di matematica, fu autore di un manuale di architettura civile che ebbe una certa rinomanza e fu apprezzato in particolare dal Memmo. Tra i suoi scritti, vanno ricordati Elementi di aritmetica e di geometria (Brescia, 1756) ed Elementi di architettura civile (Brescia, 1765), pubblicato postumo. Si tratta di un manuale diviso in tre parti (la prima riguardante la tecnica costruttiva degli edifici, la seconda la comodità degli edifici e la terza la loro venustà) in cui il Sanvitale, riferendosi largamente alla trattatistica antica e quattro-cinquecentesca, tende a fornire un facile strumento didattico sulla corretta maniera di costruire. Sintomatico a questo riguardo, il notevole sviluppo dato alla prima e alla seconda parte del trattato. Lo scritto fu assai lodato da A. Memmo (Elementi d’architettura lodoliana, Roma, 1785), il quale afferma che l’opera del Sanvitale è una delle poche in cui la materia architettonica è trattata con metodo matematico. Il Sanvitale fu anche autore di numerose orazioni e buon poeta: fu lodato dal Frugoni, al quale indirizzò alcuni versi. Negli arcadi della Colonia parmense si chiamò Arcesila Eacideo. Il Brocchi, nei commentari dell’Accademia di Scienze del dipartimento del Mella (1808), afferma che il sanvitale nel 1760 aprì in Brescia una pubblica accademia di Scienze sullo stesso disegno regolatore e vasto che la precedente de’ Filesotici, e il sanvitale ed il Pilati ne furono i principali sostegni ed ornamenti. Fu amico e corrispondente del zaccaria e del cardinale Quirini (dopo la morte di quest’ultimo, ne completò con un quinto volume l’opera Commentarii de rebus ad eum pertinentibus). Nel 1759 il Sanvitale fu tra coloro che ritenevano non si dovesse inoculare il vaiolo naturale. Si dovette al Sanvitale la dimostrazione della proprietà dei numeri semplici del Fontenelle (lettera del Sanvitale a Marco Cornaro nel sesto volume della Storia letteraria del Zaccaria). Il Sanvitale fu tra i primi in Italia a pubblicare precetti per i sordomuti e fu il primo a scriverne con metodo avanzato e a fare una breve storia di quelli sino ad allora adoperati. Riprendendo i suggerimenti del padre F. Lana Terzi e vagliando criticamente i tentativi fatti all’estero per l’educazione dei sordomuti, scrisse infatti nel 1757 una Dissertazione sopra la maniera d’insegnare a parlare a coloro che, essendo nati sordi, sono ancora muti.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 189-192; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 386-387; Saccardo, Botanica in Italia, 1895, 146; D. Sacchi, uomini utili e benefattori del genere umano, Milano, 1840, vol. II; T. Pendola, Sull’educazione dei sordomuti in Italia, Siena, 1885; A. Codignola, pedagogisti, 1939, 381; A. Comolli, Bibliografia storico-critica dell’architettura civile ed arti subalterne, Roma, 1792, IV, 24-29; B. Zevi, Architettura in nuce, Venezia-Roma, 1960, 219; Dizionario Architettura e urbanistica, V, 1969, 412.

SANVITALE FEDERIGO, vedi SANVITALE FEDERICO

SANVITALE FORTUNIANO, vedi SANVITALE ORAZIO FORTUNIANO

SANVITALE GALEAZZO
Fontanellato 1496-Parma 2 dicembre 1550
Nacque da Jacopo Antonio e Veronica da Correggio pochi mesi dopo la battaglia di Fornovo, come si legge nelle testimonianze di un processo contro di lui, battaglia nella quale il fratello maggiore Gian Francesco aveva combattuto nelle file francesi di Carlo VIII. A questa scelta di campo rimase fedele durante le guerre d’Italia anche il Sanvitale, che ebbe l’eredità indivisa dei feudi di Fontanellato, noceto, Belforte e Pietramogolana, da governare con il fratello maggiore, nel 1511, alla morte del padre. Nel 1512 morì anche veronica da Correggio e il Sanvitale venne affidato alla tutela del fratello Gian Francesco. La sorella Giulia, vedova di Lionello Lupi, confermò al fratello minorenne una parte della dote della madre. Nel 1512 però, forse per ragioni politiche più che per tensioni familiari, gli venne dato come tutore Galeotto Lupi, marito di Lodovica Sanvitale. La sconfitta di ravenna, che costrinse i Francesi ad abbandonare l’Italia, mise in grave difficoltà i loro sostenitori. Parma venne occupata dalle truppe pontificie e Gian Francesco Sanvitale probabilmente si allontanò da Fontanellato, incaricando il Sanvitale, accompagnato da Jacopo da Correggio e Melchiorre Bergonzi, di giurare fedeltà a papa Giulio II, nuovo signore del ducato. Per sottolineare la distinzione tra i due fratelli, nel dicembre dello stesso anno la Rocca di Fontanellato venne divisa. Nel 1513 morì Galeotto Lupi, che lasciò erede dei suoi beni il Sanvitale, e Lodovica nel 1515 sposò in seconde nozze il conte Alessandro Pepoli di Bologna. Il Sanvitale sposò a sua volta Paola Gonzaga, figlia di Lodovico marchese di Sabbioneta, nel 1516. Da quell’anno al 1530 la Rocca di Fontanellato diventò il centro di un’intensa attività culturale di cui furono protagonisti, oltre che il Sanvitale e la moglie, il fratello Gian Lodovico, che studiava a Pavia, e soprattutto Girolamo Sanvitale, figlio di nicolò e di Beatrice da Correggio, detta mamma, conte di Sala, che protesse un gruppo di riformatori religiosi: Tiberio russelliano, del quale finanziò per i tipi degli Ugoleto l’apologeticus (1519), Giovanni Delfini (che nel 1523 gli dedicò la sua eterodossa interpretazione del libro VI dell’Eneide) e Tranquillo Molossi. Nel 1522 il Sanvitale diventò colonnello del re di Francia e aiutò il cugino gerolamo nella lotta contro i Rossi. Nel 1525, dopo la sconfitta subita dai Francesi nella battaglia di Pavia, i Sanvitale furono oggetto di duri attacchi dal comune di Parma, ma la fedeltà del Sanvitale alla causa di Francesco I era tale che gli fece acquisire la nomina a cavaliere dell’ordine di San Michele da parte del re e la cittadinanza francese. Nel 1526-1527 il Sanvitale acquistò il casino di Codiponte, a Parma, che gli venne venduto da Scipione dalla Rosa, probabilmente per conto del comune: si ritiene che si tratti del cosiddetto casino Eucherio Sanvitale nel Giardino Ducale. Nel 1536 venne, insieme a Gerolamo Sanvitale, considerato ribelle al potere pontificio e inquisito. Nel 1539-1540, con la collaborazione dei Pico e la complicità dei francesi, tentò un colpo di mano contro Cremona, che venne però scoperto e sventato dagli imperiali. Condivise con i Farnese, nuovi signori di Parma dal 1545, la posizione filofrancese, per cui all’uccisione di Pier Luigi Farnese a Piacenza fortificò Fontanellato e resistette alle truppe di Ferrante Gonzaga, governatore di Milano, rifiutando di giurare fedeltà all’imperatore Carlo V. Morì all’inizio della guerra di Parma, nella casa di Antonio Bernieri, abitata dai cugini di Sala e molto vicina alla Cittadella e a Porta Nuova, nella vicinia di San marcellino. Datato al 1524 è il ritratto del Sanvitale dipinto dal Parmigianino, già nelle collezioni farnesiane e poi a Napoli alla Galleria nazionale di Capodimonte.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; G. Annibali, Notizie storiche della Casa Farnese, Montefiascone, 1817; E. Grassi, Fontanellato, la famiglia e la rocca Sanvitale, noceto, 1932; P. Litta, Famiglie celebri italiane, milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; L. Sanvitale, Memorie intorno alla rocca di Fontanellato; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1937, 132; Enciclopedia di Parma, 1998, 611.

SANVITALE GALEAZZO
1565-Roma 8 settembre 1622
Figlio del conte Luigi. Fu nominato arcivescovo di Bari il 15 marzo 1604. Fece l’ingresso solenne in Bari il 9 maggio 1604. Vi rinunciò nel 1606. Il Sanvitale fu prefetto di papa Gregorio XV. Fu sepolto in un sarcofago nella chiesa di San Gregorio in Roma.
FONTI E BIBL.: A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 272.

SANVITALE GALEAZZO CESARE, vedi SANVITALE ALESSANDRO

SANVITALE GERARDO
Parma 1069/1081
È ricordato in un placito tenuto a Parma il 20 aprile 1069 dal vescovo e antipapa Cadalo: Petrus et Gerardus germani filii condam Iohanni Vitali. Il Sanvitale intervenne in un altro placito tenuto da Enrico IV a Parma nel Palazzo vescovile, alla presenza del vescovo Everardo, il 3 dicembre 1081 (vedi G. Drei, Le carte degli Archivi Parmensi dei secoli X-XI, volume II, ad an.). La famiglia fin da quei tempi era chiamata, come appare dai documenti citati, de Sancto Vitali o semplicemente Vitali. Tale nome venne a essa dal possesso di un grosso casamento posto tra la chiesa di San Vitale di Parma e il Palazzo comunale, stabile che nel secolo XIII fu acquistato dal comune.
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 123.

SANVITALE GEROLAMO, vedi SANVITALE GIROLAMO

SANVITALE GHERARDO
Parma 1196/1198
Figlio di Ugo. Nel 1196 e nel 1198 fu assessore del magistrato dei consoli della Repubblica di Parma.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.

SANVITALE GIACOMANTONIO
-Parma 1563
Figlio di Galeazzo e di Paola Gonzaga. Fu cavallerizzo e scudiero del re di Francia, al cui servizio militò contro Carlo V al comando della compagnia di cavalleggeri che era del fratello Federico. Dopo la conclusione della pace si ritirò a Parma.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE GIACOMANTONIO, vedi anche SANVITALE JACOPO ANTONIO

SANVITALE GIACOMATIO, vedi SANVITALE GIACOMO ANTONIO

SANVITALE GIACOMO
Parma 1222
Nell’anno 1222 fu mandato da papa Gregorio X come commissario generale con genti e denari in soccorso dei cristiani di Siria.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 175-176.

SANVITALE GIACOMO
Parma ante 1247-Piemonte 1305
Figlio di Azzone. Nel 1262 fu magistrato degli Anziani di Parma. Perseguitato dai ghibellini di Giberto da Gente che gli demolirono le case, nel 1257 andò a stabilirsi in Piemonte. Secondo quanto afferma l’Angeli, possedette molte, e grandi ricchezze.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 90 e s.

SANVITALE GIACOMO ANTONIO
Fonatanellato 1458 c.-1511
Figlio di Stefano. Fu condottiero presso i duchi di Milano. Nel 1482, quando Ludovico il Moro fece guerra ai Rossi di San Secondo, prese parte al conflitto. Rifiutò ingenti offerte dei Veneziani per passare al loro servizio. Fu agli ordini di Giovanni Galeazzo Sforza all’assedio di Borgo Taro e all’assedio di Novara contro il duca di Orléans. Per i suoi meriti, non solo ritornò in possesso dei feudi occupatigli dai Veneziani collegati ai Rossi ma ne ebbe anche altri.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; Biblioteca Palatina di Parma, manoscritto 1193; M.E.da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella Biblioteca Palatina di Parma; E. Grassi, Fontanellato, la famiglia e la rocca Sanvitale, Noceto, 1932; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Simonetta, Storia delle imprese di Francesco Sforza, Venezia, 1554; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1937, 132.

SANVITALE GIACOMO ANTONIO MARIA vedi SANVITALE JACOPO ANTONIO MARIA

SANVITALE GIANFRANCESCO
1549 c.-Parma post 1571
Figlio di Alfonso. Con il fratello Ottavio seguì il duca Filiberto di Savoja in Francia, partecipando alla guerra scatenata da Carlo IX contro gli Ugonotti (1571) in qualità di condottiero di cavalli. Morì in età giovanile.
FONTI E BIBL.: C. Argegni, Condottieri, 1937, 136.

