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Saluto anch’io le Autorità presenti in sala, ringrazio tutti voi di essere con noi stamattina qui in teatro per condividere questo momento così simbolico e così emozionante; io devo dire che il Sindaco ad ogni mano che stringe, ad ogni abbraccio che dà qui sul palco ai premiati, si carica di un po’ della loro emozione e quindi sono pieno di emozioni che vengono da storie diverse e orgoglioso di avere sul palco questi premiati.

L’anno scorso, su questo palco, avevamo da poco ascoltato il messaggio che rivolgeva alla nostra città il sindaco di Leopoli Andrij Sadovyi e avevamo premiato, con una menzione speciale, le tante realtà di Parma che stavano portando aiuti all’Ucraina attaccata dalla Russia. Una delle benemerenze civiche era andata alla nostra concittadina Stefania Battistini, che stava raccontando al nostro Paese l’orrore della guerra. E oggi mentre celebriamo un nuovo Sant’Ilario, la guerra in Ucraina prosegue, Parma continua a portare aiuti, il sindaco Sadovyi sarà qui, con noi, in città, i prossimi 26 e 27 gennaio, a parlare di Leopoli Capitale Europea dei Giovani 2025, a insistere sulle generazioni che stanno subendo più di tutti la cattiveria del mondo. E Stefania Battistini, beh Stefania Battistini non è più in Ucraina, ma purtroppo non ha smesso di raccontare l’orrore. Perché quest’anno a conflitto si aggiunge conflitto e lei è a Gaza, da dove ci arrivano immagini disumane, per le quali da ogni parte del mondo si invoca il cessate il fuoco eppure nulla si ferma. Parma è nel mondo. Stamattina siamo qui, ad onorare i nostri premiati e il loro esempio, che per ognuno di essi è prima di tutto cura del prossimo e dunque pace. Siamo in questo splendido Teatro, in una evidente condizione di privilegio. Siamo una piccola rappresentanza di una città grande e complessa, che non è un’isola, che vive ogni giorno, nelle sue dinamiche, il tumulto del mondo e della contemporaneità e che deve dire a gran voce basta, anche qui stamattina, sparare, basta uccidere, cessate il fuoco.

Quando nelle città si parla di pace, qualcuno può avere la sensazione che si stia esulando dai problemi concreti che Parma, come altre realtà, ha. Non è così e dobbiamo essere capaci di tenere agganciate le diverse dimensioni entro cui si muove la nostra vita. Voglio portare un piccolo esempio, poetico e profondo. In una scuola primaria della nostra città, le bambine e i bambini hanno costruito dei pupazzi, ad altezza quasi naturale, che hanno chiamato “I Pacifici”. Li hanno colorati, li hanno posizionati vicino alle panchine nel parco che circonda la loro scuola e hanno posto sui loro petti dei cartelli che ci spiegano che cosa vuol dire essere pacifici. Non hanno scritto pacifisti, ma pacifici, che etimologicamente vuol dire proprio coloro che “fanno” la pace, che la costruiscono. Su quei cartelli si legge che pacifico è ovviamente chi non fa la guerra, chi non litiga, ma è pacifico chi aiuta, chi dona, chi rispetta tutti, chi condivide idee e cose, chi usa parole gentili. Dal non fare la guerra – livello che, visto da qui, ci sembra non appartenere, per fortuna, al nostro quotidiano – all’usare parole gentili – il livello dello scambio civile che invece caratterizza, o dovrebbe caratterizzare, la quotidianità.

E allora mi sono chiesto, Parma è una città pacifica? Certamente Parma è una città che aiuta, che dona, condivide idee e cose. Ogni tanto litiga, com’è normale che sia, di parole gentili è capace di usarne e si impegna a tenere la guardia alta sul rispetto degli altri. Dietro queste capacità di lavorare sulla pace, solo in apparenza diverse da quelle che a gran voce si chiedono per il mondo, si affacciano i problemi più grandi, quelli più veri e di lungo respiro, che Parma sta affrontando e dovrà sempre più affrontare negli anni a venire, come i dati in nostro possesso e le analisi degli osservatori lasciano intendere.

Penso al grande tema delle povertà, che oggi, in una provincia che continua a ricoprire posizioni alte nelle classifiche sulla qualità della vita, che stando agli ultimi dati ISTAT è seconda in una Regione virtuosa come l’Emilia-Romagna quanto a distribuzione degli indicatori di benessere, che ha davanti a sé, in Italia, solo Milano per retribuzione media annua lorda, ebbene in questa nostra realtà le persone che vivono in condizioni di difficoltà economica sono ormai più di 35.000, molte delle quali affollano le nostre mense, i nostri dormitori, ricorrono ai numerosi canali di solidarietà che dalla spesa ad altri strumenti di supporto vanno loro in aiuto. La povertà è un fenomeno strutturale nel nostro Paese e in quota parte lo è diventato anche nella nostra città. Forse non ha la visibilità di un atto vandalico o di una rissa, ma quasi certamente è all’origine dell’uno e dell’altra.

Non dirò i numeri sempre più forti di persone e famiglie in carico al nostro Comune, a livello di politiche sociali, abitative, educative o sportive, né delle evidenti difficoltà collegate al continuo e graduale definanziamento degli enti territoriali, unica avanguardia riconoscibile per il cittadino e sistematicamente messa nei guai da modalità di erogazione delle risorse non all’altezza dei bisogni. Vorrei piuttosto che l’occasione del Sant’Ilario fosse utile a una fotografia più alta, che ci dica dov’è che un Comune, di questi tempi, deve essere presente. È sulle fragilità che il pubblico deve primariamente fare la sua parte, anche quando farlo costa sacrifici in altri ambiti; è qui che la politica deve dimostrare vicinanza a chi ha bisogno e capacità di leggere e definire le priorità. Perché la coesione sociale è l’architrave della tenuta di una città moderna ed è per questo che abbiamo scelto di investire laddove la criticità si è fatta strutturale.

Il 2023 è stato caratterizzato da un fenomeno che in tempi non sospetti, o per lo meno sospetti di questi, ho definito come il più preoccupante, per Parma e per tutto il territorio nazionale. Sto parlando dei flussi migratori. Faccio una premessa, a scanso di equivoci. Non intendo sostenere che l’attuale governo abbia dato prova di incapacità nella gestione dei flussi, l’emergenza è così forte e l’Italia così immediatamente esposta che non ha senso nascondersi le difficoltà. Penso tuttavia che proprio la presenza di questo esecutivo renda ancora più chiara la vastità del fenomeno migratorio e quella sua complessità impossibile da appiattire su forme ciniche di slogan o su scorciatoie del pensiero. Nel territorio di Parma, stando ai numeri, è come se nel corso di un anno un altro piccolo Comune si fosse aggiunto, fatto interamente di donne, uomini, ragazze e ragazzi, minori anche non accompagnati, che sono arrivati qui per povertà, a causa di guerre, per paura o per speranza.

Qui, nella nostra città, c’è stata una parola, un nome, che ha racchiuso, parte per il tutto, questa complessità e che porta su di sé i segni del difficile anno passato: Martorano. Lì si è trovato sistemazione all’emergenza, una sistemazione che ha impedito di vedere sorgere criticità forti che altre città hanno conosciuto, una sistemazione che non ci fa contenti, non ci piace, come ha detto in maniera netta il Prefetto Garufi in occasione del tradizionale scambio di auguri in Prefettura. Una necessità. Perché il mondo, quello da cui siamo partiti, è arrivato e continua ad arrivare. Le navi attraccano, come a Ravenna qualche settimana fa e i pullman partono alla volta delle città. E le città devono essere pronte, perché le porte di quei pullman si aprono e le persone, donne e uomini come noi, scendono.

Sono stato a Martorano molte volte. E nonostante ci siano tante persone soffia un vento di solitudine. C’è il mondo: Sudan, Guinea, Eritrea, Maghreb, Egitto, Senegal, Yemen, Siria, Palestina. Parma sta facendo questo. Parma sta accogliendo, ogni singolo giorno. Ci parliamo in diverse lingue, cerchiamo di capire le basi della necessità, cerchiamo di descrivere il luogo in cui queste persone sono venute a trovarsi, il sentimento che c’è attorno al loro arrivo. Se non abbiamo visto accadere disordini, se in questo anno i pur importanti temi di sicurezza su cui quotidianamente ci confrontiamo non hanno trovato in Martorano un epicentro di criticità, è perché Parma è una città di “pacifici”, che ha aiutato, che ha usato parole gentili, che ha rispettato. Da qui il mio grazie più sincero e grande a chi si sta adoperando, giorno dopo giorno, per quello che è il più nuovo e più enorme tema che nel 2023 la città si è trovata ad affrontare.