SANVITALE GIANFRANCESCO
Sala 9 maggio 1590-Parma 19 maggio 1612
Figlio di Girolamo e di Benedetta Pio. Detto il Marchesino di Sala, fu coinvolto nella cospirazione contro il duca Ranuccio Farnese. Fu prima arrestato e poi giustiziato mediante decapitazione.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 379.

SANVITALE GIANFRANCESCO, vedi anche SANVITALE GIOVANFRANCESCO

SANVITALE GIANGALEAZZO
Sala 1527 c.-Parma 1552
Figlio di Girolamo. Nemico dei Farnese che avevano il dominio di Parma, tramò una congiura per dare la città in mano agli imperiali. Scoperto, fu tratto in arresto e, secondo quanto afferma l’argegni, fatto decapitare.
FONTI E BIBL.: B.Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591; F.M.Annibali, Notizie storiche della casa Farnese, Montefiascone, 1817-1818; E.Bicchieri, Vita di Ottavio Farnese, Modena, 1864; P.Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A.pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; E.Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1937, 182.

SANVITALE GIANLODOVICO
-Fontanellato 1526
Figlio di Giacomo Antonio e di una pallavicino. Nel 1510 fu nominato protonotario apostolico. Fu poi anche prevosto della chiesa di Fontanellato.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE GIAN MARTINO, vedi SANVITALE GIOVAN MARTINO

SANVITALE GIANQUIRICO, vedi SANVITALE GIOVANNI QUIRICO

SANVITALE GIBERTO
Parma-post 1344
Figlio di Gianquirico. Nel 1344, tornato in patria col padre dopo un lungo esilio, seguì il partito di Obizzo d’Este, che era il nuovo signore della città, combattendo valorosamente contro i ghibellini che volevano dare Parma a Luchino Visconti.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia della città di Parma, Parma, 1792; B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591; Archivio di Casa Sanvitale in Parma; Da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella Biblioteca Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L.A. Muratori, in Rerum Italicarum Scriptores, XXIV; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; G.B. Pigna, Historia dei principi d’Este, Ferrara, 1570; F. sansovino, Dell’origine e dei fatti delle famiglie illustri d’italia, Venezia, 1609; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; Argegni, Condottieri, 1937, 133.

SANVITALE GIBERTO
1373-Fontanellato 17 maggio 1447
Figlio di Antonio. Nel 1404 fu partigiano di Ottobono Terzi per la cacciata dei Rossi da Parma. Quando Giovanni Galeazzo Visconti fu creato duca di Milano, il Sanvitale fu inviato quale rappresentante della città di Parma a giurare fedeltà. L’8 giugno 1405 fu nominato podestà di Piacenza e in tale carica ottenne da Ottobono Terzi, intenzionato a saccheggiarla per punire la parte guelfa, di avere salva la città. Disgustato poi dalla tirannia del Terzi, quando lo uccisero si adoperò nei tumulti sorti in Parma per escluderne i figli e dare la signoria a Niccolò d’Este (1407). Il Sanvitale ebbe solenni esequie, con la partecipazione di numerosissimi rappresentanti delle più illustri casate.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; M.E.da Erba, estratti di cronaca, manoscritto nella Biblioteca Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L.A. Muratori, in Rerum Italicarum Scriptores, XVI; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; G.B. Pigna, Historia dei principi d’Este, Ferrara, 1570; F. Sansovino, Dell’origine e dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; E. tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia sanvitale, manoscritto; C.Argegni, Condottieri, 1937, 133.

SANVITALE GIBERTO
1428 c.-Sala post 1495
Figlio di Stefano. Nel 1454 sposò Donella, figlia di Pier Maria Rossi. Fu podestà di bergamo. Nel 1477 edificò la rocca di Sala. Come condottiero servì Ludovico il Moro nella guerra contro i Rossi di Parma, ritornando così nel possesso del castello di Noceto (1482). Nel 1495 combatté ancora una volta per Ludovico il Moro all’assedio di Novara contro il duca d’orléans. Ebbe infine da Galeazzo Maria Sforza l’investitura di parecchi feudi importanti, tra i quali quello di Sala, di cui ebbe il titolo di conte.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Cronichetta, Parma, 1798; B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; Archivio di Casa Sanvitale in Parma; B. corio, Storia di Milano, Venezia, 1565; Da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella Biblioteca palatina di Parma; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Parma, 1877, 378, e 1880, 184; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; F. Sansovino, Dell’origine e dei fatti delle famiglie illustri italiane, Venezia, 1609; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; Argegni, Condottieri, 1937, 133.

SANVITALE GIBERTO
Sala gennaio/agosto 1527-Piacenza 30 agosto 1585
Fu cameriere segreto di papa Paolo III e visse per diverso tempo alla corte papale in Roma. In seguito, per garantire la discendenza della propria casata sul feudo di Sala, abbandonò la prelatura e contrasse matrimonio. Rimasto vedovo, in seconde nozze sposò la contessa di colorno Barbara Sanseverino. Fu sepolto nell’oratorio di San Lorenzo di Sala, che il sanvitale aveva fatto costruire e dotato di beni.
FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 90 e ss.; G.B.Janelli, dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 379; Bonardi, Fortuniano Sanvitale, in archivio Storico per le Province Parmensi 1975, 262-263.

SANVITALE GIBERTO
Sala 23 agosto 1597-1631
Figlio di Girolamo e Benedetta Pio. Dopo che i genitori e il fratello Gianfrancesco erano stati fatti decapitare da Ranuccio Farnese (1612), fu relegato nel castello di Borgo Taro. Là si innamorò della figlia del castellano, Olimpia, che forse segretamente sposò. Quasi certamente il Sanvitale morì di peste e con lui i due figli, Ferrante e Carlo, entrambi in tenera età.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE GIOVAN FRANCESCO
Fontanellato -1519
Figlio di Giacomantonio. Seguì la carriera delle armi: ancora giovanetto, nel 1495 fu al servizio di Carlo VIII nella battaglia del Taro, quindi andò al servizio di Ludovico XII, che gli diede il titolo di cavaliere (1499).
FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; argegni, Condottieri, 1937, 136.

SANVITALE GIOVAN MARTINO
Parma-18 agosto 1432
Figlio di Antonio. Alla morte del duca di Milano Giovanni Galeazzo Visconti, fu scelto con altri undici nobili per trasportare il feretro durante le esequie. Quando il papa Alessandro V si recò a Bologna, il Sanvitale fu a lui inviato come ambasciatore della città di Parma. accompagnò inoltre il corteo papale tra i vassalli maggiori in occasione del solenne incontro col marchese di Ferrara, avvenuto in pianoro. Nel 1409, per avere assicurato la signoria di Parma a Nicolò d’Este combattendo contro i Terzi, ebbe in compenso il feudo di madregolo, che gli fu poi devastato dai visconti quando nel 1420 ebbero Parma dagli Estensi.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; Biblioteca Palatina di Parma, manoscritto 1193; Da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella Biblioteca Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; G.B. Pigna, Historia dei principi d’Este, Ferrara, 1570; F. Sansovino, Dell’origine e dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; Argegni, Condottieri, 1937, 132.

SANVITALE GIOVANNA
Parma 1439/1450
Figlia di Obizzo. Fu monaca dell’ordine di San Benedetto nel monastero di San Quintino di Parma. Vi fu eletta badessa nel 1439. Nel 1450 espose in venerazione il corpo della beata Orsolina Veneri.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE GIOVANNA
Parma ante 1455-Parma 1529/1531
Figlia del conte Stefano. Entrata novizia nel convento di San Quintino in Parma il 16 novembre 1455, fu eletta alla carica abbaziale nel 1483, dignità riconosciutale da papa Sisto IV con bolla del 2 dicembre dello stesso anno, succedendo alla zia Maddalena Sanvitale. A lei si attribuiscono gli interventi di committenza più importanti, legati all’abbellimento della chiesa e all’arricchimento culturale e devozionale del monastero. All’epoca delle più importanti iniziative volte al rinnovamento dell’antico cenobio (rappresentate dagli incarichi esecutivi per i libri corali, dalla solenne traslazione nella nuova arca del corpo della beata orsolina Veneri, dalla pala d’altare commissionata al Marmitta e dagli stalli lignei del coro, nel 1512) nel convento erano presenti due badesse contemporaneamente, la Sanvitale e la nipote Susanna Sanvitale, quest’ultima in età minore per ricoprire la carica assegnatale: ben tre brevi di papa Giulio II in poco tempo ne ratificarono l’anomala situazione. La Sanvitale figura badessa amministratrice, affiancata dalla giovanissima nipote letterata e dotta, che si vide precocemente riconosciuta l’autorevolezza a ricoprire un ruolo di tanto impegno. La co-reggenza di San Quintino non costituì tuttavia un’esperienza inedita, né per il monastero né per la Sanvitale, che dal 13 novembre 1483 era stata a sua volta chiamata ad affiancare, nella direzione abbaziale, la zia Maddalena sanvitale, afflitta da gravi problemi di salute. considerato il rapporto di fattiva collaborazione che legò per più di un ventennio la Sanvitale alla nipote, si può supporre che i numerosi e importanti incarichi di committenza nel periodo di co-reggenza di San quintino, legati al solo nome della Sanvitale, siano stati voluti da entrambe, anche se la titolarità della carica abbaziale rimase alla Sanvitale fino alla morte, come ben specificato nell’atto rogato nel marzo 1504. Uno studio di G. zanichelli ha assegnato nuovo impulso alla ricomposizione del tessuto culturale e devozionale di San Quintino, analizzando un minuscolo libro d’ore, trascritto da Paolo Stadiani nel 1498 e dedicato a una giovanissima nobili domine Susane de Sancto Vitale Moniali in sancto Quintino. A quel tempo la futura badessa non aveva che quattordici anni, quindi difficilmente si può attribuirle la committenza, tanto raffinata e atipica se rapportata al gusto artistico-devozionale locale, ma è legittimo desumere da tale testimonianza il pulsare di un clima monastico rivolto al nuovo, che iconograficamente cita l’ambiente veneto-ferrarese, per dare attualità a una religiosità più intima, quale riflesso della sensibilità religiosa della committenza. Il piccolo codice preziosamente miniato, attribuito a un artista collegato alla bottega di Cristoforo Caselli, è dedicato all’ufficio della Vergine e destinato alla devozione privata: quasi certamente si trattò di un dono della Sanvitale alla giovane nipote entrata a quel tempo come novizia in San Quintino e già destinata alla carica abbaziale.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1996, 59-65.

SANVITALE GIOVANNI
Parma 1066
Sacerdote, figlio di Pietro e fratello di sigezone. Con un atto del 10 novembre 1066 donò alla canonica di Parma alcune terre poste in vigociolo.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, IV, 1932, 123.

SANVITALE GIOVANNI
Parma 1113 c.-1202
Figlio di Ugo. Si diede alle belle lettere e fu più volte impiegato negli affari pubblici della città di Parma. Fu uomo eccellentissimo e di gran consiglio e prudenza, e quasi nato ad uscir con onore in ogni difficile impresa (Angeli, historia; Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani). Adoperandosi nel trattare la pace e nel comporre dissidi tra i cittadini, indusse i parmigiani a grande riconoscenza verso la sua famiglia. Nell’Archivio di Stato di Modena sono conservati parecchi trattati di tregua, di confederazione e di altri particolari accordi tra Modenesi e Parmigiani, in cui il Sanvitale ebbe parte precipua: in particolare, quando la città di Parma, non potendo più tollerare il duro governo dei ministri di Enrico, volle riconquistare la libertà e fece lega con molte città lombarde, il Sanvitale si recò più volte a Modena per conferire coi capi della lega (1173) sui modi per resistere all’imperatore Federico. Ancora, quando nell’anno 1183, sorta tra Modenesi e Reggiani una contesa sulla giurisdizione della Secchia, vennero i consoli di Modena a Parma a chiedere che la città si obbligasse a non fare pace o tregua coi Reggiani senza il consenso dei Modenesi, i Parmigiani, giurata la capitolazione, mandarono il Sanvitale con altri a Modena a garantire della loro buona volontà. Nell’anno 1188 il sanvitale coordinò le operazioni dei parmigiani (alleati ai Cremonesi, ai Reggiani e ai modenesi) all’assedio di Castelnovo e della torre di Alseno, nel piacentino, che in tre giorni furono espugnate. Nell’anno 1199 ebbe ancora la responsabilità delle truppe parmigiane inviate in soccorso di Borgo San Donnino, che l’imperatore Enrico VI aveva dato in pegno ai Piacentini per duemila lire imperiali (con Bargone). Non volendo i Borghigiani sottomettersi ai Piacentini, questi ultimi, insieme ai Milanesi, Bresciani, Comaschi, vercellesi, Novaresi, Astigiani e Alessandrini, mossero con un numeroso esercito a combatterli. In soccorso dei Borghigiani si schierarono Parmigiani, Cremonesi, Reggiani e modenesi: ebbe luogo un sanguinoso fatto d’armi, al termine del quale le milizie del Sanvitale ebbero il sopravvento, posero in fuga i nemici e condussero prigionieri in Parma duecento cavalli. L’imperatore Ottone IV dimostrò sempre per il Sanvitale grande stima e benevolenza.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 169-170.