La speranza è che la ex Columbus di Martorano torni presto ad essere soltanto la ex Columbus. Ciò significherebbe che i numeri degli arrivi sono tornati entro la soglia dell’accoglienza organizzata. Ma nella frazione di 2023 in cui lo si è aperto, Martorano ci ha ricordato che cosa sta accadendo attorno a noi e ci ha detto che niente di tutto questo accadere è alieno agli equilibri della nostra città e soprattutto che il futuro – perché a Martorano sono quasi tutti giovani – si presenta nelle forme della complessità e della globalità e bisogna saperlo guardare negli occhi con equilibrio, fermezza e disponibilità.

I giovani. Quest’anno, in un premio che come sempre riconosce per lo più l’impegno pluriennale dentro una comunità, li abbiamo voluti chiamare sul palco del Regio. Parma ha intrapreso un cammino innovativo e molto serio sulle politiche giovanili. Per la prima volta si è costituito un assessorato alla comunità giovanile, che non ha altre deleghe se non quella di lavorare all’intreccio delle molte urgenze che le nuove generazioni pongono a chi amministra. Prima in Europa, la nostra città si è dotata dello strumento dello Youth Check, un indicatore che ci permette di valutare il potenziale generazionale delle delibere e dei provvedimenti che adottiamo, una sorta di “tagliando” che ci dice se e quanto ciò che stiamo facendo giova alle generazioni cui dobbiamo restituire una città migliore. È su queste consapevolezze che è nato il grande progetto di Parma Capitale Europea dei Giovani 2027. Dal Governo abbiamo ricevuto riscontri di apprezzamento molto significativi e non scontati e il Consiglio Nazionale Giovani ha scelto di appoggiare in maniera esclusiva la candidatura di Parma, sui temi che ritroveremo nelle importanti giornate di fine gennaio che per la prima volta porteranno, con la rassegna “Mi prendo il mondo”, il Salone Internazionale del Libro a Parma.

Sarà in quelle giornate che presenteremo ufficialmente il dossier di candidatura, che è stato fatto da tanti giovani della città, giovani veri, come li chiamo io, tra i 16 e i 22 anni, che hanno portato là dentro i loro temi, il loro sguardo, la visione e l’idea di una Parma in certi momenti spiazzante, in certi altri sperimentale, mai scontata e soprattutto nuova rispetto alle dimensioni che normalmente la animano. Dovremo fare tesoro di queste loro parole ed imparare che certuni modelli, con i quali siamo cresciuti noi venti, trenta quaranta anni fa, sono tramontati e hanno portato ad un riorientamento delle priorità e a nuove gerarchie valoriali e di obiettivi.

Mi ha stupito incontrando in questo anno mezzo tanti di questi giovani, leggere nei loro ragionamenti la base forte di una uguaglianza sostanziale e non formale, un abbattimento delle categorie sociali sulle quali hanno riposato per anni molti dei nostri pensieri e dei nostri piani, il sogno di una società che non conosca più vincitori e perdenti, dove l’essere umano sia più forte ed importante della prestazione che può offrire. Li abbiamo visti, questi giovani, sulla nostra piazza per l’ambiente, li abbiamo visti per la lotta e il contrasto alla violenza di genere.

Ce n’è non solo per scrivere un dossier di candidatura che faccia di Parma una piazza giovane per l’Europa, ma ce n’è per dotarsi di strumenti nuovi nella progettazione della città del futuro. Quando penso alle date che campeggiano sui nostri strumenti di programmazione e che guardano al 2030 o addirittura al 2050, penso sempre che chi guiderà la città in quella fase potrebbe non essere stato ascoltato in questa. Ecco perché è importante candidarci e sarà importante, indipendentemente dal risultato, non abbandonare le linee metodologiche che abbiamo messo a punto grazie ad un confronto che è stato fin qui nazionale e europeo.

Ho ancora negli occhi i volti delle ragazze e dei ragazzi che hanno marciato per le strade di Parma lo scorso 25 novembre. Una mobilitazione acuita dalla tragedia del femminicidio di Giulia Cecchettin, non l’ultimo, come purtroppo anche il nostro territorio ha dovuto sperimentare pochi giorni dopo. C’era dolore vero in quella piazza, c’era emozione sincera. E lì ci siamo fatti una promessa, che questa emozione non la si sarebbe dispersa, che la si sarebbe tenuta stretta per trasformarla in coscienza, in pensiero, in linguaggio e in azioni. Per portarla sempre con noi, ovunque, ogni giorno, ognuno per il pezzo di strada che può, ognuno per le responsabilità che ha sulle spalle. Fare in modo che il 25 novembre duri tutto l’anno. Oggi qui c’è una panchina rossa – e ringrazio le maestranze del Teatro Regio che l’hanno preparata per noi – e nella prima fila c’è il posto che sarebbe stato occupato da chi stamattina non è potuta venire in platea. Sono simboli duri, che dicono cose forti, ma che hanno bisogno di noi per vedere compiuta la loro missione.

Il contrasto alla violenza contro le donne è praticabile solo attraverso un percorso di presa di coscienza degli uomini, di tutti gli uomini, che devono fissare il profondo di una costruzione di genere che ha stratificato subalternità e fragilità. Ci sono luoghi deputati che forniscono aiuto in questo senso, aiuto agli uomini, e dobbiamo cominciare a parlarne e a raccontarli senza paura di alcuna demonizzazione. Dobbiamo portare al centro la fragilità e tutti insieme combatterne le sempre più numerose derive. Io spero che, tra le altre cose, il 2024 sia un anno in cui per ognuno di noi, uomini di Parma, si possano davvero moltiplicare le occasioni di presa in carico del nostro genere e si esca da quelle retoriche e da quegli automatismi ormai ridicoli dell’uomo duro, dell’uomo forte, del coraggioso che è tanto più coraggioso quanto più urla, mostra i muscoli e si impone sugli altri usando la forza.

Abbandoniamo questo agonismo sociale, impariamo ad accettare il rifiuto, lavoriamo per rinsaldare la fiducia prima di tutto in noi stessi e per trasformare i luoghi del nostro lavoro e del nostro privato in luoghi di affermazione di una solidità nuova, costruita sulla reciprocità, sull’uguaglianza e sulla gioia che da esse procede.

Ci aspettano sfide importanti, il cui raggiungimento perderà di valore se la nostra città non saprà mantenere radicati questi fondamentali della vita comune.

Mentre il PNRR fa il suo corso e sono due gli anni che ci separano dal collaudo delle sue opere, il 2024 sarà l’anno in cui potremo vedere suturate alcune storiche ferite della nostra città. Stiamo lavorando, in una sinergia importante coi nostri rappresentanti a Roma, che ringrazio, perché finalmente arrivi il finanziamento che permetterà di chiudere la partita del Ponte Nord e dare seguito all’Accordo stipulato con l’Autorità di Bacino e al progetto di fattibilità che ne è seguito.

Questo sarà anche l’anno della presentazione del progetto di riqualificazione dello Scalo Merci, uno spazio di permeabilità urbana tra il San Leonardo e il centro città che si fonderà sui temi del verde e della ciclabilità, oltre che su funzioni che ne garantiranno vivibilità e sicurezza. L’investimento a bilancio per veder partire i lavori è nel 2025, ma questo tempo è servito ad avvicinarci ad una visione progettuale fortemente innovativa e fortemente convincente.

Molte altre opere caratterizzeranno il nostro 2024 ma il discorso di Sant’Ilario non vuole essere l’elenco di ciò che accadrà. Una cosa voglio dirla però sui parchi della città che vedranno la loro riqualificazione in questo anno: Parco Nord, Parco Testoni, Parco dei Vetrai, Parco dei Vecchi Mulini, Parco di Piazzale Salsi, Parco Ducale con il recupero storico del Trianon e della peschiera. E poi le aree antistanti l’accesso alla Pilotta, il nuovo WoPa, il Cinema Teatro Cinghio e il Teatro Guareschi, da noi chiamato il Teatro dei Dialetti, cominceranno i lavori per la nuova piscina di via Zarotto, procederemo con i rilievi archeologici nell’ex Cobianchi, che potrebbero riservarci sorprese molto importanti e riavvicinarci alla storia romana di Parma.

E poi le infrastrutture. Sono un tema rispetto al quale la nostra città, nonostante la posizione strategica che ricopre, ha molto sofferto e molto è stata penalizzata. Dire che oggi Parma è difficilmente raggiungibile sarebbe esagerare, chiunque ha viaggiato, anche solo in Italia, se ne rende conto, ma resta vero che in una dimensione sociale che fa della mobilità la chiave dei nuovi equilibri tra i centri, del lavoro e degli scambi economici, scientifici e culturali dobbiamo lavorare perché Parma rientri nei circuiti di più immediata raggiungibilità.