SANVITALE GIOVANNI
Parma 1295/1303
Figlio di Alberto. Nel 1295 fu uno dei capi del partito propenso a introdurre gli Estensi in Parma contro il volere dei da Correggio. Scontratisi in città i due partiti e uccisogli il padre, il Sanvitale dovette fuggire presso gli Este. Nel 1303, in seguito alla pace sopravvenuta con la nomina di Giberto da Correggio alla signoria della città, venne riammesso con la famiglia in Parma.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.

SANVITALE GIOVANNI
Parma 1308/1310
Figlio di Mastino. Nel 1308 fu podestà di Modena e nel 1310 di Foligno.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.

SANVITALE GIOVANNI
ante 1298-Parma 1329 o 1330
Figlio di Pietro. Fu podestà di Modena e di Perugia. Nel 1311 combatté nella ribellione contro i vicari imperiali messi in Parma dall’imperatore Enrico VII per restaurarvi le antiche forme di governo. Per questa ragione si alleò col cugino Gianquirico Sanvitale e con giberto da Correggio, partigiano del re roberto di Napoli. Ma nel 1313, corrotto con denaro e con promesse da Matteo Visconti, tentò di legare Parma al partito imperiale. Fu combattuto perciò dai guelfi e da Giberto da correggio, che lo sconfisse. In quell’occasione perdette la Torre di San vitale e il castello di montechiarugolo e fu bandito da Parma. Poté tornare a Parma nel 1326 ma fu subito fatto prigioniero da Orlando Rossi, suo acerrimo nemico. Morì in carcere dopo tre anni e mezzo.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia della città di Parma, Parma, 1792; B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e s.; M. Benassi, Storia di Parma, Parma, 1899; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L.A. Muratori, in Rerum Italicarum Scriptores, XVII e XVIII; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; F. Sansovino, dell’origine e dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; S. de’ Sismondi, Histoire des républ. italiennes, Paris, 1826; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, condottieri, 1937, 133.

SANVITALE GIOVANNI
Fontanellato 1629-1678
Figlio di Alessandro e Margherita Rossi. Nel 1649 fu nominato cavaliere gerosolimitano. Morì all’età di quarantanove anni.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE GIOVANNI
Parma 4 febbraio 1804-Piacenza 2 agosto 1881
Nacque dal conte Stefano e dalla principessa Luigia Gonzaga. Fece gli studi nel collegio Tolomei di Siena. Viaggiò a scopo d’istruzione in vari paesi d’Europa. Ritornato in patria, pubblicò un libro di novelle che gli procurò fama di letterato. Tra l’altro, ebbe in eredità dal padre una pittoresca villa, detta la Vigna, a diciannove chilometri da Piacenza. Studioso di agricoltura, ebbe modo di conoscere nei suoi viaggi in Francia e altrove i progressi e le innovazioni del settore e appassionatamente si dedicò alla coltivazione dei campi, all’allevamento del bestiame e alla produzione di vini, investendo largamente in dissodamenti, piantagioni, macchine e nuovi concimi. Il sanvitale scrisse anche un trattato di economia rurale. Nel 1848 partecipò al movimento nazionale d’indipendenza. Per diverso tempo dovette vivere esule in Piemonte perché gli fu vietato il ritorno a Parma dal restaurato governo borbonico. In seguito, amnistiato, prese dimora, insieme con la famiglia, a Piacenza. Dotto filologo e bibliofilo, lasciò una notevole collezione di libri vari e pregiati. Fu anche studioso di numismatica: fece dono del suo ricco medagliere al Museo d’Antichità di Parma. Sposò la contessa Marianna Simonetta, che lo fece padre di quattro figli: Enrico, Giberto, Luigi e Sofia.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 190-191.

SANVITALE GIOVANNI
Parma 8 maggio 1872-Bologna 7 aprile 1951
Fu l’ultimo discendente di una tra le famiglie parmensi di più antica nobiltà, che si estinse con la sua morte. Figlio di Alberto e della contessa laura Malvezzi, cominciò a occuparsi di fotografia intorno ai vent’anni. Non si conosce praticamente nulla del suo apprendistato. Ottenne comunque la sua prima onorificenza (una medaglia di bronzo), all’Esposizione Internazionale di Milano del 1894 per una serie di prove tratte col viraggio Dringoli senza oro, con tinte fredde molto artistiche. Le foto premiate rappresentano riproduzioni di affreschi del Parmigianino esistenti nel Castello di Fontanellato. Altri riconoscimenti gli vennero dall’Esposizione Internazionale di Torino del 1898 (ancora medaglia di bronzo) da quella di Firenze (1899, medaglia d’argento) e dall’esposizione Internazionale di Torino (1900, diverse onorificenze). Insieme ad Alfredo zambini chiese ufficialmente al ministro dell’Industria e del Commercio di poter prendere parte all’Esposizione Universale di Parigi del 1900. Il Sanvitale conseguì la laurea in ingegneria e il 2 febbraio 1919 sposò Amelia Pagani. Fu consigliere comunale e assessore del comune di Parma, consigliere provinciale, candidato di parte liberale contro Agostino Berenini, che il Sanvitale osò sfidare nel collegio di Borgo San Donnino, e presidente degli Asili d’infanzia di Parma. Fu tra i primi in Italia a collezionare cartoline illustrate, che gli amici gli inviavano da ogni parte del mondo o che lui stesso si spediva durante i viaggi. Unendo le due vocazioni di fotografo e di ingegnere, costruì nel castello di Fontanellato (di cui fu l’ultimo proprietario, prima di cedere l’edificio al comune) una camera ottica, oggetto di attenzione da parte degli esperti oltre che dei turisti: con una serie di lenti a forma di prisma poste all’interno del castello ottenne la deviazione dei raggi solari proiettando in pratica nella stanza buia le immagini della piazza antistante il castello. Si tratta di un principio fisico antico, di cui la camera di Fontanellato rappresenta una dei pochi esempi rimasti. Scrive in proposito Helmut gernsheim nel suo volume Le origini della fotografia: Questo tipo di camera è ancora in uso in certi edifici pubblici, come per esempio il castello di Fontanellato presso Parma, e non bisognerebbe certo perdere l’occasione di constatarne personalmente i sorprendenti effetti. Nel 1899 il Sanvitale fu presente, insieme a Rastellini (unici fotografi di Parma), al secondo congresso Fotografico Italiano di Firenze.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 137; R.Rosati, Fotografi, 1990, 216.

SANVITALE GIOVANNINO, vedi SANVITALE GIOVANNI

SANVITALE GIOVANNI QUIRICO
1277 c.-Parma 5 marzo 1345
Figlio di Teseo. Sposò nel 1303 Antonia, figlia di Giberto da Correggio. Insieme a Giberto da Correggio nel 1311 ebbe parte assai importante nella ribellione di Parma contro il vicario imperiale. Fu quindi podestà di Cremona e di Piacenza, da cui nel 1312 lo cacciò Alberto Scotti. Ebbe nello stesso anno dalla comunità di Parma, per sé e per i suoi discendenti, a ricompensa della sua azione, il castello di belforte con altri villaggi. Giurò fedeltà a Roberto di Napoli, capo dei guelfi, e nel 1316 ordì in Parma una congiura destinata a scacciarne Giberto da Correggio, che tiranneggiava la città. Venne poi a sua volta combattuto ed esiliato dai Rossi, che si impadronirono di Parma nel 1329. Nel 1337 il Sanvitale si trasferì a Ferrara, ove ottenne i diritti di cittadinanza. Dopo che Parma fu più volte presa e perduta dai diversi partiti, vi ritornò mentre l’aveva in signoria Obizzo d’Este, dopo ventitré anni di esilio.
FONTI E BIBL.: G. Adorni, Vita del conte Stefano Sanvitale, Parma, 1840; I. Affò, Storia della città di Parma, Parma, 1792; B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; Archivio di Casa sanvitale; U. Benassi, Storia della città di Parma, Parma, 1899; Biblioteca Palatina di Parma, manoscritto 1193; G. Cornazzani, Storia di Parma, s. a.; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Parma, 1877, 376-377; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L.A. Muratori, in Rerum italicarum Scriptores, XVIII, XXII e XXIV; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; G.B. Pigna, Historia dei principi d’Este, Ferrara, 1570; F. Sansovino, Dell’origine e dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; S. de’ Sismondi, Histoire des rèpubl. italiennes, Paris, 1826; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; G. Villani, Cronache, Venezia, 1559; C. Argegni, condottieri, 1937, 132-133.

SANVITALE GIOVANNI QUIRICO
Parma 1430 c.-post 1482
Figlio di Angelo. Quando fu al servizio dei Veneziani nella guerra contro i Turchi (1477) venne esonerato dall’incarico per il poco coraggio dimostrato. Nelle guerre contro Ferdinando, re di Napoli, combattute dai Fiorentini, dei quali il Sanvitale fu condottiero, fu fatto prigioniero. Ciò gli capitò una seconda volta, quando, al servizio di Ludovico il Moro, nella lotta per il possesso del ducato di Ferrara contro i Veneziani, combatté all’argenta nel 1482. Quando Ludovico il Moro fece guerra ai Rossi, ottenne la restituzione di Noceto dal Sanvitale mercé l’esborso di una forte somma.
FONTI E BIBL.: Archivio della famiglia Sanvitale; Biblioteca Palatina di Parma, manoscritto 1193; M.E.da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella biblioteca Palatina di Parma; Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; E. Grassi, Fontanellato, la famiglia e la rocca Sanvitale, Noceto, 1832; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1837; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale; Argegni, Condottieri, 1937, 133.

SANVITALE GIROLAMO
1501-Sala 1550
Figlio di Niccolò Maria Quirico e Beatrice da correggio. Fu al servizio di Carlo V. Nel 1536, come comandante di una compagnia di cento cavalli e duemila fanti, partecipò alla guerra di Provenza contro i Francesi, segnalandosi ad Antibes e Bregnuol per valore e per perizia straordinari e meritandosi la stima di Andrea Doria, Antonio de Leva e Ferrante gonzaga. Nel 1545 fu uno dei feudatari dello stato di Parma che giurarono fedeltà e obbedienza a Pierluigi Farnese. Favorì le parti di Filippo Partisotti e fu avverso ai Rossi. È ricordato come persona di ottima formazione intellettuale e abile nelle arti militari. Morì nel castello di Sala e fu sepolto a Parma nella chiesa di San Francesco del Prato.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1819, tavola III; F. Sansovino, Dell’origine e dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1937, 133; M.E.da Erba, Biblioteca Palatina di Parma, ms. Parmense 3768; A.Micheli, La rocca dei Sanvitale a Sala-Maiatico, 1922; G. Zarotti, franciscus Carpesanus, 1975, XXIII.