Non sono partite completamente in capo ad una Amministrazione comunale, ma è l’Amministrazione il soggetto che, più interessato e ovviamente più stimolato, deve coordinare il sistema che si presenta al livello regionale e a quello nazionale. C’è un ambito che ci interessa più di tutti ed è quello ferroviario. Bene la Pontremolese, ma Parma ha bisogno di più treni che sfruttino la linea di interconnessione. Trenitalia, nonostante gli sforzi e la disponibilità dimostrati dalla nostra provincia, non ha fin qui ritenuto di investire, nemmeno in via sperimentale, sul nostro territorio. Al netto dei diversi incontri, si sono addotte ragioni di mercato e ragioni politiche, che hanno dato copertura alla penalizzazione delle linee storiche e, nel caso nostro, anche di quella interconnessione di cui posso dire che c’è assai poca consapevolezza. Non smetteremo, muovendoci in squadra, di portare avanti le nostre ragioni, convinti che Parma possa e debba ottenere un aumento del traffico su ferro.

Ci sono poi opere che, seppur progettate e pensate in un tempo diverso da questo, non possono rimanere incompiute, come la Ti-Bre, e auspichiamo che le Regioni Emilia-Romagna e Lombardia possano lavorare, d’intesa con Roma, al finanziamento e alla chiusura di quei lavori, così come abbiamo richiesto che il progetto sulla Via Emilia Bis possa essere ripreso rapidamente, anche con le necessità di revisione che occorrono a causa del lungo tempo in cui è rimasto fermo. In città, lo sapete, sull’aeroporto si è giocata una partita lunga e minuziosamente raccontata, ma se un anno e mezzo fa ciò che di certo c’era era che Parma aveva un progetto di implementazione cargo dello scalo Giuseppe Verdi, oggi, grazie al forte impegno del Comune e alle sue osservazioni, di progetti ce n’è uno passeggeri.

La nostra rimane una città attrattiva, lo dicono i numeri del turismo e il trend di crescita della popolazione residente, e deve costruire questa sua attrattività lungo una sostenibilità del suo sviluppo, le cui linee sono state condivise e sottoscritte dalle molte realtà pubbliche e private che hanno siglato qualche mese fa, proprio qui al Teatro Regio, insieme a noi il Contratto Climatico di Città, che si inquadra nel piano per la neutralità climatica di Parma 2030, sul quale siamo stati tra i primi a ottenere luce verde dall’Europa.

Al primo di gennaio 2024, Parma ha una popolazione residente di 201.540 persone. 1346 abitanti in più dei primo gennaio 2023. I maschi sono 97.633 e le femmine 103.907. Gli italiani 165.113 e gli stranieri 36.427. Cresciamo con ritmi superiori alla media nazionale, purtroppo non è dovuto alla natalità, e dobbiamo continuare a lavorare perché questa capacità di attrarre si mantenga e aumenti. Cresciamo sull’eccellenza della nostra cultura d’impresa, della nostra vocazione europea, sullo slancio della nostra Università, sulla qualità dei nostri prodotti. Anche su questo è in piedi un progetto di comunicazione territoriale che scava in profondità nelle linee identitarie e nei valori della nostra città. Parma è una città moderna ma non ancora sfuggita alla misura di vivibilità che sempre di più le persone cercano. Un “well-being district” – perdonerete l’inglese, ma se Europa deve essere bisogna che ci capiscano tutti –, in cui il ben-essere perde ogni connotazione effimera e consumistica e diventa coscienza di una città giusta e equa, che cerca, unita, la sua serenità.

Alcuni anni fa, quando lavoravamo al progetto di Capitale Italiana della Cultura, tenevo sul mio tavolo stampata una frase di Sant’Agostino, in cui il tema del vivere bene incrocia quello della durezza dei tempi e mi piace questa frase riprenderla qui con voi; scriveva Sant’Agostino: “Sono tempi cattivi, dicono gli uomini. Vivano bene e i tempi saranno buoni. Noi siamo i tempi.”

È l’augurio migliore che possiamo farci.

Grazie di essere qui con noi, grazie Parma e Buon Sant’Ilario a tutti noi!

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Ultimo aggiornamento: 08-03-2024, 10:16