SANVITALE GIROLAMO
Sala 24 agosto 1567-Parma 19 maggio 1612
Figlio di Giberto e di Barbara Sanseverino. Dal duca Ottavio Farnese ebbe il feudo di colorno (avuto in eredità dalla madre) eretto in marchesato. Sposò Benedetta Pio. Fu cavaliere assai stimato in Parma per le sue alte qualità, che gli procurarono amicizie e onori. suscitò perciò il sospetto di Ranuccio Farnese, che in lui vide un pericolo. Fattolo arrestare sotto l’accusa di aver tramato contro i Farnese, fece sottoporre il Sanvitale, con molti altri suoi parenti (la madre, la moglie e il figlio gianfrancesco), alla tortura e li fece poi decapitare.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591; F.M. Annibali, Notizie storiche della famiglia Farnese, Montefiascone, 1817-1818; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 379; T.Bazzi-U. Benassi, Storia di Parma, Parma, 1908; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1819, I, tavola III; F. Odorici, Barbara Sanvitale e la congiura del 1611 contro i Farnese, Brescia, 1862; E. tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1937, 134.

SANVITALE GIUSEPPA, vedi FOLCHERI GIUSEPPINA

SANVITALE GUALTIERI
Parma-ante 1527
Poeta ricordato da un epitaffio composto dal bolognese Girolamo Casio de’ Medici (pubblicato l’anno 1527, all’interno di una raccolta di epitaffi e iscrizioni varie): Il facondo Gualtier da San-Vitale, Ch’era fra gli Pastori un semideo, Posa in quest’urna col suo Melibeo Per l’Egloghe sue dotte, et pastorale. Lo stesso Girolamo casio de’ Medici, ne La Gonzaga, riporta alcuni sonetti in lode di Margherita Pio, moglie di Anton Maria Sanseverino, uno dei quali è detto fatto per la medesima Signora per gualtier Poeta, che faceva l’amor con sua divinità, che secondo l’Affò è da identificarsi col sanvitale.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 195; A.Pezzana, memorie degli scrittori e letterati parmigiani, VI/2, 1827, 425-426; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 380.

SANVITALE GUARINO
Parma-San Cesario di Modena 1229
Figlio di Anselmo. Sposò Margherita Fieschi, sorella di Sinibaldo (divenuto papa Innocenzo IV), aumentando le ricchezze e la potenza delle famiglia. Il Sanvitale amò la letteratura e si circondò di letterati. Fu podestà di Bologna nel 1219. Prese le armi in aiuto dei conti di lavagna, suoi parenti, contro i Genovesi. Nel 1229, mentre per i Modenesi si trovava alla difesa di San Cesario contro i Bolognesi, venne ucciso ai piedi del carroccio di Parma.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia della città di Parma, Parma, 1792; B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; Caffaro, Annales genuenses, in Rerum Italicarum Scriptores, VI; G.B. Janelli, dizionario biografico dei parmigiani illustri, Parma, 1877; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C.Argegni, condottieri, 1937, 134.

SANVITALE GUGLIELMO
Parma 1313
Figlio naturale di Pietro. Militando al fianco del fratello Giovanni, nel 1313 rimase prigioniero dei guelfi nello scontro di Tortiano.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.

SANVITALE IACOPO, vedi SANVITALE JACOPO

SANVITALE ISABELLA
Parma 1792-Parma 30 dicembre 1837
Nacque dal conte Stefano, letterato, archeologo, orientalista e filantropo. Moglie nel 1813 di Giuseppe Simonetta, cultore anch’egli di lettere e di arti, fu donna di grandi virtù morali e intellettuali. Educata nel collegio di Sant’Orsola a Piacenza, diede prova fin dalla prima giovinezza di ingegno non comune e di attitudine ai severi studi delle lettere. Tornata in famiglia e passata poi a quella del marito, poté coltivare le sue buone attitudini, specie intrattenendosi in colloqui eruditi con la suocera, contessa Maria Guerrieri. Fu elogiata dal Litta e dall’Arrivabene, specie per le sue lettere, in cui mostra di essere maestra di concetti e di stile, e per la perfetta conoscenza della lingua francese. Morì in conseguenza di una malattia che per cinque anni le causò acute sofferenze.
FONTI E BIBL.: G. Adorni, Discorsi, Parma, 1870, 249; Gazzetta di Parma 1838, 17; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri o benemeriti nelle scienze, nelle lettere e nelle arti, Genova, 1877, 399-400; I. Sanvitale, Poesie, Prato, 1875; M. Bandini, Poetesse, 1942, 213.

SANVITALE ISABELLA, vedi anche CENCI MARIA ISABELLA

SANVITALE JACOBA LAURA, vedi PALLAVICINO JACOBA LAURA

SANVITALE JACOPO
Parma 20 febbraio 1668-Ferrara 5 agosto 1753
Nacque dal conte Cesare e dalla contessa Anna Maria Anguissola. Giovanissimo, fu avviato alla vita ecclesiastica. I parenti l’avrebbero voluto nella curia romana, ma il Sanvitale scelse di entrare tra i gesuiti in Bologna (1682). compiuto il noviziato e gli studi, insegnò belle lettere in Vicenza e in altre città. ordinato sacerdote, cominciò poi a impegnarsi nelle missioni. Ma i suoi superiori lo destinarono quale lettore di filosofia e poi di teologia in Verona, ove tenne anche alcune lezioni di matematica. Godendo poca salute, fu mandato nel 1706 a Ferrara, ove, dopo aver servito due anni come confessore nel collegio dei Nobili, intraprese di nuovo l’insegnamento di teologia speculativa e poi di morale, incarico che mantenne per diciannove anni, senza per altro interrompere gli esercizi di pietà (congregazioni, confessioni, predicazioni, visite agli ospedali). Il Sanvitale fu anche utilizzato per incarichi di fiducia dai cardinali Taddeo dal Verme e Tommaso Ruffo, legati di Ferrara. dall’anno 1736 sino al 1751 volle essere impiegato nel fare il catechismo ai poveri quando alla portineria del collegio si faceva loro l’elemosina. Fino all’ultimo il Sanvitale si dedicò agli studi. Scrisse un gran numero di opere, molte delle quali di carattere storico, teologico, spirituale e ascetico. Negli ultimi anni di vita fu duramente attaccato dai domenicani Daniele Concina e Giovanni Vincenzo Patuzzi, fustigatori della morale gesuitica, ai quali il Sanvitale rispose con vituperi che certamente offuscarono la sua fama. Al Sanvitale dedicò una biografia Gianandrea Barotti (Venezia, Remondini, 1757), e di lui scrissero anche il Zaccaria, il Lombardi (Storia della letteratura italiana), il Maffei e il Feller (dictionn. Hist.).
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 29-31; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 358.

SANVITALE JACOPO
Parma 28 dicembre 1785-Fontanellato 3 ottobre 1867
Nato da Vittorio, del ramo secondogenito dell’illustre famiglia, e dalla marchesa Camilla Bortolon, d’origine spagnola, morta quando il Sanvitale era ancora bambino. Studente prima al collegio dei Nobili e poi al collegio Lalatta di Parma, fu quindi affidato agli insegnamenti di Angelo Mazza. Sotto l’autorevole guida di Angelo Mazza, il Sanvitale venne a contatto con la poesia ellenica, con le prime traduzioni che l’abate prozio faceva dall’inglese (il Gray, il Thompson, il Parnell) e con il mondo aristocratico ed elegante del tempo, che Parma ospitava come un salotto discreto e ben informato. Appena quattordicenne pubblicò una canzone, Cristo simboleggiato nell’agnello, e a quindici anni era già un ottimo traduttore di Orazio. A ventitré anni, dopo aver dato prova di carità cristiana in occasione dell’epidemia di peste, fondò la Società Libera Italiana di Scienze e Lettere, della quale venne acclamato presidente perpetuo. Compreso che lo stesso napoleone Bonaparte aveva tradito le idee della rivoluzione francese, quando nacque il re di Roma, nella certezza che fosse predestinato a rinsaldare ineluttabilmente il regime di potere monarchico e tirannico, il Sanvitale scrisse un feroce sonetto che gli costò il carcere nel porto di Fenestrelle (1812), dove proseguì nelle traduzioni bibliche e nello studio di opere classiche. Dopo quatordici mesi di prigionia, travestito da donna fuggì a Milano, ove divenne grande amico del Romagnosi, del Rasori e di Ugo Foscolo. Tornò a Parma il 5 maggio 1814. Morto Angelo Mazza, ereditò il suo posto nel mondo della poesia italiana. Già nominato (1817) professore di eloquenza, fu eletto segretario dell’Accademia di Belle Arti di Parma, insegnò poetica ed ebbe le cariche di segretario e di preside della ducale Università degli Studi di Parma e di preside della facoltà di lettere (1820). Sposò in Parma, il 28 dicembre 1816, Giuseppina Folcheri, piemontese, donna colta, geniale pittrice, ardente di spirito italiano, fedele compagna nell’esilio e nelle aspre traversie. Nel settembre 1817 accompagnò il metternich a visitare i monumenti di Parma. appartenne alla società dei Sublimi Maestri perfetti e fu compreso tra i settari denunciati, con lettera del 17 aprile 1822, da Francesco d’este, duca di Modena, a Maria Luigia d’austria. Il sanvitale fu anche indiziato tra coloro che avevano distribuito un proclama in latino incitante gli Ungheresi, numerosi nell’esercito austriaco che marciava su Napoli, a non battersi contro un popolo insorto per conquistarsi l’indipendenza: da un confesso reggiano il Sanvitale fu denunciato come l’autore del proclama. Oltre che alla setta dei Sublimi Maestri Perfetti, si riteneva che egli appartenesse alla Carboneria e che avesse partecipato a diverse riunioni tenute in Parma dai settari per trattare gli affari della società e, principalmente, dei moti insurrezionali che stavano per scoppiare. Il 24 aprile 1822 il Governo parmense ordinò l’arresto del Sanvitale e degli altri indiziati dal duca di Modena: fu rinchiuso nel castello di Compiano e il 25, 26 e 27 del successivo settembre messo a confronto a Sant’Ilario coi confessi estensi. La Commissione mista, con sentenza del 29 aprile 1823, lo assolse perché non convinti del crimine loro apposto. Fu membro del Governo Provvisorio, che esercitò il potere dal 15 febbraio al 13 marzo 1831. Restaurato il Governo ducale, il Sanvitale fuggì in esilio. La Sezione di accusa, il 21 e 24 maggio 1831, dichiarò che vi era motivo di procedere penalmente contro i membri del Governo Provvisorio, a eccezione di Luigi mussi, ma la Commissione Speciale, il 7 luglio successivo, li prosciolse dall’accusa. ripristinato il potere di Maria Luigia d’austria, andò in esilio in Francia (a Marsiglia, in Corsica e poi a Montauban), ove alternò l’attività di poeta ed economista a quella di agronomo. Tra le sue opere di quel periodo è da ricordare il canto Nostalgia. Fu tradotto in francese e se ne fecero sei edizioni: in Italia ne fu proibita la diffusione. Nel 1840 il Sanvitale poté rientrare in patria. Si recò a Torino, invitato a un congresso di scienziati, e dettò l’ode per la statua di Emanuele Filiberto. Gli fu quindi offerta la cittadinanza piemontese, ma invano chiese la cattedra di letteratura comparata, sempre desiderata (1848). Si sistemò allora a Genova, come precettore di un giovane della famiglia Pallavicino. Ben presto divenne noto e furono pubblicati vari suoi sonetti. Prese parte a un congresso in Toscana, ove trattò argomenti agrari e, in particolare, le risaie. Visitò la Maremma e fissò proprie teorie agricole. Tornato in Francia, ove era rimasta la famiglia, si recò a Tolosa ed ebbe i diritti di cittadino francese, ma ancora una volta gli fu negato l’insegnamento filologico. Poco dopo gli morirono la moglie, Giuseppina Fulcheri, e la figlia Clementina, colpite da malattia a Marsiglia. Rientrato a Genova, tenne, dal 19 ottobre 1849 al dicembre 1852, la direzione della biblioteca civica Berio, al quale ufficio fu eletto dal Consiglio delegato del comune a unanimità, con sentimenti di vera esultanza. Il Consiglio generale confermò la nomina e, quando il Sanvitale lasciò la carica, gli conferì il titolo di bibliotecario emerito. Nel 1856 gli fu concesso di risiedere a Parma. Nel 1859 fu rappresentante di Fontanellato all’Assemblea costituente parmense e fu tra i delegati a rassegnare l’atto di annessione al Piemonte, assieme a Giuseppe Verdi. Sedette tra i deputati al Parlamento in Torino per la VII legislatura rappresentando il collegio di San Pancrazio. L’età avanzata e le malattie gli impedirono di partecipare attivamente alla vita pubblica della nuova nazione: fu costretto a ritirarsi a vita privata e a rinunciare a qualunque ufficio. Fu presidente della Regia Deputazione di Storia Patria a Parma e la rappresentò nel 1865 a Firenze e a Ravenna per la celebrazione del centenario dantesco. massimiliano d’Austria, imperatore del Messico, gli inviò la Gran Croce di Guadalupa. La salma del Sanvitale, trasferita a Parma, fu tumulata nel sepolcreto di famiglia. Dopo la sua morte, furono pubblicati da Caterina Pigorini (Parma, Rossi-Ubaldi) suoi Cenni biografici. La Pigorini scrisse nuovamente del Sanvitale nel gennaio 1876 in un’appendice della Perseveranza. Nel 1875 furono stampate a Prato da Francesco Giachetti Poesie del Conte Jacopo Sanvitale con prefazione e note di Pietro Martini. Alberto Rondani lo ricordò nella Nuova Antologia e nelle Serate Italiane. Alcune poesie inedite raccolse G.B. Janelli (Parma, Grazioli, 1882) ed Emilio Costa pubblicò presso il Battei nel 1886 le Satire inedite. La sorte critica dell’opera sanvitaliana è affidata ad alcuni studiosi parmensi come il Rondani (J. Sanvitale e le sue poesie, Firenze, Gazzetta d’Italia, 1881) e il bocchialini (J. Sanvitale poeta, Parma, 1924; Poeti parmensi della seconda metà dell’ottocento, Parma, 1925). Lo spirito culturale dell’Ottocento è vivo nell’opera del sanvitale in discendenza dalla tradizione poetica del Paradisi, del Cerretti e del Mazza. Uno spirito che si collega al classicismo (per quanto di aulico e di eloquente appesantisce la sua poesia) e al romanticismo (per il nervo e la struttura di una più aderente emozione e di un canto nuovo, intriso di personale esperienza). Due altre sono le componenti della sua ispirazione: la Bibbia e Dante. Dell’una e dell’altra fonte questi poeti tendevano a eroicizzare il contenuto e quindi la forte colorazione romantica veniva ad assumere quasi un credo religioso, un metodo di vita. I salmi biblici parafrasati dal Sanvitale confermano questo giudizio e La luce eterea, un poema mancato ma iniziato con un’autentica volontà di scoperta e sotto la suggestione della Divina commedia, poteva riassumere le sue convinzioni scientifico-letterarie con grande abbondanza di simboli e allegorie. Stupisce che il Sanvitale abbia insistito per ventitré canti su una materia che non seppe fondere in efficace poesia, ma l’esempio rimane comunque significativo di un clima e di un’epoca. Solo La nostalgia porta altra aria, un più compiuto e personale canto di interiore sincerità. Il Sanvitale resta per questi versi, come altri poeti si ricordano per una sola celebre composizione. Dal lamento, a un ripiegamento consapevole, onesto, spoglio di retorica e altero a un tempo, se l’altrui pietà mi è amara. La terra straniera ospita ma non riconosce, è una presenza fredda, giustificabile solo fino a un certo punto. Il sanvitale percorre la strada verso una meta che non conosce: La mia vita è affannosa come un’erta senza meta, deserta. Senz’orma certa. Realtà dura da concepire e da vivere, eppure affrontata senza tradimenti, non nascondendosene le difficoltà e gli inganni. Dal fondo della memoria sale prepotente l’invocazione alla terra lontana d’Emilia. S’avverte uno sforzo di declamazione ma l’intento è sincero, non bloccato dal compiacimento.
FONTI E BIBL.: I. Cantù, Italia scientifica, 1844, III, 106; T. Sarti, Rappresentanti legislature Regno, 1880, 758; Aurea Parma 3-4 1912, 11-13; A. Rondani, Jacopo Sanvitale e le sue poesie, in Saggi di critiche letterarie, Firenze, 1881; E. Costa, Discorso commemorativo, inaugurandosi un monumento a Jacopo sanvitale, Parma, 1886; I. Bocchialini, Jacopo Sanvitale poeta, Parma, 1921; G.N., in Enciclopedia italiana, XXX, 1936, 804; G. Adorni, Vita del conte Stefano Sanvitale, Parma, presso F. Carmignani, 1840; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Nazionale, Terni, Tip. Ed. dell’Industria, 1890; E. Casa, I moti rivoluzionari accaduti in Parma nel 1831, Parma, Tip. G. Ferrari e figli, 1895; E. Casa, I Carbonari Parmigiani e Guastallesi cospiratori nel 1821 e la Duchessa Maria Luigia Imperiale, Parma, Rossi-Ubaldi, 1904; O. Masnovo, I moti del ’31 a Parma, Torino, Società Editrice Internazionale, 1925; I Bellini, in dizionario Risorgimento, 4, 1937, 206; A. Calani, Il parlamento del Regno d’Italia, Milano, 1860; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Italiano, due volumi, Roma, 1896, e 1898; A. Malatesta, Ministri, 1941, 108; F. Ercole, Uomini politici, 1942, 123-124; C. Pigorini, Cenni biografici del conte Jacopo Sanvitale, Parma, 1867; L. Sanvitale, Jacopo Sanvitale nell’arte e nella poesia, in Aurea Parma 1917, 5-6; I. Bocchialini, La tradizione della poesia nella famiglia dei conti sanvitale, in Aurea Parma gennaio-febbraio 1923; Poeti parmensi della seconda metà dell’Ottocento, Parma, 1925; E. Grassi, Vita di monsignor L. Sanvitale priore prevosto a Fontanellato, Noceto, Castelli, 1932, con un’appendice di scritti del Sanvitale; A. Credali, Un patriota e poeta parmigiano maestro di G. Mameli, in Aurea Parma 1948; Poeti minori dell’Ottocento italiano, a cura di F. Ulivi, Milano 1963; Dizionario enciclopedico Letteratura Italiana, 5 1968, 46; Dizionario storico politico, 1971, 1147-1148; Parma. Vicende e protagonisti, 1978, III, 112-114; Al pont ad Mez 2 1985, 86; T.Marcheselli, in Gazzetta di Parma 3 luglio 1986; A.Musiari, Neoclassicismo senza modelli, 1986, 263; Grandi di Parma, 1991, 103; Marchi, Figure del ducato, 1991, 220.

SANVITALE JACOPO ANTONIO, vedi SANVITALE GIACOMO ANTONIO

SANVITALE JACOPO ANTONIO MARIA
Parma 23 maggio 1699-Parma 6 marzo 1780
Nacque dal conte Luigi e dalla contessa Corona Avogardi Sanvitale. All’età di dodici anni scrisse un tetrastico latino, pubblicato dal padre nella raccolta per la nomina del cardinale Luigi Piazza. Nel 1720 sposò la nobile Maria Isabella Cenci. Poiché sia il fratello Federico che il padre Luigi entrarono a distanza di pochi anni uno dall’altro nella compagnia di Gesù, il Sanvitale rimase nell’assoluto possesso dei beni della famiglia. Stimò e fu amico personale di Innocenzo Frugoni, Aurelio Bernieri e Pier Giovanni Balestrieri. Fu nominato dal duca Antonio Farnese Cavaliere Gran Conestabile dell’ordine equestre militare di San Giorgio. Alla morte del duca Antonio Farnese (20 gennaio 1731) resse, insieme ad altri, gli affari dello Stato parmense, dimostrando destrezza nel sostenerne i diritti contro le minacce del generale austriaco Stampa. Il 9 aprile 1741 fondò la Colonia parmense di Arcadia, di cui fu vice custode col nome di Eaco Panellenio. Il sanvitale si recò due volte a Pisa (13 febbraio e 27 marzo 1732) per complimentarsi col nuovo duca Carlo di Borbone. Il 5 agosto 1737 fu alla corte di Vienna, dove ricevette dimostrazioni d’affetto (Pagnini, Orazione funebre, 1780) dall’imperatore Carlo VI, che il Sanvitale assistette anche al momento del decesso (20 ottobre 1740). Nel 1749 fu inviato da Filippo di Borbone a Genova per ricevere la consorte Luisa di Francia. Fu maggiordomo del duca Filippo di Borbone che lo mandò nel 1751 ambasciatore a Parigi, ove rimase fino al 1759. Tornato in patria, presiedette l’Università degli Studi. Fu pure maggiordomo maggiore e consigliere intimo di Ferdinando di Borbone, e anche direttore generale dei regi teatri (1763) e spettacoli (1761) di Parma. Tradusse in italiano il libretto di Fontenelle Enea e Lavinia, con musica di Tomaso Traetta (Parma, Ducale, primavera 1761) e il libretto Bajezzette, con musica di Ferdinando Bertoni (Parma, primavera 1765). Scrisse per il maestro Giuseppe colla i libretti Uranio ed erasitea (Parma, ducale, estate 1773) e, forse, Enea in cartagine (Parma, estate 1773). Il Sanvitale fu sepolto a Fontanellato. Del Sanvitale scrissero elogi Giuseppe Maria Pagnini, Bergantini (Voci italiane, 1745), Agostino Paradisi (Ode per la nascita di Stefano Sanvitale), Innocenzo frugoni (del quale il Sanvitale fu grande benefattore), Camillo Zampieri (Giobbe, canto IX), angelo Mazza (Armonia, 1771), Bettinelli (Poemetto per l’Accademia degli Scelti, 1753), Pizzi (Visione dell’Eden, 1778, e Rime degli Arcadi, 1780).
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 175-181; Gazzetta di Parma 28 giugno 1922, 3; C.Schmidl, Dizionario universale musicisti, 2, 1929, 447.

SANVITALE LAVINA, vedi SANVITALE LAVINIA

SANVITALE LAVINIA
Parma XV secolo-1555
Figlia del conte Girolamo. Fu celebrata da Ludovico Domenichi, che le dedicò la traduzione del decimo libro dell’Eneide, per aver coltivato le lettere con grande amore. Di lei si parla come di scrittrice elegante, ma di quanto avrebbe dato alle stampe non è rimasta che una lettera inserita da Ortensio Landi nella sua raccolta (Lettere di molte e valorose donne, raccolte da Ortensio Lando, Venezia, 1548), ritenuta concordemente apocrifa. Cade così l’attribuzione e viene meno ogni documento della sua attività. Il fatto stesso però che il Landi la ponesse nel novero delle presunte scrittrici, fa ritenere che la Sanvitale non fosse indegna di appartenere alla schiera delle donne colte e che comunque esplicasse attività letteraria. Sposò Francesco Sforza.
FONTI E BIBL.: Lettere di molte e valorose donne, raccolte da Ortensio Lando, Venezia, 1548; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri o benemeriti nelle scienze, nelle lettere e nelle arti, Genova, 1877, 380; M.Bandini, Poetesse, 1942, 213.

SANVITALE LUIGI
Fontanellato 1539 c.-post 1598
Figlio di Galeazzo e di Paola Gonzaga. Fu al servizio della casa regnante di Francia. Dopo essere rimpatriato, nel 1598 divenne governatore di Sabbioneta. Per concessione di roberto, suo fratello, poco prima del 1574 divenne conte di Fontanellato e Noceto.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE LUIGI
Fontanellato 1599-1664
Figlio di Alessandro e di Margherita Rossi. Fu capitano delle lance della guardia del duca di Parma Ranuccio Farnese, che nel 1646 eresse in suo favore la contea di Belforte in marchesato. Fu inviato dalla corte di Parma a quella di Torino prima per incontrarvi Cristina di Svezia e nel 1660 per presentare a Margherita di Savoja i doni del suo sposo, il principe ereditario di Parma Francesco Maria Farnese. Morì all’età di sessantacinque anni.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE LUIGI
Parma 1 luglio 1675-1753
Figlio di Alessandro e di Paola Simonetta. Fu eletto nel 1718 dal duca di Parma Francesco Maria Farnese gran conestabile dell’Ordine Costantiniano. Nel 1729, divenuto vedovo, entrò nella Compagnia di Gesù. Morì all’età di settantotto anni.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE LUIGI
Parma 26 dicembre 1772-Piacenza 25 ottobre 1848
Nacque dal conte Alessandro, appartenente a una tra le più aristocratiche famiglie italiane, letterato distinto e uomo di larga carità, e dalla contessa Costanza Scotti di Montalbo, nobildonna piacentina di austeri costumi e di severi principi. Dimorò sino all’età di otto anni, in seno alla famiglia nell’avito palazzo di Parma, situato nelle vicinanze della Cattedrale. Ebbe due fratelli e quattro sorelle, le quali contrassero matrimonio con esponenti delle nobili famiglie Anguissola di Piacenza, D’Arco di mantova, Robion di Nizza e Dalla Rosa Prati di parma. Dai precettori di corte apprese le prime nozioni culturali. Il 14 aprile 1780 vestì l’abito talare e poco dopo, per incarico del padre, fu accompagnato a Roma dallo zio Stefano Sanvitale di Reggio Emilia, affinché potesse seguire, nel Collegio Clementino, retto dai padri somaschi, i corsi di grammatica, umanità, retorica e filosofia. Per le doti di aperta intelligenza e di amore allo studio, congiunte a spirito acuto e vivace, ebbe modo di distinguersi, classificandosi tra gli allievi migliori, per i progressi nello studio delle lettere e per l’abilità di verseggiatore, tanto che, finito il corso, venne ammesso tra gli Arcadi col nome di Elpindo Panellenio. Nel 1780 ricevette la prima tonsura dal vescovo di Parma Pettorelli-Lalatta e in Roma da Giulio della Somalia, segretario della Sacra congregazione dei Riti. A dodici anni gli furono conferiti gli ordini minori. A quell’età, per i diritti di casa Sanvitale, fu nominato il 20 dicembre 1784 prevosto di Priorato e di Fontanellato, dove la famiglia, antica feudataria di quelle terre, era patrona della chiesa parrocchiale per diritto attribuito da papa Bonifacio IX (bolla del 9 dicembre 1400) e proprietaria della splendida Rocca e di ricche tenute. La dispensa per l’età giovanissima fu concessa dalla Santa Sede in considerazione della pietà e doti necessarie che già si erano rivelate nel Sanvitale, che aveva palesato eccellente disposizione alla carriera ecclesiastica. In realtà i genitori avevano maturato da tempo le sorti dei figli disponendo che il primogenito, Stefano, dovesse tramandare il casato, il secondo, Federico, si iscrivesse all’ordine di Malta e il terzo, il Sanvitale, godesse la prelatura o la prevostura con il Priorato. Il 10 maggio 1785 ricevette dal vescovo di Parma, per procura, l’investitura della parrocchia, trovandosi a Roma per gli studi. Lasciò la capitale il 7 luglio 1792 diretto a Parma, che era sotto il dominio del duca Ferdinando di Borbone. Nell’autunno di quello stesso anno si iscrisse all’Università di Parma al corso di teologia. Nel 1793 gli fu conferito l’ordine del suddiaconato. Ritenendosi non ancora sufficientemente preparato a compiere l’ultimo passo che l’avrebbe elevato a ministro di Dio, ottenne di poter differire di tre anni la promozione al sacerdozio. Ricevette la sacra ordinazione il 31 dicembre 1797. Monsignor Adeodato Turchi, successo al Pettorelli-Lalatta nel governo della diocesi parmense, lo esortò a prendere possesso della parrocchia di Fontanellato, ma il Sanvitale indugiò per alcuni anni ancora in Parma, trattenuto da mansioni varie. Insegnò storia ecclesiastica all’Università di Parma e nel 1803, oltre all’incarico di professore, ricoprì le mansioni di membro del Collegio teologico e di confratello della congregazione di carità di San Filippo Neri (della quale divenne ordinario nell’autunno di quello steso anno). Nel frattempo si dedicò con impegno alla teologia e alle lettere. Nel 1803 pubblicò, con i tipi bodoniani, venti novelle accompagnate da una prefazione nella quale espone come e quanto si fosse preparato a tal genere di narrazione. Il libro ebbe molto successo e riscosse l’approvazione dei più illustri letterati del tempo, con i quali il Sanvitale fu sempre in viva corrispondenza: Angelo Mazza, Gaetano Godi, Michele Colombo. Ma le sue principali cure furono volte alle opere del sacro ministero e in particolare alla predicazione, prestandosi di buon grado per l’apostolato della parola in Parma e nei centri di campagna. Nel 1804 prese finalmente possesso del priorato e della prevostura di Fontanellato. Se al predecessore don Carlo Delfinoni si deve la radicale trasformazione dei fabbricati canonicali mediante la sostituzione del piccolo convento benedettino con la maestosa canonica e l’inizio di costruzione dell’ampia peschiera che la circonda, al Sanvitale va riconosciuto il merito di aver condotto a termine tali importanti opere, rimaste incompiute per l’improvvisa morte di quel prevosto. Ma, più che i lavori materiali, è degna d’interesse l’attività da lui spiegata nella vasta e complessa parrocchia: feste solenni, predicazioni sue e di illustri oratori, sacre missioni e numerose altre iniziative intese a incrementare nel popolo la pietà cristiana. Curò il decoro delle sacre funzioni, accrebbe la pompa delle solennità nelle chiese dipendenti, compilò uno stato d’anime e fece redigere un elenco delle suppellettili religiose appartenenti alle chiese a lui soggette di Priorato, di Fontanellato e di Cannetolo, mantenendosi inoltre in continuo contatto con i canonici della collegiata di Santa Croce, con il curato di Fontanellato e con il cappellano di Cannetolo per indirizzare la loro attività. La sua azione si spiegò con solerzia anche nell’istruzione catechistica ai bimbi e agli adulti, in missioni ed esercizi spirituali per il popolo, facendo inoltre brillare quelle qualità di oratore nelle quali si era perfezionato con un prolungato esercizio. Gli avvenimenti politici, intanto, si succedettero gravi e importanti dall’epoca in cui il Sanvitale aveva lasciato Parma per la cura della sua parrocchia. Dopo la morte di Ferdinando di Borbone, avvenuta a Fontevivo il 9 ottobre 1802, il primo console di Francia dichiarò che, a tenore del trattato di Aranjuez, la sovranità degli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla era devoluta di diritto alla Repubblica Francese, insediando a Parma per suo ministro governatore Moreau de Saint-Mery. Questi ebbe per la famiglia Sanvitale cortesi attenzioni, nonostante essa nutrisse poche simpatie per Napoleone Bonaparte. I Sanvitale, che il 9 novembre 1804 ebbero l’onore di ospitare papa Pio VII durante il suo viaggio da Roma a Parigi, ebbero pure la ventura di avere per ospite, il 26 giugno 1805, lo stesso Bonaparte. In quel periodo tornò a Parma la calma e la tranquillità, dovuta all’intelligente e abile diplomazia del governatore, il quale con saggi provvedimenti si sforzò di rendere accetta alla popolazione la nuova dominazione. Ma un’improvvisa rivolta di Piacentini per l’applicazione di tasse ritenute ingiuste provocò la destituzione del Moreau de Saint-Mery e il 19 gennaio 1806 il suo posto fu assunto dal generale Junot, che ripristinò l’ordine con un regime di polizia. A questi, con l’interregno del prefetto Eugene Nardon, successe nel 1810 Dominique Perignon, che ricoprì la carica solo per pochi mesi. Infatti, dal 1810 al 1814, terminato il dominio napoleonico, lo Stato di Parma fu retto dal barone Dupont-Delporte, il quale lo cedette il 6 giugno 1814 a Maria Luigia d’Austria, che ne prese possesso in forza del trattato di fontainebleau. Il 21 giugno 1805 venne firmato il decreto di soppressione dei religiosi domenicani di Fontanellato: il convento, la chiesa e un appezzamento di terreno annesso furono confiscati. Soltanto più tardi (1816), per interessamento del Sanvitale e del fratello Stefano, il convento e l’annessa chiesa con il terreno furono da Maria Luigia d’Austria concessi alle suore domenicane del soppresso monastero dei Santi Giacinto e Liborio, in Colorno, le quali iniziarono da allora la loro attività. Rimasta vacante il 2 aprile 1813 la cattedra episcopale borghigiana per la morte di Alessandro garimberti, Maria Luigia d’Austria, allorché divenne duchessa degli Stati, propose la nomina del Sanvitale. Volle tuttavia assicurarsi in precedenza dell’accettazione del designato e a tale scopo dette incarico al conte generale neipperg, suo cavaliere d’onore, di porsi in comunicazione con il conte Stefano Sanvitale affinché questi sondasse in proposito l’animo del fratello. Dall’interessante carteggio, pubblicato dal Grassi, si apprende che, pur essendo il Sanvitale restio ad accettare la nomina, fu ugualmente inoltrata la proposta al pontefice dalla stessa duchessa, la quale, l’11 marzo 1817, inviò al Sanvitale la bolla di nomina accompagnandola con una lettera in cui si compiace di rendere giustizia ai meriti, alla pietà e alla dottrina particolare di lui e di contribuire così al bene spirituale dei suoi sudditi della diocesi di Borgo San Donnino. In tal modo la diocesi borghigiana, da quattro anni vacante, poté finalmente salutare il suo nuovo pastore. Il Sanvitale fu consacrato nella chiesa del Gesù a Roma il 3 agosto 1817, insieme con Carlo Scribani Rossi, vescovo di Piacenza, dal cardinale Giulio della Somalia. Nello stesso giorno indirizzò al clero e al popolo una comunicazione in latino per i suoi nuovi figli spirituali. A questa fece seguito la prima pastorale. Il 28 settembre successivo Borgo San donnino accolse il Sanvitale con viva esultanza, dimostrazioni di popolo ed espressioni letterarie, di cui il Grassi rimarca due sonetti di Michele Leoni e del canonico Giuseppe Rovaldi. Suo primo pensiero fu di indire la visita pastorale, che fece precedere in cattedrale da una solenne missione al popolo e da un corso di esercizi spirituali per il clero. L’iniziò il 23 agosto 1818 e la terminò nel luglio 1821. L’accurata vigilanza e la naturale disposizione a interessarsi dei problemi anche minuti gli permisero nel frattempo di dare un solido assestamento agli affari ecclesiastici, trascurati durante la lunga vacanza. Per quanto riguarda il culto religioso e la pietà, curò il decoro della Cattedrale, ne riordinò le funzioni e altre ne istituì, disponendo, tra l’altro, che fosse continuata la pratica introdotta dal suo predecessore di celebrare in Cattedrale la festa di san Francesco di Sales ogni anno con grande solennità, destinando a questo scopo un capitale di circa tremila lire nuove di Parma. Distribuì inoltre in forma più regolare i vari servizi. Diligentissimo, volle far seguire alla visita pastorale una controvisita per verificare se le disposizioni emanate fossero state osservate. Eresse e benedisse molti oratori pubblici e privati, promosse esercizi spirituali, predicazioni, missioni e pubbliche preghiere nelle chiese della città e diocesi. Regolò l’uso degli strumenti musicali in chiesa, adottando la severità dell’organo, senza aggiunte. In cattedrale restaurò e abbellì la cappella dell’immacolata e provvide ad altre opere di decoro, donando inoltre un ricco piviale, un artistico calice d’argento con fregi in rilievo dorato e numerosi altri oggetti d’argento. Onorò gli studiosi e ne coltivò con schietto favore l’amicizia, come nel caso dell’abate Zani. Egli stesso fu buon letterato: dalle lettere e dallo zibaldone che lasciò, questa sua inclinazione traspare dall’eleganza della forma e dalla ricchezza dei concetti. Anche le sue pastorali furono ricche di dottrina. Dal 1818 al 1826 fu professore onorario di teologia all’Università di Parma. Mantenne rapporti cordialissimi con i vescovi di Parma Caselli, Crescini e Vitale Loschi. Si tenne in relazione con le persone più in vista di Parma e di Piacenza e in continuo contatto con il clero e il popolo. Fu in buoni rapporti con le autorità politiche costituite, sia con Ferdinando di Borbone che con il Governo del Direttorio francese, assai più con quello di Maria Luigia d’Austria e, in seguito, di Carlo Alberto di Savoja. Conservò con tutti la sua dignità, congiunta al dovuto ossequio alle autorità, ma senza servilismo né ostilità preconcetta, desideroso di non urtarsi con alcuno. Sin dal 1805 papa Pio VII lo annoverò tra i suoi prelati e Maria Luigia d’Austria, oltre a conferirgli l’11 dicembre 1825 la commenda dell’Ordine Costantiniano, lo insignì dieci anni dopo dell’alta onorificenza di Senatore Gran Croce dello stesso ordine. Rimasta vacante la sede episcopale di Piacenza per la morte di Lodovico Loschi, Maria Luigia d’austria pensò di destinargli a successore il sanvitale. Seguendo la stessa procedura per l’elevazione alla cattedra borghigiana, scrisse al suo ciambellano di corte, conte Luigi Sanvitale, una lettera confidenziale pregandolo di sondare il pensiero del Sanvitale, suo zio. Questi dette il proprio consenso e la duchessa poté così liberamente presentarlo a Roma per la promozione. Il 21 novembre 1836 fu preconizzato vescovo di Piacenza e otto giorni dopo ne dette partecipazione al Capitolo della Cattedrale piacentina. Contemporaneamente indirizzò una lettera di commiato alla diocesi di Borgo San Donnino, dichiarando con commosse parole che il distacco della persona non avrebbe attenuato il vivo affetto che nutriva nel cuore per coloro dei quali era stato pastore per diciannove anni. Con la nomina a vescovo di Piacenza il Sanvitale rinunciò alla prevostura e al priorato di Fontanellato, che per speciale concessione della Santa Sede aveva sino ad allora mantenuto, continuando, pur tra gli impegni del ministero episcopale, a provvedere al bene spirituale dell’importante parrocchia con direttive, norme e consigli, recandosi di tanto in tanto in luogo e trattenendovisi ogni anno per l’intero mese di settembre. L’ingresso solenne nella nuova diocesi, dopo il perfezionamento delle pratiche necessarie alla presa di possesso, avvenne il 7 maggio 1837 con ricca pompa di cerimoniale. Soddisfatte le esigenze dei riti ufficiali, il Sanvitale si pose alacremente all’opera, continuando quell’attività metodica e diligente spiegata con tanto profitto a Borgo San Donnino. Essa fu tesa principalmente alla riforma del clereo e al riordinamento del seminario. A questo pose subito mano, riorganizzandolo negli studi, nella disposizione dei locali e, soprattutto, nella disciplina e nel vestiario degli alunni. Iniziò poi la visita pastorale, intendendo porsi sollecitamente a contatto con il clero e il popolo della vasta diocesi. La molteplice attività al servizio della Chiesa piacentina può essere riassunta negli otto volumi della sacra visita e in diciannove altri volumi di decreti emessi nel periodo di dodici anni. Il 23 aprile 1842 ordinò il trasferimento a Sant’Eustachio dei teatini (che abitavano un quartiere in comune con i carmelitani di Sant’Anna) ritenendo che la loro opera potesse così spiegarsi con maggiore profitto per la cittadinanza. Provvide il 7 novembre 1843 che fossero aperte scuole cattoliche nell’ex convento dei teatini di San Vincenzo e protesse i gesuiti dal boicottaggio dell’autorità civile, che non vedeva di buon grado il prestigio dell’ordine, acquisito nella direzione delle scuole governative. Il Sanvitale ebbe salute delicata: nel 1837 sofferse di risipola e di enfiagione a una gamba e tre anni dopo cadde gravemente ammalato per infiammazione di petto congiunta a febbre gastrica catarrale. Il Sanvitale contribuì ad accrescere il decoro della cattedrale di Piacenza dotandola di un’ampia gradinata e curò la fondazione del seminario di Bedonia. Nei movimenti nazionali e patriottici mantenne sempre un atteggiamento accorto e prudente. Mentre ancora viveva Maria Luigia d’Austria, sebbene inferma e col ducato che ormai si poteva considerare non più legato alla sovrana, il Sanvitale, nella confusione che regnava e interpretando così l’adesione del papa Pio IX alle aspirazioni italiche, pose la sua diocesi sotto la protezione di Carlo alberto di Savoja e il 1° gennaio 1847 cantò in cattedrale un solenne Te Deum di ringraziamento al Signore perché il re sabaudo si degnasse di accogliere Piacenza sotto la propria tutela e di considerarla materialmente e spiritualmente parte del suo regno. Questo aperto atteggiamento procurò al Sanvitale una corrente di simpatia progressista e gli valse il conferimento, il 18 giugno 1848, della Croce di commendatore dei santi Maurizio e Lazzaro, che lo stesso Carlo Alberto di Savoja gli conferì a mezzo del commissario regio di Piacenza, federico Colla. Alla fine dell’estate 1848 il male lo assalì nuovamente e con maggiore intensità e dopo due mesi morì. In Cattedrale si svolsero i solenni funerali e venne deposta la salma con un’iscrizione che ne sintetizza la lunga vita operosa e illuminata. Il discorso funebre fu tenuto da Giovanni Moruzzi, il quale pose in risalto le virtù dell’estinto, che seppe accoppiare la gravità del vescovo alla gentilezza dell’uomo cittadino. Le ossa del Sanvitale riposano nel massimo tempio piacentino e il suo ricordo è perpetuato in una lapide infissa sopra il suo sepolcro nella parte interna del sotterraneo.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 514-517; D. Soresina, enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 426-435; A.V. Marchi, Figure del ducato, 1991, 222.

SANVITALE LUIGI
Parma 8 novembre 1799-Fontanellato 3 gennaio 1876
Nacque dal conte Stefano e da Luigia gonzaga. Appassionato degli studi letterari, ricevette i primi insegnamenti dal poeta Vincenzo Mistrali e li completò a Siena nel Collegio tolomei. I molti viaggi nei paesi più evoluti gli arricchirono la mente e alimentarono i suoi innati sentimenti di libertà e di civile progresso. Tornato a Parma, strinse vincoli di sincera amicizia con l’eletta schiera di scienziati, letterati e artisti (Giordani, Mistrali, Taverna, Toschi, Tommasini, Jan, Colombo, Melloni, Pezzana, Pellegrini e Jacopo Sanvitale) che diedero lustro al ducato nella prima metà dell’ottocento. Animo nobile e generoso, al culto della poesia, dell’amore per la patria e alla predilezione per la nobiltà di nascita e di cultura, il Sanvitale unì un interesse altrettanto spontaneo e sincero per gli umili e i bisognosi, che avrebbe voluto protetti da leggi più giuste e ispirate a principi di una vera uguaglianza. Come il padre, si distinse per profondo senso filantropico, avendo sommamente a cuore l’educazione popolare. Un asilo d’infanzia, da lui fondato nel 1841, venne citato come esempio in Italia e all’estero. Nominato presidente della Pia Unione di San Bernardo, il Sanvitale chiamò l’associazione a nuova vita, trasformandola in Società di Mutuo Soccorso. soprattutto per suo interessamento, nel 1844 sorse la Casa di Provvidenza, dove i giovani dagli otto ai diciotto anni entravano per imparare un mestiere. Nel prodigarsi alle opere di bene, ebbe costante il pensiero dell’Italia, ritenendo indispensabile per la sua indipendenza il miglioramento delle condizioni morali e materiali del popolo. Sia per il suo temperamento equilibrato, sia per l’educazione ricevuta, pur lavorando con tenacia per la realizzazione degli ideali patriottici professati fin dalla prima giovinezza, rifuggì dalle violenze e non partecipò alle rivolte quando gli parvero inutili. Così non aderì ai moti scoppiati a Parma nel febbraio del 1831, giudicando immatura l’impresa, e fu tra coloro che accompagnarono la duchessa Maria Luigia d’Austria da Parma a Piacenza. Di sentimenti liberali, fu maestro perfetto nella setta dei Sublimi. Ciò nonostante, per intercessione del Mistrali, il 26 ottobre 1833 sposò Albertina Montenovo, figlia della duchessa Maria Luigia e del conte Adamo Neipperg. Nel 1848, per il suo fervente patriottismo, il Sanvitale venne nominato membro del Governo Provvisorio di Parma, carica che in seguito gli costò molti anni di esilio, durante i quali mantenne costante la fede nei futuri destini della patria, strinse rapporti con i fuoriusciti di altre regioni, cercò di ravvivare l’amore all’indipendenza nazionale e beneficò i profughi del ducato. Carlo Alberto di Savoja lo nominò senatore il 6 giugno 1848 (si dimise il 28 dicembre 1849). Nel 1854, dopo l’uccisione di Carlo di Borbone, mostrandosi la vedova più longanime con i liberali, il Sanvitale fece ritorno a fontanellato, dove visse ritiratissimo, dedicandosi alla famiglia e agli studi. Con l’unione del ducato all’Italia, venne chiamato ad alte cariche: fu il primo sindaco di Parma (marzo-luglio 1860) eletto con suffragio popolare. Come sindaco, ricevette Vittorio Emanuele di Savoja nella sua visita a Parma. Per l’amore alle arti, che in ogni occasione protesse generosamente, venne nominato accademico onorario dell’accademia parmense di Belle Arti. Elevato al parlamento (18 marzo 1860), il Sanvitale si dimise da altre cariche per essere assiduo alle riunioni del Senato (nel quale fu più volte eletto segretario della Presidenza). In quell’epoca risiedette con grande frequenza a Torino, ove fu apprezzatissimo negli ambienti politici e letterari: è ricordato con particolare onore nelle memorie della baronessa Olimpia Savio. Pubblicò Versi e prose (Venezia, Gamba, 1841) e si adoperò alla pubblicazione delle poesie del cugino conte Jacopo Sanvitale (Prato, 1875). Alla morte di Jacopo sanvitale, che amò e soccorse fraternamente, accettò la presidenza della Deputazione di Storia Patria di Parma, che resse con onore e alta competenza dal 5 novembre 1867 al 3 gennaio 1876. Scrisse delle memorie che sono conservate nell’archivio Sanvitale.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 400-403; Gazzetta di Parma 9 dicembre 1920, 1-2, e 14 febbraio 1921, 1; Aurea Parma 1 1923, 7-8; Senatori parmigiani, in Gazzetta di Parma 16 ottobre 1924, 3; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 207; V. de Castro, Cenni biografici del conte Luigi Sanvitale, Parma, Borgomanero, 1873; G. Adorni, Cenni biografici del conte Luigi Sanvitale, Parma, Adorni, 1876; E. Casa, I Carbonari parmigiani e Guastallesi cospiratori nel 1821 e la Duchessa Maria Luigia Imperiale, Parma, Tip. Rossi-Ubaldi, 1904; O. Masnovo, I moti del ’31 a Parma, Torino, Soc. Ed. Internaz., 1925; I. Bellini, in Dizionario Risorgimento, 4, 1937, 205; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Nazionale, Roma, 1896, 851-852; A. Gambaro, F. Aporti e gli asili nel Risorgimento, II, Torino, 1937, 419; A. Codignola, Pedagogisti, 1939, 380-381; A. Calani, Il Parlamento del Regno d’Italia, Milano, 1860; A.Malatesta, Ministri, 1941, 108; G. Pasolini, Commemorazione di L. Sanvitale, seduta del senato del regno del 7 marzo 1876; F. Ercole, Uomini politici, 1942, 123; G.Allegri, Presidenti della deputazione di Storia Patria 1960, 38-39; Gazzetta di Parma 16 febbraio 1962, 4; G. Berti, Atteggiamenti del pensiero nei ducati di Parma e Piacenza, 1962, II, 333; Aurea Parma 3 1973, 195; A.V. Marchi, Figure del ducato, 1991, 222.

SANVITALE LUIGI
Piacenza 31 luglio 1859-Parma 2 aprile 1917
Figlio di Giovanni. Si trasferì ancora fanciullo a Parma al seguito della famiglia. Nel 1893 il Sanvitale fu adottato (con la condizione dell’abbinamento dei due cognomi) dalla zia Anna Sanvitale, vedova senza prole del conte Giovanni Simonetta. La sua cospicua attività di uomo pubblico si manifestò nelle cure dedicate alla congregazione di San Filippo Neri e al Ricovero dei Vecchi di Parma (istituzioni delle quali fu presidente e direttore) e nelle cariche di consigliere provinciale e segretario del consiglio di Parma. In politica appartenne al gruppo dei cattolici patrioti e come tale tenne la vicepresidenza della cosidetta Giunta di guerra dell’Unione Popolare tra i Cattolici, al tempo della prima guerra mondiale. Critico letterario, scrittore di cose storiche e poeta, impresse a ogni sua iniziativa una singolare signorilità accoppiando alla nativa genialità una cultura svariata e profonda. Scrisse sul conte Jacopo Sanvitale un’importante monografia e dettò dotte relazioni sulla vita cittadina. Pubblicò acute critiche letterarie, specialmente su autori stranieri, su L’Ateneo, Per l’arte, Gazzetta di Parma, Aurea Parma e momento di Torino, di cui fu prima colllaboratore (1906) e poi redattore (1907), al tempo in cui a quel giornale lavoravano vari parmigiani, tra cui Zanetti, Fratta, Ildebrando Pizzetti e Antonio Boselli, oltre a Jacopo Bocchialini che ne era condirettore e poi ne fu direttore. La sua opera poetica, geniale e finissima, è illustrata nel volume del Bocchialini, Luigi sanvitale poeta, che ne raccoglie le cose migliori (le odi storiche, sociali, scientifiche e le delicatissime liriche intime). Il Sanvitale fu membro della Deputazione di Storia Patria di Parma.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1923, 9; B. molossi, Dizionario biografico, 1957, 138; Palazzi e casate di Parma, 1971, 748.

SANVITALE LUIGIA
Parma 30 luglio 1795-
Figlia di Stefano e di Luigia Gonzaga. Fu dama di palazzo dell’arciduchessa Maria Luigia d’Austria. Sposò il marchese Dalla Rosa Prati.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, Tavola III.

SANVITALE MADDALENA
ante 1432-Parma post 1483
Figlia di Gianmartino e di Beatrice Pallavicino. Fu monaca dell’ordine di San Benedetto nel monastero di San Quintino di Parma. Nel 1456 fu eletta badessa con approvazione di papa Callisto III. Nel 1472 fece raccogliere le memorie della beata Orsolina de’ Veneri. Nel 1483, anziana e malata, rinunciò la sua dignità nelle mani di papa Sisto IV.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE MARIA
Sala 1606 c.-
Figlia di Gianfrancesco e di Costanza Salviati. Dopo i fatti del 1612 che avevano portato alla decapitazione del padre, fu rinchiusa da Ranuccio Farnese nel monastero di sant’Uldarico a Parma, dove poi si fece monaca.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE MARIACELESTE
Fontanellato 1616 c.-
Figlia di Cesare e di Anna Anguissola. Fu monaca e poi badessa nel monastero di San Quintino in Parma.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE MARIA LUIGIA
Fontanellato ottobre/novembre 1840-
I genitori, Luigi e Albertina di Montenovo, subito dopo la nascita della Sanvitale si stabilirono temporaneamente nella villa del Casino dei Boschi. Il battesimo avvenne il 10 novembre 1840 a Collecchio e madrina fu la nonna Maria Luigia d’Austria.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario collecchiesi, in Gazzetta di Parma 14 marzo 1960, 3.

SANVITALE MASTINELLO
-Parma 11 agosto 1308
Figlio di Mastino. Fu ucciso assieme al padre dai ghibellini comandati da Guglielmo Rossi.
FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.

SANVITALE MASTINO
ante 1247-Parma 11 agosto 1308
Figlio di Azzone e di Viride della Scala. Nel 1285 si adoperò per calmare le fazioni che in Modena si erano formate tra i guelfi. Venne ucciso allorché Giberto da Correggio, ammesso in Parma come privato cittadino dopo che ne aveva poco prima perduto la signoria, suscitò un tumulto popolare contro i guelfi e, scacciatili, divenne momentaneamente signore di Parma.
FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.

SANVITALE NICCOLÒ MARIA QUIRICO
1454 c.-Noceto o Sala 1511
Figlio di Giberto. Come colonnello al servizio della Repubblica veneta, combatté durante le guerre contro i Turchi (1477). Giangaleazzo Visconti nel 1482, dopo la guerra contro i Rossi di Parma, gli diede la Rocca di Carona. Si ritirò infine nei suoi feudi. Sposò Beatrice da Correggio. Tutte le notizie sulla vita del Sanvitale sono però incerte e spesso poco attendibili.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1937, 134.

SANVITALE NICOLÒ
1459 c.-Fontanellato post 1503
Figlio di Stefano e di Lodovica Pallavicino. Fu rettore della chiesa della Santa Croce di fontanellato. Nel 1503 assunse il titolo di prevosto in conseguenza dei privilegi ottenuti dal fratello Giacomantonio.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE NICOLÒ QUIRICO, vedi SANVITALE NICCOLÒ MARIA QUIRICO

SANVITALE OBIZO o OBIZONE, vedi SANVITALE OBIZZO

SANVITALE OBIZZO
Parma 1198/1207
Sacerdote della Cattedrale di Parma (1198), nel 1207 fu ordinario della pieve di Borgo San Donnino.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 827.

SANVITALE OBIZZO
Parma ante 1229-Orvieto 12 settembre 1303
Figlio di Guarino, guerriero e letterato, e di Margherita Fieschi, sorella di papa Innocenzo IV. Rimase orfano in tenerissima età (Affò) del padre, ucciso in combattimento a San Cesario nel 1229. Si applicò allo studio delle lettere e del diritto canonico (per il quale ebbe maestro Giovanni di Donna Rifiuta), divenendo ben presto litteratus diversis scientiis, et in agendis expertus (Continuator Agnelli Rer. Ital., tomo II, 210). Ciò è confermato da Salimbene de Adam: Hic fuit litteratus homo, maxime in Jure Canonico, et in Ecclesiastico officio valde expertus (Chronicon). Divenuto papa lo zio materno, questi favorì in ogni modo i Sanvitale. Così, morto il vescovo di Parma Martino da Colorno, annullò la scelta del successore, fatta dal Capitolo nella persona di Bernardo Vizio de’ Scotti, istitutore dell’ordine dei canonici regolari di Martorano, e la fece cadere su Alberto, fratello del Sanvitale, che non era neppure consacrato. Poco dopo il Sanvitale fu nominato massaro e canonico della Cattedrale di Parma e cappellano di Parma (1251), quindi vescovo (6 agosto 1254) col titolo della Chiesa di Tripoli. In quel periodo il Sanvitale visse lungamente presso la corte romana. Quando Alberto Sanvitale morì (16 maggio 1257), il Capitolo di Parma individuò quale successore l’arciprete Giovanni, ma l’intervento del cardinale Ottobono Fieschi presso il nuovo papa Alessandro IV portò alla nomina del Sanvitale (giugno/ottobre 1258). Il Sanvitale dimostrò subito una grande abilità politica (fra Salimbene lo dipinge dicendo: Fuit cum Clericis Clericus, cum Religiosis Religiosus, cum Laicis Laicus, cum Militibus Miles, cum Baronibus Baro), ciò che gli consentì di superare indenne le gravi accuse mossegli da Giberto da Gente che, dopo aver tentato di imporre al vescovado di Parma il fratello Guglielmo, lo denunciò a papa Urbano IV come dissipatore dei beni della diocesi a causa di una serie di contratti stipulati dal Sanvitale e pregiudizievoli per la Chiesa. Successivamente comunque il Sanvitale recuperò le terre che aveva alienato. Zelante della disciplina, vigilò sulla condotta dei chierici e favorì quelli che intendevano dedicarsi agli studi. Beneficiò sempre gli ordini regolari e nel sinodo di Ravenna del 1259 non esitò a prenderne la difesa: Tunc insurrexerunt Clerici congregati contra Fratres Minores, et Praedicatores dicentes, quod ipsi non praedicant decimas, quod audiunt confessiones, quas ipsi audire deberent, et quod sibi commissos ad sepulturam recipiunt cum decedunt, et quod officium praedicationis exercent, quod ipsi exercere deberent, et quod omnibus istis quatuor priventur quibus impediunt eos ne possint dare pecuniam. Tunc surrexit Dominus Opizo de Sancto Vitale Parmensis Episcopus, et nepos quondam Domini Papae Innocentii Quarti bonae memoriae, et optime Fratres Minores, et Praedicatores defendit. Videns vero Archiepiscopus quod Fratres minores, et Praedicatores propter quatuor praedicta multos mordaces haberent, cepit instantissime eos defendere dicens: Miseri, et insani, non congregavi vos, ut contra istos duos Ordines insurgatis, qui dati sunt a Deo Ecclesiae in adjutorium vestrum (Salimbene, Chronica). inizialmente favorì Gherardo Segarello, che in Parma nel 1260 fondò l’ordine degli apostoli. In seguito però (1286) il Sanvitale cacciò gli aderenti all’ordine, accusati di eresia, dalla diocesi e imprigionò il Segarello, tenendolo sequestrato nel Palazzo vescovile. Dopo non molto tempo lo liberò, ma nel 1294 il sanvitale condannò al rogo due donne dell’ordine degli apostoli e nuovamente fece arrestare il Segarello (che il 18 luglio 1300 venne anch’egli arso come eretico). Il Sanvitale diede credito e consultò più volte anche Benvenuto asdente, calzolaio dotato di spirito profetico, molto famoso, non solo in ambito locale. Il 25 maggio 1270 consacrò nel nome di san Giovanni Battista, sant’Andrea Apostolo e san Cristoforo il Battistero di Parma, la cui costruzione era ormai giunta a conclusione. Il Sanvitale appoggiò (1294) la fondazione, voluta dal cardinale Gherardo Bianchi, di un collegio dei canonici. Nel 1284 fece demolire la vecchia torre campanaria del Duomo, che venne sostituita con una più solida e architettonicamente più bella (1294). Per indurre i fedeli a concorrere con elemosine per tale edificio, impetrò alcune indulgenze da papa Niccolò IV, con un breve pubblicato in una sua pastorale del 28 aprile 1291 (Archivio di Stato di Parma, archivio Segreto dell’illustrissima Comunità di Parma). Compilò inoltre gli Statuti della Chiesa di Parma, che rimasero in vigore per molto tempo dopo di lui. Nel 1271 guidò l’esercito parmigiano all’assedio del castello di Corvara, dal quale scacciò Giacomo da Palù. Nel 1274 fu al Concilio di Lione. Secondo Salimbene de Adam, fu anche peritissimo nel giuoco degli scacchi. Nel 1287 il Sanvitale volle mettersi a capo di una parte della fazione guelfa predominante in Parma, di fatto originando una pericolosa disunione: In Parma aderat ista divisio. Dominus Opizo de Sancto Vitale Parmensis Episcopus Capitaneus erat partis unius cum sequacibus suis. Ex altera vero parte Dominus Hugo Rubeus ejus germanus consanguineus, quia filii duarum sororum erant. Pompae, et ambitiones istae sunt, et contemnendae ab hominibus habentibus sensum (salimbene, Cronica). Ben presto si arrivò a un’aperta discordia: Et istis erat maxima discordia in Parma inter Episcopum Dominum Opizonem de Sancto Vitale, et Dominum Guidonem de Corrigia. Isti duo erant Capitanei partium Civitatis illius tempore illo, non tamen a Parmensibus facti, seu electi, sed a se ipsis sibi dominium sumpserant, et quilibet se credebat pro Civitatis custodia rationabiliter facere. Et homines tunc temporis sicut diligebant ita laudabant, et vilificabant, et loquebantur (Salimbene, Chronica). Le cose precipitarono quando il Sanvitale, volendo favorire Azzo d’Este nel dominio su Parma, si scontrò con il podestà Umberto Guarnieri e con l’intera fazione ghibellina: nel 1295 scoppiarono gravi tumulti e lo stesso Palazzo vescovile fu preso d’assalto. Il Sanvitale riuscì a fuggire (24 agosto), mettendosi in salvo a Ravenna. Ancora prima di questi ultimi avvenimenti, infatti, per evitare che la situazione precipita